Eccezionalmente ospito sulle pagine del mio blog la lettera aperta ad uno stalker. La vittima, Gaia Conventi, scrittrice e autrice del blog Giramenti, ha deciso di rendere pubblica la sua esperienza, con lo scopo di sensibilizzare l'opinione pubblica.
Per l'occasione, sui social network la giornata di ieri è stata dedicata alla denuncia e alla lotta contro lo stalking: su Twitter se n'è parlato sotto l'hashtag #stalkingstalkersday, su Facebook qui.
Poichè penso che un giorno per fare chiasso e urlare la propria rabbia sia utile, ma due, tre o quattro lo siano ancora di più, eccomi oggi con la lettera di Gaia su Giramenti, un'accusa coraggiosa che molti non riescono a fare, anche perchè purtroppo le denunce spesso restano inascoltate.
sabato 7 dicembre 2013
venerdì 6 dicembre 2013
SapereSapori: li pipirussi siccati e la vigilia dell’Immacolata
Peperoni e zucchine secchi, tagliati a
strisce e a fette spesse e lasciati al sole durante i mesi più caldi
dell’estate, gli sponzali (una varietà di cipollotti invernali la cui parte
verde, le cosiddette code, essenziale) e il concentrato doppio di pomodoro:
questi gli ingredienti della peperonata invernale che non mancava nelle tavole
dei salentini, nei mesi in cui il prodotto fresco non era disponibile. Una
volta era così, si conservavano le verdure estive per il periodo in cui non ce
n’era tanta varietà, giacché i prodotti della terra sono da sempre alla base
della cucina mediterranea, in territori a spiccata vocazione agricola.
Oggi i pipirussi siccati sono una pietanza che si conserva e si tramanda per puro amore di tradizione e non è un caso se il suo consumo è concentrato soprattutto il giorno della vigilia della Madonna Immacolata, insieme alla puccia.
| Photo Elena Tamborrino |
Oggi i pipirussi siccati sono una pietanza che si conserva e si tramanda per puro amore di tradizione e non è un caso se il suo consumo è concentrato soprattutto il giorno della vigilia della Madonna Immacolata, insieme alla puccia.
Per me, bambina cresciuta al nord che
passava solo le vacanze estive dalla nonna, in Salento, anche questa è stata
una scoperta golosa, fatta quando in provincia di Lecce sono andata a viverci,
estate e inverno.
Gli sponzali (o spunzali), messi a stufare in abbondante olio di oliva per molto tempo, con l’aggiunta di acqua calda qualora si vadano ad asciugare troppo rapidamente (mentre invece è necessaria una cottura prolungata affinché risultino digeribili, restando comunque una bella lotta per gli stomaci delicati), sprigionano un profumo intenso e pungente, che immediatamente inonda la casa. Immagini immediatamente fette fragranti di pane di grano duro, magari cotto nel forno a legna, grondanti di olio rosso, colorato dalla conserva di peperoni piccante e dal concentrato di pomodoro. Un pasto povero una volta, almeno finché la verdura veniva essiccata in famiglia, sfruttando i frutti del proprio orto; oggi una leccornia che è diventata di lusso, poiché essiccare i peperoni e le zucchine richiede un lavoro attento e paziente. Bisogna esporre al sole la verdura nelle ore più calde, disposte distanziate su graticci, e metterle al riparo poco prima del tramonto, avanti che cali l’umidità. E quante corse se scoppia all’improvviso un temporale! Per di più la resa è sempre ridotta rispetto al volume iniziale di verdure fresche. Tuttavia continua ad essere un piatto tradizionale irrinunciabile.
Gli sponzali (o spunzali), messi a stufare in abbondante olio di oliva per molto tempo, con l’aggiunta di acqua calda qualora si vadano ad asciugare troppo rapidamente (mentre invece è necessaria una cottura prolungata affinché risultino digeribili, restando comunque una bella lotta per gli stomaci delicati), sprigionano un profumo intenso e pungente, che immediatamente inonda la casa. Immagini immediatamente fette fragranti di pane di grano duro, magari cotto nel forno a legna, grondanti di olio rosso, colorato dalla conserva di peperoni piccante e dal concentrato di pomodoro. Un pasto povero una volta, almeno finché la verdura veniva essiccata in famiglia, sfruttando i frutti del proprio orto; oggi una leccornia che è diventata di lusso, poiché essiccare i peperoni e le zucchine richiede un lavoro attento e paziente. Bisogna esporre al sole la verdura nelle ore più calde, disposte distanziate su graticci, e metterle al riparo poco prima del tramonto, avanti che cali l’umidità. E quante corse se scoppia all’improvviso un temporale! Per di più la resa è sempre ridotta rispetto al volume iniziale di verdure fresche. Tuttavia continua ad essere un piatto tradizionale irrinunciabile.
Quando la zia Maria li faceva, era
necessario spalancare porte e finestre in casa, creare un minimo vortice di
aria che mandasse via quel forte profumo che poi, stagnando, si sarebbe
rivelato fastidioso. Dopo averla cotta a lungo e seguendo precise istruzioni (minti li spunzali ne l’ojo -tocca eggi
generosa-, intanto faci fferve l’acqua e minti nu pugnu de pipirissussi
siccati, li faci bollire per tre minuti, poi aggiungi le cucuzze e spegni:
lassa tutto nell’acqua pe’ nu picchi, fintanto nu se mmollane, poi li strizzi e
li cali intra li spunzali, aggiungi lu sale, la cunzerva mara e lu concentrato
e poi teni pazienza, per la traduzione, guardare la foto), la zia metteva
la peperonata in una coppa di porcellana che risaliva alla notte dei tempi, ormai
sbeccata e singata (crepata), facente
parte di un servizio da tavola della nonna. Quella coppa continua a
sopravvivere, ce l’ho io ormai, ci metto i miei pipirussi siccati, quando li faccio per la puccia dell’Immacolata.
mercoledì 27 novembre 2013
Ultima lettura: "Argento vivo" di Marco Malvaldi
Argento vivo
Autore: Malvaldi Marco
Dati: 2013, 272
p., brossura; ePub con DRM 902,6 KB
Editore: Sellerio Editore
Palermo (collana La memoria)
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| Photo Elena Tamborrino |
Malvaldi mi mancava. Nel ricco catalogo Sellerio ogni tanto
(spesso, anzi), mi spuntava questo nome ed io bellamente lo ignoravo. Così,
senza un motivo. Ogni tanto lo sentivo nominare, ma non ero mossa da alcuna
curiosità e veramente non so spiegarmene il motivo. Diciamo che a priori lo
sottovalutavo, sbagliando. Allo stesso modo in cui lo avevo sempre ignorato, cioè
non so come né perché, dopo qualche mese dalla pubblicazione di “Milioni di
milioni” ho deciso che forse non potevo continuare a non sapere come scrive
Marco Malvaldi. Da questa considerazione all’acquisto il passo è stato
brevissimo, ma ancora più fulminea è stata l’infatuazione per questo chimico
prestato (ma davvero prestato?) alla scrittura, per il suo stile ironico e
garbato, per quell’uso della lingua toscana nei dialoghi che mi fa risuonare
nelle orecchie voci, luoghi e persone che hanno riempito la mia vita, per
l’arguzia e la brillantezza delle trovate narrative, per gli intrecci e gli
svolgimenti. Nell’arco di quest’anno, a partire da febbraio e fino ad oggi, ho
letto tutti i romanzi di Marco Malvaldi: una full immersion in piena regola,
culminata con l’ultimo titolo, “Argento vivo”.
La trama è semplice: un famoso scrittore, assillato dalla sua editor in prossimità di una scadenza editoriale, resta vittima di un furto, il cui bottino comprende anche il computer sul quale è salvata l’unica copia del romanzo ormai prossimo alla pubblicazione. Parallelamente alle vicende che riguardano il grande scrittore, scorrono quelle della banda di balordi autori della rapina, quelle di Leonardo, ingegnere informatico blogger letterario per passione che si troverà tra le mani il pc bollente, quelle della bella Corinna, agente scelto di Pubblica Sicurezza, grazie alla quale si arriverà alla soluzione del caso, non senza peripezie, fraintendimenti, dialoghi surreali.
La trama è semplice: un famoso scrittore, assillato dalla sua editor in prossimità di una scadenza editoriale, resta vittima di un furto, il cui bottino comprende anche il computer sul quale è salvata l’unica copia del romanzo ormai prossimo alla pubblicazione. Parallelamente alle vicende che riguardano il grande scrittore, scorrono quelle della banda di balordi autori della rapina, quelle di Leonardo, ingegnere informatico blogger letterario per passione che si troverà tra le mani il pc bollente, quelle della bella Corinna, agente scelto di Pubblica Sicurezza, grazie alla quale si arriverà alla soluzione del caso, non senza peripezie, fraintendimenti, dialoghi surreali.
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| In basso a sinistra Marco Malvaldi al #SalTo13. Photo Elena Tamborrino WoWCamera |
Ferme restando alcune caratteristiche stilistiche, che in
particolare nel ciclo dei vecchietti del Bar Lume si reiterano, quest’ultima
fatica di Malvaldi si distingue per alcuni aspetti. Intanto formalmente: gli
stacchi narrativi, rappresentati graficamente da uno spazio bianco, introducono
la ripresa del concetto poco prima espresso. Questo consente il cambio di scena
rapido, ma come a seguire un filo logico, una sottile linea che collega tutti i
personaggi e tutti gli eventi, fino a portarli alla soluzione finale, quando il
ritmo si fa più frenetico e anche le scene sono più brevi. E poi ci sono le
lunghe digressioni che riguardano la matematica applicata alla musica, di cui
parla durante una conferenza uno dei protagonisti del libro del grande
scrittore (e così Malvaldi realizza una specie di ‘teatro nel teatro’) e le
interessanti divagazioni di Leonardo sulla lettura, sua grande passione, sullo
scrivere bene, sul lavoro dell’editor, sulla punteggiatura: si ha quasi
l’impressione che l’autore abbia voluto, in queste ultime pagine, chiarire la
sua posizione, far comprendere il suo pensiero sulla necessità di libri scritti
bene, magari anche togliersi qualche sassolino dalla scarpa (ma questa è
proprio un’impressione fugace), facendo del giovane ingegnere con la fissa dei
libri una specie di suo alter ego.
“Argento vivo” è un libro che si legge con la solita scioltezza degli altri, ma con qualcosa in più: la scrittura di Marco Malvaldi si sta facendo sempre più matura e raffinata nel comporre situazioni a incastro, lo stile si caratterizza in modo sempre più inconfondibile, tanto che, alla fine, ti chiedi “a quando il prossimo?”, sentendone già la mancanza.
“Argento vivo” è un libro che si legge con la solita scioltezza degli altri, ma con qualcosa in più: la scrittura di Marco Malvaldi si sta facendo sempre più matura e raffinata nel comporre situazioni a incastro, lo stile si caratterizza in modo sempre più inconfondibile, tanto che, alla fine, ti chiedi “a quando il prossimo?”, sentendone già la mancanza.
mercoledì 20 novembre 2013
Ultima lettura: "La donna lumaca" di Rosaria Iodice
La donna lumaca
Autore: Iodice Rosaria
Dati: 2012, 191
p., brossura; ePub 2,1 MB
Editore: Lupo (collana Sput.
Libri di via)
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| Photo HelenTambo on Instagram |
Non manca la buona volontà a Rosaria Iodice, al suo esordio
con un romanzo, ma già scrittrice di racconti. Sembra animata da un gran
desiderio di mettere tutto quello che può in ciò che racconta e la storia di
Angela compendia questo tutto.
In poco meno di duecento pagine si racchiude la storia di una donna che, al sicuro in una casa di riposo dopo la vita barbona trascorsa negli ultimi quindici anni, ripercorre tutta la sua esistenza, dalla nascita a Pozzuoli appena prima dell’ultima guerra fino alla deriva, ai margini della società. Ad Angela, cresciuta in una famiglia modesta di specchiata onestà, con principi morali molto severi, determinati da una mentalità gretta e un po’ meschina, accadono eventi ciascuno dei quali, preso da solo, poteva giustificare un romanzo: non particolarmente incline alla ribellione come la sorella Marta e tuttavia covando il desiderio di indipendenza di cui all’inizio sembra inconsapevole, la protagonista accetta la corte del primo ragazzo carino che la lusinga in modo decisamente sbrigativo e al quale cede subito, restando ovviamente incinta. L’esperienza dell’aborto clandestino, l’amore segreto per l’amica Teresa, un matrimonio affrettato con un uomo che da subito rivela disturbi mentali, il desiderio di maternità e il rapporto conflittuale con la figlia Roberta, la fuga da casa per diventare un’accattona che vive di espedienti, sono solo alcuni degli avvenimenti, anche catastrofici, che costellano la vita di questa donna insicura, timorosa, vittima delle circostanze: un po’ troppo per i miei gusti. A fare da sfondo alle vicende personali di Angela ci sono gli eventi di storia e di costume che hanno animato la vita e la cultura dell’Italia dal dopoguerra ad oggi: gli Alleati che liberano l’Italia martoriata dalla guerra, la fine della dittatura e della monarchia, il voto alle donne, la musica che arriva da oltreoceano, il festival di Sanremo, l’uomo sulla luna, le lotte femministe e quelle sindacali, la Chiesa oppressiva e la guerra del Vietnam, la battaglia civile per il divorzio e la legge sull’aborto, i fagioli della Carrà, la caduta del muro di Berlino, Gorbačëv, la perestrojka e la glasnost', “Chi l’ha visto?”. Anche questo davvero troppo per una storia che si esaurisce frettolosamente in un romanzo che vuole affrescare un periodo così ampio in poche pagine.
In poco meno di duecento pagine si racchiude la storia di una donna che, al sicuro in una casa di riposo dopo la vita barbona trascorsa negli ultimi quindici anni, ripercorre tutta la sua esistenza, dalla nascita a Pozzuoli appena prima dell’ultima guerra fino alla deriva, ai margini della società. Ad Angela, cresciuta in una famiglia modesta di specchiata onestà, con principi morali molto severi, determinati da una mentalità gretta e un po’ meschina, accadono eventi ciascuno dei quali, preso da solo, poteva giustificare un romanzo: non particolarmente incline alla ribellione come la sorella Marta e tuttavia covando il desiderio di indipendenza di cui all’inizio sembra inconsapevole, la protagonista accetta la corte del primo ragazzo carino che la lusinga in modo decisamente sbrigativo e al quale cede subito, restando ovviamente incinta. L’esperienza dell’aborto clandestino, l’amore segreto per l’amica Teresa, un matrimonio affrettato con un uomo che da subito rivela disturbi mentali, il desiderio di maternità e il rapporto conflittuale con la figlia Roberta, la fuga da casa per diventare un’accattona che vive di espedienti, sono solo alcuni degli avvenimenti, anche catastrofici, che costellano la vita di questa donna insicura, timorosa, vittima delle circostanze: un po’ troppo per i miei gusti. A fare da sfondo alle vicende personali di Angela ci sono gli eventi di storia e di costume che hanno animato la vita e la cultura dell’Italia dal dopoguerra ad oggi: gli Alleati che liberano l’Italia martoriata dalla guerra, la fine della dittatura e della monarchia, il voto alle donne, la musica che arriva da oltreoceano, il festival di Sanremo, l’uomo sulla luna, le lotte femministe e quelle sindacali, la Chiesa oppressiva e la guerra del Vietnam, la battaglia civile per il divorzio e la legge sull’aborto, i fagioli della Carrà, la caduta del muro di Berlino, Gorbačëv, la perestrojka e la glasnost', “Chi l’ha visto?”. Anche questo davvero troppo per una storia che si esaurisce frettolosamente in un romanzo che vuole affrescare un periodo così ampio in poche pagine.
Ci mette buona volontà, Rosaria Iodice, e lo ripeto. Ma non
basta. Alcune sciatterie mi sono intollerabili: a p.69 si confonde la Polizia
con l’Arma, cioè i Carabinieri (non è che tutte le forze dell’ordine sono
‘Arma’), a p. 105 “E le stelle stanno a guardare” sceneggiato della Rai, tratto
da un romanzo di A.J.Cronin, con la regia di Anton Giulio Majano, datato 1971
aveva come protagonista Orso Maria Guerrini, giammai Alberto Lupo (bastava fare
una ricerca in rete), a p. 147 un mito della giovinezza della protagonista,
insieme a Fellini e alla Ekberg, è la ‘Masini’ (sic!), a p. 153 il romanzo di
Gabriel García Márquez “L’amore ai
tempi del colera” (1985) diventa “L’amore al tempo del colera” (anche qui, che
ci voleva a fare una piccola verifica?). La voglia di raccontare dell’autrice,
che pure ha modi garbati, una scrittura piana e un lessico curato, non è
sufficiente: come sempre più spesso mi accade ultimamente di constatare, il
lavoro di editing è del tutto assente. Un buon editor avrebbe potuto consigliare
una scansione in capitoli più coerente, più spazio per alcuni personaggi che
avrebbero meritato maggiore profondità di analisi caratteriale, meno fretta nel
liquidare passaggi indispensabili alla storia, una maggiore verosimiglianza per
alcune situazioni francamente incredibili. Peccato.
lunedì 18 novembre 2013
"Le città invisibili" diventano e restano #Invisibili
Mi tocca dentro @IoMarcoPolo,
che non parla di Venezia pur parlandone
e ha paura di perderla parlando
di altre città #Invisibili
(dal mio Twitter, 23.10.2013
- @ExLibris2012)
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| Photo HelenTambo on Instagram |
Per parlare di #Invisibili parto dalla sua conclusione e dal
bilancio numerico che ne deriva: a partire dal 26 settembre scorso fino a
domenica 17 novembre, 55 giorni di rilettura e riscrittura in canonici 140
caratteri su Twitter de “Le città invisibili” di Italo Calvino, oltre 81mila
tweet inviati tra post originali e ritweet, oltre 4mila partecipanti. Un
fenomeno di Twitteratura cresciuto quasi in modo esponenziale rispetto ai
precedenti, che pure hanno riscosso un enorme successo nella comunità virtuale
che si raccoglie intorno alla Fondazione Pavese e agli ideatori dei progetti di
riscrittura su Twitter, Pierluigi Vaccaneo, Paolo Costa e Hassan Bogdan Pautàs.
Basti pensare a #LunaFalò, con i suoi 54 riscrittori, 600
utenti raggiunti, per poco più di 18mila
messaggi tra tweet originali e retweet: gli esperimenti, passati da Pavese a
Pasolini, a Calvino si incrementano in termini di partecipazione attiva e
sembrano registrare un entusiasmo che cresce di pari passo.
Probabilmente stavolta ha
giocato un ruolo fondamentale il fascino che da sempre esercita la lettura de
“Le città invisibili”, subito trasformate in #Invisibili: ogni giorno la
lettura e la riscrittura di una delle città descritte da Marco Polo a Kublai
Kan, sono state affidate al coordinamento degli #Architetti divisi per capitoli
e regioni, o gruppi di regioni, che hanno animato, guidato e dialogato con
tutti i riscrittori. Attraversare #Invisibili e interpretare i luoghi attraverso
occhi che di volta in volta si sono posati su colori, volumi e vuoti, voci e
sogni, pensieri e azioni, è stato per molti di noi partecipanti quasi un
viaggio catartico, accompagnato da una straordinaria capacità di collegare,
instaurare somiglianze e parallelismi, oppure contrasti, dissonanze. Ancora di più i personali modi di vivere questo viaggio emergono dai Tweetbook prodotti, grazie alla piattaforma di cui ho già parlato qui.
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| Photo HelenTambo on Instagram |
In tutto ciò, la mia
esperienza personale ha conosciuto un momento particolare: complice un viaggio
a Venezia proprio nel periodo in cui rileggevo e riscrivevo #Invisibili, ho
ancora di più apprezzato l’esperimento globale, tanto da arrivare a pensare, e
poi a scrivere, che “in tutte le città #invisibili rilette finora, trovo un po'
di #venezia”, come se davvero Italo Calvino avesse potuto attraversare calli e
campi, immedesimandosi in quel Marco Polo destinato a descrivere mondi
fantastici, riconoscibili in ogni angolo della sua città. Sarà stata una
suggestione determinata dall’attimo e dall’atmosfera, ma il mio sentire se
possibile si è amplificato. Ancora di più sarà stato per i partecipanti alla
lettura pubblica di #Invisibili che si è tenuta a Venezia il 10 novembre scorso, organizzata da Maristella
Tagliaferro @MSTagliaferro sotto l’hashtag #Invisibili/VE.
Non è finita qui l’avventura: le città
invisibili continuano grazie a @erykaluna e @coseinvisibili, che hanno lanciato
#Invisibili/Me, un prolungamento che vede protagonisti gli stessi riscrittori di
#Invisibili, i quali potranno raccontarsi, costruendo ciascuno la propria città
che rispecchi caratteristiche, sogni e gusti personali. Insomma, la comunità
cresce e le iniziative di twitteratura si moltiplicano. Sul trampolino di
lancio, anzi già in volo, c’è addirittura Alessandro Manzoni con #TwSposi…
buona riscrittura a tutti!
giovedì 7 novembre 2013
Ultima lettura: "Prima che tu mi tradisca" di Antonella Lattanzi
Prima che tu mi tradisca
Autore: Lattanzi Antonella
Dati: 2013, 425
p., brossura; ePub con DRM 1,5 MB
Editore: Einaudi (collana Einaudi
Stile libero big)
Con tutta la buona volontà del mondo,
non so se mi spiego, come potevamo fare
| Photo HelenTambo on Instagram |
Questa recensione la scrivo a caldo, a ebook appena chiuso,
solo il tempo di pensarci un po’, di riflettere su nomi, situazioni, tempi,
posti, lingua, odori e umori di cui questo romanzo trabocca.
Intanto le persone, con i loro nomi: tre generazioni unite
dallo stesso nome, Angela. Della nonna Angela si perdono subito le tracce dalle
prime pagine del romanzo, restano sua figlia Angela, poi Senior, per
distinguerla da Angela Junior, detta Angela J-Agéi-Angelagéi, l’ultima nata
della serie. Intorno ad Angela Junior ruotano le esistenze dei genitori, della
sorella, delle sue bambine, di Stè e di Denis, gli uomini che la ameranno.
Protagonista assoluta, Agéi, prepotente, bellissima, contamina tutto ciò che
tocca, egoista ed altruista insieme, disperata e gioiosa, Agéi ride e piange,
si piace e si disprezza, sempre tutto e il contrario di tutto, nemmeno lei sa
quello che vuole. O almeno così sembra.
Michela è la vittima predestinata di una sorella maggiore tanto
ingombrante: a lei i genitori non chiedono ‘dove stai andando?’. Questo le
provoca frustrazione, delude i goffi tentativi studiati per coprire le
mancanze: non si saprà mai se davvero siano goffi, non li metterà mai in
pratica. Quando le menzogne cresceranno e saranno su faccende ben più gravi,
Michela sarà così brava che delle sue omissioni nessuno si accorgerà, faranno
parte del tutto. E forse i ruoli si ribalteranno, la personalità di Michela,
una volta che le sorelle saranno diventate adulte, emergerà e sovrasterà quella
di Angela Junior, se non altro per l’emancipazione e la libertà, illusoria, che
la sorella -da sempre minore in tutto- potrà raggiungere, lontana dalla
famiglia.
Le figure dei genitori, Angela Senior e Giovanni, rappresentano la rassegnazione: quella di lei al matrimonio, forse all’inizio felice, quella di lui, dentista a domicilio della malavita organizzata, incapace di mettersi uno studio in proprio, sempre in difficoltà economiche, all’esistenza tutta. La rassegnazione ultima è alla fuga di Agéi, figlia prediletta.
Le figure dei genitori, Angela Senior e Giovanni, rappresentano la rassegnazione: quella di lei al matrimonio, forse all’inizio felice, quella di lui, dentista a domicilio della malavita organizzata, incapace di mettersi uno studio in proprio, sempre in difficoltà economiche, all’esistenza tutta. La rassegnazione ultima è alla fuga di Agéi, figlia prediletta.
Intorno a questa famiglia ruotano come satelliti personaggi un
po’ lucidi di sporco e di ambiguità: le tre sorelle Del Sole, zio Pasquale e
sua moglie zia Rachele, Silvia, la più bella di Barivecchia. E poi i cozzàli e i topini, giovani delinquenti a cavallo di motori ‘preparati’, padroni
della strada, pronti allo scippo come all’intimidazione, che completano la
rappresentazione dell’ambiente cittadino più degradato.
Eppure Bari è descritta lucidamente quasi con amore, anche
quando sembra brutta, a volte come una specie di blob soffocante (Bari era una sostanza vischiosa e scura che
si appiccicava ai nostri corpi e man mano ci inglobava, nell’aria bisognava
farsi spazio come nelle sabbie mobili che stanno sul fondo dei laghi),
altre volte splendida e accecante, specie nella sua parte antica (la città vecchia una macchia bianca, una
specie di sole accecante dentro gli occhi), colta nei suoi momenti
drammatici, il bombardamento del 1943 e il rogo del Petruzzelli. Ma soprattutto
Bari è i suoi quartieri, Japigia prima di tutto e poi Barivecchia e il
quartiere Murat, è N’dèrr’-a-la-lànze,
il mercato del pesce, e il Teatro Margherita. Per contro, agli occhi di Angela
Junior, via di stereotipi, Torino era la
città più bella. Torino era la città per pochi, la città dell’èlite. Torino è
avvolta nel mistero […] Torino,
Treviso, Trieste sono più o meno la stessa città, un’unica arcana città
chiamata Estremo Nord. e Se non
Torino, Bologna, per la libertà. O al massimo Milano, la moda, l’apertura, la
serietà. Roma fa ridere, ma noi due siamo troppo sensibili per farci una risata
e basta, no?.
Le situazioni? C’è un mistero che lega questa famiglia, che
lega le figlie, un segreto che non tutti conoscono, non tutti allo stesso modo:
un segreto che da un certo momento in poi cattura il lettore e gli fa chiedere
e immaginare chissà mai cosa sarà successo nel passato di queste ragazze, di
questi genitori, che legami pericolosi ci potranno mai essere, ma capisco bene
o sto solo immaginando? Il modo in cui Lattanzi racconta risucchia chi legge,
come una spirale centrifuga, con una forza narrativa alla quale è impossibile
sottrarsi: la potenza del dialetto, usato con parsimonia rispetto a tanti
autori che hanno fatto del dialetto la cifra caratteristica del loro stile, le
espressioni gergali e la sintassi convulsa che non ti lascia respiro,
contribuiscono a coinvolgere senza scampo, a continuare a leggere finché non
sai, finché non arrivi in fondo. La voce narrante cambia continuamente,
all’inizio è quella di Michela, la sorella piccola, improvvisamente c’è lo
scarto in terza persona, a volte invece è Agèi che racconta e le cose assumono
la sua visione mitomane ed enfatica, iperbolica. Il tutto in modo
schizofrenico, il tempo della storia va avanti e indietro, cambiano il punto di
vista e la collocazione spazio-temporale delle vicende, ma l’abilità
dell’autrice sta nel non farti perdere mai, nell’accompagnarti senza perdere di
vista le coordinate.
Ho letto questo libro in nemmeno tre giorni, ho sentito la
puzza, gli odori, ho respirato l’aria consumata della notte in casa di Angela
Junior, ho sentito la pelle appiccicosa di scirocco di Michela, sono stata
nelle lenzuola sporche di sesso, ho respirato il sole di Bari e l’aria
salmastra del lungomare. Esperienza globale, sensorialmente estenuante. Brava
Antonella Lattanzi.
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martedì 29 ottobre 2013
Ultima lettura: "Parlo d'amor con me" di Paola Calvetti
Parlo d’amor con me
Autore : Calvetti Paola
Dati: 2013, 126 p., brossura
Editore: Mondadori (collana Libellule)
E se non ho chi m’oda,
parlo d’amor con me!
(Le nozze di Figaro, Atto I)
| Photo HelenTambo on Instagram |
Finché ho avuto tra le mani questo libretto, il titolo di
questo romanzo, che in realtà non so nemmeno se definire romanzo e vedremo
perché, mi ha attirato e respinto allo stesso tempo. Si tratta di un verso –che
non conoscevo, confesso- de Le Nozze di Figaro, l’opera buffa di Wofgang
Amadeus Mozart in tre atti, musicata su libretto di Lorenzo Da Ponte nel 1786:
non conoscendo l’aria dell’opera da cui questo verso è tratto, mi sono chiesta
cosa potesse significare parlare d’amore con se stessi e soprattutto cosa
significasse questo titolo in relazione alla storia che leggevo. Non so
sinceramente se l’ho compreso, al di là del fatto che in una storia ambientata
in una casa di riposo per artisti, come quella fatta costruire a Milano da
Giuseppe Verdi, era quasi scontato che la scelta del titolo potesse ricadere su
una frase tratta da un’opera lirica. Ma forse ci sono motivi altri che lo
giustificano, che però mi sfuggono. Se insisto tanto sull’effetto che mi ha
fatto il titolo di questo libro è perché in generale mi faccio attirare da
quelle che Genette chiama ‘soglie’, cioè i dintorni dei testi, titolo compreso.
E questo libro forse non lo avrei letto se non lo avesse scritto Paola
Calvetti, che compro a scatola chiusa e leggo a prescindere, sulla fiducia. Mi
sono fiduciosamente accostata quindi alla lettura, pur con qualche riserva
dovuta ad un titolo che non mi piaceva (e alla fine ho capito che qualche volta
rischiamo di perdere l’ occasione di una buona lettura, solo sulla base di
prime impressioni, così come altre volte, viceversa, prendiamo qualche
granchio).
Una volta chiusa l’ultima pagina mi sono chiesta come
incasellare questo libro, quale collocazione di genere dargli, non riuscendo a
considerarlo un vero e proprio romanzo, perché è la raccolta di tante storie,
tante quanti sono i personaggi incontrati da Ada, cameriera che lavora a Casa
Verdi e che coltiva il segreto sogno di divenire una cantante lirica.
Che la musica, l’opera lirica, il mondo del bel canto siano una passione di Paola Calvetti si sa: per anni ha diretto l’ufficio stampa del Teatro alla Scala, quello è un mondo che le è congeniale e che è tornato spesso nei suoi romanzi (L’amore segreto, ad esempio e ancora L’addio), forse mai come questa volta è rappresentato con tanto amore e desiderio di rendergli omaggio. In questo ambiente si inseriscono le personalità degli artisti che vivono nella casa di riposo voluta dal grande Maestro, amorevolmente raccontati da Ada, un personaggio femminile quasi maldestro, con un grande desiderio di svelare il suo talento di soprano che vivrà una sola occasione. Così, attraverso la voce di Ada, si snocciolano le storie personali, i vezzi e i capricci, le vecchiaie vissute con dignità e a volte frivolezza, con desideri ancora vivi e vanità scoperte. Immagino che l’autrice abbia trascorso lunghi pomeriggi in compagnia degli ospiti di Casa Verdi, tutti presenti nei ringraziamenti finali (altra soglia!), disegnandone in breve le biografie: la immagino prendere appunti o semplicemente ascoltare i ricordi, farsi portavoce delle emozioni perdute, sentire l’odore della polvere del palcoscenico insieme a quegli artisti ormai a riposo. Si potrebbe quindi pensare che il libro si è scritto da solo, che era tutto lì, raccolto nei racconti della violinista Agostina Aliprandi, del tenore siciliano Giuseppe Catena, della soprano giapponese Matsumoto Kitose (la Kimiko che aveva il sogno di cantare in italiano e studiava la lingua sul dizionario militare), del violista genovese Marcello Turio, del contralto Stefania Sina e di tutti gli altri. Insomma, poteva sembrare un compito facile, quello di inventare una cornice (Ada, i suoi sogni di gloria, l’andamento della gestione della casa) e di inserirci come cammei le storie di ciascuno dei protagonisti. Invece c’è il tocco di Paola Calvetti, la cui scrittura delicata, preziosa senza preziosismi, curata nel minimo dettaglio, accompagna con garbo il lettore attraverso queste vite un po’ svanite, ma ancora affascinanti. Una lettura che fa riflettere sul valore della memoria, di certa arte, di una vecchiaia che a volte ci sembra un’inutile attesa e che spesso è invece una vitale risorsa.
Che la musica, l’opera lirica, il mondo del bel canto siano una passione di Paola Calvetti si sa: per anni ha diretto l’ufficio stampa del Teatro alla Scala, quello è un mondo che le è congeniale e che è tornato spesso nei suoi romanzi (L’amore segreto, ad esempio e ancora L’addio), forse mai come questa volta è rappresentato con tanto amore e desiderio di rendergli omaggio. In questo ambiente si inseriscono le personalità degli artisti che vivono nella casa di riposo voluta dal grande Maestro, amorevolmente raccontati da Ada, un personaggio femminile quasi maldestro, con un grande desiderio di svelare il suo talento di soprano che vivrà una sola occasione. Così, attraverso la voce di Ada, si snocciolano le storie personali, i vezzi e i capricci, le vecchiaie vissute con dignità e a volte frivolezza, con desideri ancora vivi e vanità scoperte. Immagino che l’autrice abbia trascorso lunghi pomeriggi in compagnia degli ospiti di Casa Verdi, tutti presenti nei ringraziamenti finali (altra soglia!), disegnandone in breve le biografie: la immagino prendere appunti o semplicemente ascoltare i ricordi, farsi portavoce delle emozioni perdute, sentire l’odore della polvere del palcoscenico insieme a quegli artisti ormai a riposo. Si potrebbe quindi pensare che il libro si è scritto da solo, che era tutto lì, raccolto nei racconti della violinista Agostina Aliprandi, del tenore siciliano Giuseppe Catena, della soprano giapponese Matsumoto Kitose (la Kimiko che aveva il sogno di cantare in italiano e studiava la lingua sul dizionario militare), del violista genovese Marcello Turio, del contralto Stefania Sina e di tutti gli altri. Insomma, poteva sembrare un compito facile, quello di inventare una cornice (Ada, i suoi sogni di gloria, l’andamento della gestione della casa) e di inserirci come cammei le storie di ciascuno dei protagonisti. Invece c’è il tocco di Paola Calvetti, la cui scrittura delicata, preziosa senza preziosismi, curata nel minimo dettaglio, accompagna con garbo il lettore attraverso queste vite un po’ svanite, ma ancora affascinanti. Una lettura che fa riflettere sul valore della memoria, di certa arte, di una vecchiaia che a volte ci sembra un’inutile attesa e che spesso è invece una vitale risorsa.
PS. Alla fine non ho deciso come classificare questo libro,
se sotto l’etichetta di romanzo o di raccolta di racconti in un unico atto: lo
faccio comunque per i tag…
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