mercoledì 28 agosto 2013

Ultima lettura: "Balcani" di Alessio Parretti


Balcani

Autore: Parretti Alessio
Dati: 2013, 176 p., brossura; 88 p., EPUB
Editore: autopubblicato (ilmiolibro.it)


L’esordio di Alessio Parretti, che avviene grazie al selfpublishing, è uno di quei casi che merita attenzione.
Photo @ExLibris2012 on Twitter
Si tratta di un romanzo ‘opera di fantasia ambientata in un contesto storico reale’, quello della guerra che ha insanguinato la ex Jugoslavia appena una ventina di anni fa e di cui oggi ancora si scontano gli orrori. Il racconto si snoda attraverso le pagine del diario di Amir Osmanović- studente universitario votato alla causa della resistenza bosniaca- che parte dal maggio 1992 per interrompersi a gennaio dell’anno successivo, e le voci dei sottufficiali Parisi, Capasso e D’Amato che, anni dopo la fine della missione di pace in Bosnia, affastellano ricordi disseminati di rabbia, rimpianti e dolore per un’esperienza che li ha segnati profondamente. Oltre alle voci narranti, è forte la presenza di altri personaggi; tra loro spicca Fois, caporal maggiore che in Bosnia perde la vita, vessato dall’ambiente della caserma e dei commilitoni, che cercano nel sopruso un modo per farsi forti e farsi forza. Proprio la morte di Fois, che riserva un colpo di scena finale, è il segno più forte nelle vite dei tre sottufficiali, quello che determina il fluire dei ricordi più rabbiosi e amari.
Siamo di fronte quindi a un racconto corale, in cui però non si colgono scarti di stile: prima di riuscire a delineare le personalità dei protagonisti narranti, anche grazie alle esperienze diverse che questi maturano e di cui si fanno portatori nella loro cronaca, è necessario scorrere le pagine avanti e indietro tra le voci che si alternano, per riconoscerle.
Il tutto si presenta come una denuncia forte, fondata su una documentazione che si intuisce accurata. Il diario di Amir racconta gli orrori veri della guerra tra milizie serbe e resistenza bosniaca all’indomani della dichiarazione d’indipendenza della Bosnia-Erzegovina, la guerra più sanguinosa e crudele tra tutti i conflitti che hanno ferito la regione balcanica. Una guerra che ha visto compiersi i crimini più efferati contro la popolazione civile: stupri sistematici, torture, orrende mutilazioni, deportazioni di massa, lager, tutto si trova nelle pagine di Amir. Allo stesso modo, nei racconti dei sottufficiali italiani, impegnati pochi anni dopo nella missione di pace dell’ONU, emergono i disagi, le conseguenze psicologiche e fisiche (prima tra tutti l’insorgenza di malattie tumorali a causa dell’operatività in zone contaminate da uranio impoverito), il malessere diffuso, le difficoltà nei rapporti tra commilitoni e con i superiori.
Avanzando nella lettura, “Balcani” si arricchisce di altri elementi al limite dell’imprevedibile, in una vicenda che poteva svolgersi in modo scontato, e che invece lo rendono sempre più coinvolgente.
L’ebook “Balcani” è uscito nel marzo di quest’anno, seguito dalla versione cartacea. Non si capisce perché la versione digitale sia di 88 pagine, molto fitte e faticose da leggere nonostante gli ereader siano dotati della possibilità di ingrandire i caratteri, contro le 176 della versione cartacea; non è questione di corpo del carattere, quello effettivamente si può anche ingrandire per rendere la lettura più agevole sullo schermo, il problema è l’intensità del racconto e la conseguente necessità di ‘tirare il fiato’, quasi riposare gli occhi da una narrazione così densa. Sembra un dettaglio trascurabile, ma non lo è per niente.
Avrebbe giovato al romanzo un buon lavoro di editing, che spesso manca ai prodotti autopubblicati che non godono delle cure che un editore che sa fare il suo mestiere dovrebbe assicurare ai suoi autori: probabilmente si sarebbe eliminata l’espressione modaiola -e usurata ormai- quant’altro, che ad un certo punto ricorre con una certa insistenza, in più pagine. Poche altre sbavature si notano (ad esempio Charlotte in luogo di Charlot, personaggio nato dalla fantasia e dall’arte di Charlie Chaplin), una maggiore cura dei particolari le avrebbe evitate. Purtroppo è anche vero che muoversi nella giungla degli editori, in cui non sempre è facile distinguere serietà e professionalità, costringe molti giovani autori al selfpublishing, che se da una parte rappresenta il solo modo per farsi leggere, allo stesso tempo non sempre offre ai lettori prodotti di qualità.
Questo è il caso di un prodotto di qualità, che merita considerazione: chissà che il passarola, insieme alla pubblicità promossa dagli account dedicati sui principali social network, non faccia il miracolo (sappiamo bene che è successo anche in  situazioni meno interessanti!).


domenica 11 agosto 2013

Ultima lettura: "Vimini" di Donato Cutolo


Vimini

Autore   : Cutolo Donato
Dati: 2012, 84 p., brossura
Editore: Zona

Photo HelenTambo on Instagram
Vimini è la storia di un ritorno, quello di una ragazza che, dalla Borgogna dove vive da tre anni con il padre produttore di vini, vuole andare a riprendersi le radici lasciate a San Timo, dove è morta sua nonna Cecilia che l’ha cresciuta, dove vive sbandata sua madre Lara, dove ha lasciato l’amico Sacco e l’affetto più grande, Remo. Più che di una storia si tratta di un insieme di quadri, di immagini in cui il filo conduttore è il colore, quello che Vimini (ah già, dimenticavo di dire che questo è il nome della protagonista), ereditando questo divertimento da sua madre che da piccola aveva presto imparato la sequenza perfetta dei colori dell’arcobaleno, attribuisce agli eventi, alle persone, agli oggetti, in una specie di gioco delle sensazioni. In questo susseguirsi di inquadrature, Vimini si muove circospetta, alla ricerca di qualcosa che ha definitivamente perduto (ma lo capirà solo alla fine), apparentemente distaccata e contemporaneamente desiderosa di recuperare spazi e tempo della memoria, anche se dolorosa. Più che di Vimini la storia è quella che sta sullo sfondo, ed è quella di sua madre, una donna bella e persa, inquieta e incapace di gestire persino se stessa, figuriamoci una bambina che poi diventa adolescente, impenetrabile e nemica. Di Lara vuoi sapere, leggendo: delle sue fughe nella notte, dei suoi amori strapazzati, dell’alcool, del marito che non riesce a starle dietro. E capisci che ciò che Vimini è, risulta dal groviglio di affetti che la circonda (suo padre da lontano, la nonna, Sacco e Remo) e dalla vita imperfetta di sua madre.
Se le coordinate spaziali sono chiare (San Timo –ma esiste? Non importa, c’è-, il porto, la campagna, la Francia, le vigne), altrettanto non si può dire di quelle temporali: la vicenda sembra ambientata ai giorni nostri (una sensazione forte, mai però assecondata da indizi interni al testo o da esplicitazioni precise dell’Autore), ma Vimini ha appena diciotto anni, mentre sua madre sembrerebbe troppo grande per essere sua madre, guida una macchina del 1963 e a metà degli anni Quaranta, a sette anni, è rimasta orfana di padre; facilmente quindi dovremmo pensare di trovarci negli anni Settanta, non più tardi. Peccato che in questo Cutolo sfugga: quanto è preciso nell’identificare il tempo nel lungo flash back che riassume la vita di Lara ragazza, tanto non ci aiuta a collocare Vimini nella sua epoca. E sempre una questione di gestione dei tempi verbali, stavolta quindi non sul piano narrativo ma strettamente morfosintattico (consecutio temporum), rende difficile ordinare cronologicamente le stesse vicende che hanno per protagonista Lara: tutto si svolge al passato remoto, anche dove, per una questione di prospettiva, di prima e di dopo, ci si aspetterebbe qualche trapassato.
Ad accompagnare la lettura c’è una colonna sonora, sette brani in cd rom composti da Fausto Mesolella, chitarrista, compositore, produttore e arrangiatore, lead guitar degli Avion Travel: si tratta di un’interessante commistione di linguaggi, peraltro già sperimentata dall’editrice Zona con una ricca collana di libri+cd rom musicali, che agevola l’immersione nell’atmosfera rarefatta del racconto di luoghi e sentimenti.
Questa di “Vimini” è la seconda esperienza di Donato Cutolo, autore eclettico, musicista e compositore, dopo “Carillon” (libro+cd, sempre edito da Zona nel 2009): la scrittura è semplice, piana, coinvolge e ti incuriosisce. Proprio la curiosità resta insoddisfatta dopo la lettura di questo romanzo breve (o racconto lungo? Annosa questione!): mentre leggi ti aspetti qualcosa di più compiuto, una storia più articolata, che non lasci la curiosità di sapere come proseguirà la vita di Vimini, dopo tutto il suo faticoso percorso di formazione. Che donna diventerà?  Cosa vorrà per sé? Per cosa combatterà?
La narrazione, all’inizio rilassata, acquista ritmo e velocità verso la fine, quando le vicende legate ad alcuni personaggi centrali si snodano freneticamente svelando una verità che la protagonista non avrebbe forse mai voluto/dovuto conoscere. Proprio per questo alla fine, una volta che sei entrato nella vita di Vimini, vorresti restarci ancora un po’ ed accompagnarla fuori da San Timo, cercando di sapere cosa farà della sua esistenza, anche guardandola da lontano.
 

mercoledì 7 agosto 2013

Ultima lettura: "Fenomenologia di YouPorn" di Stefano Sgambati


Fenomenologia di YouPorn

Autore   : Sgambati Stefano
Dati: 2012, 144 p., brossura
Editore: Miraggi Edizioni (collana Contrappunti)

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“Troppo YouPorn distorce gravemente il proprio immaginario sessuale.
È la lezione numero uno di questa avventura: ma troppo quanto?”
(p. 74)

Si deve partire dalla Prefazione di Enrico Remmert per capire lo spirito di questo libro, i motivi che lo hanno ispirato e il modo in cui Stefano Sgambati ha analizzato un fenomeno sicuramente di grande impatto sociale -la fruizione del porno via web-, come spettatori passivi e interagenti, indotti giocoforza dalla forza delle immagini. Si tratta di una prefazione che non vuole fare la Prefazione classicamente intesa, quella che rischia di essere troppo seria, scientifica, infarcita di citazioni dotte; non vuole essere neppure una Prefazione aneddotica, di quelle che partono da un fatterello per arrivare a spiegare i gusti dell’Autore e la filosofia sottesa al suo personale uso del canale porno più famoso del web. Alla fine questa Prefazione riesce ad essere tutto questo, ma anche una sincera dichiarazione di intenti, quella che ci fa capire da che tipo di osservazione si può partire –il comune senso della trasgressione da voyeur agli albori del porno o quasi- per analizzare uno dei fenomeni più eclatanti della rete.
Definire il genere di questo libro non è facilissimo, o meglio è facile ma ci costringe a rivedere il concetto di ‘saggio’: perché sì, questo è secondo me sicuramente un saggio, corredato da una bibliografia/sitografia aggiornata, dalla quale l’autore ha attinto ispirazione e informazioni utili al suo argomentare. Un saggio particolare però, che mette da parte i toni seriosi per accompagnare il lettore alla disamina del fenomeno YouPorn in modo divertente e divertito. D’altra parte cominciamo ad abituarci ad una saggistica più accessibile, di non esclusiva fruibilità scientifica.
Nelle tre parti in cui si sviluppa la trattazione, Sgambati analizza l’inizio del fenomeno voyeuristico, dal quale si è sviluppato un vero e proprio genere, quello del filmato amatoriale, erotico o proprio pornografico, girato tra mura casalinghe, inizialmente ad uso e consumo degli stessi protagonisti, ma presto diventato di culto tra gli estimatori. Dalla sconosciuta giovanissima Chiara da Perugia che si produceva in contorsionismi sul divano di casa con il fidanzatino, alla più famosa Belén Rodriguez, immortalata nell’intimità in un filmato girato dal modello argentino con cui era sentimentalmente impegnata, più preoccupato di non sfigurare nelle inquadrature che delle scene in sé, l’Autore passa a definire il passaggio dal film porno al filmato porno, fino a chiedersi se siamo tutti malati.
Quest’ultimo aspetto è quello che sinceramente più mi ha interessato dell’intero saggio di Sgambati, perché esamina, grazie anche alle lunghe conversazioni con lo psicoterapeuta dott. Emiliano Lambiase, i sintomi e i comportamenti tipici del fruitore ‘malato’ di pornografia online a tutti i livelli e di quello ‘sano’, quello che fruisce del sesso online con il distacco ovvio di chi ha una soddisfacente vita ‘fuori’ dalla rete; inoltra si addentra nelle problematiche legate alla percezione di sé in caso di dipendenza sessuale, ma prima che sessuale affettiva, che forse è la condizione più comune (ma faccio questa affermazione senza dati oggettivi, solo per una sensazione, perché probabilmente di dipendenza affettiva si parla più facilmente in pubblico). Un epilogo dal titolo “Gli uomini sognano pecorine elettroniche?” fa un ultimo bilancio dello stato dell’arte: chi eravamo, da dove siamo partiti, come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto, cosa ci riserva il futuro, specie se sappiamo già che c’è chi ha pensato che il mercato del porno online può essere fruttuoso per promuovere cause benefiche, attraverso il crowdfunding.
A chiudere il volume, gli ospiti speciali: Gaja Cenciarelli, Carolina Cutolo e Roberto Moroni in tre contributi che declinano il tema ‘pornografia on line’ secondo tre prospettive diverse e complementari, che perfezionano il quadro, già ormai abbastanza chiaro.
Ho trovato questo libro interessante e soprattutto ben scritto: il brio dell’Autore, il suo modo di porsi curioso, dalla parte dei lettori (come dire, siamo tutti sulla stessa barca, vediamo di capirci qualcosa, mi faccio delle domande con voi), lo stile spigliato e soprattutto non ipocrita (Sgambati chiama tutte le cose con il loro nome, senza inutili contorsionismi lessicali e lo fa mantenendo eleganza, proprio perché sincero), conquistano senza riserve.
L’argomento si poteva prestare a facilonerie, anche a fraintendimenti a partire dal titolo, che forse ha attirato qualche interesse pruriginoso, ma credo che l’abilità di Sgambati sia proprio nel fatto di non deludere nessuno dei lettori, sia quelli che si avvicinano pensando di soddisfare qualche curiosità, sia quelli che hanno interesse a conoscere l’evoluzione del fenomeno YouPorn, infine quelli che cercano una lettura che faccia ridere. Perché “Fenomenologia di YouPorn” fa riflettere, ma anche ridere. Molto.

domenica 4 agosto 2013

SapereSapori: la cialledda di Mammà


Ho una fotografia in bianco e nero impressa nella mente, la ricordo e provo a descriverla a memoria. Si vede il piazzale di Villa Elena ad Abbella, sotto si stende Fasano e sull’orizzonte c’è il mare, perché la giornata è limpida e si vede fino a lontanissimo; ci sono le sorelle di mia madre, zia Leo e zia Mara, pronta a uscire, la borsa di cuoio a tracolla, forse qualcuno la stava aspettando, e poi mia madre con Sergio che era piccolo in braccio, infine nonna Elena, anzi Mammà, come la chiamavano i figli e come anche noi nipoti avevamo imparato a identificarla.
Nonno Tonino doveva essere morto da poco, lasciandola vedova a cinquanta anni e con cinque figli ancora da sistemare, e Mammà non si tingeva più i capelli, cosa che riprese a fare più tardi, restituendoci la sua figura alta ed elegante, raffinata nel suo biondo cenere scuro.
In quella foto indossa una vestaglia nera a fiori grandi celesti e bianchi, trapuntata. Faceva freddo lassù ad Abbella, anche se era ancora agosto. Per noi che dovevamo tornare in Toscana dopo le lunghe vacanze salentine trascorse a casa dell’altra nonna, Abbella era un po’ la camera di decompressione, dove cominciavamo ad abituarci a temperature diverse, dopo la canicola della piena estate.
Nonna Elena sembrava essere passata lì per caso e fermata a margine del gruppo per entrare anche lei nella foto, gli immancabili giornali sotto il braccio. Vegliava la notte, mentre tutti dormivano, leggendo e scrivendo i suoi versi, e andava a dormire all’alba, così la sua mattina non cominciava prima delle 11. Di conseguenza gli orari in quella casa erano tutti sballati, il pranzo non era mai prima delle 14, spesso non si sapeva nemmeno quanti saremmo stati a tavola, è così nelle case dove ci sono molti figli e anche quelli che sono andati via poi tornano portandosi dietro consorti e prole.
Photo HelenTambo on Instagram
Associo quel piazzale ai tavolini di ferro rotondi e alla cialledda, che rappresentava la colazione della tarda mattinata. Non si buttava nulla, tanto meno il pane raffermo, anche per una specie di rispetto quasi religioso verso quel cibo divino, la base dell’alimentazione e della Fede: pane ammollato nell’acqua e strizzato, pomodori maturi a pezzetti, olio di oliva, origano e aglio. Il tutto in una capiente coppa da cui si mangiava con le mani, con l’acqua e l’olio che scolavano lungo la mano e l’avambraccio e allora dovevi avere qualcosa per asciugarti, uno strofinaccio, e intanto ti sporcavi. Ma tanto, bambini, stavamo in mutande e canottiera, quelle di cotone bianco a costine, non sentivamo l’aria frizzante della collina.
Intorno a quella coppa di cialledda poteva arrivare chiunque. Bastava che qualcuno scendesse la scala di pietra che dalla strada portava al piazzale ed era invitato a mangiare, tanto se finiva non ci voleva nulla a farne ancora, pane, pomodori, olio e origano non mancavano mai.
Un cibo semplice, come tutti quelli che si mangiavano a casa di Mammà: la pastasciutta con un sugo di pomodoro che a lei veniva arancione (una volta mi disse che ci metteva dentro un po’ di latte, mentre bolliva sul fuoco) ed era dolce e cremoso, le scaloppine con il prezzemolo e la cipolla, la mozzarella in carrozza. E la pasta al forno, il suo piatto forte, che faceva il giorno del suo onomastico, il 18 agosto, riunendoci tutti: una pasta ‘imbottita’ che cuoceva in un pentolone alto nel forno a legna, ziti spezzati che facevano la crosticina che poi tutti si contendevano, perché sapeva di legna resinosa bruciacchiata.
Ma è alla cialledda che rimando i miei ricordi bambini, con le ombre degli alberi sul piazzale e i piedini nudi sull’impiantito.

mercoledì 31 luglio 2013

#Corsari off, restano le domande…


Si è appena conclusa l’esperienza di #Corsari, la riscrittura in tweet  di cui ho già parlato qui
Il progetto, ideato da Paolo Costa (@paolocosta), Hassan Bogdan Pautàs (@TorinoAnni10) e Pierluigi Vaccaneo (@piervaccaneo) con la collaborazione di Cristina Torrengo (@Cristina TDV) e PR & community, ha avuto come partner @RaiLetteratura e @RaiScuola per i filmati di repertorio e originali relativi a Pasolini, @hiTweetbook la piattaforma editoriale progettata da @U10 per i ‘riassunti’ dei vari articoli curati da ciascun Corsaro, Escomnet.com, per il supporto Software e IVM Multimedia per il supporto multimediale. Una squadra organizzata ed efficiente, che si è integrata con la ‘ciurma’ dei riscrittori chiamati a misurarsi con un testo tanto difficile quanto spesso inquietante, non fosse altro per le domande che continuamente, nel corso dei due mesi circa di lettura (e rilettura), inevitabilmente si sono proposte.
Photo HelenTambo on Instagram
Si impone quindi un breve bilancio, anche e soprattutto per il tipo di lettura collettiva che abbiamo fatto. Non conosco ancora i numeri di questo percorso di Twitteratura, non so pertanto quanti sono stati i tweet prodotti, quanti i retweet, quanti i partecipanti, oltre ai Corsari ufficialmente investiti del compito di coordinare gli interventi. Ma non è questo il senso del rendiconto che voglio fare qui.
“Scritti corsari” è un testo difficile. Si tratta della raccolta di articoli scritti da Pier Paolo Pasolini e pubblicati tra il 1973 e il 1975, anno della sua morte, dal Corriere della Sera, Epoca, Mondo, e Paese Sera e riediti per Garzanti con i titoli originali cambiati e con l’aggiunta di qualche inedito. Per chi non ha vissuto da adulto il dibattito delle idee che ha infervorato gli intellettuali di quel tempo, si è trattato di calarsi in un’atmosfera politicamente e sociologicamente distante da quella attuale, non solo per una questione cronologica ma anche e soprattutto per vivacità di temi, che in quel momento storico investivano la morale, la religione, lo sviluppo con le conseguenti deviazioni. Cercare nella scrittura di Pasolini, prevalentemente conosciuto oggi come poeta e narratore e meno come saggista, gli agganci con quello che viviamo attualmente, è stata una costante della riscrittura: in tanti ci siamo chiesti e abbiamo chiesto cosa avrebbe scritto oggi Pier Paolo Pasolini se avesse potuto vedere quello che abbiamo visto noi negli ultimi venti anni in Italia.
I temi caldi presenti in questa raccolta di scritti pasoliniani, così ancorati all’attualità che lo scrittore viveva sulla pelle senza riuscire a prendere mai le distanze, ma vivendo tutto in modo viscerale e personale, sono presto detti: il referendum abrogativo della legge sul divorzio, il dibattito sull’aborto, il consumismo come nuova religione di Stato, l’edonismo versus la cultura popolare, il ruolo della Chiesa, le stagione delle stragi. La passione di questi articoli prorompe in modo quasi aggressivo, supportata da argomentazioni puntuali e talvolta rabbiose, come se l’autore dovesse ogni volta non solo affermare le sue idee, ma anche preventivamente difendersi da chi le poteva mettere in discussione. Senza parlare degli scritti in cui risponde ai suoi detrattori sulla scorta di articoli pubblicati contro di lui e in contrapposizione alle sue opinioni. Hanno, questi “Scritti Corsari” un valore documentario importante, purtroppo limitato dall’assenza degli articoli di altri scrittori e giornalisti a cui Pasolini fa riferimento: il lettore sente forte la mancanza del contraddittorio, sia pure asincrono, del botta e risposta, articolo di A contro articolo di B. Abbiamo solo quelli di Pasolini e forse a questo l’editore, anche in una successiva edizione, avrebbe dovuto pensare, invece di costringerci a ricerche archeologiche negli archivi online dei giornali.
Proprio nell’articolo XIV “In che senso parlare di una sconfitta del PCI al referendum” del 26 luglio 1974, seguito da me come Corsara ( qui il mio tweetbook), Pasolini fa una rassegna di tutti coloro che quasi hanno tradito le sue parole, interpretandole a loro comodo, traviandole e strumentalizzandole: e il suo scritto si declina attraverso l’analisi delle critiche e la difesa delle sue idee, per poi passare a spiegare in che senso andava interpretata la ‘sconfitta’ del Partito Comunista Italiano, pur avendo vinto il ‘no’ all’abrogazione della legge sul divorzio, a sottolineare quella crisi della Sinistra che in confronto a quella attuale forse è nulla (ma se Pasolini lo avesse potuto prevedere…). Quello che è mancato, nonostante la buona volontà  di alcuni Corsari che si sono improvvisati topi di biblioteca nel mare magnum della rete, sono stati proprio gli articoli di Giorgio Bocca, Maurizio Ferrara, Giuseppe Prezzolini; era previsto dall’autore però, il quale nella nota introduttiva scrive “La ricostruzione di questo libro è affidata al lettore. È lui che deve rimettere insieme i frammenti di un’opera dispersa e incompleta.”.
Tornando all’esperimento su Twitter l’impressione è stata quella di aver perso qualcosa di quanto scritto dai partecipanti (fortunatamente tutto recuperabile dai tweetbook prodotti per ciascun articolo), come se la condivisione della riscrittura si fosse diluita della TimeLine in modo dispersivo. A sensazione, è difficile dire quanti eravamo (aspetto di conoscere i dati ufficiali per questo), se tanti o tantissimi. La prova ha forse scoraggiato qualcuno, ma in compenso ha attirato altri, sedotti dall’idea di confrontarsi con un testo così complesso.
Un po’ come esempio di quanto vissuto da molti di noi Corsari, giova leggere il racconto dell’esperienza di Blutrasparente @erykaluna, nelle cui parole chi ha navigato nei marosi della scrittura pasoliniana si può riconoscere. Qui è possibile trovare i pdf dei tweetbook prodotti per ciascun articolo corsaro. 
Conclusa l’esperienza corsara, tra pochi giorni parte un nuovo contest: si torna a Cesare Pavese con "Paesi tuoi", da seguire sotto l’hashtag #PaesiTuoi dal 5 agosto su Twitter!

lunedì 29 luglio 2013

Ultima lettura: "Lettera a Léontine" di Raffaele Mastrolonardo


Lettera a Léontine

Autore   : Mastrolonardo Raffaele
Dati: 2010, 310 p., brossura
Editore: TEA (collana Narrativa Tea)

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Mi sono avvicinata a questo romanzo, su consiglio di un amico, con le migliori intenzioni e delle aspettative alte, dovute al successo che Raffaele Mastrolonardo sembra aver riscosso con questa sua prima opera, dapprima pubblicata da Besa (collana Costellazione) e successivamente da TEA. I giudizi dei lettori sono in gran parte positivi e questo mi ha fatto comprendere, a posteriori e sempre che ne avessi bisogno, quali sono i gusti del lettore medio italiano (che, sappiamo bene, è in scarsa compagnia).
Sgombriamo immediatamente il campo da qualsiasi equivoco: non siamo di fronte a una storia, ma alla cronaca di un ‘vorrei ma non posso’. Si tratta del racconto di una vicenda tanto comune quanto banale, tutto è abbastanza prevedibile: un tradimento vissuto, ma non fino in fondo, e comunque senza che la quotidianità dei protagonisti venga turbata più di tanto, secondo quelle che sono le modalità con le quali molte storie clandestine si consumano. Si capisce immediatamente quali sono le direttrici lungo le quali si muove la vicenda, già dal momento in cui conosciamo il protagonista Piergiorgio (Pigi!), che racconta i fatti in prima persona.
L’azione si svolge a Bari e nei bellissimi dintorni, ai giorni nostri. L’ambiente è quello un po’ snob della Bari bene, Circoli della Vela, Rotary, locali alla moda e della tradizione, bella gente, facoltosa. Lui è un medico affermato, docente universitario, ginecologo di fama cui si rivolgono coppie con problemi di infertilità: un personaggio che non riesce simpatico, per il quale fino in fondo non si prova nemmeno la compassione che forse l’epilogo della storia richiederebbe, presuntuoso, supponente e narcisista, uno poco abituato a sentirsi respingere dalle donne, uno che ci prova spesso e altrettanto spesso gli va bene, sposato con la solita moglie isterica e con una figlia –per la quale ovviamente stravede- che a quindici anni parla come matusalemme (o comunque sicuramente non come una qualunque quindicenne –“abbiamo selezionato un repertorio”-). Un uomo dall’erudizione finta, che sfoggia banalmente conoscenze comuni, rivestendole di una qualche autorevolezza che sinceramente si fatica a riconoscere.
Lei è Léontine (Lea!), anche lei medico, una donna insoddisfatta, inquieta come lo sono di natura molte donne; l’autore vorrebbe farla sembrare misteriosa ma non ci riesce, perché in realtà il lettore non ha nessuna curiosità verso il passato della donna, che si immagina assolutamente comune a quello di molte single sentimentalmente disilluse e già provate da storie sbagliate.
L’incontro è casuale, tra due personaggi statici e poco attraenti sul piano emozionale: lui è prevedibile, rassicurato da un matrimonio stanco, che tuttavia non ha alcuna intenzione di risolvere con una separazione, nemmeno a fronte di quello che vorrebbe passare come qualcosa di fatale, lei –bella ma non troppo- sembra transitare lieve su cose e persone, ma risulta noiosa e scontata. Consumano un tradimento più desiderato che realizzato, in cui gli unici due amplessi a cui i due si abbandonano sono descritti in poche ripetitive parole, che terminano immancabilmente con un “L’amore è fatto di testa e noi, la testa, l’avevamo persa, tutti e due” (che poi, chi lo dice che l’amore sia fatto di testa? Anzi!). Non si sa se è una scelta stilistica, un artificio retorico del tipo della ripresa anaforica, oppure se si tratta di una distrazione dell’autore (e di chi avrebbe dovuto fare l’editing, ma non lo ha fatto o lo ha fatto male).
Sfugge anche il motivo per cui insistentemente Mastrolonardo usa l’espressione ‘attrazione molecolare’: la prima volta fa simpatia, la seconda si capisce che è un vezzo, la terza, la quarta e forse anche la quinta, annoia. E giacché si parla di stile, mi sembra indizio di sciatteria sintattica -e non un seducente artificio-, il passaggio dalla terza persona alla seconda, riferita a Léontine, spesso all’interno dello stesso periodo. I dialoghi sono scontati: spesso ad una domanda di Lea, Pigi risponde con un banale e fintamente simpatico “c’è una domanda di riserva?”, espressione passata di moda da chissà quanto tempo, non fa più nemmeno sorridere (si poteva proporre come alternativa “qual è la risposta giusta?”, così, tanto per variare un po’).
Insomma, così come la pubblicità deve farti desiderare qualcosa, rendendola attraente e appetibile, così un romanzo deve coinvolgerti al punto tale da desiderare di viverne la storia, o almeno partecipare da vicino alle vicende narrate, sentirne gli odori, i sapori, i rumori. Invece questa “Lettera a Léontine” ti travolge per noia e finisci di leggerlo solo per vedere fino a che punto un romanzo insulso può arrivare ad esserlo.
Tanto perché questa non appaia come una stroncatura tout court (un po’ lo è!), vorrei segnalare ciò che salvo di questo libro: la città di Bari e certe sue atmosfere nottune, specie nelle descrizioni della città vecchia, poi Altamura e ancora l’omaggio al pittore barlettano De Nittis, di cui ricorre il centenario e del quale la vedova Léontine (il titolo del libro è un riconoscimento anche a lei) ha donato nel 1913 le opere alla città natale, che oggi lo celebra con una mostra presso la Pinacoteca di Barletta fino al 7 gennaio 2014.
Inutile dire che le mie aspettative iniziali sono andate deluse e che dopo aver chiuso il libro sull’ultima pagina ho pensato che sia necessario tornare a leggere qualche buon classico, tornare agli Scrittori con la esse maiuscola.

domenica 21 luglio 2013

Come fu che imparai a leggere... (e come non ho mai smesso)


Un libro è sempre la descrizione
 di come uno si immagina il mondo
(C. Pavese)

Questo piccolo intervento nasce come risposta alla ‘provocazione’ di
Daniele Bergesio e alla successiva replica di Simona Scravaglieri, che sui loro blog hanno parlato di come hanno imparato a leggere, certo non intendendo l’acquisizione di una delle quattro abilità di base (insieme a ascoltare, parlare e scrivere), ma il diventare Lettori con la elle maiuscola, cioè lettori appassionati e competenti, in una parola, ‘forti’.
La lettura dei loro post ha innescato una serie di ricordi, che poi sono quelli che sistematicamente mi tornano in mente ogni volta che cerco di spiegare il motivo di tanta mia passione per i libri e di come fosse stato facile e naturale diventare una lettrice metodica fin da ragazzina, mentre oggi i giovani sono tanto restii a prendere in mano un libro e chi di loro lo fa è quasi considerato una mosca bianca.
Ma provo ad andare con ordine.
1. Prima premessa. Non voglio dire qui quello che dico sempre (che però credo fermamente) e cioè che ‘ai miei tempi’ i ragazzini non avevano tutte le distrazioni che hanno quelli di oggi, che spesso non si sapeva come impiegare il tempo e quindi si leggeva per ammazzare la noia, che in tv esistevano solo due canali, in bianco e nero per di più, e che i programmi non iniziavano prima delle quattro del pomeriggio o giù di lì, che non avevamo tutta questa libertà di uscire da soli, al massimo si giocava in cortile con gli altri ragazzi del condominio o si andava in parrocchia, non c’erano Internet, Facebook, i videogiochi ecc ecc.
Fuffa. Non che non sia vero tutto questo, l’ho detto che ci credo, ma penso anche che non siano questi i soli motivi che mi hanno spinto ad ‘imparare a leggere’ e che allo stesso tempo impediscano i giovani di oggi a fare lo stesso. Nel mio caso si è trattato di una serie di incontri fortunati, in famiglia e a scuola.
2. Seconda premessa. Quando ero ragazzina il regalo più ovvio che potevi ricevere, non appena avevi superato l’età dei giocattoli e non avevi compiuto ancora quella dei profumi, era un libro. In un periodo in cui non si era tanto abituati alla soddisfazione di capricci e i regali ti arrivavano solo alle feste comandate, un libro era un dono abbastanza banale, ma si accettava con entusiasmo proprio perché le occasioni erano davvero contate (ora che ci penso una volta i miei zii Mattia e Gregorio, fratelli di mamma, mi regalarono le famose palline che, attaccate a due tratti di corda legati ad un anello in plastica che si teneva tra pollice e indice, si facevano sbattere producendo un rumore infernale, soprattutto perché continuo, e la possibilità di traumi al polso, ma mio padre le fece volare in giardino… Ma questa è un’altra storia)
3. Il primo libro che mi è stato regalato (intendo libro da leggere, non da sfogliare per guardare le immagini) fu in occasione di un mio onomastico, a sei anni (“S. Elena 1971. Alla cara Elenuccia con tanti auguri. Zia Eleonora e Franco”, recita la dedica scritta con la penna rossa: la sorella di mia madre e il suo allora fidanzato): si trattava di Cuore di De Amicis, anzi del ‘libro Cuore’ come si diceva, un libro considerato classico per i ragazzi, impossibile prescinderne: ero forse un po’ piccola per leggerlo, ma lo feci poco dopo, non ricordo bene quando. 
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Di seguito, sempre perché ricevuti in regalo, cominciai a leggere altri classici per ragazzi e fu il tempo de La piccola Dorrit di Dickens, Piccole donne e Una ragazza fuori moda della Alcott, La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe, Incompreso di Florence Montgomery, Pattini d’argento di Mary Mapes Dodge e così via, tutti titoli che si vedevano frequentemente nelle piccole librerie dei ragazzini di allora (anni Settanta).
Cominciavano a non bastarmi i miei, che pure leggevo e rileggevo: in vacanza in Puglia dalla nonna, nei pomeriggi assolati e caldi in cui era impossibile pure pensare senza sudare, presi l’abitudine di saccheggiare la libreria ricchissima della cugina Maria Grazia (molto più grande di me, pensandoci erano solo sette anni di differenza, ma in quel momento, a quell’età erano davvero tanti, lei era ‘grande’).
4. La scuola ha avuto un ruolo importantissimo nella mia formazione di lettrice. La mia maestra delle elementari, la signorina Dea Gisella Puccini di Civitavecchia, regalava ai suoi alunni un libro in occasione della loro Prima Comunione: a me regalò una raccolta di biografie di personaggi celebri, tra i quali ricordo Salvo D’Acquisto, Fausto Coppi, Jacques Cousteau, Albert Einstein, Albert Schweitzer, che si intitolava Eroi dei nostri tempi, anche questa letta e riletta (la conservo, ovviamente). E più tardi, alle medie, l’ora di narrativa: il primo anno Il vento sull’erba nuova di Klara Jarunkova, il secondo Il barone rampante di Calvino e poi Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, questi ultimi due titoli nell’edizione della collana di narrativa per ragazzi di Einaudi, quella famosa con la copertina bianca e i profili rossi.
Da lì ho cominciato a procedere da sola, un titolo tirava l’altro, quasi come se andassero di conseguenza, oggi si direbbe che procedevo per link: il primo libro comprato da sola in libreria, con i soldi che venivano da regali di compleanno, messi via religiosamente, fu la trilogia I nostri antenati, dopo la lettura de Il barone rampante, tanto per fare un esempio. E poi in quinta ginnasio un brano in inglese tratto da Lord of the Flies di William Golding, mi spinse a comprare subito l’edizione italiana Oscar Mondadori.
5. Ultimo punto, la famiglia. In particolare mia madre: abbonata al Club degli Editori, faceva la collezione dei premi Strega e quando ebbi undici anni mi disse che potevo leggere un libro da grandi. Era Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, a cui fece seguito pochi anni dopo La ragazza di Bube, di Cassola. Anche in questo caso poi sono andata per collegamenti e ho letto tutto Cassola e di conseguenza altri autori neorealisti, in gran parte trovati nella ricchissima biblioteca di mamma. 
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Molti di quei libri sono stati furti autorizzati, come mi piace dire: li ho messi nella mia piccola libreria di ragazza a casa dei miei e poi portati via con me, quando ho lasciato la mia stanza, la mia casa. Ancora oggi, quando vado a trovare i miei genitori, ‘rubo’ i libri.

Sicuramente nel raccontare le mie origini di lettrice forte, ho trascurato qualcosa, ad esempio il ruolo della televisione: molti autori li ho scoperti grazie agli sceneggiati televisivi, penso a Cronin o a Pratolini (chi si dimentica il Metello con Massimo Ranieri?) o ancora a Carlo Bernari (Tre operai, 3 puntate di Citto Maselli con la sceneggiatura di Enzo Siciliano, questa era la Rai nel 1980). Il tutto l’ho raccontato intanto per dare un ordine a quelli che sono i miei ricordi frammentari e poi per arrivare a concludere che però, nonostante gli input importanti ci siano stati per me e per molti miei coetanei, è stata sicuramente questione di ambiente e di istruzione, ma anche di attitudine naturale. Oggi il livello medio di alfabetizzazione è più alto, grazie anche all’obbligo scolastico elevato a sedici anni, eppure nelle case degli italiani circolano pochi libri. La scuola, nonostante la tanto proclamata autonomia dei docenti, è molto meno libera di quanto non lo fossero i nostri insegnanti di trenta/quaranta anni fa, meno stritolati dalle logiche del mercato dell’editoria scolastica rispetto a chi oggi opera nella didattica. Questi elementi, per non dire delle ‘scorciatoie’ intellettuali a cui sono abituati i nostri ragazzi oggi, sono impedimenti oggettivi e concreti alla formazione di nuovi lettori, a cui manca però la principale motivazione, quella della scoperta autonoma e dello sviluppo di capacità critiche incondizionate. Purtroppo.
 
PS. Il primo che mi chiama Elenuccia è un uomo morto.