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mercoledì 19 ottobre 2016

"Rayuela. Il gioco del mondo" di Julio Cortázar

Non può essere che siamo qui per non poter essere 
[…] 
Sono io, sono lui. 
Siamo, però sono io, 
prima di tutto sono io, 
difenderò il mio essere io fino a che non ne potrò più. 

 «Cortázar è il migliore», ha detto Roberto Bolaño. Così è riportato sulla quarta di copertina dell’edizione Einaudi di “Rayuela. Il gioco del mondo”, definito anche «contro-romanzo», «cronaca di una follia», «il buco nero di un enorme imbuto», «un grido di allerta”, «una specie di bomba atomica», «un appello al disordine necessario», al suo apparire nel 1963. 
Leggere questo romanzo (o contro-romanzo, visto che qualunque distinzione tra un prima e un dopo, una fabula vs un intreccio, qualsiasi connessione logica di causa-effetto saltano, quindi non ha senso una definizione tradizionale che incaselli quest’opera in un genere letterario) è stata una sfida, lanciata dal gruppo degli Scratchreaders di Maria Di Biase. 
In che modo avremmo potuto leggere “Rayuela”? A suggerirlo è lo stesso Cortázar, nella tavola di orientamento in apertura, ed è in parte la strada che abbiamo seguito nel gruppo: potevamo scegliere la lettura tradizionale (gruppo #famolotradizionale) che prevedeva di arrivare al cap. 56 per fermarsi quindi poco oltre la metà, ai tre asterischi che ne delimitano la fine, oppure scegliere l’ordine indicato dall’Autore (gruppo #famolospeciale), a partire dal cap. 73 e poi saltando e seguendo le indicazioni numeriche alla fine di ogni capitolo, come in un gioco dell’oca dove tiri i dadi e non sai di volta in volta a che casella finirai. Infine una terza strada era quella che a Cortázar sarebbe piaciuta moltissimo, la lettura assolutamente anarchica, sotto la sola responsabilità del lettore che poteva ordinare i capitoli secondo l’estro del momento (gruppo #famolocomecepare).
Inutile dire che ho scelto la lettura tradizionale, forse per la paura di andare incontro a qualcosa di troppo grande, in cui facilmente mi sarei persa, e mi è sembrato che optare per la strada apparentemente più semplice fosse in qualche modo rassicurante. Ovviamente mi sbagliavo, nel senso che non so se scegliere qualunque altro percorso avrebbe reso tanto più difficile l’orientarsi in una storia che è indefinibile, impossibile da sintetizzare, complessa e affascinante allo stesso tempo. Ho fatto fatica in certi momenti, per la storia, per la lingua, le parole, lo stile (paradigmatico il cap. 34, che ho capito come leggere solo alla fine della prima pagina, quando ho capito che Cortázar ha giocato continuamente con il lettore): una menzione speciale va a chi ha tradotto il testo, Flaviarosa Nicoletti Rossini, perfettamente entrata nel gioco del mondo, portavoce sensibile e preparata a intercettare i sentimenti dell’autore e a renderli vividi e incisivi per il piacere del lettore, soprattutto in certi brani da brivido, come quello che occupa tutto il cap. 7, quello del bacio,  "Toco tu boca"

Photo Elena Tamborrino
Purtroppo la lettura di “Rayuela” è partita in concomitanza con l’inizio del terzo volume della Recherche di Proust (iniziativa curata da un sottogruppo, nato da una costola dello stesso gruppo Scratchreaders) e questo si è rivelato deleterio per chi ha voluto cimentarsi in entrambe le imprese, almeno si è rivelato tale per me. Come a volte succede, leggere contemporaneamente volumi di peso -non solo fisico, ma anche-, ha come conseguenza che si leggano male tutti. E nello specifico i due volumi in questione non aiutavano, essendo “La parte di Guermantes” forse il libro più noioso della monumentale opera di Proust, e “Rayuela” il libro più strano che possa capitare di leggere, quello che ti fa desiderare di leggere al suo posto una bella storia lineare, dove accadono fatti comprensibili ai comuni mortali, dove il sistema dei personaggi è chiaro, dove la voce narrante si distingue.
Invece sono entrata in una centrifuga, mi sono fatta sballottolare nel cestello della lavatrice, mi sono fatta sbattere dalle fruste elettriche, neanche fossi una maionese impazzita. Ecco. Mi sono fermata al cap.56, secondo l’indicazione di Cortázar che definisce il resto del libro “Da altre parti (capitoli dei quali si più fare a meno)” e non ho neanche letto l’appendice con un’intervista all’Autore che spiega “l’invenzione sfrenata” di “Rayuela”, né la selezioni di frammenti di lettere di Julio Cortázar in cui si parla del libro. Non escludo di risalire sulla giostra più in là, magari sperimentando uno dei metodi alternativi suggeriti dallo stesso Autore, oppure riprendendo dal punto in cui mi sono fermata: questo è consentito al lettore che fa come gli pare. 


Photo HelenTambo on Instagram
Rayuela. Il gioco del mondo 
Autore: Julio Cortázar 
Traduz: Flaviarosa Nicoletti Rossini 
Dati: 2013, 633 p., brossura; 
Editore: Einaudi (collana Super ET); 
Prezzo: € 15,50 
Giudizio su Goodreads: np (aspetto di finirlo, un giorno)

lunedì 11 luglio 2016

#LeggoNobel: "Bellezza e tristezza" di Yasunari Kawabata

Il viola del tramonto svanì presto, 
e il cielo prese un colore gelido, di un azzurro grigiastro. 
La primavera alle soglie pareva retrocedere 
cedendo di nuovo il posto all'inverno. 
Da poco era calato il sole, 
lasciando un punto roseo nel cielo, dietro la foschia. 

Siamo arrivati al quinto appuntamento con #LeggoNobel, il progetto di lettura condivisa degli scrittori che sono stati insigniti del premio Nobel per la letteratura. Si tratta di un’occasione per leggere e commentare insieme autori che forse difficilmente avremmo avvicinato nella nostra vita di lettori. 
Stavolta è toccato a Yasunari Kawabata (Saka, 1899-1972), cui il Nobel è stato assegnato nel 1968 “per la sua abilità narrativa, che esprime con grande sensibilità l'essenza del pensiero giapponese”. La stessa abilità narrativa e la stessa sensibilità accomunano Kawabata e Yukio Mishima, forse lo scrittore giapponese più tradotto e conosciuto nel mondo, uniti anche da profonda amicizia interrotta solo dal suicidio di Mishima. 
E proprio leggendo “Bellezza e tristezza” mi sono sentita avvolgere dalla stessa atmosfera torbida e tragica di “Trastulli di animali” (1961) di Mishima, che come il romanzo di Kawabata è soffuso di una luce idilliaca e immerso in una natura pura e semplice. 
Questo mi ha fatto pensare che, come gli scrittori russi sono “i Russi”, riconoscibili in tutto il panorama della narrativa europea tra fine Ottocento e inizi Novecento, come la letteratura americana della beat generation si riconosce perché c’è un filo rosso che lega tutte le opere così come quelle dei minimalisti statunitensi, come i sudamericani hanno i loro paesi colorati e profumati di caffè e cacao e l’indolenza della siesta o la passione della ribellione, così gli scrittori e i registi orientali, giapponesi in particolare, sono accomunati da uno stile unico: i loro colori, pastello e trasparenti, sono gli stessi per tutti e quando si infiammano, diventano rosso sangue. E il rosso del sangue, sui fiori di Phalaenopsis, spicca. 
La storia che racconta Kawabata in “Bellezza e tristezza” riguarda un ritorno, il rinnovo inutile di un incontro e del ricordo di un amore passato: il primo personaggio che incontriamo è Oki, lo scrittore che nel romanzo “La sedicenne” ha narrato la sua relazione con Otoko, che da quell’amore è uscita profondamente cambiata. È lei che l’uomo desidera rivedere, dopo che ventiquattro anni sono passati dalla loro forzata separazione e le passioni e i rancori sembrano sopiti. Il cambiamento di Otoko, diventata nel frattempo una famosa pittrice, è il risultato di una vita pazientemente ricostruita: questo non le impedisce di ricordare quella passione, per la quale lei ha pagato il prezzo più alto e di affrontare, con un distacco superiore, maturato in anni di autodisciplina, l’incontro con l’uomo che si è preso la sua giovinezza per sprecarla e consegnarla al pubblico senza nessuna attenzione per il dolore della ragazzina che Otoko era all’epoca del loro amore. 
La vicenda è ambientata tra Tokio e Kyoto, in epoca contemporanea. Tra le due città si muovono i protagonisti, Oki e Otoko, e i comprimari che svolgono tutti ruoli fondamentali nel paesaggio dei sentimenti disegnato dall’Autore: la moglie e il figlio dell’uomo e Keiko, bellissima allieva della pittrice. Sarà Keiko, legata a Otoko da un rapporto di amore saffico e di profonda ammirazione, il motore delle vicende che vedranno svelare la vera personalità della giovane, una specie di vampiro di linfa vitale, capace di piegare ai suoi capricci, alla sua passione e alla sua vendetta anche un ragazzo ingenuo e appassionato come Taichiro, il figlio di Oki. 
Le atmosfere sono rarefatte e i colori tenui per una storia che è fatta di sentimenti violenti che contrastano con altri ormai stanchi, fino a un epilogo forse prevedibile, proprio per le caratteristiche della narrazione orientale, non solo letteraria ma anche cinematografica –penso ad esempio a “L’impero dei sensi” (1976) del regista Nagisa Oshima- di cui dicevo prima. 
Il libro mi è piaciuto, forse perché mi ha fatto provare dei sentimenti verso i protagonisti, al di là della storia. Ho considerato Oki un inetto incapace di prendere decisioni in modo autonomo, ho sentito compassione per suo figlio Taichiro e per sua madre, una donna che ha soffocato il dolore di moglie delusa nella cura ossessiva della casa, ho provato ammirazione per la compostezza e la saggezza di Otoko, nonché antipatia per l’arrivista Keiko. 
Anche i temi trattati da Kawabata mi hanno attratto, proprio per il modo in cui lo scrittore ne parla: l’amore adulterino, l’omosessualità, la morte, anche nei passaggi più scabrosi sono affrontati dallo scrittore con somma delicatezza. 
Il prossimo appuntamento con Kawabata è con “La casa delle belle addormentate” (1961), per cercare di conoscere meglio questo scrittore dai paesaggi delicati e dalle passioni assolute. 

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Bellezza e tristezza 
Autore: Yasunari Kawabata 
Traduttore: Atsuko Suga 
Dati: 1985 e 1993, 171 p.; 2007, 176 p., brossura; ePub con DRM 823,1 KB 
Editore: Einaudi (collana Einaudi Tascabili Scrittori) 
Prezzo: € 10,50 (eBook € 6,99) 
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

lunedì 6 giugno 2016

Sei fama o cronopio? #TwCronopios e Cortázar


Siccome gli scriba saranno perpetui,
i pochi lettori ancora esistenti cambieranno mestiere
e si faranno pure loro scriba.

“Historias de cronopios y de famas” esce nel 1962, pubblicato la prima volta in Italia nove anni dopo, nella collana “Einaudi Letteratura”. Tra i sostenitori più appassionati della scrittura di Cortázar e in particolare di questo libro, c’è Italo Calvino, autore di una nota introduttiva in cui meglio non si poteva parlare delle due anime che intrinsecamente vivono in ciascuno di noi: "I cronopios e i famas, due genie d'esseri che incarnano con movenze di balletto due opposte e complementari possibilità dell'essere, sono la creazione più felice e assoluta di Cortázar".
Nella visione surreale di Cortázar, che ho già avuto modo di conoscere con "Bestiario" , cronopios e famas si affacciano continuamente nella quotidianità di tutti, dove le due personalità, la prima intuitiva e libera (in alcuni tweet ho scritto che per il cronopio il mondo è sovvertito, le convenzioni e le convinzioni saltano, poiché egli risponde a impulsi
immediati, condizionati da un gusto personale che decide su tutto), la seconda ordinata e razionale (dei famas ho scritto che seguono aridi regolamenti, non derogano nulla in favore della fantasia e, sconfitti, pronunciano discorsi funebri, a proposito del racconto “Affari”), si contendono momenti e soluzioni. Nei modi allegorici e surreali che gli sono propri, l’Autore ci regala un modo di leggerci dentro, di fare i conti con le nostre piccole ipocrisie, i nostri egoismi, i piaceri e i doveri: in mezzo, tra il noi cronopios e il noi fama, in questa danza della vita, ci sono le speranze, l’unica possibilità di mediare tra due modi di essere tanto contrapposti e allo stesso modo stralunati (05.05.2016- @ExLibris2012: nessuno può essere completamente cronopio, nessuno è completamente fama. Siamo l'uno e l'altro, in varia percentuale e speranza).
Facendo nostra l’affermazione di Pablo Neruda, secondo il quale “chiunque non legga Cortázar è condannato”, con Alessandro Pigoni e Erica Pucci, come già per i "Sillabari" di Goffredo Parise e "Biglietti agli amici" di Pier VittorioTondelli, abbiamo proposto la lettura e la riscrittura di #TwCronopios per TwLetteratura, raccogliendo anche stavolta un nutrito gruppo di utenti Twitter che in circa tremila tweet hanno proposto il loro modo di vivere Cortázar.
Intanto qui trovate la raccolta di tweet che racconta la mia lettura delle storie di cronopios e famas.

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Storie di cronopios e di famas

Autore: Julio Cortázar
Traduz.: Flaviarosa Nicoletti Rossini (con una nota di Italo Calvino)
Dati: 2014, 144 p., brossura
Editore: Einaudi (collana ET Scrittori)
Prezzo: € 10,50
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

giovedì 5 maggio 2016

Pillole di libri: "Ho sposato una vegana. Una storia vera, purtroppo" di Fausto Brizzi


Volete passare un paio di ore spensierate e divertenti? Questa è la cronaca semiseria di una vita da onnivoro da convertire al veganesimo: il miracolo può farlo solo l'amore (non è proprio riuscito al cento per cento, ma ci si avvicina).
Scivola veloce, si legge facilmente, non ha pretese: diciamo che non è irrinunciabile, ma può far capire come certe pretese salutiste- anche giuste, per carità- nascondano a volte atteggiamenti terroristici e intolleranti.
  
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Ho sposato una vegana. Una storia vera, purtroppo
Autore: Fausto Brizzi
Dati: 2016, 130 p., brossura; ebook ePub con DRM 196,5 KB
Editore: Einaudi (collana Stile libero extra);
Prezzo: € 12,50 (eBook € 6,99)
Giudizio su Goodreads: 2 stelline

mercoledì 4 maggio 2016

Ultima lettura: "Atlante degli abiti smessi" di Elvira Seminara


Perché, Corinne, non mi rispondi mai.
Che senso ha, se non mi ascolti,
continuare a parlarti?
Invitarti al ballo dei miei vestiti,
e poi ballare sola, con gli attaccapanni?

Tanti punti in questo romanzo di Elvira Seminara fanno sentire la solitudine della protagonista, Eleonora, ma tra tutti ho scelto questo, che raccoglie le domande accorate di una madre alla figlia, alla quale sta scrivendo l’inventario dei suoi vestiti, che altro non è che il bilancio di una vita che si consegna a chi verrà dopo.
La morte del marito rappresenta per Eleonora lo strappo dalla figlia Corinne: l’incomunicabilità tra le due donne costringe la madre a lasciare Firenze per rifugiarsi a Parigi, dove si muove con familiarità e dove cercherà di mettere ordine tra i pensieri, raccogliendo brandelli di ricordi, seguendo le vite degli altri, gli inquilini del palazzo in cui è andata a vivere. Nella casa che sta lasciando, sul tavolo di cucina, restano tre fogli destinati a Corinne, in cui Eleonora descrive il contenuto del suo armadio di abiti smessi, distinto in categorie, con la raccomandazione di averne cura, perché tra quei vestiti la figlia troverà la strada e le risposte di una vita.
Nell’armadio di Eleonora ci sono così vestiti accoglienti, vestiti rossi forsennati, quelli che t’intristiscono, che aumentano di peso, che ingrassano (”però si vede sotto che sei magra”), vestiti nati sbagliati, vestiti compassionevoli, vestiti grati, vestiti che ti saltano addosso, vestiti impropri (“che non vedi l’ora di strapparti di dosso e fare riposare”): l’elenco è lunghissimo, corre lungo 62 brevi capitoli, in cui le stoffe si mischiano ai rancori, alle sorprese, alle parole, ai gesti consueti e a quelli nuovi, ai dolori e alla rassegnazione, all’impeto e al frastuono dell’umanità intorno alla protagonista, voce narrante.
Gli indumenti si materializzano e non sono solo tessuto, si personificano, hanno un carattere, un aspetto che li fa ‘abitare’ da noi, diventano complementari alle nostre esistenze e ci fanno stare al mondo in qualche modo, anche rispetto agli altri. Gli abiti non sono su di noi, ma sono con noi, prendono vita insieme ai nostri passi e alle nostre voci, alle braccia che ci stringeranno, ai cibi che mangeremo (e che qualche volta li macchieranno), ai caffè che prenderemo. E non è un caso se uso il plurale: l’armadio di Eleonora è il nostro armadio, impossibile non riconoscere anche i nostri sentimenti nascosti tra colori (scuri, chiari, sfacciati, vivaci, cangianti, slavati, pallidi) e stoffe (morbide, tese, ruvide, naturali, delicate).
La passione che trasuda dai vestiti di Eleonora, il loro essere vivi nonostante siano ormai smessi, la voce della protagonista, così vicina alla nostra, trasmettono l’idea forte che la solitudine non ci trova mai veramente soli, perché siamo soli in mezzo agli amori finiti, ai vicini di casa le cui vite sfiorano la nostra e verso le quali abbiamo curiosità, ai figli che si allontanano eppure sono sempre nei pensieri.
All’inizio confesso di aver fatto un po’ di fatica a entrare nell’armadio di Eleonora, a comprendere la forma della sua storia attraverso le pieghe dei suoi abiti; poi però la lettura si è fatta fluida e coinvolgente, tanto da far perdonare all’Autrice uno scivolone storico che riguarda  baronessa di Carini, vissuta intorno alla metà del 1500, che lei ricorda murata viva e che invece fu assassinata dal padre che l’aveva colta in flagranza di adulterio, dando vita a una storia leggendaria che fa parte del patrimonio dei cantastorie siciliani. Poco male, anche se si poteva evitare (e questo piccolo incidente mi ha fatto pensare che forse gli editor di Einaudi sono troppo giovani per aver visto il famoso sceneggiato televisivo Rai del 1975, “L'amaro caso della baronessa di Carini”, di Daniele D'Anza, con Ugo Pagliai e Janet Agren).
Giudizio su Goodreads di cinque stelline, meritatissime.
 
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Atlante degli abiti smessi
Autore: Elvira Seminara
Dati: 2015, 179 p., brossura; ebook ePub con DRM 1,0 MB
Editore: Einaudi (collana i coralli);
Prezzo: € 17,00 (eBook € 8,99)
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

venerdì 11 marzo 2016

#LeggoNobel: "Troppa felicità" di Alice Munro


Troppa felicità

Autore: Munro Alice
Traduttore: Basso Susanna
Dati: 2013, 327 p., brossura
Editore: Einaudi (collana Super ET; ed. 2011 nella collana Supercoralli)

"Ma non ti stanchi mai, Sally?
Non ti stanchi mai di essere intelligente?
Scusa, non posso star qui a parlare con te. Ho da fare."
("Buche-Profonde")

Quando Alice Munro ha vinto il Nobel per la Letteratura nel 2013 non avevo la minima idea di chi fosse, ma da allora ho cominciato a pensare che era il caso di leggere qualcosa di suo. L’occasione è arrivata con #LeggoNobel, anche se la scelta di “Troppa felicità” è stata poi abbastanza casuale, Valentina Accardi ed io non abbiamo proposto questa raccolta con particolare intenzione, si trattava di scegliere un titolo o un altro e forse questo ci ha attirato più di altri.
Photo HelenTambo on Instagram
Si tratta di una raccolta di racconti in cui la ‘normalità’ mostra tutti i limiti dell’essere normalità, dove la banalità di esistenze comuni nasconde l’eccezionalità dei casi. In tutti i racconti c’è un fondo di male e di cattiveria che si nascondono in azioni piccole e ordinarie.
Il primo racconto, “Dimensioni” è quello che più mi ha colpito, forse perché quando l'ho letto ero reduce da un incontro pubblico con la psicoterapeuta Maura Vitale che parlava di dipendenze affettive: Doree a nemmeno diciassette anni si sposa con Lloyd, molto più grande di lei, inserviente nell’ospedale dove si trova ricoverata sua madre. L’evidente bisogno di affetto della ragazza sarà il motivo per cui l’improbabile coppia mette su famiglia: tre figli uno dietro l’altro e una vita sempre più isolata, con la gelosia malata di Lloyd che impedisce a Doree e ai loro bambini una vita ‘normale’, appunto, fino ad un tragico epilogo che mi ha ricordato un caso di cronaca ormai lontano nel tempo, ma che ancora mette i brividi (era il 1994, nelle campagne di Cerveteri: googlare Tullio Brigida). Anche senza arrivare a conseguenze estreme, il tema della violenza psicologica in famiglia è purtroppo di terribile attualità.
Mi è piaciuto molto anche “Bambinate” -di cui non vi dico nulla perchè è un racconto che va scoperto dalla prima scena all'ultima- perchè mette in luce quella realtà cattiva, anzi malvagia, che spesso è presente dove meno ci si aspetta che ci sia, cioè nei bambini, che tendiamo sempre a vedere come creature innocenti, mentre invece spesso sono proprio quegli insospettabili dove il male è insito e banale.
L'ultimo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, si discosta dagli altri, intanto per la lunghezza e poi perché si ispira a una storia vera, quella di Sof'ja Kovalevskaja, matematica, attivista e scrittrice russa, prima donna in Europa ad ottenere una cattedra universitaria, vissuta nella seconda metà dell’Ottocento. La Munro racconta nella nota di ringraziamenti come per caso è arrivata a sapere dell’esistenza della scienziata russa e come, dopo aver letto il libro "Little Sparrow: A Portrait of Sophia Kovalevsky" di Don H. Kennedy, ha deciso di scrivere il racconto “Too much happiness”, pubblicato poi nel libro omonimo pubblicato nel 2009 (in Italia da Einaudi nel 2011). Il racconto ripercorre gli ultimi giorni di vita della Kovalevskaja, ricco di riflessioni sul presente e sul passato che la Munro ha potuto ‘ricostruire’ a partire da varie fonti documentarie alle quali ha avuto accesso tramite Nina, lontana discendente della Kovalevskaja e moglie di Don H. Kennedy.
Il filo rosso che congiunge tutti i racconti è la sensazione di distorsione della realtà, come qualcosa che sfugge dai binari e si propone in termini di deviazione, con un rumore di fondo amaro che disturba e allo stesso attira.
Credo che Alice Munro meriti ulteriore attenzione: un reset del mio tablet e un problema con il mio Acrobat ID ha fatto sì che si perdessero tutti i suoi ebook che avevo acquistato nel tempo, ma conto di recuperarli per poter approfondire la conoscenza con questa importante scrittrice.

venerdì 19 febbraio 2016

#Maus di Art Spiegelman con TwLetteratura


Maus

Autore: Spiegelman Art
Traduttore: Previtali Cristina
Dati: 2000-2010, 292 p., rilegato
Editore: Einaudi Editore (collana Stile Libero Extra)

Anja? Cosa c’è da dire?
Sempre dove guardo io vedo Anja…

Scorro il tweetbook della mia riscrittura di #Maus su Twitter e ripercorro la storia di Vladek Spiegelman, ambientata durante la seconda guerra mondiale e raccontata da suo figlio Art in un romanzo a fumetti tra il 1973 e il 1986 in due volumi e pubblicata in Italia da Einaudi, in un unico volume, a partire dal 2000.
Photo Elena Tamborrino
Avevo sentito parlare di questo libro qualche anno fa, senza interessarmene più di tanto, dal momento che non sono una grande appassionata di fumetti e pensando, a torto, di aver visto tanti film e di aver letto tanti libri sul tema della Shoah, che uno in più (graphic novel per di più) o uno in meno non avrebbe fatto differenza. Non pensavo che il mio fosse un errore gravissimo che tradiva proprio la memoria di chi dai campi di sterminio è tornato e ci ha chiesto di testimoniare con loro e per loro: la visita che ho compiuto ad Auschwitz-Birkenau due anni fa mi ha aperto uno squarcio nella coscienza e mi ha dato la consapevolezza che, al di là della visione globale di un fenomeno atroce come il genocidio di un popolo, la grande Storia è fatta di piccole storie, delle sezioni di vita di diverse persone che tutte insieme si raccontano sulla stessa pagina, o aspettano che qualcuno lo faccia per loro. La lettura di “Maus” ha amplificato in me il ricordo di quel viaggio in Polonia con il Treno della Memoria.
L’occasione per leggere “Maus” è arrivata da TwLetteratura che ha supportato il progetto didattico in creative commons ideato dall’insegnante Sabrina Valentini e da due classi del Liceo Classico “Vittorio Emanuele II” di Jesi (la IV E del Liceo delle Scienze Umane e la IV I del Liceo Economico Sociale). Ho letto da sola il fumetto di Spiegelman, senza coinvolgere ufficialmente i miei alunni con un’adesione formale al progetto, per gli annosi problemi che purtroppo nella scuola abbiamo e che riguardano l’impossibilità di chiedere ai nostri alunni di sopportare spese di libri oltre a quelli di testo (per i quali peraltro va rispettato un certo limite): tuttavia qualcuno di loro ha acquistato ugualmente il libro e qualcun altro lo ha letto anche dopo il termine della riscrittura su Twitter, quando abbiamo fatto girare in classe i volumi acquistati, prestandoli.
Nei due volumi che Art Spiegelman ha disegnato, si racconta la storia di Vladek, suo padre che “sanguina storia”. Il racconto è racchiuso in una cornice, la storia è nella storia: Artie decide di testimoniare le vicende che hanno visto protagonisti i suoi genitori, Vladek e Anja, a partire dal loro incontro nel 1935, seguito dal matrimonio e dalla nascita del primogenito Richieu, morto da bambino, fino ai loro tentativi di sfuggire alle persecuzioni naziste in Polonia, miseramente falliti con la deportazione ad Auschwitz, a cui sopravvivranno entrambi.
I personaggi sono rappresentati come animali, sulla base della loro nazionalità e del loro status sociale e secondo una serie di metafore (gli ebrei perseguitati sono riprodotti come topi, contrapposti ai nazisti rappresentati da gatti; i francesi sono rappresentati da rane, i polacchi da maiali, gli americani da cani).
Nei disegni di Spiegelman incontriamo Vladek ormai anziano e sposato in seconde nozze con Mala (Anja è morta da anni, suicida), che racconta al figlio la sua storia. Gli inciampi della vecchiaia vogliono che l’uomo non ricordi cosa è successo il giorno prima, ma mantenga viva la memoria di ciò che è stato lontano nel tempo.
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L’uomo appare diverso rispetto al suo passato di giovane innamorato e coraggioso: è diventato un vecchio sospettoso e tirchio, che incarna inconsapevolmente lo stereotipo caricaturale e becero dell'ebreo avaro, cosa di cui il figlio e la moglie sono preoccupati. Lontano da Auschwitz la vita di Vladek si fa piccola, meschina, fatta di fiammiferi di legno da non sprecare, di tombolate a scrocco negli alberghi vicino a casa e di atteggiamenti che sfiorano il razzismo verso i neri, dei quali parla quasi come i nazisti parlavano degli ebrei; inoltre Vladek ha sviluppato una forma di egoismo affettivo tipico di molti anziani, secondo lui il figlio Artie dovrebbe rinunciare alla sua vita di sempre, per trasferirsi da lui con la moglie Françoise.
Anche la figura di Mala emerge dalle parole di Vladek in modo diverso da come la vediamo: per il marito è avida, interessata all’eventuale eredità dopo la morte del marito, a me è sembrata infelice, oppressa dalle manie di quest’uomo nevrotico. Invece nei discorsi dello stesso Vladek la memoria della prima moglie Anja è tenero: l'amore resiste al ricordo del dolore e anzi si è rafforzato, perchè condividere l'orrore unisce oltre la morte.
In “Maus” troviamo anche il metafumetto: Art Spiegelman disegna se stesso mentre riflette sulla propria "inadeguatezza a ricostruire una realtà peggiore dei sogni più reconditi", mettendo spesso il lettore a parte dei suoi pensieri rispetto alle difficoltà nel raccogliere la testimonianza paterna, a volte reticente (che fine hanno fatto i diari di Anja? Davvero sono andati persi?).
Particolarmente interessante è la nota della traduttrice italiana, Cristina Previtali: è importante conoscere il criterio seguito per rendere l'opera fedele quanto più possibile all'originale, che nel caso di “Maus” vede Vladek parlare fluentemente nella lingua materna nelle vignette che lo vedono protagonista dei flashback ambientati in terra natia, mentre nelle scene ambientate negli Stati Uniti dove è emigrato, parla un’interlingua frammentaria e incerta.
Art Spiegelman può aver avuto tutte le insicurezze e il senso di inadeguatezza rispetto alla realizzazione di un progetto tanto difficile quanto ambizioso come è il racconto di un sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, tanto più perché il coinvolgimento personale, autobiografico, era al massimo livello: i risultati parlano da soli però, perché la sua opera ha ricevuto apprezzamenti in tutto il mondo e ha vinto lo Special Award del Premio Pulitzer.
Per limitarci a un giudizio e tralasciando gli altri riconoscimenti, alla pubblicazione in Italia di “Maus”, Umberto Eco ha detto: «Maus è una storia splendida. Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topini parlano d'amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in questo linguaggio di vecchia famiglia dell'Europa orientale, in questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi dal ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico.»

venerdì 9 ottobre 2015

Una lettura: "Infinite Jest" di David Foster Wallace


Infinite Jest

Autore: Wallace David Foster
Traduttore: Nesi Edoardo, con la collaborazione di Villoresi Annalisa e Giua Grazia
Dati: 2006, 1281 p., brossura
Editore: Einaudi (collana Einaudi Stile libero Big)

[scoprirete] Che le alleanze tra pochi e l'esclusione degli altri
e i pettegolezzi possono essere forme di fuga.
Che la validità logica di un ragionamento
non ne garantisce la verità.
Che le persone cattive non credono mai di essere cattive,
ma piuttosto che lo siano tutti gli altri.

Se non ci fosse stato un gruppo di lettura su Facebook a cui aggregarmi, non avrei mai intrapreso la lettura di “Infinite Jest” e se lo avessi fatto, probabilmente mi sarei arresa prima di finirla. Non certo per la mole del volume, anche se la dimensione del carattere rende ancora più impegnative e faticose le pagine, al di là della quantità (1179 pagine, a cui se ne deve aggiungere un altro centinaio per le note, scritte in corpo ancora più piccolo), ma perché non sarebbero bastate le mie buone intenzioni per fare una lettura del genere in solitaria. E se avessi mollato sarei stata in buona compagnia, visto che sono molti i lettori che hanno abbandonato l’impresa, in momenti diversi, chi all’inizio, chi a metà, chi quasi in fine, stremati tutti. Invece un gruppo di lettura diventa indispensabile strumento di sostegno, ti costringe al confronto, ti stimola e spesso ti conforta. L'adesione al gruppo di lettura Scratchmade (descritto come “gruppo di lettura a massima improvvisazione e a più vasta estensione”) di  Maria Di Biase ha contribuito alla motivazione, altrimenti debole.
Bisognava organizzarsi e quindi: quindici tappe dal 2 marzo al 14 giugno di quest’anno, per una media di ottanta pagine a settimana (dieci pagine al giorno o poco più), tre mesi e mezzo di lettura sistematica e feedback con i compagni di avventura.
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In ogni caso alla fine sei solo con questo mattone, anche scomodo da tenere in mano e da portarti appresso e così da una parte c’è il gruppo (prezioso) e dall’altra ci sei tu, che comunque devi leggere, hai scelto di leggere “Infinite Jest” (da ora in avanti #IJ), scritto nel 1996, dodici anni prima della morte per suicidio del suo Autore.
Di Wallace avevo letto in precedenza solo "Una cosa divertente che non farò mai più", che -nonostante l'entusiasmo di molti lettori- mi ha lasciato abbastanza indifferente. Anzi, se proprio devo dirla tutta, la faccenda delle note in fondo mi aveva lasciato un certo senso di fastidio: ritrovarmele anche in #IJ, tutte insieme e quasi illeggibili sia per le dimensioni del carattere utilizzato, che per il contenuto spesso distraente dal fluire della narrazione, non deponeva a favore del romanzo. Una scelta che ho fatto in totale autonomia è stata quindi quella di rinunciare alla lettura delle note in #IJ: mi affaticavano, mi irritavano. So che probabilmente ho perso molto del senso della storia (se Wallace le ha scritte, chiaramente è stato perché fossero lette, ma in questo caso mi sono appellata al solito Pennac, che ha una soluzione per ogni esigenza di lettore), ma è stata una privazione che ha contribuito a non farmi abbandonare il romanzo. Al termine della prima tappa, l’8 marzo, riconoscevo pagine divertenti, alcune illuminanti, molte deliranti. L'impressione sottile è stata da subito che Wallace si sia molto divertito a prenderci un po' in giro, standosene da qualche parte a sganasciarsi dal ridere guardando noi, armati di carta e penna, impegnati a fare su e giù dal testo alle note.
D’altronde quando parliamo di Wallace, parliamo di un mito, o almeno così sembrerebbe. Quindi scegliere di leggere #IJ, uno dei suoi capolavori, se non IL capolavoro, mi è sembrato giusto, un po' come darmi (e dare a Wallace) un'altra possibilità.
All’inizio, a parte qualche brano folgorante, mi sembrava il racconto della supercazzola (per una utile definizione di "supercazzola"), non riuscivo a capirci quasi nulla.
 Ma considerando l'aura dalla quale Wallace buonanima è avvolto, e soprattutto considerando il mito intorno a #IJ, sono andata avanti fiduciosa. E ho avuto ragione, perché bisognava solo attendere di entrare nel loop della narrazione e lasciarsi trascinare senza porsi troppe domande, senza tentare di capire proprio tutto. Man mano che procedevo avevo l’impressione di fare quasi un'esperienza mistica, una di quelle che ti fanno venire le allucinazioni, che ti fanno chiedere ‘che ci sto a fare qua e soprattutto perché?’. Ma si è innescata anche una sorta di dipendenza, tanto che al termine del lungo viaggio dalle parti della “Ennet House, passando per i campi da Tennis dell'E.T.A., con qualche deviazione lungo le strade di Boston” per dirla con Paola C. Sabatini, una delle componenti del gruppo di lettura (o psicanalisi, o di aiuto come gli Alcolisti Anonimi) è facile chiedersi ‘e ora?’.
Se mi chiedono di che parla #IJ non so cosa rispondere di preciso. Dentro c’è di tutto: l’adolescenza, il tennis, varie forme di dipendenza, tra cui quella da sostanze stupefacenti e da intrattenimento che si concretizza nella visione di film in homevideo dette ‘cartucce’, il recupero dei drogati, l’abuso sui minori, la pubblicità, il rapporto genitori-figli, l’autorità, la morte e la continua sensazione di sgradevolezza determinata da immagini particolarmente disgustose: #IJ è il trionfo dei fluidi organici (sudore, sangue, vomito, diarrea) e delle puzze, descritti con tanto realismo che ti sembra di esserci immerso. Cerco tuttavia di fare una specie di analisi degli elementi:
·      QUANDO: in un futuro non meglio identificato, caratterizzato dal nome degli anni, attribuito da grandi gruppi commerciali che fanno da sponsor (ad esempio, ritorna ciclicamente l’Anno del Pannolone per Adulti Depend o l’Anno della Saponetta Dove in Formato Prova).
·      DOVE: in senso più ampio, nella grande nazione O.N.A.N. formata dagli Stati Uniti, dal Canada e da Messico, con il Quebec che promuove forti tendenze separatiste; in senso più ristretto l’azione si svolge in un teatro che spazia tra l’Accademia di tennis fondata da James Incandenza e la comunità di recupero Ennet House, nei pressi di Boston.
·      CHI: il sistema dei personaggi è molto complesso. Al centro di tutto c’è la voce narrante, quella del giovane Hal Incandenza, figlio di Avril Mondragon Incandenza (la Mami) e James Incandenza (detto Lui in Persona, morto suicida –mette la testa in un forno a microonde, non chiedete come, ma lo fa-), regista di molte cartucce, la più importante delle quali è appunto “Infinite Jest” (“Come la maggior parte dei matrimoni, quello di Avril e del defunto James Incandenza fu un prodotto evoluto di accordo e compromesso, e il curriculum scolastico dell'Eta è il prodotto di negoziati e compromessi fra la tostaggine accademica di Avril e l'acuta consapevolezza della prassi atletica di James e Schtitt.”). Hal ha due fratelli più grandi di lui, Orin e Mario, che soffre di un grave handicap. Intorno a loro si muove una pletora di personaggi che animano una vicenda quasi psichedelica. Qualcuno ha provato a organizzare in forma grafica il sistema dei personaggi, che quindi così è stato schematizzato:


Il personaggio che più capisco in #IJ e per il quale provo un sentimento è la drag queen Povero Tony: rappresenta il disfacimento totale, la disperazione e lo squallore di un’esistenza sprecata. Le pagine che a lui Wallace dedica sono tra le più dure, ma anche le più tenere e a volte anche divertenti. Un altro personaggio interessante è Gately, il custode e consigliere della Ennet House, ex tossico quasi completamente riabilitato (a lui si deve uno dei pochi passi romantici del romanzo: “La cosa più sessuale che Gately fece mai con Pamela Hoffmann-Jeep era aprire il suo bozzolo di coperte e intrufolarsi dentro e avvinghiarsi a lei e riempire con la sua massa tutti i suoi morbidi posti concavi, e poi addormentarsi con la faccia sulla sua nuca.”).
·      COSA: molto delle vicende narrate ruota intorno allo smarrimento della cartuccia di “Infinite Jest” il film di James Incandenza che è in grado di provocare reazioni abnormi in chi lo vede, tanto da essere considerato uno strumento di distruzione psichica, chi assiste alla sua proiezione non può più fare a meno di guardarlo e riguardalo fino ad annullarsi totalmente. La protagonista del film di Lui in Persona è Joelle Van Dyne, alias Madame Psychosis, detta anche la Più Bella Ragazza Di Tutti i Tempi, un personaggio misterioso (non meno di altri, in realtà). Il resto dei fatti è qualcosa di molto confuso, in cui districarsi diventa una vera impresa nell’impresa. Tuttavia alcuni passi sono di una lucidità estrema, tanto da consentire il riconoscimento di un intreccio comprensibile, con un significato accessibile: sono le pagine, a mio parere, dedicate alla Cosa (“La Cosa è un livello di dolore psichico completamente incompatibile con la vita umana come la conosciamo. La Cosa è un senso di male radicato e completo, e non è una caratteristica ma piuttosto l’essenza dell’esistenza cosciente”) e al Rifiuto (il parto di una tossicomane che dà alla luce un bambino già drogato che non ha fatto in tempo a formarsi interamente nel suo grembo e lei lo tiene attaccato a sé, una cosa morta che si va disfacendo).
Un tema ricorrente è quello del suicidio, legato alla Cosa. A p. 835 Wallace espone la teoria secondo la quale “La persona che ha una cosiddetta «depressione psicotica» e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette «per sfiducia» o per qualche altra convinzione astratta che il dare e l'avere della vita non sono in pari. E  sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l'invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme.” E la paura del cadere non è più forte della paura delle fiamme: la Cosa, quel malessere radicato e completo, è più spaventosa della Morte.
·      COME: la lingua di Wallace è psichedelica, delirante, preziosa, immaginifica. Al limite del neologismo o dell’hápax legómenon, come nel caso del verbo Xare (nemmeno una nota per il significato! Scopare? Conquistare?). E poi si imparano un sacco di cose. Ad esempio cos'è un 'papoose'. Mi sfugge l'associazione con l'aggettivo 'sessuale' a cui Wallace lo costringe, ma non si può avere tutto nella vita.
Le pagine scorrono tra commedia e tragedia e non saprei dire quali ho preferito. Sicuramente ho riso molto a proposito di tatuaggi e in particolare di quello di Calvin Thrust, ex allievo e operatore volontario della Ennet House, già protagonista di cartucce pornografiche, di cui “si dice abbia tatuato sull'Unità le iniziali maiuscole CT che si possono vedere a Unità moscia e il nome per esteso CALVIN THRUST a Unità, invece, ritta.” E sicuramente sono rimasta colpita dalle drammatiche pagine dedicate a Kate Gompert (da p.81 a 93), la ragazza che soffre di una profonda depressione unipolare e che prende il nome da una famosa tennista americana (e per questo Wallace ha passato qualche guaio, attribuire disturbi psichici così gravi ad un personaggio che ha lo stesso nome di una persona famosa realmente esistente non è sempre una buona idea).
Un discorso a parte merita la traduzione di Edoardo Nesi, a cui ho voluto dedicare un minuto di silenzio per la sua "impresa" da pagina 153 a pagina 161. Ma meglio di me può spiegare cosa è stato tradurre #IJ proprio Nesi, qui.
Come ho detto già, finire la lettura di #IJ è stato provare uno svuotamento totale, una sensazione di mancanza nei giorni immediatamente successivi. La conseguenza oggi, a un paio di mesi di distanza, è il raggiungimento di una consapevolezza credo importante: nulla sarà come prima, si sopravvive a #IJ e si cerca di capire qualcosa in più del suo Autore, possiamo leggere i russi senza spaventarci (con lo stesso gruppo sto leggendo “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij e mi sembra che tutto fili liscio senza avere l’impressione di avere a che fare con un mattone della letteratura mondiale). Solo una domanda: cosa resterà di David Foster Wallace? Tra qualche decina di anni si parlerà ancora di “Infinite Jest”? E se sì, in che termini?
Buon viaggio, attrezzatevi e partite, comunque ne varrà la pena.