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venerdì 28 aprile 2017

"Nascosti davanti a tutti" di Fabrizio Manzetti

Non avrebbe mai pensato che avere dei figli 
avesse potuto significare imparare più di quanto fosse necessario insegnare, 
e da lui e Michele aveva imparato a non cercare la pace, 
ma crearla con piume, foglie e mani. 

È un bell’esordio questo di Fabrizio Manzetti, scrittore emergente che ci regala sedici bozzetti di vita quotidiana, sedici squarci, vedute su esistenze ordinarie colte in momenti a loro modo speciali, unici.
Nella vita di tutti i giorni le azioni si ripetono, incanalandosi in routine che sembrano distrarre dalle esigenze interiori più nascoste e che presentano, a un certo punto, uno scarto dall'ordinario che conclude piccole storie di microcosmi umani. Eppure siamo tutti davanti a tutti, uguali a tanti, in storie comuni in cui riconoscersi è facile. 
Manzetti esplora i temi più vari dell’esistenza umana, narrando di un incontro fortuito su un treno di pendolari, che si vuol credere combinato dal destino e forse lo è, oppure di un amore che non muore, nonostante tutto, perché non si riesce a far andar via l’altro quando in fondo un equilibrio c’è. Oppure ancora di un gatto che diventa il lasciapassare per una nuova vita, l’unico motivo per ricominciare altrove; e poi del dolore silenzioso di Rieger, colto tipografo successivamente correttore di bozze e scopritore di talenti letterari, poi “invisibile” che vive nel mondo parallelo dei barboni, per caso o per scelta “tutti uguali davanti alla miseria”. 
In “Nascosti davanti a tutti” c’è il dolore muto che non emerge dai gesti quotidiani, ma esplode in un ultimo inaspettato ed eclatante gesto, perché a certe ingiustizie della vita, come è sopravvivere a un figlio, non si fa mai l’abitudine. E senza pensare alle sofferenze più tremende che possono attraversarci la vita, basterà volgere lo sguardo verso la ragazzina che decide di smettere con le lezioni di musica, perché un crack dentro ha spaccato tutto. 
Tra i tanti temi che l’A. indaga, c’è quello della riscoperta dei legami familiari, anche dove si pensa che siano scontati: un genitore anziano e solo, la gestione di un rapporto filiale a distanza che si distrae dalle necessità autentiche che un anziano può avere, prima tra tutte l’amore dei figli, più che l’assistenza nelle piccole pratiche quotidiane curate da una badante; sarà l’imprevisto a rendere la giusta dimensione a tutto e a fare recuperare il battito del cuore che si sintonizza tra una figlia e un padre sofferente, nel racconto “Mi batte il cuore di mio padre” che chiude la raccolta. 
In mezzo, ancora, i ritorni senza gloria a paesi abbandonati nel tempo dei sogni a venire, e i tradimenti lunghi anni, dove alla fine vince la realtà scelta per comodità e per mancanza di coraggio, e ancora quadretti familiari incapsulati in stanche routine –due pensionati, sposati da oltre cinquant’anni, stessa casa da sempre, vita immobile- salvo tardive recriminazioni («Mi hai sempre detto “andrà tutto bene, vedrai”. E dove siamo andati? Rispondimi!» dice lei a lui). 
Sono belli i racconti di Fabrizio Manzetti: vividi, sentiti, raccontati in una prosa piana, senza inutili virtuosismi, eppure con cenni di vera poesia, nelle descrizioni dei gesti e dei sentimenti. In queste sedici immagini ordinarie ci si specchia e ci si consola, riconoscendo il tratto delicato con cui l’Autore si è accostato alla vita qualunque di chiunque di noi. La raccolta partecipa al Premio Augusta: fino al 18 maggio è possibile votarla qui , quindi leggetela e cliccate!


Photo Elena Tamborrino




Nascosti davanti a tutti 
Autore: Fabrizio Manzetti 
Dati: 2016, 118 p., brossura 
Editore: Augh! (collana Frecce) 
Prezzo: € 12,00 
Giudizio su Goodreads: 3 stelline

mercoledì 18 gennaio 2017

"Vie d'uscita" di Rita Lopez

Ho odiato a morte il Libertà ma, 
mi colpisca un fulmine se non è vero, 
l’ho anche amato pazzamente 

Sono condensati in queste poche parole i sentimenti che legano Rita Lopez alla sua Bari, o meglio, al quartiere Libertà, ai margini del centro elegante della città, tra il mare e la stazione ferroviaria: un quartiere difficile, coacervo di umori che si annidano nella micro e macro criminalità, snodo di vicende che vedono convivere anime diverse, con destini variegati, con memorie, aspirazioni e sogni disperati.
Non solo: il Libertà, quel Libertà tanto odiato almeno quanto amato, nei racconti della Lopez è culla di una generazione divisa tra il passato, prepotente negli sguardi e nelle parole di nonni e genitori, e il presente, fatto di un'affermazione personale, lontana fisicamente dal luogo di origine, ma forte nei legami di sangue che superano le distanze e si completano con gli amici di oggi. 
Le memorie di bambina e di adolescente fanno da comune denominatore a tutte le sette storie che Rita racconta e nei ricordi c’è sempre un elemento che rappresenta la via di fuga, il modo per salvarsi l’esistenza e questo è la musica: di diverso genere, di diverse epoche, tutta la musica che Rita Lopez racconta, segna momenti e persone, consola, accompagna nella vita, aiuta a crescere. 
Forte è l’elemento autobiografico che riecheggia nella pianola elettrica del nonno, e prima ancora nella chitarra e nella tromba e nella fisarmonica che gli aveva sentito suonare, in quel “Selling England by the pound” dei Genesis mandato al massimo volume mentre si puliva il teatro parrocchiale dove “un esercito di adolescenti” avrebbe tenuto uno spettacolo tutto suo, nell’opera lirica al Petruzzelli con la zia Teresa che, in quelle serate al palco si svestiva della sua vita per indossare quella delle eroine del melodramma, trasfigurandosi in esse. E ancora in quel rock che, insieme al pane duro, era l’ingrediente principale delle giornate nella casa dello studente, a Roma. 
Ma non è solo ricordo della propria vita, dei momenti fatti di oggetti, persone, odori, sapori, rumori del quartiere, è anche il risuonare di altre storie, magari sentite da ragazzina, raccontate dai grandi: e allora conosciamo “Marianna della radio”, la vedova che lavora come operaia alla manifattura tabacchi e lì canta, anche se è proibito perché distrae; e ancora Davide, il figlio di Filippo che per colpa degli altiforni di Taranto ci stava rimettendo la vita e per fortuna suo figlio no, ché quello si era salvato con la musica, con lo studio. E infine Elettra e Sara, due compagne di scuola diverse per estrazione e vita, accomunate dal piacere della musica, Springsteen vs Bach, in uno scambio che è paura del confronto e gioia nel riconoscersi, in fondo, molto simili. 
Tutti i racconti di Rita Lopez, per quanto disuguali in alcune scelte tecniche –il racconto in prima persona o in terza persona; le epoche e le ambientazioni, non solo Bari ma anche Roma e Taranto- sono accomunati da uno stile ritmato, fatto di frasi brevi, anche brevissime e dal ricorso ad espedienti retorici, ad esempio la ripresa anaforica, che danno un andamento quasi sincopato ad alcuni passaggi e che fanno della prosa quasi poesia, oltre che l'uso del dialetto, da cui non si può prescindere. 
Un esordio che personalmente attendevo, conoscendo da tempo Rita e la sua scrittura, finora relegata nelle belle pagine del suo blog, Rita Lopez, Storie e altro (gli Dei. Gli eroi. Le donne egli uomini.) aperto forse un po’ per caso e sicuramente dietro insistenza di chi le diceva “sei pazza a scrivere le tue cose su Facebook e lasciarle a disposizione così, apri uno spazio tuo, solo tuo” e aspettava che qualcun altro si accorgesse di quanto è brava, ché certo sarebbe successo. Ed è successo. 
NB. Ho scritto questa recensione ascoltando questo
 
Photo HelenTambo on Instagram



Vie d’uscita 
Autore: Rita Lopez 
Dati: 2016, 88 p., brossura 
Editore: Florestano Edizioni 
Prezzo: € 10,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

venerdì 11 marzo 2016

#LeggoNobel: "Troppa felicità" di Alice Munro


Troppa felicità

Autore: Munro Alice
Traduttore: Basso Susanna
Dati: 2013, 327 p., brossura
Editore: Einaudi (collana Super ET; ed. 2011 nella collana Supercoralli)

"Ma non ti stanchi mai, Sally?
Non ti stanchi mai di essere intelligente?
Scusa, non posso star qui a parlare con te. Ho da fare."
("Buche-Profonde")

Quando Alice Munro ha vinto il Nobel per la Letteratura nel 2013 non avevo la minima idea di chi fosse, ma da allora ho cominciato a pensare che era il caso di leggere qualcosa di suo. L’occasione è arrivata con #LeggoNobel, anche se la scelta di “Troppa felicità” è stata poi abbastanza casuale, Valentina Accardi ed io non abbiamo proposto questa raccolta con particolare intenzione, si trattava di scegliere un titolo o un altro e forse questo ci ha attirato più di altri.
Photo HelenTambo on Instagram
Si tratta di una raccolta di racconti in cui la ‘normalità’ mostra tutti i limiti dell’essere normalità, dove la banalità di esistenze comuni nasconde l’eccezionalità dei casi. In tutti i racconti c’è un fondo di male e di cattiveria che si nascondono in azioni piccole e ordinarie.
Il primo racconto, “Dimensioni” è quello che più mi ha colpito, forse perché quando l'ho letto ero reduce da un incontro pubblico con la psicoterapeuta Maura Vitale che parlava di dipendenze affettive: Doree a nemmeno diciassette anni si sposa con Lloyd, molto più grande di lei, inserviente nell’ospedale dove si trova ricoverata sua madre. L’evidente bisogno di affetto della ragazza sarà il motivo per cui l’improbabile coppia mette su famiglia: tre figli uno dietro l’altro e una vita sempre più isolata, con la gelosia malata di Lloyd che impedisce a Doree e ai loro bambini una vita ‘normale’, appunto, fino ad un tragico epilogo che mi ha ricordato un caso di cronaca ormai lontano nel tempo, ma che ancora mette i brividi (era il 1994, nelle campagne di Cerveteri: googlare Tullio Brigida). Anche senza arrivare a conseguenze estreme, il tema della violenza psicologica in famiglia è purtroppo di terribile attualità.
Mi è piaciuto molto anche “Bambinate” -di cui non vi dico nulla perchè è un racconto che va scoperto dalla prima scena all'ultima- perchè mette in luce quella realtà cattiva, anzi malvagia, che spesso è presente dove meno ci si aspetta che ci sia, cioè nei bambini, che tendiamo sempre a vedere come creature innocenti, mentre invece spesso sono proprio quegli insospettabili dove il male è insito e banale.
L'ultimo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, si discosta dagli altri, intanto per la lunghezza e poi perché si ispira a una storia vera, quella di Sof'ja Kovalevskaja, matematica, attivista e scrittrice russa, prima donna in Europa ad ottenere una cattedra universitaria, vissuta nella seconda metà dell’Ottocento. La Munro racconta nella nota di ringraziamenti come per caso è arrivata a sapere dell’esistenza della scienziata russa e come, dopo aver letto il libro "Little Sparrow: A Portrait of Sophia Kovalevsky" di Don H. Kennedy, ha deciso di scrivere il racconto “Too much happiness”, pubblicato poi nel libro omonimo pubblicato nel 2009 (in Italia da Einaudi nel 2011). Il racconto ripercorre gli ultimi giorni di vita della Kovalevskaja, ricco di riflessioni sul presente e sul passato che la Munro ha potuto ‘ricostruire’ a partire da varie fonti documentarie alle quali ha avuto accesso tramite Nina, lontana discendente della Kovalevskaja e moglie di Don H. Kennedy.
Il filo rosso che congiunge tutti i racconti è la sensazione di distorsione della realtà, come qualcosa che sfugge dai binari e si propone in termini di deviazione, con un rumore di fondo amaro che disturba e allo stesso attira.
Credo che Alice Munro meriti ulteriore attenzione: un reset del mio tablet e un problema con il mio Acrobat ID ha fatto sì che si perdessero tutti i suoi ebook che avevo acquistato nel tempo, ma conto di recuperarli per poter approfondire la conoscenza con questa importante scrittrice.

mercoledì 3 febbraio 2016

#LeggoNobel: "Il Libro della Giungla" di Rudyard Kipling


Il libro della giungla

Autore: Kipling Rudyard
Curatore: Pieroni P.
Dati: 2009, 232 p., brossura
Editore: Einaudi Ragazzi (collana Storie e rime)

Fortunatamente la Legge della Jungla
gli aveva insegnato a sapersi dominare,
poiché nella jungla la vita e il nutrimento
dipendono dal sapersi dominare.

Se si cita il Libro della Giungla, il pensiero quasi meccanicamente va a Mowgli, il cucciolo d’uomo allevato dai lupi nella giungla indiana. L’associazione di idee è certamente merito (o colpa?) della versione disneyana in cartoni animati (il film è del 1967) dei primi tre racconti del libro di Rudyard Kipling, quelli che hanno appunto Mowgli come personaggio principale. In realtà Kipling pubblicò tra il 1893 e il 1894 una raccolta di sette racconti più la parade-song di tutti gli animali (celebri canzoni e filastrocche dell'epoca), dei quali i più popolari sono forse quelli che narrano le avventure di Mowgli e della mangusta Rikki-Rikki-Tavi, e solo nel 1895, pubblicando “Il secondo libro della giungla”, tornò a raccontare del cucciolo d’uomo. Potremmo dunque dire che in generale l’opera forse più famosa di Kipling è non un libro su un bambino allevato da un branco di lupi, ma un libro sugli animali e sui valori che il loro mondo può suggerire agli umani, che a volte ne sono mancanti.
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Dalla lettura di questi racconti emerge forte la profonda conoscenza che Kipling aveva dell’India, dove era nato e dove ha trascorso i primi anni di vita, per poi farvi ritorno da giovane adulto per svolgere la professione di giornalista. L’Autore ci accompagna nella Natura, cogliendone gli aspetti più misteriosi, impenetrabili e selvaggi, personificando allo stesso tempo gli animali, che -ragionanti e umanizzati- rivestono nella narrazione ruoli sociali ben precisi; e così incontriamo il saggio orso Baloo, che si occupa dell’educazione dei cuccioli della giungla, Mowgli compreso, la forte e coraggiosa pantera Bagheera, che prende sotto la sua particolare protezione il cucciolo d’uomo, Mamma Lupa, che difende l’idea di maternità oltre la specie animale e ama profondamente il bambino che, abbandonato nella giungla, sceglie di curare e crescere insieme ai suoi lupetti. E ancora Shere Khan, la tigre prepotente che odia Mowgli, e il pitone delle rocce Kaa, leale e gentile, fedele amico del cucciolo d’uomo, e quindi Akela, il capobranco dei lupi di Seeonee, la famiglia di Mowgli.
Oltre ai personaggi di cui facciamo la conoscenza nei primi tre racconti delle avventure del cucciolo d’uomo (che per legge naturale farà ritorno tra gli uomini), anche gli altri racconti ci svelano un mondo prezioso che è ovunque, anche tra le gelide acque del mare di Bering, dove assistiamo alla legge che regola la vita e la morte delle foche e dei loro cuccioli, preda degli umani senza cuore che li cacciano per ottenere le loro pelli pregiate.
I valori trasmessi da Kipling e dagli animali che li rappresentano, così forti e così irrinunciabili, sono stati accolti dalla tradizione scout, tanto che la fascia d’età più giovane degli scout, i lupetti, adottano le ambientazioni del Libro della giungla come sfondo per le proprie attività. L’orgoglio con cui gli animali proclamano le proprie caratteristiche, nella “Canzone di parata di tutti gli animali del campo” alla fine del libro, è esemplificativo di uno spirito di corpo ben rappresentato dallo scoutismo.
Molte sono le edizioni che si possono reperire de “Il Libro della giungla”, anche se la scheda in apertura si riferisce all’edizione Einaudi Ragazzi, che è quella consigliata da #LeggoNobel; in realtà io ho letto una vecchissima edizione Mursia (collana I Corticelli) tradotta da Umberto Pittola per la prima edizione italiana del 1928 (la mia è la tredicesima edizione del 1969): nonostante la distanza temporale dalla traduzione, la lettura è scorrevole, distesa e piacevole, mancando qualsiasi sensazione di arcaismo lessicale.
Chi pensa che “Il Libro della giungla” sia un libro per bambini, sbaglia. Sappiatelo.

martedì 19 gennaio 2016

Ultima lettura: "Prima di sposarti ero molto più in forma" di Ring Lardner


Prima di sposarti ero molto più in forma

Autore: Lardner Ring
Traduttore: Mutti Cecilia
Dati: 2011, 87 p., brossura
Editore: Mattioli 1885 (collana Experience Light)

La camera è meravigliosa e si affaccia proprio sul mare,
 che è meraviglioso, con tutte quelle sfumature di verde e azzurro e lilla
 che fanno venir voglia di dipingere, tanto sono meravigliose.

Il matrimonio è la tomba dell'amore, sempre che questo sia stato il presupposto del matrimonio stesso. Questa è la conferma di un luogo comune forse abusato, ma in qualche modo vero, almeno questa è la conclusione cui si giunge leggendo i divertenti racconti di Ring Lardner (1885 –1933), commentatore sportivo e scrittore di racconti statunitense, famoso per il suo umorismo e le sue satire frizzanti sulla vita matrimoniale, sul mondo dello sport e sul teatro.
Tra i racconti che Lardner ha scritto sul matrimonio, l’editore Mattioli 1885 ne ha scelti tre, deliziosamente perfidi, che declinano in modo diverso la vita di tre coppie. La prima si ritrova a festeggiare le nozze d’oro a St. Petersburg, la Palm Beach dei poveri, in quella che dovrebbe essere una seconda luna di miele; la voce narrante è quella del marito che descrive minuziosamente (e anche ironicamente) il soggiorno nella località balneare tra partite a scacchi e a carte con coppie coetanee, ciascuna con i propri tic e manie. Il rapporto tra marito e moglie è come un minuetto, fatto di dialoghi in cui la confidenza concede spazio al motteggio, alle battute spiritose di lui e alle risate di lei. Anche le situazioni più sgradevoli sono stemperate dalla bonaria ironia dei due coniugi, e fanno emergere di contro le permalosità e l’orgoglio dei loro ospiti.
Il secondo racconto ha forma epistolare: in una serie di lettere che la giovane Irma, in viaggio di nozze alle Bahamas con il marito Bob, scrive all’amica Esther, si narra di luoghi paradisiaci e di uno sposo innamorato e premuroso. Ma quando tre anni dopo i due tornano a Nassau, Bob non dimostra più tanta cura verso la moglie, nonostante lei si ostini a minimizzare la situazione nelle lettere che continua a scrivere all’amica.
Il terzo racconto vede la giovane signora Taylor, che dopo nove anni di matrimonio è rassegnata a un legame noioso e ripetitivo, caratterizzato dalla quotidiana lettura a voce alta del Milton Daily Star, da parte del marito.
Le tre storie sono ambientate nell’America degli anni Trenta, gli anni del proibizionismo, della crisi economica e della piccola borghesia che, pur avendo perso alcune delle sue sicurezze, è poco incline ad accogliere i cambiamenti, continuando ad essere ostinatamente aggrappata a consuetudini familiari confortanti.
Impossibile, leggendo Lardner e visualizzando i personaggi delle sue storie, non sorridere: il tono è leggero e allo stesso tempo raffinatamente ironico, nelle parole che lo scrittore mette in bocca a Lucy e Charley, a Irma che scrive a Esther, all’arguta signora Taylor che commenta i comportamenti di quell’ottuso del marito.
Photo HelenTambo on Instagram
Un’ultima osservazione la riservo all’editore. I libri della collana Experience Light, pubblicati da Mattioli 1885 -azienda che si occupa di formazione, di eventi congressuali e di comunicazione in ambito scientifico, e che dal 2004 ha deciso di aprirsi alla narrativa, pubblicando alcuni grandi classici della letteratura americana e inglese-, sono piccoli gioielli: copertine cartonate in colori pastello, angoli delle pagine stondati, carta di pregio. Un po’ costosi, ma il prezzo è giustificato dalla qualità non solo dei contenuti, ma anche della forma esteriore.

giovedì 4 giugno 2015

Ultima lettura: "Basta poco per sentirsi soli" di Grazia Cherchi


Basta poco per sentirsi soli

Autore: Cherchi Grazia
Dati: 1986, 84 p., brossura
Editore: Tringale Editore (collana Quaderni di Letteratura) distribuzione Garzanti

«Tutti in Italia credono di saper scrivere un libro.
Ogni vita è un romanzo: mai espressione
è stata presa così alla lettera», dice Lucio guardandolo uscire

Nell’agosto di vent’anni fa, precisamente il 22 agosto 1995, moriva Grazia Cherchi, forse la più importante e influente editor che il mondo della letteratura italiana della seconda metà del Novecento abbia potuto conoscere. Di lei non sapevo nulla, perché sempre troppo poco si sa del lavoro ‘invisibile’ che si fa dietro le quinte di un successo letterario; a rendermela nota e a farmene sentire la mancanza, quando ormai era troppo tardi, è stato l’articolo di Gianni Riotta sul Corriere della Sera del 23 agosto 1995 Addio a Grazia Cherchi, signora ribelle della letteratura e in particolare le ultime frasi, che cito: “Cari lettori, da ora in poi leggerete libri più brutti. Abbiamo perduto la generosità e l'intelligenza della Grazia”.

Photo Elena Tamborrino

Da allora mi è venuta una specie di ossessione, avrei voluto leggere di più su di lei, conoscerla meglio, cercare i suoi libri (sì, perché la Cherchi è stata anche una scrittrice –anche fantasma per alcuni blasonati narratori-, oltre che la fondatrice della rivista di critica letteraria “Quaderni Piacentini”, la curatrice editoriale di Rizzoli, Mondadori e Feltrinelli, e la giornalista per Panorama, dove curava la rubrica di anticipazioni editoriali Vistosistampi) e in particolare questo “Basta poco per sentirsi soli”, che le parole di Riotta mi rendevano irresistibile. Se è stato relativamente facile trovare “Scompartimento per lettori taciturni” edito da Feltrinelli nel 1997, l’impresa di procurarmi il titolo che più desideravo si è rivelata per anni impossibile.
La storia editoriale di questo volumetto è complicata, sembra. Pubblicato la prima volta dall’editore Tringale di Catania, distribuito da Garzanti, è stato poi ripubblicato da E/O nella collana Dal mondo, ma attualmente non è più in catalogo e risulta da anni introvabile. Io l’ho fortunosamente e fortunatamente trovato nella sua prima edizione, ingiallita e usurata, su eBay, piattaforma web di e-commerce. E lo considero una specie di reliquia.
Si tratta di dodici brevi racconti in cui l’Autrice racconta i guasti e i capricci del mondo degli scrittori, soprattutto di quelli che si sentono tali («Hai notato che adesso scrivono soprattutto i non addetti ai lavori?» dico chiedendo un caffè. «Nell’ultimo mese ho letto romanzi di un giudice, un medico, due avvocati, un sociologo…» p. 63) e pone attenzione soprattutto alla distrazione con cui le persone spesso si relazionano tra loro, troppo poco abituate all’ascolto e sempre più autoreferenziali.


Ci sono pagine deliziosamente pungenti, in particolare il racconto “L’intervista” in cui la Cherchi sbeffeggia con garbo i molti giornalisti che “i loro pezzi li fanno soprattutto al telefono” e che si rivolgono al cosiddetto esperto del settore o a personaggi à la page pronti a rispondere a qualsiasi domanda, anche la meno pertinente, per improbabili e spesso inutili interviste. Con graffiante ironia afferma che “capita spesso che i giornalisti siano in possesso solo di vaghe informazioni sull’argomento di cui devono occuparsi. Per il resto si affidano all’estro del momento e alla collaborazione dell’intervistato”. Oggi molti ricorrono al web per documentarsi, quando la Cherchi scriveva queste pagine il villaggio globale era ancora lontano, eppure tutti i suoi racconti sono vividi e raccontano le persone e i loro atteggiamenti, tra ambizioni, tic e paranoie, come se fossero di oggi.
E proprio a questo proposito, mi sono chiesta cosa penserebbe oggi Grazia Cherchi dell’autopubblicazione selvaggia, dell’editoria in rete, di quella a pagamento. E cosa penserebbe dei tanti editori che oggi rinunciano al rigoroso lavoro di revisione dei manoscritti, riducendosi a fare gli stampatori? E cosa dei bookblogger? Per i primi credo proverebbe molta irritazione, ai secondi forse guarderebbe con un mezzo sorriso, ma non se ne farebbe accorgere, almeno non molto.
Insomma, “Basta poco per sentirsi soli” è una rarità che farebbe bene leggere a tanti fanfaroni del mondo dell'editoria, della scrittura e della critica letteraria (che però notoriamente sono allergici ai bagni di umiltà e si prendono troppo sul serio).
Ce ne fossero ancora di Grazia Cherchi a liberarci da sedicenti scrittori, sedicenti editori, sedicenti giornalisti e sedicenti critici letterari! Mi sono fatta un regalo incommensurabile leggendo questo libretto, che purtroppo è ormai introvabile.
Andrebbe ristampato, chissà che l'ultimo editore E/O non ci pensi. Intanto io sono contenta di aver rincorso per anni questo libro, di averlo atteso e cercato senza sosta, parlandone a chiunque con la speranza che altri lo conoscessero e mi potessero fornire qualche notizia sul suo destino editoriale, finché non sono riuscita ad averlo. Lo considero prezioso, da rileggere ogni volta che avrò voglia di distaccarmi dalle umane miserie (cosa che mi succede sempre più spesso, sarà che con l’età aumenta il grado di intolleranza verso la mediocrità, molto spesso coniugata alla supponenza).
Mi piace chiudere con la poesia che uno degli scrittori che Grazia Cherchi ‘curava’, Stefano Benni, le ha dedicato:
Grazia ha telefonato:
"Finalmente mi hai mandato
un vero romanzo
asciutto e stringato".
Grazia, da mesi di dirtelo tento,
era la lettera di accompagnamento

giovedì 30 aprile 2015

Ultima lettura: "Sillabari" di Goffredo Parise (#Sillabari)


Sillabari

Autore: Parise Goffredo
Dati: 2009, 359 p., brossura; ePub con DRM 831,9 KB
Editore: Adelphi (collana Gli Adelphi)

La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei,
 non quando vogliamo noi e non ha discendenti.
 Mi dispiace, ma è così.
Un poco come la vita, soprattutto come l’amore.

Il libro che ho finito di leggere oggi, dopo la maratona con gli amici Erika Pucci (@erykaluna), Alessandro Pigoni (@Ale_Pig) e il BOT @TwSillabari che con me hanno pensato di proporne la lettura alla comunità di @TwLetteratura su Twitter, in origine erano due volumi, “Sillabario n.1” (Einaudi 1972) e “Sillabario n. 2” (Mondadori 1984, vincitore del Premio Strega di quell’anno); solo in seguito sono stati riuniti nell’unico volume, “Sillabari” (Mondadori 1984; Adelphi 2004 e 2009, ora anche in formato digitale).
Photo HelenTambo on Instagram
Non conoscevo Goffredo Parise finché non ho letto “Il prete bello”, un paio di anni fa. E mi aveva colpito per quel suo modo di raccontare la provincia italiana, i vezzi e i vizi, la vanità e la varia umanità. Poi, del tutto per caso, mi è capitato di acquistare “Sillabari” (prima in ebook e poi in cartaceo, perché spesso mi succede, se un libro mi piace molto e lo considero irrinunciabile proprio come oggetto da possedere, al di là della temuta precarietà di un formato che potrei perdere per un mero problema tecnico) e mi è piaciuta immediatamente la dichiarazione dello stesso autore, il quale, volendo scrivere dei racconti dedicati ai sentimenti umani “così labili”, procedendo dalla A alla Z, nelle avvertenze affermava di essersi dovuto arrendere alla poesia che lo aveva abbandonato, arrivato alla lettera S della sua rassegna. Mi ha attirato questa dichiarazione di impotenza davanti ad un’ispirazione che se n’era andata così come era venuta. Quasi paradossalmente proprio “Sillabari”, interrotto malgrado le intenzioni del suo Autore, è considerato il vero capolavoro di Goffredo Parise: una raccolta quindi di brevi racconti (cinquantaquattro), da ciascuno dei quali emerge la visione e l’interpretazione di sentimenti umani o di ciò che li provoca e sollecita.
Mi sembrava che potesse essere interessante riscoprire e far riscoprire questo scrittore, forse un po’ trascurato, quasi dimenticato, che tanto mi aveva incuriosito e attirato.
Da questa attrazione all’idea di leggerlo e ‘riscriverlo’ condividendo su Twitter le emozioni e le suggestioni che dalla lettura mi aspettavo di ricevere, il passo è stato breve.
Ma cosa ho trovato in questi “Sillabari”? Intanto gli odori: tra tutti i sensi, l’olfatto è quello che Parise utilizza più di tutti per far percepire situazioni, persone, ambienti e luoghi. I rimandi sinestetici in realtà sono continui, gli odori si fanno colori e i colori suoni: i sentimenti, le reazioni emotive di uomini e donne comuni, ordinari, si fanno eccezionali nelle loro manifestazioni sensoriali. Nei racconti di Parise ci sono animali e città, ci sono gli aspetti sgradevoli della natura umana e la poesia pura. Il tono è struggente, una specie di tristezza si infonde nell’animo del lettore, ma questa malinconia spesso trascende e diventa dolore, e anche fastidio e irritazione. C’è, nei racconti di Parise, violenza e tenerezza, che alternativamente si lasciano il passo, si trasmettono parola, si passano il turno: perché gli uomini sono cattivi e anche buoni. Perchè gli uomini hanno paura e coraggio. Perché gli uomini sono preda di furia e abbandono.
Dei #Sillabari su Twitter, queste sono le raccolte in tweetbook:
A-B; C-F; G-L; M-O; P; R-S

sabato 16 agosto 2014

Sul comodino: "Sono l'ultimo a scendere e altre storie credibili" di Giulio Mozzi


Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili)

Autore: Mozzi Giulio
Dati: 2013, ePub con DRM 1,2 MB
Editore: Laurana Editore

«Non posso rispondere», dico.
«Come, prego?», dice Sonia.
«Non posso rispondere», ripeto. «Non mi aspettavo che la domanda fosse questa.»
«La vita pone spesso domande inaspettate», dice Sonia.
«Sono d’accordo», dico. «Potrei ripartire dalla domanda precedente?»
«Nella vita non si torna mai indietro», dice Sonia.
«Ho capito», dico. «Ma questo è un questionario».
«I questionari fanno parte della vita», dice Sonia,
 «e pertanto sono soggetti alle stesse leggi che determinano la vita.»

Mettiamola così: c’è un omino (in realtà non so se è un omino) che vive a Padova, non ha la patente e si muove esclusivamente a piedi o con i mezzi pubblici. Precisamente quasi ogni giorno prende il treno per andare a Milano, dove lavora, o comunque per andare ovunque il suo lavoro lo porti. Nella vita per l’appunto fa un lavoro non facile da spiegare, anzi non facile da capire. Cioè, non è che fa l’autista di tram, che di sicuro guida i tram, o il capotreno, che io non so bene cosa faccia ma è un problema solo mio, perché sicuramente ha delle mansioni ben precise, che però io non conosco (lo dice la parola stessa ‘capotreno’: non può che fare cose precise). Infatti, fa il consulente esterno per una casa editrice, il lettore di professione, e fa anche lo scrittore.
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Sarà forse per questo che gli capitano incontri bizzarri, intendo dire che la sua capacità di osservazione e di narrazione di ciò che quotidianamente gli accade, fa assumere alla sua vita -e a quella delle persone che incrocia- un’aura di stravaganza che fa sembrare surreale anche ciò che è ordinario. Quindi sembra che capitino a lui in particolare degli incontri bizzarri; invece forse ne facciamo tutti, solo che normalmente noi comuni mortali -non dotati di grandi capacità di riflessione e probabilmente con scarsa attitudine a cogliere il comico nell’ordinario- ci arrabbiamo, invece di sorridere stralunati.
Diligentemente l’omino, che risponde al nome di Giulio Mozzi, ha annotato per anni ciò che gli succedeva, prevalentemente in treno o a casa mentre lavorava, gli incontri e i dialoghi, e per un po’ ha fatto viaggiare in rete questi piccoli racconti; continuo a pensarlo così, l’omino, una specie di Marcovaldo dei nostri giorni, anche se non fa il magazziniere, ma del personaggio di Calvino mantiene lo stesso sguardo ingenuo e stupito, anche se qui è quasi una forma di cinismo a essere travestita da ingenuità, come si evince soprattutto dai dialoghi, con il risultato di una comicità apparentemente involontaria.
Anche gli episodi più comuni, trasferiti su carta e riportati nei più banali particolari, nelle parole dei dialoghi scrupolosamente riportate, fanno pensare a te, lettore, che la gente è pazza. Non Giulio Mozzi, la gente. Anzi, laggente.
Seriamente: dopo aver viaggiato per il web in forma di diario tenuto tra il
2003 e il 2008, una selezione di questi racconti è stata successivamente raccolta e pubblicata nel 2009 da Mondadori. Questa che sto leggendo è l'edizione di Laurana Editore del 2013 (nuova edizione con dieci capitoli inediti e con un rendiconto dell'accoglienza critica in appendice), dopo che la giacenza dell’edizione Mondadori del 2009, dal 1° giugno 2012 è stata mandata al macero, una volta tolta dal catalogo. Da qui, l'interessamento di Laurana e la ripubblicazione, solo in edizione digitale. In realtà il libro edito da Mondadori si trova ancora su IBS nella sezione outlet con il 50% di sconto (ma non era andata al macero?). Oggi è acquistabile solo su BookRepublic anche da qui.
Sono brevi scorci di vita, in cui prevalgono le descrizioni minuziose delle persone che li attraversano (volti, abbigliamento, atteggiamenti) e i dialoghi fatti di ostinate reiterazioni di difetti di comunicazione, dovuti a incomprensione: le persone si parlano ma non si comprendono, perché vanno oltre le parole, emettono intenzioni più che enunciati e se dall’altra parte c’è chi, come il nostro omino Giulio Mozzi, si limita a decodificare il messaggio e a rispondere adeguatamente, si generano gli equivoci più assurdi che si concludono sempre con la rinuncia da parte di quello che si sente incompreso, mentre in realtà non si è spiegato. Abbandoni di campo che alla fine fanno riflettere proprio su questo, su quanto sia difficile dirsi le cose più semplici, troppo abituati a complicare anche il pane.
Sul piano dello stile, ho notato un piccolo vezzo morfosintattico, almeno io lo considero una pratica vezzosa: l’accordo del participio passato con l’oggetto in sintagmi ricorrenti del tipo “ho detta una cosa”, “ho cercata la compagnia”. Come sostiene Gerhard Rohlfs[1], in origine, secondo il modello DOMUS CONSTRUCTAM HABEO (ho costruito una casa/ho una casa costruita), il participio si accordava con il relativo oggetto, così anche nell’italiano antico (come attestato nel Novellino «a rifiutata la nobile cittade», in Dante e in Boccaccio) e successivamente in scrittori moderni che si sono mantenuti in parte fedeli a questa regola. La carta 1145 dell’AIS[2] “hai venduto le uova” mostra la prevalenza di venduto nella Toscana meridionale e vendute a Pisa e nella provincia di Firenze.
Con il passare del tempo però il participio si è come fossilizzato e, perdendosi la coscienza del significato originario, l’accordo del participio non fu più strettamente osservato, come rileva anche Luca Serianni[3], che riporta esempi da Pirandello, Deledda, Carlo Levi, Tomasi di Lampedusa e afferma che se anche “l’uso più tradizionale sembra essere stato quello di accordare il participio con il complemento oggetto”, la tendenza attuale è quella di lasciare inalterato il participio, sia pure con attestazioni diffuse di casi di accordo (eccezioni che confermano la norma derivata dall’uso).
Mozzi è un virtuoso del participio. Mi piace, anche se non lo emulerei mai, non adusa a preziosismi sintattici.
Per tornare ai contenuti: leggete “Sono l’ultimo a scendere”, salite sui treni con Giulio Mozzi, sperando di non incontrare l’uomo dal culo enorme, cercate di sedervi ai posti che avrete prenotato e che troverete spesso occupati, ascoltate le sue telefonate e i discorsi che lui fa con laggente. Non sono surreali, sono iperrealistici. Il sorriso non vi abbandonerà un momento.

«Vada in libreria», dico. «Se lei è un poeta emiliano vada a Bologna, a Modena, in una libreria Feltrinelli. Guardi lo scaffale di poesia, veda che case editrici ci sono».
«Lei dice?», sussurra la voce, ora più incerta.
«Dico, dico», dico. «Lei va spesso in libreria?»
«No», sussurra la voce.
«Lei legge molto?», dico.
«No», sussurra la voce. «Io scrivo, non leggo».
«Quindi lei non legge gli altri poeti italiani», dico.
«In che senso?», sussurra la voce.
«Lei ha letto Zanzotto?», dico.
«No», sussurra la voce.
«E Caproni?», dico.
«No», sussurra la voce.
«E Giudici, Luzi, D’Elia, Riccardi, Dal Bianco, Rondoni, Albinati, li ha letti?», dico.
«Mai sentiti nominare», sussurra la voce.
«Bene», dico. E poi sto zitto.
Sta zitto anche lui.
«Lei dice che dovrei leggerli?», sussurra la voce.
«No», dico. «Dico che se lei non si degna di leggere, non vedo perché qualcuno dovrebbe leggere lei».


[1] G. Rohlfs, Grammatica storia dell’italiano e dei suoi dialetti, Einaudi, Torino 1969, vol III, §725
[2] K. Jaberg-J.Jud, Atlante linguistico ed etnografico dell'Italia e della Svizzera meridionale, ediz. italiana a c di G. Sanga, Unicopli, Milano 1987 (ediz originale Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, 1928-1940)
[3] L. Serianni, Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria, UTET, Torino 1989, XI, §367