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giovedì 16 febbraio 2017

"Il nido" di Tim Winton

Ti amo, mormorò lui. 
Smettila! 
Scusa. 
Dio, sei proprio un tipo strano. 
Immagino di sì. 
E l’amore non aiuta. Credimi. 
Ma Keely non poteva crederle. Anche se i fatti le davano ragione, non poteva rinunciare a quell’ultimo brandello di fiducia. L’amore, da qualche parte, doveva servire a qualcosa, altrimenti davvero si sarebbe buttato dalla finestra. 

Un incontro casuale cambia la vita a Tom Keely, attivista ambientalista che, perso il lavoro e divorziato dalla moglie, trascina un'esistenza senza scopi. Gemma e suo nipote Kai lo costringeranno a diventare di nuovo protagonista, nel tentativo di risolvere la vita sbagliata della donna e di salvare il futuro del bambino. 
Eppure all’inizio non sono altro che “una donna sola. Un bambino senza amici. E un uomo allo sbando”, le cui esistenze però finiranno con l’intrecciarsi fino a farli diventare necessari gli uni agli altri, nonostante le intenzioni vadano altrove. Soprattutto Tom da subito è contrariato (“Pensò a quanto si era impegnato, negli ultimi mesi, per garantire la sua privacy, in modo che nessuno, amico o nemico che fosse, potesse venire a commiserarlo, a sfotterlo, ad accusarlo, a fargli la predica, a provocarlo o a metterlo sotto interrogatorio. Era l’unica cosa, tra tutte, che non lo deprimeva fino alla nausea. E adesso si ritrovava in cucina quella donna, quella persona quasi sconosciuta, che si mangiava la sua cena e gli dava pure dello snob. Era arrabbiato con se stesso, furioso per aver commesso un errore così gigantesco, consentendole di entrare nel suo appartamento, nella sua testa, nella sua vita del cazzo.”), lui così chiuso, nascosto dietro l’odio verso se stesso, in attesa di assolversi, considerando un errore, un grande errore, la sua stessa vita. 
Abituato alla logica della sconfitta, a rischio di una deriva di autocompatimento, mantiene pochi contatti con la sorella e la madre, nel ricordo di un padre la cui personalità ingombrante ha in qualche modo condizionato il suo esserne diverso, discosto da quel modello a suo modo irraggiungibile (“Malgrado tutti i trionfi di Keely come attivista, le foreste che era riuscito a salvare, gli scarichi abusivi che aveva denunciato e le specie che aveva protetto, di lì a trent’anni nessuno avrebbe più parlato di lui. Mentre suo padre aveva varcato i confini della propria classe di appartenenza, rifiutando di adeguarsi allo stampo della sua generazione”). 
A smuovere Tom dall’apatia e dalla rassegnazione arrivano quindi Kai, bambino con il quale la comunicazione è difficoltosa, a meno che non gli si parli di pennuti, e sua nonna Gemma, bellezza sfiorita di poco più di quarant’anni che ha in custodia il nipotino, mentre la sua giovanissima figlia si trova in carcere. Il pericolo di perdere il bambino costringe Gemma a una serie di iniziative che coinvolgeranno Tom, a cui lo legano i ricordi di un’infanzia infelice che nella famiglia di lui aveva trovato conforto e un’attrazione ondivaga, fatta di desiderio che si accende repentinamente, per trasformarsi altrettanto rapidamente in avversione. 
Diviso in tre parti, la prima più lunga delle altre, il romanzo va in crescendo: ha un inizio lento, in linea con il ritmo delle giornate del protagonista principale, e una buona metà si concentra sulla descrizione del tempo che quest’uomo trascorre, in mezzo ai piatti sporchi che accumula nel lavandino, indolente al punto da vivere in una specie di limbo sudicio e soffocante, uscendo lo stretto necessario, per arrivare al massimo al caffè di Bub vicino casa; il ritmo si fa incalzante nelle due parti successive, quando il ruolo di Gemma e delle vicende in cui trascina Tom si fa preminente e fino alla fine coinvolge il lettore in una girandola di disavventure che si fanno sempre più inquietanti. 
Lo stile dello scrittore australiano è serrato, il linguaggio essenziale, i caratteri dei personaggi, delineati precisamente, si stagliano in un paesaggio squallido come solo certi complessi residenziali di scarso valore urbanistico possono essere e la voce di chi è ai margini si erge prepotente, chiedendo attenzione. 
La capacità mimetica dell’Autore consente al lettore di immergersi totalmente nelle vicende narrate, tanto che restare indifferente alla potenza di personaggi diventa impossibile, nonostante nulla abbiano di eroico e nulla solletichino dell’immaginario. 
Non stupisce che The Times abbia definito “Il nido” un grande romanzo e Tim Winton un grande romanziere. 
Photo HelenTambo on Instagram




Il nido 
Autore: Tim Winton 
Traduttore: Stefano Tummolini 
Dati: 2017, 442 p., brossura 
Editore: Fazi (collana Le strade) 
Prezzo: € 19,50 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

giovedì 12 gennaio 2017

"Mary Lavelle" di Kate O'Brien

Fu uno sguardo fuggevole e decoroso, 
un ricordo, irreale quasi, 
nel suo battito unico e reciproco, 
e diede a entrambi un’illusione di tenerezza e d’irruenza. 
Si sarebbero conosciuti in seguito, 
non senza riluttanza, tormenti e proteste.

Tra i tanti modi in cui è possibile descrivere l’attimo in cui avviene un colpo di fulmine, questo mi sembra tra i più delicati, nella scelta delle parole, in particolare degli aggettivi fuggevole e decoroso che quasi suggeriscono la pudica inevitabilità di quanto sta per accadere a Mary Lavelle, giovane miss irlandese che presta il suo servizio di istitutrice presso la facoltosa famiglia degli Areavaga nella Spagna del 1922, e Juanito, aitante e romantico rampollo della famiglia. 
Il loro è un amore impossibile: a dividerli c’è prima di tutto l’ostacolo del matrimonio di lui, contratto appena due anni prima con la bella Luisa, e poi la diversità di condizione sociale, che a quei tempi e in una società conservatrice come quella spagnola, non poteva che essere determinante. 
A Cabantes, il piccolo villaggio di pescatori dove sorge Casa Pilár, in una zona residenziale che presto diventa di moda per gli abitanti della vicina Altorno, ritenuta più chiassosa e caotica, Mary trascorre quello che considera un periodo transitorio della sua vita, in attesa di rientrare in Irlanda e sposarsi: non sa ancora quanto il suo soggiorno in Spagna segnerà il suo destino. 
Nell’ultracattolica Spagna e nella famiglia dove la giovane e bellissima istitutrice si occupa delle ragazze Pilár, Nieves e Milagros, una relazione come quella che infiammerà Mary e Juanito non può che destare scandalo e sono queste le resistenze che soprattutto la ragazza avverte nella sua coscienza, dove ha già risolto in realtà il conflitto che riguarda il suo fidanzamento con John, che la attende a Dublino e che lei sente di non amare più, già dai primi tempi della sua permanenza nella villa degli Areavaga, nei Pirenei.
Oltre ad occuparsi dell’educazione delle giovani Areavaga, alle quali in particolare insegna la lingua inglese, Mary nel tempo libero frequenta un gruppo di miss irlandesi, anche loro, come lei, in servizio presso famiglie della zona: donne diverse, di varie età e temperamenti, che si riuniscono abitualmente nello stesso locale per spettegolare tra di loro, fumare una sigaretta in compagnia e bere insieme una tazza di tè. 
Gran parte del romanzo parla della Spagna: i paesaggi sono descritti con molta accuratezza, e così le usanze e i riti particolari, come lo spettacolo della corrida, al quale Mary assiste non senza turbamento, ma anche subendone il fascino. 
Non è solo la costa atlantica dei Pirenei a entrare nel racconto, ma anche Madrid, dove Mary accompagnerà le ragazze in visita alla Tia Cristina, e i luoghi della terra basca dove si incontra di nascosto con Juanito, dal momento in cui la passione tra i due irrompe in maniera incontrollabile.
Alcuni personaggi sono definiti in modo da entrare nell’immaginario del lettore senza poterne più uscire, pur non rivestendo ruoli da protagonista: così Don Pablo, il padrone di casa, dolente figura, vittima delle convenzioni cui ha dovuto cedere sposando Consuelo -che poi in realtà si rivelerà donna sensibile e devota-, che sente verso Mary un trasporto inconfessabile e che intuisce per primo il legame che si è instaurato tra suo figlio e la giovane istitutrice. E poi Agatha, la collega di Mary che le rivelerà, senza falsi imbarazzi, di provare un’attrazione particolare nei suoi confronti e di provare sentimenti certamente non semplici da confessare e da vivere alla luce del sole per quei tempi. 
Il romanzo tocca argomenti decisamente anticonvenzionali per l’epoca in cui venne scritto e pubblicato, tanto da essere immediatamente censurato con l’accusa di immoralità: l’indipendenza della donna, l’amore adulterino, l’attrazione omosessuale, i vizi sconci di un anziano religioso sono temi scottanti che nel 1936, anno della prima pubblicazione di “Mary Lavelle” non potevano che destare scalpore. 
Ha reso giustizia a questo romanzo coraggioso -e anche ingenuo nel racconto della passione che scoppia impetuosa tra la protagonista e Juanito-, la Virago Press, casa editrice britannica specializzata in scritture al femminile, che l’ha pubblicato nel 1984. In Italia arriva nel 2016, grazie a Fazi, da qualche anno impegnata alla riproposta di grandi romanzi del passato nella collana “Le strade”. 
“Mary Lavelle” è una storia d'amore e di vita appassionante in una Spagna assolata e densa di umori, bellezza, convenzioni e trasgressioni: non può che conquistare i lettori, trasportandoli nelle arene infuocate, nei boschi dei Pirenei, nei porticcioli della costa, nei caffè rumorosi e densi di chiacchiere e risate. 
 
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Mary Lavelle 
Autore: Kate O’Brien 
Traduttore: Antonella Sarti 
Dati: 2016, 334 p., brossura 
Editore: Fazi (collana Le strade) 
Prezzo: € 18,50 
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

lunedì 20 giugno 2016

Ultima lettura: "Bruges la morta" di Georges Rodenbach

L’uomo si stanca di posseder sempre lo stesso bene. 
Non si apprezza la felicità, così come la salute, 
se non attraverso la sua negazione. 
E l’amore stesso consiste nella propria intermittenza. 

Lo scorso 9 giugno è uscito per Fazi questo classico della letteratura decadente dello scrittore belga Georges Rodenbach, uscito a puntate su Le Figaro nel mese di febbraio 1892, poi in edizione definitiva nel 1914 presso l’editore Ernest Flammarion di Parigi. In Italia è stato pubblicato la prima volta nel 1907 dall’editore Voghera di Roma (edizione non definitiva, perché rivisitata dall’Autore e licenziata definitivamente sette anni più tardi), poi nel 1920 (Milano, editore Facchi) in una versione adattata per il teatro, successivamente da Rizzoli nel 1955.
In realtà non si tratta di una vera e propria novità neanche per Fazi, che lo ha già pubblicato nel 1995, nella collana Le porte, con la cura di Emanuele Trevi e la presentazione di Marco Lodoli, inserita anche in questa nuova edizione, che si pregia di una copertina molto più significativa di quella precedente. Questa sembra essere una delle cifre caratteristiche della casa editrice negli ultimi anni: una cura particolare nella scelta delle immagini di copertina, che spesso –insieme a certi titoli- è di grande richiamo. Tanto più in questo caso, se pensiamo che il romanzo nasce in origine come un esperimento anche visivo, dal momento che l’autore voleva corredare la sua opera con delle fotografie della città (qui le immagini dall’archivio multimediale di Wikipedia) che fossero rappresentative di una certa atmosfera, mirabilmente ricreata con le parole.
Bruges è quindi indubbiamente la protagonista di questo romanzo (“Le città specialmente posseggono ognuna una personalità propria, uno spirito autonomo, un carattere riconoscibile che corrisponde alla gioia, al nuovo amore, o alla rinuncia, alla vedovanza. Ogni città è uno stato d’animo: e quando vi si soggiorna, questo comunica, si trasmette a noi come un fluido che, respirato con l’aria, entra a far parte del nostro corpo”, cap. X): è la città cupa e bigotta, dalle banchine di pietra e dai canali gelati, dalle abitazioni chiuse e dagli argini di muraglia a protezione delle testate dei ponti, dove Hugues Viane si rifugia, per coltivare nella solitudine il ricordo della giovane moglie Ofelia, di cui è rimasto prematuramente vedovo.
Il ricordo della giovane moglie è alimentato dalla venerazione delle sue reliquie, abiti e oggetti appartenuti alla donna, fino addirittura a una treccia dei suoi capelli, conservata in una teca di vetro.
A sconvolgere l’esistenza del vedovo sarà l’incontro fortuito con Jane, giovane attrice le cui fattezze sembrano richiamare esattamente quelle di Ofelia. La somiglianza sorprendente tra Jane e Ofelia si rivela ben presto illusoria e la constatazione di quanto, a differenza della moglie morta, la giovane attrice sia capricciosa e arrivista, bugiarda e frivola, getta Huges in un profondo sconforto, fino all’epilogo tragico del rapporto tra i due.
Molte sono le suggestioni che questo romanzo ispira: nelle bugie di Jane ho ritrovato quelle della cocotte Odette, della quale s’innamora Charles Swann (“Un amore di Swann” nel primo volume del ciclo della Recherche di Marcel Proust “Dalla parte di Swann”, 1913), nello sdoppiamento di Ofelia, quello di Dorian Gray nel suo ritratto (Oscar Wilde pubblicò il suo romanzo nel 1890, due anni prima dell’uscita su Le Figaro di “Bruges la morta”).
Inoltre il tema della morte e dei ‘ritorni’ sotto forme simili rappresentano un topos letterario e cinematografico molto frequentato in ogni tempo, basti ricordare i feuilleton di Carolina Invernizio (le cui opere sono state scritte tra il 1877 e il 1920), “La donna che visse due volte” di Alfred Hitchcock (1958), basato sul romanzo “D'entre les morts” di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, la telenovela brasiliana in costume “Marina”, basata sul romanzo della scrittrice Carolina Nabuco “A sucesora” (1934) e si potrebbero richiamare molti altri esempi, tutti riferibili al mito classico di Orfeo e Euridice.
Sicuramente forte di una traduzione agile, il romanzo non risente dell’età, anche se il tema e l’atmosfera torbida e misteriosa certamente richiamano a una letteratura superata.
Colpisce lo stretto legame con la città, che viene quasi personificata dal protagonista che la riconosce come incarnazione dei suoi rimpianti: “Bruges era la sua morta, e la sua morta era Bruges. Tutto era unito da un identico destino: era Bruges-la-morta, anch’essa sepolta nella tomba dei suoi quais di pietra”, cap. II). 



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Bruges la morta 
Autore: Georges Rodenbach 
Traduzione: Catherine McGilvary 
Presentazione: Marco Lodoli 
Dati: 2016, 106 p., brossura; ePub 272,7 KB, PDF 911,6 KB 
Editore: Fazi (collana Le strade) 
Prezzo: € 15,00 (eBook € 6,99) 
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

venerdì 22 aprile 2016

Ultima lettura: "Ruggine" di Anna Luisa Pignatelli


Dalla volgarità nasce la malvagità,
la follia del male che non era
 che ingordigia, egoismo, presunzione.

Gina, detta Ruggine per l’attaccamento che ha al suo gatto Ferro (“So’ attaccata a lui come la ruggine al ferro, è proprio vero”) è un’anziana donna che vive a Montici, in Toscana, in compagnia dell’unica creatura capace di mettersi in relazione con lei, un gatto color fuliggine che sul petto “dava in un rosso aranciato come una patine di ruggine” e che “la guardava meditabondo, come riflettesse su di lei, e passavano lunghi momenti occhi negli occhi, ricavando dalla presenza dell’altro coscienza di sé”. Gina è guardata con sospetto e malvagità dai suoi compaesani, per via di un fatto torbido di cui è stata vittima a causa del figlio Loriano, un giovane disadattato che dopo la morte del padre aveva rivolto verso di lei attenzioni morbose e che per questo era stato allontanato e ora è ricoverato in una casa famiglia.
Il suo essere per niente integrata nella comunità, il suo vivere ai margini, fa di Gina una solitaria suo malgrado, una diversa, una che per poter parlare con qualcuno ha bisogno di fare qualche piccolo acquisto alla bottega del droghiere, amico del padrone di casa che la vuole sfrattare (“Quando entrava in una bottega con l’intenzione di comprare, il padrone lo capiva subito e le sorrideva. Era per lei un’occasione di dire: «Buongiorno». E anche: «Forse oggi pioverà». Sentirsi dire in cambio: «Chissà», oppure: «Di certo pioverà», le dava un senso di potere e di appagamento, quasi fosse riuscita a sedurre l’interlocutore inducendolo a darle una risposta. […] Era sempre Gina a dire per prima «buongiorno», «buonasera» e spesso non le rispondevano, come fossero a conoscenza di qualcosa di grave di cui le attribuivano la colpa. Qualcosa che sentiva latente dentro di lei, come un insetto addormentato pronto a pungerla nell’anima.”).
E quella gente che la respinge è la stessa che passa il tempo a spiare dietro le persiane e a piazzarsi sotto le finestre per sentire cosa succede nelle case degli altri.
Leggere questo breve romanzo significa essere trascinati in fondo a un pozzo nero di tristezza da concetti che si ripetono e che sono i nuclei portanti della vicenda umana di Gina (i dolori fisici, la schiena curva e le gambe che non rispondono come dovrebbero, l’affronto insano del figlio, il cui il disagio psichico e morale è l’origine di tutto il male, il rapporto con il marito morto da anni ma continuamente rievocato, l’emarginazione e la solitudine); tuttavia l’angoscia, il dispiacere e la partecipazione solidale alla storia di Gina non impediscono il piacere della lettura e Anna Luisa Pignatelli offre lo spunto per recuperare un narrare realistico quasi di impronta verghiana, raccontando un mondo arcaico nei modi e nelle dinamiche sociali, eppure non lontano nel tempo e nello spazio. Un riferimento al romanzo di Dino Buzzati "Il deserto dei Tartari" riporta a un’idea di solitudine che però è molto diversa da quella di Gina: mentre il protagonista del romanzo di Buzzati trascorre una vita aspettando invano che accada qualcosa alla Fortezza Bastiani, comunque animato da una speranza, Gina non aspetta nulla, non desidera nulla. E chissà perché Tamara, la figlia del droghiere che ogni tanto passa a farle visita, porta da leggere a Ruggine proprio la storia del tenente Drogo.

(Attualmente l’eBook è disponibile sui principali store online a € 2,99, un’occasione da non lasciarsi sfuggire.)
 
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Ruggine
Autore: Anna Luisa Pignatelli
Dati: 2016, 151 p., brossura; eBook 685,9 KB
Editore: Fazi (collana Le strade)
Prezzo: € 16,00 cartaceo; eBook € 7,99
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

martedì 16 giugno 2015

Ultima lettura: "Cassandra al matrimonio" di Dorothy Baker


Cassandra al matrimonio

Autore: Baker Dorothy (trad. Stefano Tummolini; postfazione Peter Cameron) ediz orig. 1962
Dati: 2014, 274 p., brossura
Editore: Fazi (collana Le strade)

[…] e ho pensato a quanto dev’essere difficile
mantenersi ligi al proprio dovere,
quando si è schiacciati tra l’ironia di alcuni
 e lo zelo di altri

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Leggere un libro usato, quindi acquistato e letto da qualcuno prima di te, è spesso un’esperienza alla scoperta delle umane sensibilità altre da noi. Capita così, quando trovi tra le pagine alcuni passi sottolineati, quelli che evidentemente hanno colpito il lettore che ti ha preceduto. Dopodiché sei lì a riconoscerti, oppure a chiederti che cosa in una certa frase, in un certo periodo, abbia potuto dar da pensare a chi ha letto prima di te quella frase, quel periodo. Bello, mi piace, perché il più delle volte si tratta di sentirti in qualche modo unito a qualcuno che non conosci -e non conoscerai mai, probabilmente-, in una corrispondenza che non potrai verificare a fondo ma che c’è stata in un certo momento, a distanza, anche quando i sentimenti non combaciano[1].
Come a volte accade, romanzi scritti in un tempo lontano e mai pubblicati in Italia, vengono scovati da editori assai sensibili e proposti al pubblico con la certezza di offrire una bella storia. Fazi lo ha già fatto con “Stoner” di John Edward Williams, contribuendo a creare un caso letterario, con “Il lungo sguardo” di Elizabeth Jane Howard e con “Cassandra al matrimonio”, con cui rischia di replicare il successo di storie che, nonostante siano ambientate -e soprattutto siano state scritte- in un passato abbastanza lontano, si affermano oggi per la loro attualità. Ciò che accomuna queste opere infatti è da una parte la modernità dei temi trattati, e dall’altra una freschezza di stile e di linguaggio, il cui merito è da ascrivere anche al lavoro dei traduttori (Stefano Tummolini per Williams e Baker e Manuela  Francescon per Howard), che ce le rende vicine.
Questa è la storia di Cassandra che, obtorto collo, torna da Berkeley -dove studia all’università- al ranch di famiglia per partecipare come damigella d’onore al matrimonio della sua gemella Judith. Non che non si fossero già separate fisicamente, l’una appunto a Berkeley e l’altra a New York, ma il matrimonio è un’altra cosa, il matrimonio significa separare ciò che la ragazza considera un tutt’uno, un’entità indivisibile, un connubio che non può essere dissacrato da un estraneo che si insinua e si porta via una metà indispensabile alla sopravvivenza dell’altra. Questo è il sentimento che accompagna Cassandra mentre torna a casa e nei tre giorni di permanenza al ranch, durante i quali cadono tutte le barriere, forzatamente tenute su dalla nonna e dal padre (la madre Jane è morta tempo prima) che conducono la loro esistenza e si preparano all’evento nuziale coerentemente con il loro modo di essere e incuranti del cataclisma che tutto questo comporterà nella vita della più debole delle due gemelle. Sì, perché malgrado l’ostentato cinismo, Cassandra è fragile (anche se Judith dice “c’è sempre stato un che di tigre, in Cassandra” p. 213), ha necessità di sostegno e di riconoscimento da parte di una sorella che ormai, matura, è interamente proiettata nel futuro (ma Cassandra confonde la maturità della sorella con una forma di mancanza di tatto e addirittura spietatezza, arriva anche a definirla ‘molto convenzionale’ e proprio per questo destinata ad essere felice, come se la felicità potesse risiedere nell’ordinarietà e viceversa come se l’originalità fosse l’anticamera dell’infelicità).
Cassandra è irrisolta, non sa immaginarsi fuori dalla coppia che fin dalla nascita ha formato con Judith, da cui la distanziano solo undici minuti, nel momento della nascita, e dalla quale ha viceversa sempre voluto distinguersi, a partire dal rifiuto di vestirsi in modo identico alla sorella, come vezzosamente avrebbe desiderato la loro nonna materna, salvo poi acquistare inconsapevolmente lo stesso abito, della stessa marca e dello stesso colore, già scelto dalla sua gemella per il giorno delle nozze. L’‘incidente’ dell’abito per la cerimonia di Judith sembra quasi minare la profonda e convinta esigenza delle gemelle di essere distinguibili almeno nell’abbigliamento, visto che fisicamente possono essere confuse facilmente: “Essere come noi non è facile, richiede una costante attenzione al dettaglio. Ci ho riflettuto tantissimo, ci abbiamo riflettuto entrambe. Come ho cercato di spiegare alla mia psicologa, si tratta di impegnarsi incessantemente per riuscire a essere il più diverse possibile: perché, affinché ci possa essere un ponte, prima dev’esserci uno spazio da attraversare. E il vero progetto è il ponte.” (p. 124), ovvero la possibilità e la capacità di essere legate, mantenendosi a distanza. Anche questo (si distinguono? Non si distinguono? Da cosa si distinguono?) è uno dei cliché che il ‘mondo esterno’ rovescia addosso ai gemelli. Ed è quel cliché che Cassandra avrebbe voluto da sempre rovesciare, rispedire ai mittenti, mantenendo il legame intimo con quella parte di sé, sua sorella, che invece ora se ne sta andando per la sua strada.
Il racconto di questi tre giorni di preparativi psicologici al grande evento sono raccontati alternativamente dalle due sorelle, in tre parti (parla cassandra, parla judith e di nuovo parla cassandra), dove la voce di Cassandra è quella che prevale. E lo stile che caratterizza le parti in cui le voci delle gemelle si cambiano il turno rispecchia il temperamento delle due ragazze, tanto indistinguibili fisicamente quanto nettamente identificabili caratterialmente.
Ho trovato la sintassi di Dorothy Baker molto moderna (non dimentichiamo che l’Autrice, originaria del Montana, è nata nel 1907), ma non so quanto questo si debba alla traduzione: i periodi sono molto ritmati, c’è una prevalenza di frasi brevi e la paratassi è preponderante, soprattutto nei soliloqui di Cassandra. Anche i dialoghi occupano una parte importante della narrazione, tanto che si potrebbe pensare a una sceneggiatura già quasi costruita.
Molto di Cassandra, del suo carattere e della sua storia viene analizzato da Peter Cameron nella postfazione al romanzo, ma lui lo può fare proprio perché il suo commento si legge alla fine, a carte scoperte. Lo scritto di Cameron rappresenta quindi un motivo in più per leggere questa storia, anche perché offre ulteriori spunti di riflessione rispetto a quelli che si maturano ad una prima lettura del romanzo di Dorothy Baker, con interessanti incursioni nell’unica prosa di Sylvia Plath, il romanzo “La campana di vetro” del 1963 la cui tormentata protagonista tanto ricorda la nostra Cassandra Edward (che nasce un anno prima, nel 1962).


[1] E questo è per dire dei vantaggi degli acquisti di libri su circuiti dell’usato, di cui gli studi di mercato non tengono abbastanza conto quando si parla di quanto si legge/non si legge in Italia (quando poi sono proprio i lettori più forti che si orientano verso il mercato del libro usato, per ovvi motivi di sopravvivenza economica, in prima istanza).

domenica 8 giugno 2014

Ultima lettura: "Stoner" di John E. Williams


Stoner

Autore: Williams John E. (traduzione di Stefano Tummolini)
Dati: 2012, 332 p., rilegato; ePub 590,6 KB disponibile anche in formato PDF
Editore: Fazi (collana Le strade)

A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri,
ben più giovani di lui, avevano imparato prima:
che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero
e che l’amore non è una fine ma un processo
attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra.

Nel 1965 John Edward Williams, assistant professor di scrittura creativa presso l’università di Denver, la stessa università dove si era laureato, pubblica il suo terzo romanzo, “Stoner”.  Si tratta di uno di quei casi letterari dal successo tardivo: alla sua pubblicazione il romanzo non riscuote molto favore e viene riscoperto e ripubblicato solo nel 2003 dalla casa editrice statunitense Vintage Classics, nove anni dopo la morte del suo autore. In Italia arriverà nel 2012, nella traduzione di Stefano Tummolini e con una postfazione di Peter Cameron -a sua volta tradotta da Giuseppina Oneto-, grazie all’editore Fazi, al quale personalmente non cesserò mai di essere grata, non solo per “Stoner”, ma anche per altre letture che regala ai lettori italiani.
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Alla sua pubblicazione in Italia, “Stoner” diventa un caso editoriale di una certa importanza: molti ne parlano in termini entusiastici, il titolo rimbalza sulle riviste che ospitano recensioni letterarie e nei book-blog. Come sempre in questi casi, per una forma strana di diffidenza che mi allontana dai libri che hanno grande successo (salvo poi prendermi il tempo necessario per farli decantare nell’immaginario collettivo e farmi venire la voglia di leggerli), mi sono tenuta alla larga dal romanzo di Williams. Del tutto casualmente, un giorno che ero entrata in libreria cercando altro, l’ho visto e ho deciso di acquistarlo, per poi tenerlo parcheggiato su uno scaffale della libreria per quasi un anno: se non ci fosse stata un’altra occasione casuale, la decisione di leggere e commentare proprio questo romanzo per #letturecondivise su Twitter, probabilmente starebbe ancora là, in attesa del momento giusto per essere ‘scoperto’. Tutto questo per dire che a volte ciò che meno ci aspettiamo, gli incontri più fortunati e piacevoli, le folgorazioni che, per definizione, arrivano improvvise, sono proprio le cose che in qualche modo ci cambiano, ci offrono prospettive insperate, ci regalano momenti magnifici.
Se un romanzo mi tiene sveglia la notte, mi incatena alla lettura e mi fa stare con il pensiero fisso ai suoi protagonisti e alle loro vicende, per me è un gran romanzo: non gli chiedo altro, soddisfa pienamente le mie esigenze di lettrice in cerca di piacevole svago e di distrazione ‘dal logorio della vita moderna’, tanto per citare una celebre réclame degli anni Settanta.
Gli ingredienti a prima vista sembrano banali: William Stoner è un professore universitario di Letteratura inglese senza particolari ambizioni, con una vita abbastanza scontata, una moglie e una figlia, una casa di proprietà acquistata a prezzo di grandi sacrifici economici, poche soddisfazioni e la sola passione per l’insegnamento, per il quale si infiamma fino quasi ad estraniarsi. Il romanzo ne narra la storia personale, percorrendo l’esistenza apparentemente piatta di un uomo che quasi si lascia vivere, che sembra non avere capacità di scelta autonoma, che permette alla vita di decidere per lui, come se ciò che rende unica ciascuna vita non sia altro che un complesso di cause ed effetti che si innescano indipendentemente da noi.
Ma ci sono almeno tre momenti che fanno la differenza e che rendono William Stoner un personaggio straordinario e indimenticabile. Si tratta di quando egli decide di orientare la propria istruzione in una direzione diversa da quella di partenza, scontata, per dedicarsi alla passione per la letteratura, che scopre fortuitamente; di quando sceglie per sé l’amore, quello vero che non chiede ma dà; di quando assume una posizione di deciso contrasto verso l’odioso studente Walker, estensione dell’altrettanto odioso collega Lomax. Questi snodi narrativi fanno in modo che il lettore diventi partecipe della vita di Stoner, si schieri inevitabilmente dalla sua parte, speri, soffra con lui, si indigni per le ingiustizie subite.
Molti personaggi affollano la vicenda personale di Stoner (che, come giustamente osserva Cameron, è William solo all’inizio, per tutto il libro solo Stoner, tranne che Willy per la moglie Edith, in pochi momenti di infantile attenzione. e Bill nell’attimo più autentico della sua vita sentimentale e intima), ma, per quanto importanti per definire la storia del protagonista, tutti impallidiscono davanti a lui, che giganteggia nella sua mediocrità di eroe involontario.

PS. Per un po’ metto il mio blog in stand-by: non se ne dispiaceranno ‘i miei dieci lettori’, la passione per la lettura può restare più forte dell’esigenza di parlare sempre e per forza dei libri letti. Sulla quella mia passione, garantisco: è l’unica che non si attenuerà mai.

martedì 8 ottobre 2013

Ultima lettura: "Cate, io" di Matteo Cellini


Cate, io

Autore: Cellini Matteo
Dati: 2013, 216 p., rilegato
Editore: Fazi (collana Le strade)

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Il compleanno dei diciotto anni è la tappa più attesa per un adolescente. Non è così per Caterina, altrimenti Cate, la protagonista del romanzo d’esordio di Matteo Cellini, vincitore del Campiello Opera Prima 2013.
Caterina è obesa in un famiglia di obesi, dove ha un posto e sa di esistere come Caterina, appunto. Fuori dalla sua casa invece è una non persona, così si definisce, ed ogni volta è Cate-ciccia, Cater-pillar, Cate-bomba. Caterina si attrezza ed esce ogni giorno a fare la guerra, vedendo in tutti dei nemici nati apposta per prenderla in giro: ecco perché non salta un giorno di scuola, per essere sicura che in sua assenza non si parli di lei. Ma arriva il momento in cui di lei si deve parlare per forza, perché arriva il suo diciottesimo compleanno e dovrà essere festeggiato come tutti quelli dei compagni di scuola che l’hanno preceduta: stesso locale, stesse pizzette, stessa musica e stessa scelta del vestito per la festa. Già, il vestito per la festa, la farsa, la finzione, il simbolo di ciò che deve fingere di essere e che non si sente di essere, un’adolescente come un’altra. Sarà rosso, così si vede meglio. Un incubo.
In effetti Caterina non è un’adolescente come un’altra e non tanto perché è obesa, o meglio, non solo perché è obesa, ma perché questa sua condizione l’ha fatta diventare un’acuta osservatrice della realtà che la circonda e di cui analizza spietatamente e sarcasticamente tic, vizi, eccessi, sempre però dal suo punto di vista, che è viziato da uno sguardo fin troppo disincantato, che a volte non vuole vedere ciò che è evidente, ad esempio l’amicizia e l’affetto di Anna, la sua compagna, quella che sale ogni mattina con lei le scale dell’edificio scolastico. E se Caterina è ogni volta Cate-ciccia ,Cater-pillar o Cate-bomba, anche lei ha soprannomi cattivi per gli altri: Anna è l’Annoievole, Antonella è Analfabeta, Giulio l’Amante (perché sempre innamorato e mai corrisposto). Insomma, anche Caterina è feroce e non solo con se stessa.
La vita di Caterina scorre tra lezioni e casa, attraverso il rapporto che ha con i genitori, i fratelli, la nonna con la quale condivide letture impegnative, la Prof. Mazzantini, Anna e infine Giacomo, che rappresenterà la sorpresa e il riscatto di questa ragazzina difficile ed esigente.
A Matteo Cellini va il merito di aver saputo mettersi negli ingombranti panni di Caterina, dando voce ai suoi pensieri e alle sue azioni, talvolta disperate: la descrizione dell’attacco bulimico che sorprende Cate (e sorprende soprattutto il lettore per la sua violenza) ha qualcosa di drammaticamente verosimile, che disturba e allo stesso tempo attrae, come se non ci si volesse fermare, per sapere fino a che punto una crisi autodistruttiva del genere può arrivare. Tuttavia non si può passare oltre alcune sinestesie, similitudini e metafore improbabili, per non dire di alcune costruzioni sintattiche ardite, delle quali Cellini sembra compiacersi: frasi come “il caffè macchia l’aria di un odore forte come un cane dalmata” o “mando in frantumi il piano regolatore della notte” lasciano interdetti a chiedersi cosa significhino.
“Cate, io” è un libro che si legge facendo un po’ di fatica, che stenta a decollare, che non riesce a coinvolgere per l’assenza di azione, fino a quando un avvenimento e due cominciano a ‘fare storia’ e allora ci si fa prendere e si arriva in fondo, con la consapevolezza raggiunta che questa storia un significato ce l’ha, anche se è difficile da trovare.