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domenica 2 aprile 2017

"Quando Teresa si arrabbiò con Dio" di Alejandro Jodorowsky

“A-les-san-dro Jo-do-row-sky, per colpa tua siamo dove siamo. 
La follia del Rabbi ci ha condotti alla miseria. 
Qui i consigli del tuo fantasma non valgono niente. 
E io non voglio che continuiamo a vivere come parassiti della colonia ebraica. 
Il passato è passato! Mondo nuovo, vita nuova! 
È l’ultima volta che accetto l’aiuto del mostro. 
Ci schiereremo come vuoi, e saliremo sul colle. 
Vediamo se lassù l’Altissima Canaglia ci dà l’aiuto di cui abbiamo bisogno
in cambio di mezzo copeco. ma ti giuro che se non succede niente 
ti lascio Giacomo e Beniamino, prendo le bambine 
e andiamo in una taverna del porto a fare le puttane per il resto dei nostri giorni!” 

A questo romanzo che mi ha accompagnato per una ventina di giorni non posso che dedicare un post brevissimo, non perché non abbia nulla da dire su questa storia incredibile, ma perché non so proprio da che parte iniziare a parlarne, sentendo forte invece la necessità di comunicare coram populo tutto il mio entusiasmo per la fantasmagorica, surreale epopea familiare che Alejandro Jodorowsky ha immaginato, a partire dall'origine del suo albero genealogico. 
Lo stesso Jodorowsky - artista versatile, direttore di teatro, regista e autore di pièce teatrali, romanzi e film, fumettista, attore, mimo, clown e marionettista- avverte che "Tutti i personaggi, luoghi ed eventi sono reali. Ma questa realtà è trasformata ed esaltata fino a trasformarsi in mito. Il nostro albero genealogico da un lato è un recinto che limita i nostri pensieri, emozioni, desideri e vita materiale, ma dall'altro è il tesoro che racchiude la maggior parte dei nostri valori"; tuttavia un forte ruolo nel racconto della storia dei Prullansky-Jodorowsky, lo svolge la fantasia irrefrenabile dell’Autore, capace di trasfigurare l’atto della lettura in un momento di assoluta estraniazione, per un pubblico che resta tramortito da tanta vitalità. 
Comica, dissacrante, emozionante e commovente, la lettura di questa saga familiare, popolata da personaggi indimenticabili, mitici, bizzarri e tragici, fa attraversare al lettore tutti i sentimenti possibili, dalla repulsione alla partecipazione, dal divertimento alla meraviglia. 
Per me si è trattato di una scoperta, per cui devo un grazie enorme alla mia amica Carla che a Natale mi ha regalato questo volume, ormai alla diciassettesima edizione in Italia (è stato pubblicato la prima volta nel 1992, in Italia nel 1996): all’inizio ho avuto la sensazione di trovarmi in una nuova Macondo, mi risuonava lo stile di García Márquez respirato in “Cent’anni di solitudine”, ma subito mi sono resa conto che con Jodorowsky non si trattava solo di entrare in un mondo sospeso tra mito e fiaba, ma di salire su un’altalena o di farsi sbatacchiare dalle fruste di un frullatore a immersione. 
Qui c’è tutto: l’interesse, la scaltrezza, la passione, il sesso raccontato senza tabù e con una generosa dose di allegria, l’amore, il desiderio, il sogno, il senso di appartenenza, la mancanza di scrupoli, la pietà, la vita e la morte. 
Una lettura estrema e totalizzante che raccomando fortemente a chi ama le atmosfere oniriche, sperando che il mio trasporto risulti contagioso, consapevole che molto si deve al traduttore, Gianni Guadalupi, per il quale non sarà stata semplice la mimesi dell’arte di Jodorowsky. 
 
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Quando Teresa si arrabbiò con Dio 
Autore: Alejandro Jodorowsky 
Traduttore: Gianni Guadalupi 
Dati: 2013, 331 p., brossura 
Editore: Feltrinelli (collana Universale economica) 
Prezzo: € 9,90 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

mercoledì 22 marzo 2017

"La vegetariana" di Han Kang

«Forse questo è tutto una specie di sogno» 

È proprio un sogno a dare inizio e fine a questo dramma in tre atti, che vede al centro la vicenda di Yeong-hye, la sua caduta nell’abisso dell’autodistruzione che comincia con il rifiuto di mangiare carne a seguito di una visione di sangue, in un bosco oscuro, con le foglie aguzze sugli alberi e i piedi scalzi e feriti. 
Sembra una stranezza innocua, magari transitoria, non più grave del rifiuto di indossare il reggiseno. Invece diventa una scelta integralista, che il marito di Yeong-hye racconta in prima persona in “La vegetariana” titolo della prima parte e di tutto il romanzo, non nascondendo lo sconcerto e l’irritazione per i comportamenti di questa moglie insignificante e ostinata: quella del marito della giovane è una stizza che lievita e che è supportata dalla famiglia di lei, in particolare dal padre, che tenta di affermare la sua autorità tra preoccupazione genitoriale e reazioni violente di fronte al categorico rifiuto della figlia di mangiare carne. Yeong-hye intende far rispettare a tutti quelli che la circondano la sua scelta verso il vegetarianesimo, a costo di allontanarsi da tutti. 
Nel secondo atto, intitolato “La macchia mongolica”, la parola passa al cognato della vegetariana: l’uomo, sposato con la sorella maggiore di Yeong-hye, è un artista che attraversa un periodo di inattività, risvegliato dall’ispirazione che gli viene dalla vista sul corpo di Yeong-hye di una macchia mongolica, detta anche "macchia blu della Mongolia", una voglia di colore bluastro che in genere compare nella zona lombosacrale: quella macchia diventa pistillo di un fiore che l’uomo disegnerà sul corpo nudo della cognata, facendo di lei un’istallazione vivente. Nello stesso tempo l’uomo subisce una forma di attrazione fatale per la donna, che appare ai suoi occhi profondamente diversa da come la descrive il marito, ormai ex. I due parlano un linguaggio loro, veicolato dalla body art, che li vede uniti in amplessi famelici, quando anche l’uomo si sarà fatto dipingere il corpo per potersi unire a lei. 
La terza parte, “Fiamme verdi”, alla quale si arriva con il precipitare degli eventi narrati nella seconda parte, ha come voce narrante quella di In-hye, la sorella della protagonista, che si fa carico, con rassegnazione, della malattia psichiatrica che ormai ha ridotto Yeong-hye a un vegetale, convinto di poter essere una pianta che ha bisogno dell’acqua e di null’altro. 
Immagini crude accompagnano il racconto di In-hye, in un crescendo di disperazione che stringe il lettore in una spirale di dolore per cui è impossibile restare indifferenti. 
L’Autrice seziona i legami familiari, che sembrano all’origine del malessere della vegetariana, che soffre della brutalità del mondo, quella durezza che consiste anche nell’autoritarismo del padre e nell’indifferenza del marito. La protagonista passa dalla presa di coscienza della natura umana, istintivamente violenta e sanguigna, al volersi estraniare fino a diventare pianta e aria, inconsistente e senza sangue, attraverso il rifiuto della carne, fino a qualunque tipo di cibo, in un vortice devastante. 
È un libro molto duro, che tratta un argomento che Han Kang aveva già iniziato a esplorare nel 1997 in una storia, “Il frutto della mia donna”, che racconta di una donna che si trasforma in una pianta di cui il marito sceglie di prendersi cura: sentendo di non aver esaurito il tema, l’Autrice lo affronta nuovamente con questo romanzo, uscito in Corea nel 2007 e pubblicato lo scorso anno da Adelphi, in Italia, tornando alla ribalta come caso letterario, insignito del Man Booker International Prize per la narrativa 2016. 
Lo stile di Han Kang è lineare, ricco di dialoghi e descrizioni. A parlare, anche dei propri pensieri in lunghe sequenze introspettive, sono i personaggi che circondano la protagonista, la cui voce è riservata alle parti in corsivo nel primo atto, in cui Yeong-hye parla delle circostanze in cui le sue scelte -che appaiono alla sua famiglia tanto stravaganti- sono maturate, dei sogni angosciosi, della sua incapacità di comprendere l’incapacità di comprendere del marito. 
Per conoscere meglio l’Autrice e la storia di questo romanzo, consiglio questa videointervista dal portale letteratura.rai.it.  


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La vegetariana 
Autore: Han Kang 
Traduttore: Milena Zemira Ciccimarra 
Dati: 2016, 177 p., brossura 
Editore: Adelphi 
Prezzo: € 18,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

giovedì 16 febbraio 2017

"Il nido" di Tim Winton

Ti amo, mormorò lui. 
Smettila! 
Scusa. 
Dio, sei proprio un tipo strano. 
Immagino di sì. 
E l’amore non aiuta. Credimi. 
Ma Keely non poteva crederle. Anche se i fatti le davano ragione, non poteva rinunciare a quell’ultimo brandello di fiducia. L’amore, da qualche parte, doveva servire a qualcosa, altrimenti davvero si sarebbe buttato dalla finestra. 

Un incontro casuale cambia la vita a Tom Keely, attivista ambientalista che, perso il lavoro e divorziato dalla moglie, trascina un'esistenza senza scopi. Gemma e suo nipote Kai lo costringeranno a diventare di nuovo protagonista, nel tentativo di risolvere la vita sbagliata della donna e di salvare il futuro del bambino. 
Eppure all’inizio non sono altro che “una donna sola. Un bambino senza amici. E un uomo allo sbando”, le cui esistenze però finiranno con l’intrecciarsi fino a farli diventare necessari gli uni agli altri, nonostante le intenzioni vadano altrove. Soprattutto Tom da subito è contrariato (“Pensò a quanto si era impegnato, negli ultimi mesi, per garantire la sua privacy, in modo che nessuno, amico o nemico che fosse, potesse venire a commiserarlo, a sfotterlo, ad accusarlo, a fargli la predica, a provocarlo o a metterlo sotto interrogatorio. Era l’unica cosa, tra tutte, che non lo deprimeva fino alla nausea. E adesso si ritrovava in cucina quella donna, quella persona quasi sconosciuta, che si mangiava la sua cena e gli dava pure dello snob. Era arrabbiato con se stesso, furioso per aver commesso un errore così gigantesco, consentendole di entrare nel suo appartamento, nella sua testa, nella sua vita del cazzo.”), lui così chiuso, nascosto dietro l’odio verso se stesso, in attesa di assolversi, considerando un errore, un grande errore, la sua stessa vita. 
Abituato alla logica della sconfitta, a rischio di una deriva di autocompatimento, mantiene pochi contatti con la sorella e la madre, nel ricordo di un padre la cui personalità ingombrante ha in qualche modo condizionato il suo esserne diverso, discosto da quel modello a suo modo irraggiungibile (“Malgrado tutti i trionfi di Keely come attivista, le foreste che era riuscito a salvare, gli scarichi abusivi che aveva denunciato e le specie che aveva protetto, di lì a trent’anni nessuno avrebbe più parlato di lui. Mentre suo padre aveva varcato i confini della propria classe di appartenenza, rifiutando di adeguarsi allo stampo della sua generazione”). 
A smuovere Tom dall’apatia e dalla rassegnazione arrivano quindi Kai, bambino con il quale la comunicazione è difficoltosa, a meno che non gli si parli di pennuti, e sua nonna Gemma, bellezza sfiorita di poco più di quarant’anni che ha in custodia il nipotino, mentre la sua giovanissima figlia si trova in carcere. Il pericolo di perdere il bambino costringe Gemma a una serie di iniziative che coinvolgeranno Tom, a cui lo legano i ricordi di un’infanzia infelice che nella famiglia di lui aveva trovato conforto e un’attrazione ondivaga, fatta di desiderio che si accende repentinamente, per trasformarsi altrettanto rapidamente in avversione. 
Diviso in tre parti, la prima più lunga delle altre, il romanzo va in crescendo: ha un inizio lento, in linea con il ritmo delle giornate del protagonista principale, e una buona metà si concentra sulla descrizione del tempo che quest’uomo trascorre, in mezzo ai piatti sporchi che accumula nel lavandino, indolente al punto da vivere in una specie di limbo sudicio e soffocante, uscendo lo stretto necessario, per arrivare al massimo al caffè di Bub vicino casa; il ritmo si fa incalzante nelle due parti successive, quando il ruolo di Gemma e delle vicende in cui trascina Tom si fa preminente e fino alla fine coinvolge il lettore in una girandola di disavventure che si fanno sempre più inquietanti. 
Lo stile dello scrittore australiano è serrato, il linguaggio essenziale, i caratteri dei personaggi, delineati precisamente, si stagliano in un paesaggio squallido come solo certi complessi residenziali di scarso valore urbanistico possono essere e la voce di chi è ai margini si erge prepotente, chiedendo attenzione. 
La capacità mimetica dell’Autore consente al lettore di immergersi totalmente nelle vicende narrate, tanto che restare indifferente alla potenza di personaggi diventa impossibile, nonostante nulla abbiano di eroico e nulla solletichino dell’immaginario. 
Non stupisce che The Times abbia definito “Il nido” un grande romanzo e Tim Winton un grande romanziere. 
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Il nido 
Autore: Tim Winton 
Traduttore: Stefano Tummolini 
Dati: 2017, 442 p., brossura 
Editore: Fazi (collana Le strade) 
Prezzo: € 19,50 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

giovedì 12 gennaio 2017

"Mary Lavelle" di Kate O'Brien

Fu uno sguardo fuggevole e decoroso, 
un ricordo, irreale quasi, 
nel suo battito unico e reciproco, 
e diede a entrambi un’illusione di tenerezza e d’irruenza. 
Si sarebbero conosciuti in seguito, 
non senza riluttanza, tormenti e proteste.

Tra i tanti modi in cui è possibile descrivere l’attimo in cui avviene un colpo di fulmine, questo mi sembra tra i più delicati, nella scelta delle parole, in particolare degli aggettivi fuggevole e decoroso che quasi suggeriscono la pudica inevitabilità di quanto sta per accadere a Mary Lavelle, giovane miss irlandese che presta il suo servizio di istitutrice presso la facoltosa famiglia degli Areavaga nella Spagna del 1922, e Juanito, aitante e romantico rampollo della famiglia. 
Il loro è un amore impossibile: a dividerli c’è prima di tutto l’ostacolo del matrimonio di lui, contratto appena due anni prima con la bella Luisa, e poi la diversità di condizione sociale, che a quei tempi e in una società conservatrice come quella spagnola, non poteva che essere determinante. 
A Cabantes, il piccolo villaggio di pescatori dove sorge Casa Pilár, in una zona residenziale che presto diventa di moda per gli abitanti della vicina Altorno, ritenuta più chiassosa e caotica, Mary trascorre quello che considera un periodo transitorio della sua vita, in attesa di rientrare in Irlanda e sposarsi: non sa ancora quanto il suo soggiorno in Spagna segnerà il suo destino. 
Nell’ultracattolica Spagna e nella famiglia dove la giovane e bellissima istitutrice si occupa delle ragazze Pilár, Nieves e Milagros, una relazione come quella che infiammerà Mary e Juanito non può che destare scandalo e sono queste le resistenze che soprattutto la ragazza avverte nella sua coscienza, dove ha già risolto in realtà il conflitto che riguarda il suo fidanzamento con John, che la attende a Dublino e che lei sente di non amare più, già dai primi tempi della sua permanenza nella villa degli Areavaga, nei Pirenei.
Oltre ad occuparsi dell’educazione delle giovani Areavaga, alle quali in particolare insegna la lingua inglese, Mary nel tempo libero frequenta un gruppo di miss irlandesi, anche loro, come lei, in servizio presso famiglie della zona: donne diverse, di varie età e temperamenti, che si riuniscono abitualmente nello stesso locale per spettegolare tra di loro, fumare una sigaretta in compagnia e bere insieme una tazza di tè. 
Gran parte del romanzo parla della Spagna: i paesaggi sono descritti con molta accuratezza, e così le usanze e i riti particolari, come lo spettacolo della corrida, al quale Mary assiste non senza turbamento, ma anche subendone il fascino. 
Non è solo la costa atlantica dei Pirenei a entrare nel racconto, ma anche Madrid, dove Mary accompagnerà le ragazze in visita alla Tia Cristina, e i luoghi della terra basca dove si incontra di nascosto con Juanito, dal momento in cui la passione tra i due irrompe in maniera incontrollabile.
Alcuni personaggi sono definiti in modo da entrare nell’immaginario del lettore senza poterne più uscire, pur non rivestendo ruoli da protagonista: così Don Pablo, il padrone di casa, dolente figura, vittima delle convenzioni cui ha dovuto cedere sposando Consuelo -che poi in realtà si rivelerà donna sensibile e devota-, che sente verso Mary un trasporto inconfessabile e che intuisce per primo il legame che si è instaurato tra suo figlio e la giovane istitutrice. E poi Agatha, la collega di Mary che le rivelerà, senza falsi imbarazzi, di provare un’attrazione particolare nei suoi confronti e di provare sentimenti certamente non semplici da confessare e da vivere alla luce del sole per quei tempi. 
Il romanzo tocca argomenti decisamente anticonvenzionali per l’epoca in cui venne scritto e pubblicato, tanto da essere immediatamente censurato con l’accusa di immoralità: l’indipendenza della donna, l’amore adulterino, l’attrazione omosessuale, i vizi sconci di un anziano religioso sono temi scottanti che nel 1936, anno della prima pubblicazione di “Mary Lavelle” non potevano che destare scalpore. 
Ha reso giustizia a questo romanzo coraggioso -e anche ingenuo nel racconto della passione che scoppia impetuosa tra la protagonista e Juanito-, la Virago Press, casa editrice britannica specializzata in scritture al femminile, che l’ha pubblicato nel 1984. In Italia arriva nel 2016, grazie a Fazi, da qualche anno impegnata alla riproposta di grandi romanzi del passato nella collana “Le strade”. 
“Mary Lavelle” è una storia d'amore e di vita appassionante in una Spagna assolata e densa di umori, bellezza, convenzioni e trasgressioni: non può che conquistare i lettori, trasportandoli nelle arene infuocate, nei boschi dei Pirenei, nei porticcioli della costa, nei caffè rumorosi e densi di chiacchiere e risate. 
 
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Mary Lavelle 
Autore: Kate O’Brien 
Traduttore: Antonella Sarti 
Dati: 2016, 334 p., brossura 
Editore: Fazi (collana Le strade) 
Prezzo: € 18,50 
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

venerdì 6 gennaio 2017

"Amore" di Inoue Yasushi

Il sole autunnale spargeva lungo quella strada tranquilla, 
dove non passava nessuno, la sua luce fredda e limpida. 
Il vento faceva ondeggiare i boschetti di bambù sul ciglio della strada. 
Uomi e Mitsuko camminavano fianco a fianco in quel vento e in quella luce, 
che brillavano come a Tōkyō sarebbe stato impensabile. 

In quest’ultimo giorno di festa parlo di un libro che mi è arrivato in regalo poco prima di Natale, quasi a chiudere una parentesi. 
A volte i libri ci si presentano nei modi più imprevedibili: capita che un amico parli di una lettura fatta e di uno scritture di cui dice di voler leggere tutta la produzione per quanto gli è piaciuto il libro letto, capita di fidarsi molto di quell’amico e, pur non conoscendo minimamente lo scrittore di cui parla in termini così entusiasti, di scegliere di metterlo nella propria whislist, capita che quella wishlist si trovi pronta per un bellissimo gioco inventato da Maria Di Biase per i suoi Scratchreaders (uno scambio di libri sotto Natale), capita che una persona praticamente sconosciuta selezioni proprio questo titolo, “Amore” di Inoue Yasushi, nella lista dei dieci proposti, per farmelo recapitare in dono. 
Insomma, una serie di circostanze fortunate e casuali hanno fatto in modo che conoscessi solo un frammento della vasta produzione di questo autore giapponese, giornalista, poeta e critico d’arte (Inoue Yasushi, 1907 –1991), sufficiente però a farmi immergere in un’atmosfera incantata, tra paesaggi tipici di un Giappone simile a quello che ricorre in tutti i romanzi ambientati in questa regione orientale, come già ho avuto modo di dire a proposito di Yasunari Kawabata e di altri autori giapponesi. 
Si tratta di tre brevi racconti che dimostrano come programmare nei minimi dettagli la propria esistenza sia suscettibile delle incognite del destino e come l'amore trovi la sua manifestazione nei modi più imprevedibili. 
Ciascun racconto ha uno scarto sul finale, del tutto sorprendente: che si tratti dell’incontro tra due aspiranti suicidi in un piccolo albergo incastonato su una scogliera, dove due solitudini disperate e determinate a concludere la propria esistenza in fondo al mare sono destinate a riconoscersi l’una nell’altra, oppure del racconto di una luna di miele in cui le memorie del passato del marito si intrecciano ad un presente rassicurante, salvo le titubanze della giovane moglie, che si svelano alla sua coscienza tra la “fredda bellezza” delle rocce di un giardino d’inverno, oppure ancora della storia di una vincita eccezionale capitata a due sposi assai tirchi, tanto da non saper riconoscere il piacere di un tempo inutilmente speso in un viaggio, ai loro occhi troppo costoso, finché sarà troppo tardi per pentirsene, la narrazione scorre fluida fino alla rivelazione finale, racchiusa in una sola frase risolutiva. 
Sembra essere questa la cifra dell’Autore: una paziente costruzione di descrizioni, dialoghi, sequenze introspettive che sembrano condurre a una conclusione facilmente consequenziale, se non fosse invece per il finale spiazzante. 
È stata una lettura sorprendente, capace di trasportare in ambienti e situazioni lontane anche per il modo di pensare e di porsi rispetto alla vita, straniante per la mentalità realista e disincantata tipica del nostro Occidente. 

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Amore 
Autore: Inoue Yasushi 
Traduttore: G. Amitrano 
Dati: 2006, 118 p., brossura 
Editore: Adelphi (collana Piccola Biblioteca) 
Prezzo: € 10,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

mercoledì 23 novembre 2016

"Essere senza destino" di Imre Kertész

Posso affermare questo: 
non c’è esperienza per quanto importante, 
non c’è rassegnazione per quanto assoluta, 
non c’è saggezza per quanto profonda c
he ci possa impedire di concedere un’ultima possibilità alla fortuna 
– premesso che si presenti l’occasione, è ovvio. 

Abbiamo portato a termine una nuova lettura per il progetto #LeggoNobel e lo abbiamo fatto rendendo omaggio Imre Kertèsz, scrittore, giornalista e traduttore ungherese, premiato con il Nobel per la Letteratura nel 2002 e scomparso proprio quest’anno, la primavera scorsa, all’età di ottantasette anni. 
L’opera di Kertèsz è stata tardivamente riconosciuta dai suoi contemporanei: in modo particolare “Essere senza destino” ha faticato a trovare un editore in Ungheria e, quando finalmente ha visto la luce, è stato ignorato a lungo. 
Il racconto ha forti richiami autobiografici, nonostante l’Autore non lo abbia mai ammesso, eppure il protagonista, il quasi quindicenne Gyurka, vive l’esperienza più tragica che si possa pensare, così come allo stesso Kertèsz era successo: la deportazione in un campo di concentramento, durante la seconda guerra mondiale. E di Auschwitz, dove Gyurka trascorre buona parte della prigionia, Kertèsz aveva certamente memoria, avendo anche lui provato le condizioni disumane di quel luogo tanto tristemente noto. 
Gyurka racconta in prima persona: scaraventato senza rendersi conto dalla sua vita quasi normale -per quello che poteva essere il periodo oscuro che l’Europa intera stava vivendo e con la persecuzione degli Ebrei ormai sistematicamente organizzata dai nazisti-, su un treno che gli promette lavoro e futuro, inizialmente il ragazzo prova a trovare interessante il viaggio che deve fare, pensando di essere chiamato a svolgere un lavoro importante presso una fabbrica di laterizi. E per buona parte del percorso in treno verso chissà dove, cerca giustificazioni e motivi di conforto anche dove è impossibile trovarne. 
Colpisce forte il suo iniziale candore, la necessità di trovare spiegazioni logiche e convincenti (soprattutto verso se stesso) per capacitarsi di ciò che avverte. 
Più il racconto procede, più si fa chiarezza nella mente di Gyurka, che se pure non arriva a comprendere le ragioni profonde di ciò che sta accadendo, tuttavia affina le armi della sopravvivenza, quelle che gli fanno aggiungere un giorno all’altro, quelle che gli fanno nascondere anche a se stesso l’evidenza dell’orrore, ché se certe volte non riuscisse a chiudere gli occhi, morirebbe di dolore all’istante. 
E qui, leggendo dei piccoli trucchi per resistere, delle relazioni che si instaurano tra prigionieri, di quanto basti per salvarsi o soccombere, ci si rende conto della regolarità dei racconti dei superstiti, qualunque età abbiano avuto al momento della liberazione e quando hanno deciso di scrivere per testimoniare. Questa regolarità, la frequenza di certe immagini, contribuisce a disegnare un mosaico di esperienze cupe che insieme raccontano la stessa terribile storia: lo disegna e lo grida al mondo, frantumato in più voci che suonano all’unisono con le altre, ciascuna portatrice di un pezzo di verità, di un punto di vista diverso ma concorde. E questo raccontare è totalmente privo di captatio benevolentiae, non chiede compassione, non esige comprensione, non aggiunge nulla che possa commuovere oltre ciò che è stato davvero e che non ha bisogno di inutili giri di parole che attenuino o amplifichino l’orrore per chi legge, a distanza di decenni dai fatti. L’importante è che si creda a ciò che è stato e che si continui a parlarne e a leggerne.
Mentre andavo avanti nella lettura riflettevo su un altro aspetto: ho visitato il campo di sterminio di Auschwitz tre anni fa e non dimenticherò mai quello che ho visto. Questo mi ha dato un vantaggio: leggendo questa storia, ho visualizzato esattamente tutto, sono riuscita a immaginare dove e come si è mosso Gyurka e poi Imre e Primo (Levi, di cui in concomitanza ho letto “La Tregua”) e Piero (Terracina, uno dei sopravvissuti ad Auschwitz, testimone instancabile presso i giovani) e ancora Shlomo (Venezia, autore di “Sonderkommando Auschwitz”) e tanti altri che da quei posti sono riusciti a tornare e che hanno raccontato.
Questo di Kerstèsz è un racconto forte che non concede sconti, nella sua crudezza vista con gli occhi di un adolescente che accetta l'ovvietà dell'orrore dei campi di concentramento nazisti: potrebbe a giusta ragione affiancare quelli che da sempre sono considerati i classici da leggere e da consigliare ai più giovani per conoscere una delle pagine di storia contemporanea più tremende che l’umanità abbia mai potuto vivere. 


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Essere senza destino 
Autore: Imre Kertèsz 
Traduz: Barbara Griffini 
Dati: 2004 (ma 1999 nella collana Feltrinelli “I Narratori”), 223 p., brossura; 
Editore: Feltrinelli (collana Universale Economica); 
Prezzo: € 9,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelle

mercoledì 9 novembre 2016

"Canto della pianura" e "Crepuscolo" di Kent Haruf

Tornarono dalla scuderia nella luce obliqua del primo mattino. 
I fratelli McPheron, Harold e Raymond. 
Vecchi che si avvicinano a una vecchia casa alla fine dell’estate. 
Attraversarono il vialetto sterrato, superarono il furgone 
e l’automobile parcheggiata accanto alla recinzione in rete metallica
e varcarono il cancello uno dopo l’altro. 

Ho aspettato che scemasse un po’ il clamore intorno ai romanzi che compongono la Trilogia della pianura di Kent Haruf, un po’ perché sono in genere sempre sospettosa dei facili successi di pubblico, e poi perché incalzata da altre letture, legate a impegni con gruppi di lettura o presentazioni di libri. Ho letto qualche mese fa “Benedizione”, il primo in ordine di pubblicazione ma considerato l’ultimo nell’ordine della storia, da cui in realtà di discosta nettamente, mantenendo con gli altri due solo l’ambientazione a Holt, immaginaria contea del Colorado dove, per dirla con Alessandro Piperno, si è pronti a trasferirsi.
E a Holt sono tornata negli ultimi tempi, scegliendo di leggere “Canto della pianura” e “Crepuscolo” quasi in immediata successione, studiando incastri tra una lettura e l’altra e dopo che il gran parlare dei lettori entusiasti si è affievolito (stanno tutti leggendo la saga dei Cazalet di Elizabeth J. Howard, pubblicata da Fazi? Può darsi, io anche con quella sono in ritardo e coltivo in me lettrice la sensazione di non essere mai abbastanza sul pezzo, come si dice). 

Se con "Benedizione"  si assiste alla celebrazione della rassegnazione, del bilancio esistenziale all’approssimarsi della morte, dei conti con la vita, con le colpe e le mancanze, che devono quadrare per andarsene senza lasciare debiti morali, i due romanzi successivi esaltano gli inizi, la vita, la compassione, l’amicizia e la solidarietà contro la grettezza, la piccolezza umana, l’inutilità di esistenze senza scopo. 
Con "Canto della pianura" e “Crepuscolo” assistiamo all’evoluzione personale di alcuni personaggi, soprattutto quello di Victoria Roubideaux, che a sedici anni scopre di essere incinta e, cacciata di casa dalla madre, trova ospitalità presso i fratelli McPheron, solitari allevatori di mucche e giumente, grazie all’intervento provvidenziale di Maggie Jones: la storia di Victoria, che nel frattempo mette al mondo una bambina e va all’università, si intreccia a quella di Raymond e Harold McPheron, che per lei saranno disposti a rivedere il loro modo di relazionarsi al di fuori del recinto delle loro giumente e dei loro tori e che rappresenteranno per sempre la sua casa. 
Intorno a questi personaggi, tante altre figure legate a loro e tra di loro, fissate nella loro quotidianità, nel loro stare al mondo, in un racconto che fluisce veloce, ma senza sorprese, ricco di dialoghi che sfuggono alle classificazioni tradizionali, infatti non sono discorsi diretti legati, non sono diretti liberi, non indiretti, ma di tutto un po’ in un modo personalissimo di gestire le conversazioni tra i protagonisti. 
Nonostante la potenza dei temi presenti (il bullismo, il maltrattamento di minori e delle donne, il pregiudizio e i pettegolezzi che infiammano la provincia come in una eterna Peyton Place, la perdizione umana) nulla è enfatizzato, il tono è quasi dimesso e lo stile di Haruf fa da fil rouge e fa percepire i tre romanzi un tutt'uno, un’unica grande storia dove i luoghi non cambiano e le persone passano, lasciando impronte più o meno profonde (eppure il traduttore, Fabio Cremonesi, nelle sue note ci avverte di un cambio di passo nello stile di Kent Haruf e chi meglio di lui può dirlo?). 
La quiete, la calma e la fiducia nelle relazioni rassicuranti fanno da contrappunto alla violenza e alla desolazione. Il racconto delle storie della gente di Holt va in crescendo, si sviluppa e regala momenti di ottimismo: anche dove le vicende sembrano prendere direzioni drammatiche, in tutte le vicende narrate ho visto la speranza e la fiducia nel futuro. 

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Canto della pianura 
Autore: Kent Haruf 
Traduttore: Fabio Cremonesi 
Dati: 2015, 301 p., brossura; eBook formato ePub 632,51 KB 
Editore: NN Editore 
Prezzo: € 18,00 cartaceo; eBook € 8,99 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline 
Crepuscolo 
Autore: Kent Haruf 
Traduttore: Fabio Cremonesi 
Dati: 2016, 315 p., brossura; 
eBook formato ePub 1,09 MB 
Editore: NN Editore 
Prezzo: € 18,00 cartaceo; eBook € 8,99 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

giovedì 3 novembre 2016

"L'amante giapponese" di Isabel Allende

«Le persone anziane sono le più divertenti del mondo. 
Hanno vissuto molto, dicono quel che gli pare 
e se ne infischiano delle opinioni degli altri. 
Qui non ti annoierai mai» 

In questo modo la dottoressa Catherine Hope, anziana ospite della residenza per anziani Lark House in California, dà il benvenuto a Irina Bazili, la giovane infermeria moldava che lì va lavorare, dopo burrascose vicende fatte di violenze e precarietà varie. 
A Lark House Irina conoscerà Alma Belasco, un’anziana signora colta, affascinante e molto ricca, che ha deciso di ritirarsi dall’attività e dalla vita pubblica, per trascorrere gli ultimi anni della sua vita in quella casa di riposo, vicino a San Francisco. Irina conoscerà anche Seth, nipote di Alma, e di lui si innamorerà. Mentre, in una cornice narrativa, si racconta della nascita dell’amore tra i due giovani, contemporaneamente Alma inizierà a narrare la sua grande storia d'amore clandestina, quella con il giapponese Ichi, figlio del giardiniere della casa in cui ha vissuto fin da bambina. La piccola Alma era stata adottata dagli zii dopo essere fuggita dalla Polonia infiammata dalle persecuzioni razziali, poco prima della Seconda Guerra Mondiale. La passione tra Ichi e Alma, nata fin dalla loro prima giovinezza e a lungo soffocata, esploderà e sopravviverà per tutta la vita, nonostante i due abbiano fatto nel frattempo scelte che li allontanano invece che unirli.
Ho letto questo romanzo in un lungo pomeriggio in treno, sette ore di totale immersione che mi ha fatto dimenticare dove ero; avere con sé un buon libro, quando si ha davanti un lungo viaggio, è indispensabile per coltivare un “altrove” che di più non si può. 

Il vantaggio di questa storia sta nella possibilità per il lettore di sospensione totale, di coinvolgimento intenso e di tensione verso vicende che svoltano verso soluzioni insospettabili: una storia affatto scontata, come invece rischiano spesso le storie d’amore (ed è questo il motivo per cui, in genere, non le amo, a meno che non siano sfortunate o giù di lì). 
Era da tempo che non leggevo un libro di Isabel Allende, dopo “Afrodita” del 1998 che mi aveva deluso un po’. Quindi ero piuttosto scettica, poco interessata a questo romanzo di cui non mi attraeva neanche il titolo. Il consiglio di leggerlo mi è arrivato da mia madre, lettrice attenta e appassionata, che ha saputo convincermi. 
Non sbagliava, perché la storia è trascinante, lo stile fluido e spigliato la capacità di coinvolgere il lettore è efficace. Lo consiglio a mia volta, come raccomando di tenere a portata di mano il fazzoletto perché qui, signori miei, alla fine ci si commuove. 

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L’amante giapponese 
Autore: Isabel Allende 
Traduz.: Elena Liverani 
Dati: 2015, 281 p., brossura; ePub con DRM 2,3 MB 
Editore: Feltrinelli (collana I narratori) 
Prezzo: € 18,00 (eBook € 12,99) 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

giovedì 30 giugno 2016

Pillole di libri: "Benedizione" di Kent Haruf

Sembra una specie di benedizione, 
una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. 
Dad lo guardò. Eh, sì. 
Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto. 
Deve averne viste parecchie nel corso della sua vita. 

In questo romanzo c’è la provincia americana, ci sono la terra e la luce gialla -iconica nel rapporto tra cinema e colore-, quella tonalità di luce che, per intenderci, fa venire in mente il deserto del Mojave in California, dove è ambientato “Bagdad Cafè”, il film di Percy Adlon del 1987. 
Ovviamente il film di Adlon con “Benedizione” non c’entra nulla, ma l’ho ricordato giusto per dare un’idea dell’atmosfera in cui io mi sono trovata immersa leggendo, così polverosa e sfumata, come quando la luce forte e il calore fanno tremare i contorni degli oggetti e delle figure. 
In questo romanzo ci sono le convenzioni e il bullismo, l’emarginazione e il rifiuto, nella società bigotta e conformista di Holt, nel Colorado. 
In questo romanzo ci sono l’amore e il rimorso, la cura e la sollecitudine, la durezza di Dad, al limite estremo della vita, e la sua fragilità. Ci sono fantasmi e realtà, segreti e verità. 
In questo romanzo ci sono relazioni umane e persone, anzi personalità e facce, corpi, presenze forti. 
Ho letto il primo volume della Trilogia della pianura di Kent Haruf in un paio di giorni, perché il grado di coinvolgimento che si raggiunge è estremo e non si fa fatica a capire come mai in Italia sia scoppiata la Harufmania, grazie anche alla lungimiranza di un editore giovane e intraprendente. 
Questa è solo una pillola di libro: tornerò presto a Holt, per leggere gli altri due volumi della trilogia, questi seguenti l’uno all’altro (mentre il primo, questo appunto, fa storia a sé).
 
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Benedizione 
Autore: Kent Haruf 
Dati: 2015, 277 p., brossura; eBook formato ePub 460,9 KB 
Editore: NN Editore 
Prezzo: € 17,00 cartaceo; eBook € 8,99 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline 

lunedì 20 giugno 2016

Ultima lettura: "Bruges la morta" di Georges Rodenbach

L’uomo si stanca di posseder sempre lo stesso bene. 
Non si apprezza la felicità, così come la salute, 
se non attraverso la sua negazione. 
E l’amore stesso consiste nella propria intermittenza. 

Lo scorso 9 giugno è uscito per Fazi questo classico della letteratura decadente dello scrittore belga Georges Rodenbach, uscito a puntate su Le Figaro nel mese di febbraio 1892, poi in edizione definitiva nel 1914 presso l’editore Ernest Flammarion di Parigi. In Italia è stato pubblicato la prima volta nel 1907 dall’editore Voghera di Roma (edizione non definitiva, perché rivisitata dall’Autore e licenziata definitivamente sette anni più tardi), poi nel 1920 (Milano, editore Facchi) in una versione adattata per il teatro, successivamente da Rizzoli nel 1955.
In realtà non si tratta di una vera e propria novità neanche per Fazi, che lo ha già pubblicato nel 1995, nella collana Le porte, con la cura di Emanuele Trevi e la presentazione di Marco Lodoli, inserita anche in questa nuova edizione, che si pregia di una copertina molto più significativa di quella precedente. Questa sembra essere una delle cifre caratteristiche della casa editrice negli ultimi anni: una cura particolare nella scelta delle immagini di copertina, che spesso –insieme a certi titoli- è di grande richiamo. Tanto più in questo caso, se pensiamo che il romanzo nasce in origine come un esperimento anche visivo, dal momento che l’autore voleva corredare la sua opera con delle fotografie della città (qui le immagini dall’archivio multimediale di Wikipedia) che fossero rappresentative di una certa atmosfera, mirabilmente ricreata con le parole.
Bruges è quindi indubbiamente la protagonista di questo romanzo (“Le città specialmente posseggono ognuna una personalità propria, uno spirito autonomo, un carattere riconoscibile che corrisponde alla gioia, al nuovo amore, o alla rinuncia, alla vedovanza. Ogni città è uno stato d’animo: e quando vi si soggiorna, questo comunica, si trasmette a noi come un fluido che, respirato con l’aria, entra a far parte del nostro corpo”, cap. X): è la città cupa e bigotta, dalle banchine di pietra e dai canali gelati, dalle abitazioni chiuse e dagli argini di muraglia a protezione delle testate dei ponti, dove Hugues Viane si rifugia, per coltivare nella solitudine il ricordo della giovane moglie Ofelia, di cui è rimasto prematuramente vedovo.
Il ricordo della giovane moglie è alimentato dalla venerazione delle sue reliquie, abiti e oggetti appartenuti alla donna, fino addirittura a una treccia dei suoi capelli, conservata in una teca di vetro.
A sconvolgere l’esistenza del vedovo sarà l’incontro fortuito con Jane, giovane attrice le cui fattezze sembrano richiamare esattamente quelle di Ofelia. La somiglianza sorprendente tra Jane e Ofelia si rivela ben presto illusoria e la constatazione di quanto, a differenza della moglie morta, la giovane attrice sia capricciosa e arrivista, bugiarda e frivola, getta Huges in un profondo sconforto, fino all’epilogo tragico del rapporto tra i due.
Molte sono le suggestioni che questo romanzo ispira: nelle bugie di Jane ho ritrovato quelle della cocotte Odette, della quale s’innamora Charles Swann (“Un amore di Swann” nel primo volume del ciclo della Recherche di Marcel Proust “Dalla parte di Swann”, 1913), nello sdoppiamento di Ofelia, quello di Dorian Gray nel suo ritratto (Oscar Wilde pubblicò il suo romanzo nel 1890, due anni prima dell’uscita su Le Figaro di “Bruges la morta”).
Inoltre il tema della morte e dei ‘ritorni’ sotto forme simili rappresentano un topos letterario e cinematografico molto frequentato in ogni tempo, basti ricordare i feuilleton di Carolina Invernizio (le cui opere sono state scritte tra il 1877 e il 1920), “La donna che visse due volte” di Alfred Hitchcock (1958), basato sul romanzo “D'entre les morts” di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, la telenovela brasiliana in costume “Marina”, basata sul romanzo della scrittrice Carolina Nabuco “A sucesora” (1934) e si potrebbero richiamare molti altri esempi, tutti riferibili al mito classico di Orfeo e Euridice.
Sicuramente forte di una traduzione agile, il romanzo non risente dell’età, anche se il tema e l’atmosfera torbida e misteriosa certamente richiamano a una letteratura superata.
Colpisce lo stretto legame con la città, che viene quasi personificata dal protagonista che la riconosce come incarnazione dei suoi rimpianti: “Bruges era la sua morta, e la sua morta era Bruges. Tutto era unito da un identico destino: era Bruges-la-morta, anch’essa sepolta nella tomba dei suoi quais di pietra”, cap. II). 



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Bruges la morta 
Autore: Georges Rodenbach 
Traduzione: Catherine McGilvary 
Presentazione: Marco Lodoli 
Dati: 2016, 106 p., brossura; ePub 272,7 KB, PDF 911,6 KB 
Editore: Fazi (collana Le strade) 
Prezzo: € 15,00 (eBook € 6,99) 
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

giovedì 16 giugno 2016

Ultima lettura: "Due" di Irène Némirovsky

Spesso l’amore non è che il ricordo di un istante d’amore 

Nel 2012 la RCS MediaGroup S.p.A. Divisione Quotidiani, nella collana “I libri del Corriere della Sera”, dà vita alla serie dei romanzi di Irène Némirovsky in tredici volumi, su licenza Adelphi. Della Némirovsky avevo letto “Il calore del sangue”, che non mi aveva particolarmente entusiasmato. Tuttavia, l’interesse che si è a un certo punto risollevato intorno a questa scrittrice ucraina nata all’inizio del Novecento e morta ad Auschwitz nel 1942, dopo un mese dalla deportazione (era ebrea, poi convertita alla religione cattolica), mi ha convinto ad acquistare tutta la raccolta, che comprende le opere -tra romanzi e raccolte di racconti- che in diciannove volumi Adelphi ha iniziato a pubblicare dal 2005, anno in cui è uscito “Il ballo” (tanto che probabilmente dobbiamo proprio alla lungimiranza di Roberto Calasso e dei suoi collaboratori la riscoperta di questa prolifica scrittrice). 
Cosa piace di Irène Némirovsky? Probabilmente la capacità di raccontare una società intrisa di perbenismi, da cui le vicende dei suoi protagonisti in qualche modo si svincolano, e allo stesso tempo indagare sapientemente nelle pieghe più nascoste dell’animo umano, rivelando aspetti inconsueti e anticonformisti per l’epoca in cui le storie sono ambientate. E la Némirovsky lo fa spesso esplorando i rapporti familiari, i legami affettivi, oltre che la società, in quel periodo oppressa dall’incombenza di una nuova guerra che, dopo la Prima Grande che aveva piegato l’Europa, avrebbe portato con sé la tragedia della persecuzione razziale. “Due” è il romanzo che ho letto nel mese di aprile su sollecitazione di un gruppo di lettura che frequento con cadenza mensile. Dopo un’introduzione al mondo frivolo e mondano in cui si narra degli intrecci sentimentali e amicali in un gruppo di giovani, alcuni dei quali sono fratelli e sorelle tra loro, la storia si dipana raccontando come i legami tra i cinque protagonisti si allentino da una parte, perché la vita divide alcuni di loro, mentre portano altri di loro a vivere rapporti preannunciati e non per questo felici, anzi. 
In pagine sapientemente cesellate, fatte anche di dialoghi serrati, l’Autrice descrive l’evoluzione dell’amore nel matrimonio, attraverso l’analisi del rapporto tra Antoine e Marianne e quello adulterino tra la sorella di lei, Evelyne, e lo stesso Antoine, osservando anche la relazione della coppia con i figli e con le rispettive famiglie di origine: un affresco realistico e spietato che, se alle prime pagine non mi stava coinvolgendo più di tanto, mi ha poi preso in maniera trascinante, da quando entra in scena la povera Evelyne, vittima di un amore impossibile perché proibito. 
Di questo romanzo colpisce l’anticonformismo delle vedute dei protagonisti, travolti da amori fuori dalle norme sociali di un’epoca che si produceva in ipocrisie capaci di lavare le coscienze, ma non l’anima. 
A Irène Némirovsky dobbiamo la capacità di raccontarlo senza filtri.
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Due 
 Autore: Irène Némirovsky 
Traduz.: Laura Frausin Guarino (prefazione di Giorgio Montefoschi) 
Dati: 2012, 239 p., brossura 
Pubblicato su licenza di Adelphi Edizioni (2010) 
Editore: RCS MediaGroup S.p.A. Divisione Quotidiani Prezzo: € 7,90 
 Giudizio su Goodreads: 4 stelline

lunedì 6 giugno 2016

Sei fama o cronopio? #TwCronopios e Cortázar


Siccome gli scriba saranno perpetui,
i pochi lettori ancora esistenti cambieranno mestiere
e si faranno pure loro scriba.

“Historias de cronopios y de famas” esce nel 1962, pubblicato la prima volta in Italia nove anni dopo, nella collana “Einaudi Letteratura”. Tra i sostenitori più appassionati della scrittura di Cortázar e in particolare di questo libro, c’è Italo Calvino, autore di una nota introduttiva in cui meglio non si poteva parlare delle due anime che intrinsecamente vivono in ciascuno di noi: "I cronopios e i famas, due genie d'esseri che incarnano con movenze di balletto due opposte e complementari possibilità dell'essere, sono la creazione più felice e assoluta di Cortázar".
Nella visione surreale di Cortázar, che ho già avuto modo di conoscere con "Bestiario" , cronopios e famas si affacciano continuamente nella quotidianità di tutti, dove le due personalità, la prima intuitiva e libera (in alcuni tweet ho scritto che per il cronopio il mondo è sovvertito, le convenzioni e le convinzioni saltano, poiché egli risponde a impulsi
immediati, condizionati da un gusto personale che decide su tutto), la seconda ordinata e razionale (dei famas ho scritto che seguono aridi regolamenti, non derogano nulla in favore della fantasia e, sconfitti, pronunciano discorsi funebri, a proposito del racconto “Affari”), si contendono momenti e soluzioni. Nei modi allegorici e surreali che gli sono propri, l’Autore ci regala un modo di leggerci dentro, di fare i conti con le nostre piccole ipocrisie, i nostri egoismi, i piaceri e i doveri: in mezzo, tra il noi cronopios e il noi fama, in questa danza della vita, ci sono le speranze, l’unica possibilità di mediare tra due modi di essere tanto contrapposti e allo stesso modo stralunati (05.05.2016- @ExLibris2012: nessuno può essere completamente cronopio, nessuno è completamente fama. Siamo l'uno e l'altro, in varia percentuale e speranza).
Facendo nostra l’affermazione di Pablo Neruda, secondo il quale “chiunque non legga Cortázar è condannato”, con Alessandro Pigoni e Erica Pucci, come già per i "Sillabari" di Goffredo Parise e "Biglietti agli amici" di Pier VittorioTondelli, abbiamo proposto la lettura e la riscrittura di #TwCronopios per TwLetteratura, raccogliendo anche stavolta un nutrito gruppo di utenti Twitter che in circa tremila tweet hanno proposto il loro modo di vivere Cortázar.
Intanto qui trovate la raccolta di tweet che racconta la mia lettura delle storie di cronopios e famas.

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Storie di cronopios e di famas

Autore: Julio Cortázar
Traduz.: Flaviarosa Nicoletti Rossini (con una nota di Italo Calvino)
Dati: 2014, 144 p., brossura
Editore: Einaudi (collana ET Scrittori)
Prezzo: € 10,50
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

giovedì 12 maggio 2016

Pillole di libri: "Cacao" di Jorge Amado

 
 
Honório
Ieri sei passato di qui. Io ti ho fatto psss e tu mi ai mostrato il sedere. Proprio così. Chi a fiori da fiori, chi non li a non li da.
Ti mando la foto che mi ai dato.
Dalla a un'altra. Sempre tua
ZEFA"

Nota.
Ho tentato di raccontare in questo libro, con un minimo di letteratura per un massimo di onestà, la vita dei braccianti nelle fazendas di cacao del sud di Bahia.
Che sia un romanzo proletario?
Jorge Amado
Rio, 1933
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Cacao
Autore: Jorge Amado
Traduzione: Daniela Ferioli
 Dati: 2015, 124 p., brossura; ePub con DRM 878,6 KB
Editore: Einaudi (collana Einaudi tascabili. Scrittori);
Prezzo: € 10,00
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

lunedì 4 aprile 2016

#LeggoNobel: "Lo straniero" di Albert Camus


“Lei è giovane, e immagino che questo tipo di vita possa piacerle.”
Ho detto che sì ma in fondo per me era lo stesso.
Allora mi ha chiesto se non m’interessasse cambiare vita.
Ho risposto che non si cambia mai vita,
che comunque una vita vale l’altra
e che la mia lì non mi dispiaceva affatto.

Mi sono avvicinata ad Albert Camus con una sorta di timore reverenziale, quello che si ha per gli Autori importanti, che bisogna aver letto. Tanto più che ne rimandavo l’incontro da quando al ginnasio ne sentii parlare per la prima volta dalla  mia insegnante di Lettere
a proposito de “La peste”, libro che non ebbi il coraggio di leggere allora e che ancora non ho letto, a distanza di oltre trent’anni. Il primo tentativo di leggere Camus l’ho fatto con  "L'uomo in rivolta" , breve saggio che ben si adattava ad una lettura collettiva -.quella promossa dal gruppo di lettura Scratchmade su Facebook, all’indomani della strage parigina al Bataclan, rivendicata dall’Isis. Ma non era il mio momento per Camus e la lettura del libro scelto dalla maggioranza del gruppo di Maria Di Biase non era evidentemente adatto ad un primo approccio con questo autore, che quindi ho scoperto successivamente con “Lo straniero”, scelto per il progetto  #LeggoNobel.
Anche per questo romanzo ho risposto a un input esterno, per così dire, che poi è stata la curiosità derivata dalla citazione in “Atti osceni in luogo privato” di Marco Missiroli, e che poi ha guidato, almeno per il contributo che ne ho dato io, la scelta del titolo di Camus da proporre per #LeggoNobel, e che per il protagonista del romanzo di Missiroli rappresenta una lettura indispensabile nel suo percorso di maturazione.
Stavolta l’approccio è stato estremamente facile: “Lo straniero” si legge agilmente, si tratta di poco più di 150 pagine, per di più in un’edizione che presenta caratteri grandi che agevolano la lettura a chi comincia ad avere qualche problema di presbiopia (aspetto questo affatto trascurabile e motivo che ormai mi fa scartare a priori certe edizioni tascabili di difficile leggibilità). La sintassi è frammentata, la paratassi privilegiata, il discorso è a tratti quasi sincopato, anche se il ritmo costringe spesso a irritate soste, di effetto e (immagino) volute dall’Autore, il quale delinea la figura di un inetto nichilista, che si lascia vivere senza partecipare alla sua stessa vita.
Il protagonista, Meursault, vive ad Algeri e racconta in prima persona le vicende che lo investono, a partire dalla morte della madre in un ospizio e fino all’accusa di omicidio di cui deve rispondere in tribunale, per la morte di un arabo durante una lite in spiaggia. In mezzo c’è la narrazione di un periodo della vita dell’uomo, in cui si avvicendano persone e luoghi, senza che egli ne sia in qualche modo impressionato. Ciò che colpisce di Meursault è la sua continua dichiarazione di non essere interessato a discorsi, situazioni. Tutto gli è indifferente, nulla riveste importanza ai suoi occhi (“mi mancava il tempo di interessarmi a ciò che non mi interessava”), tutto è lo stesso per lui, che prova un senso di estraneità rispetto a ciò che gli succede, la sensazione di essere un intruso, di essere di troppo persino durante il processo che lo riguarda, infatti assiste al dibattimento come se fosse qualcosa che non lo riguarda, da spettatore passivo e solo in un momento avverte quanto “tutte quelle persone” lo detestino. Nemmeno quando comprende di essere al centro di un processo come imputato, sente la necessità di parlare, di dire qualcosa, magari di difendersi, per poi arrendersi (“Ma, a pensarci bene, non avevo niente da dire.”). Durante il processo il procuratore parla dell’anima di Meursault, dice che in lui si riscontra un’assenza di cuore che “diventa un baratro nel quale la società può sprofondare”; lo fa anche l’avvocato difensore (un avvocato d’ufficio, ché l’imputato non si è preoccupato neanche di trovare un avvocato che lo possa difendere al meglio da un’accusa per la quale rischia la pena capitale), che invece sostiene di aver letto nell’anima di Meursault, come in un libro aperto.
Questo personaggio indispone e respinge il lettore per la sua indifferenza e per la sua incapacità di esprimere un’opinione, un’idea qualunque, fosse anche il sentimento che potrebbe legarlo a Maria, una ex collega con la quale intreccia una relazione (“mi è parsa bellissima ma non sono riuscito a dirglielo”); d’altronde, come ricorda l’amico Céleste durante la sua testimonianza al processo, lui è uno che “parlava soltanto se aveva qualcosa da dire”.
Allo stesso tempo Meursault attira, si arriva alla fine del romanzo alla ricerca di un motivo, nella speranza di un rigurgito di coscienza e di un riscatto in un uomo che è straniero alla vita.
Un lungo saggio di Roberto Saviano introduce il romanzo, quasi sproporzionato a una prima impressione: tuttavia la lunghezza del testo si giustifica per la passione convincente che Saviano mette nel descrivere il ruolo che “Lo straniero” può avere nella vita di tutti.
Ora resto in debito con “La peste”, che recupererò.

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Lo straniero
Autore: Albert Camus
Traduttore: Sergio Claudio Perroni
Introduzione di Roberto Saviano
Dati: 2015, 157 p., brossura (prima edizione 1942, Gallimard)
Editore: Bompiani (collana Grandi Tascabili Bompiani. I libri di Albert Camus)
Prezzo: € 12,00
Giudizio su Goodreads: 4 stelline