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martedì 14 marzo 2017

Ultime letture con #LeggoNobel

È decisamente un periodo strano questo, denso senz’altro di letture delle quali non ho il tempo di parlare. Lo faccio per i libri letti con #LeggoNobel in un post collettivo, come ho fatto altre volte in cui ho riunito le impressioni tratte da più letture che si sono avvicendate – anche in contemporanea- in un lasso di tempo relativamente breve. 
Mi riservo invece di scrivere prossimamente in maniera più approfondita di due letture in particolare che mi hanno colpito nel profondo, La vegetariana della scrittrice coreana Han Kang (Adelphi, 2016) e La vita sconosciuta di Crocifisso Dentello (La nave di Teseo, 2017), mentre di Sono cose da grandi, lunga lettera che Simona Sparaco scrive al figlio di quattro anni, indagando le ragioni dei propri timori di mamma e delle speranze per il futuro del piccolo Diego (Einaudi, 2017) spero di parlare presto su lostruzzoascuola.it

Con il gruppo #LeggoNobel negli ultimi mesi abbiamo incontrato due autori, molto distanti nel tempo e nello spazio. La lettura che, in social condivisione con gli Scratchreaders su Facebook, ci ha impegnato tra gennaio e febbraio è stata Furore di John Steinbeck. 
La storia della famiglia Joad, costretta a lasciare la propria terra per raggiungere un paradiso più immaginato e sognato che effettivamente incontrato, in California, è la stessa di altri disperati, vittime di quella particolare congiuntura economica e sociale che vide tante famiglie americane precipitare nell’indigenza più nera, negli anni della Grande Depressione. 
Ai capitoli dove i Joad e le loro disavventure sono assoluti protagonisti, si alternano i passi corali, dove il paesaggio diventa personaggio e la varia umanità parla con voce unanime. In modo particolare sono stata colpita dal capitolo 15, dove quasi è possibile visualizzare il tipico locale americano dove ci si ferma per il breakfast: la lunga parentesi all'interno di un locale della Route 66, con Mae, o Minnie, o Susy, che serve caffè e torta alla crema di banane, mi ha conquistato, facendomi tornare in mente la Holt della trilogia della pianura di Kent Haruf. Ma potrei ricordare molti altri passaggi che hanno reso la lettura appassionante. 
I personaggi disegnati da Steinbeck sono potenti, soprattutto Ma' e forse un po' tutte le donne che, anche quando piagnucolanti come sua figlia Roseharn, poi sono capaci di grandi gesti coraggiosi, fino ad arrivare a finali inaspettati che lasciano il lettore spiazzato. 
Anche in questo caso è stato un felice ritrovare lo scrittore già apprezzato da ragazza quando lessi La valle dell’Eden, scovato nella ricca biblioteca di mia zia e letto nei lunghi pomeriggi roventi dell’estate salentina, molti anni fa. 

Il secondo autore letto con gli amici che seguono il gruppo di lettura dedicato ai premi Nobel per la Letteratura è stato Dario Fo, primo tra i Nobel italiani che abbiamo scelto, anche per omaggiarlo a pochi mesi dalla scomparsa. Per scelta di Valentina Accardi e mia, il progetto #LeggoNobel previlegia gli scrittori in prosa, lasciando quindi da parte quelli che si sono distinti per la poesia, il teatro e la saggistica (motivo per il quale sono esclusi, almeno per ora, Giosuè Carducci, Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo, tra gli italiani); tuttavia Dario Fo, pur essendo conosciuto soprattutto per aver scritto e portato in scena testi teatrali, ha scritto anche romanzi. Tra questi la preferenza è caduta su Razza di zingaro (Chiarelettere, 2016), la storia di Johann Trollmann, pugile sinti nella Germania nazista, campione del mondo dei mediomassimi a cui verrà negato il titolo perché è uno zingaro. Il titolo sarà poi restituito ai suoi familiari sopravvissuti, molti anni dopo la sua morte in un campo di concentramento, ma di questo epilogo non c’è traccia nel romanzo di Fo, come di tanti altri aspetti rigorosamente storici. Viceversa il racconto è molto immaginato nei dialoghi, che occupano sequenze importanti per la maggior parte del testo, molto sceneggiato in uno stile fin troppo semplice. Dario Fo racconta come se stesse sul palco e in questa sua caratteristica mi ha fatto tornare in mente la biografia umana e artistica di Maria Callas, portata in scena con Paola Cortellesi in quello che credo sia stato il suo ultimo spettacolo, Callas scritto con Franca Rame; ma a teatro è un'altra cosa, c’è la presenza scenica, la mimica, la voce in tutte le sue variazioni. Forse il mio giudizio, non particolarmente entusiasta, è influenzato dalla lettura di Alla fine di ogni cosa di Mauro Garofalo, ricostruzione fedele della drammatica storia di Rukeli. Ho apprezzato molto invece le tavole, i dipinti di Fo, e l'edizione Chiarelettere particolarmente pregiata.
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Razza di zingaro
Autore: Dario Fo
Dati: 2016, 160 p., brossura 
Editore: Chiarelettere
a c. di Chiara Porro e Jacopo Zerbo
Prezzo: € 16,90 
Giudizio su Goodreads: 3 stelline 

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Furore
Autore: John Steinback
Traduttore: Sergio C. Perroni
Dati: 1940/2016, 637 p., brossura 
Editore: Bompiani (collana Classici Contemporanei Bompiani) 
Prezzo: € 14,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

lunedì 4 aprile 2016

#LeggoNobel: "Lo straniero" di Albert Camus


“Lei è giovane, e immagino che questo tipo di vita possa piacerle.”
Ho detto che sì ma in fondo per me era lo stesso.
Allora mi ha chiesto se non m’interessasse cambiare vita.
Ho risposto che non si cambia mai vita,
che comunque una vita vale l’altra
e che la mia lì non mi dispiaceva affatto.

Mi sono avvicinata ad Albert Camus con una sorta di timore reverenziale, quello che si ha per gli Autori importanti, che bisogna aver letto. Tanto più che ne rimandavo l’incontro da quando al ginnasio ne sentii parlare per la prima volta dalla  mia insegnante di Lettere
a proposito de “La peste”, libro che non ebbi il coraggio di leggere allora e che ancora non ho letto, a distanza di oltre trent’anni. Il primo tentativo di leggere Camus l’ho fatto con  "L'uomo in rivolta" , breve saggio che ben si adattava ad una lettura collettiva -.quella promossa dal gruppo di lettura Scratchmade su Facebook, all’indomani della strage parigina al Bataclan, rivendicata dall’Isis. Ma non era il mio momento per Camus e la lettura del libro scelto dalla maggioranza del gruppo di Maria Di Biase non era evidentemente adatto ad un primo approccio con questo autore, che quindi ho scoperto successivamente con “Lo straniero”, scelto per il progetto  #LeggoNobel.
Anche per questo romanzo ho risposto a un input esterno, per così dire, che poi è stata la curiosità derivata dalla citazione in “Atti osceni in luogo privato” di Marco Missiroli, e che poi ha guidato, almeno per il contributo che ne ho dato io, la scelta del titolo di Camus da proporre per #LeggoNobel, e che per il protagonista del romanzo di Missiroli rappresenta una lettura indispensabile nel suo percorso di maturazione.
Stavolta l’approccio è stato estremamente facile: “Lo straniero” si legge agilmente, si tratta di poco più di 150 pagine, per di più in un’edizione che presenta caratteri grandi che agevolano la lettura a chi comincia ad avere qualche problema di presbiopia (aspetto questo affatto trascurabile e motivo che ormai mi fa scartare a priori certe edizioni tascabili di difficile leggibilità). La sintassi è frammentata, la paratassi privilegiata, il discorso è a tratti quasi sincopato, anche se il ritmo costringe spesso a irritate soste, di effetto e (immagino) volute dall’Autore, il quale delinea la figura di un inetto nichilista, che si lascia vivere senza partecipare alla sua stessa vita.
Il protagonista, Meursault, vive ad Algeri e racconta in prima persona le vicende che lo investono, a partire dalla morte della madre in un ospizio e fino all’accusa di omicidio di cui deve rispondere in tribunale, per la morte di un arabo durante una lite in spiaggia. In mezzo c’è la narrazione di un periodo della vita dell’uomo, in cui si avvicendano persone e luoghi, senza che egli ne sia in qualche modo impressionato. Ciò che colpisce di Meursault è la sua continua dichiarazione di non essere interessato a discorsi, situazioni. Tutto gli è indifferente, nulla riveste importanza ai suoi occhi (“mi mancava il tempo di interessarmi a ciò che non mi interessava”), tutto è lo stesso per lui, che prova un senso di estraneità rispetto a ciò che gli succede, la sensazione di essere un intruso, di essere di troppo persino durante il processo che lo riguarda, infatti assiste al dibattimento come se fosse qualcosa che non lo riguarda, da spettatore passivo e solo in un momento avverte quanto “tutte quelle persone” lo detestino. Nemmeno quando comprende di essere al centro di un processo come imputato, sente la necessità di parlare, di dire qualcosa, magari di difendersi, per poi arrendersi (“Ma, a pensarci bene, non avevo niente da dire.”). Durante il processo il procuratore parla dell’anima di Meursault, dice che in lui si riscontra un’assenza di cuore che “diventa un baratro nel quale la società può sprofondare”; lo fa anche l’avvocato difensore (un avvocato d’ufficio, ché l’imputato non si è preoccupato neanche di trovare un avvocato che lo possa difendere al meglio da un’accusa per la quale rischia la pena capitale), che invece sostiene di aver letto nell’anima di Meursault, come in un libro aperto.
Questo personaggio indispone e respinge il lettore per la sua indifferenza e per la sua incapacità di esprimere un’opinione, un’idea qualunque, fosse anche il sentimento che potrebbe legarlo a Maria, una ex collega con la quale intreccia una relazione (“mi è parsa bellissima ma non sono riuscito a dirglielo”); d’altronde, come ricorda l’amico Céleste durante la sua testimonianza al processo, lui è uno che “parlava soltanto se aveva qualcosa da dire”.
Allo stesso tempo Meursault attira, si arriva alla fine del romanzo alla ricerca di un motivo, nella speranza di un rigurgito di coscienza e di un riscatto in un uomo che è straniero alla vita.
Un lungo saggio di Roberto Saviano introduce il romanzo, quasi sproporzionato a una prima impressione: tuttavia la lunghezza del testo si giustifica per la passione convincente che Saviano mette nel descrivere il ruolo che “Lo straniero” può avere nella vita di tutti.
Ora resto in debito con “La peste”, che recupererò.

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Lo straniero
Autore: Albert Camus
Traduttore: Sergio Claudio Perroni
Introduzione di Roberto Saviano
Dati: 2015, 157 p., brossura (prima edizione 1942, Gallimard)
Editore: Bompiani (collana Grandi Tascabili Bompiani. I libri di Albert Camus)
Prezzo: € 12,00
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

martedì 8 dicembre 2015

Ultima lettura: "Per amore solo per amore" di Pasquale Festa Campanile


Per amore solo per amore

Autore: Festa Campanile Pasquale
Dati: 1983, 208 p., brossura; eBook con DRM 0,26 MB (Bompiani 2013)
Editore: Bompiani (collana I grandi tascabili)

Giuseppe si chinò su di lei e disse:
“Come sei bella, mia amata, mia colomba
che ti nascondi in un anfratto della roccia…”

Pasquale Festa Campanile è stato un regista e sceneggiatore molto prolifico, che nonostante la morte sopraggiunta in età ancora attiva (muore a Roma nel 1986 a neanche sessanta anni) ha lasciato molti titoli, soprattutto di commedie all’italiana. Meno produttiva sul piano numerico la sua attività di romanziere, che include solo otto romanzi, molti dei quali divenuti a loro volta film di buon successo.
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Premiato con il Campiello nel 1984, “Per amore solo per amore” è una delle storie più belle scritte, a mio parere, da Festa Campanile: è la storia di un giovane falegname, Giuseppe di Galilea, molto buono, bello e desiderato tanto da provocare la gelosia dei due fratelli Manasse e Zebulon e costringere il loro padre Giacobbe a dargli il suo e farlo partire per la sua strada, in modo da crearsi una vita lontano da Betlemme. A raccontare la storia di Giuseppe è Socrates, l’uomo che diventerà il suo servo, garzone di bottega, aiutante e consigliere, un amico fedele che accompagnerà il giovane nel corso della sua intera esistenza e sarà il testimone della sua vita sacrificata a un amore totale e inspiegabile, quello per Maria.
Prima di incontrare la piccola Maria a Nazareth, dove Socrates e il suo padrone sono arrivati, non senza aver vissuto qualche peripezia, e dove hanno deciso di fermarsi e metter su bottega, Giuseppe è stato un giovane molto ambito che però sapeva il fatto suo, stava attento a non dare troppa confidenza per evitare di rimanere incastrato da qualche ragazza che non nascondeva la sua ammirazione per lui e si lasciava sedurre solo dalle vedove, che non appartenevano a nessuno ed essendo libere gli consentivamo di non infrangere le leggi di Mosè. Ma a Nazareth il giovane falegname conosce Maria, che è ancora una bambina, destinata poi a diventare una bellissima ragazza che lui, che si era sempre dichiarato contrario al matrimonio potendo godere della disponibilità delle vedove più desiderate, vorrà sposare: questo cambierà tutta la sua esistenza, perché inspiegabilmente la ragazza, che tanto lo ama e che lui ricambia con passione, lo costringe ad un matrimonio bianco, che sarà fonte di sofferenza continua per il giovane uomo che avrebbe potuto scegliere e avere le donne più appassionate tra le sue braccia. Giuseppe accetta di sposare Maria, nonostante la ragazza sia visibilmente incinta: ma di chi, visto che lui non l’aveva mai toccata, rispettoso com’era delle leggi che lo vietavano? Questa sarà la domanda che tormenterà il falegname per tutta la vita, che lo costringerà a cercare consolazione nel vino e che sarà motivo di turbamento, nonostante il suo amore per la giovane moglie non sia scalfito nemmeno per un momento dal sospetto che lei gli sia stata infedele. Il figlio che nascerà durante il loro viaggio verso Betlemme, dove lui deve recarsi per un censimento ordinato dal re Erode e dove lei ostinatamente vorrà seguirlo nonostante la gravidanza avanzata, sarà un ragazzino come tanti, monello e un po’ impertinente (o almeno così appare al padre –ché tale Giuseppe si sente per lui, nonostante Gesù non gli sia figlio carnale-), che sviluppa un rapporto speciale con la madre, tanto da suscitare qualche gelosia in Giuseppe, che spesso si sente escluso dalla complicità che lega madre e figlio.
Lontano da qualsiasi concessione al mistero cristiano della concezione di Gesù, senza accordare il suo racconto al mito, Festa Campanile narra la storia di un uomo qualunque, cui tocca vivere una vicenda dai risvolti inaspettati: Giuseppe pensava ad una vita tranquilla, accanto alla donna che ha scelto e di cui è innamorato, nella sua bottega di falegname apprezzato per perizia e creatività e invece gli tocca in sorte una moglie che gli negherà il talamo nuziale, dopo essere stata forse vittima di una violenza sessuale il cui frutto è un ragazzino che gli darà non poche preoccupazioni. Una vita quasi banale se non fosse per il grande sacrificio che Giuseppe sceglie di compiere, solo per amore: tenersi una moglie che avrebbe potuto ripudiare, per rifarsi una vita ‘normale’. L’eccezionalità della storia che lo scrittore racconta è tutta qui, nella straordinaria personalità di Giuseppe, l’uomo qualunque al quale la storia cristiana ufficiale, quella narrata dai Vangeli, darà uno spazio molto marginale.
La scrittura di Festa Campanile, piana e gradevole, regala momenti di grande commozione che si alternano a pagine divertenti che strappano il sorriso. Particolarmente divertenti sono le pagine dedicate al “giro del cane”, l’usanza che i giovani e le giovani a Nazareth usavano di girare in circolo e in senso contrario (i maschi per un verso, le ragazze in senso inverso) per potersi vedere in faccia e in qualche modo conoscersi, così come toccanti sono i brani in cui Giuseppe e Maria si dichiarano reciprocamente l’amore, richiamando le parole del Cantico Dei Cantici, uno dei testi biblici più evocativi e insoliti, scritto in forma dialogica e attribuito al re Salomone.
Ho riletto questo romanzo, che avevo letto alla sua prima apparizione, conservandone un ricordo piacevole: lo ritrovo oltre trent’anni dopo, in occasione di un salotto letterario (e sono grata a chi lo ha proposto, altrimenti non credo che mi sarebbe capitato di rileggerlo), con la stessa freschezza che mi aveva già colpito. Purtroppo oggi è fuori catalogo; nonostante il sito di Bompiani indichi ancora gli store online dove acquistarlo, il libro risulta non disponibile. Nel 2013 lo stesso editore realizza la versione in e-book, che al momento è l’unica reperibile.
“Per amore solo per amore”, dieci anni dopo la sua pubblicazione, diventa un film, con la regia di Giovanni Veronesi, interpretato da un credibile Diego Abatantuono nella parte di Giuseppe e da una giovanissima Penelope Cruz nella parte di Maria di Nazareth.
Cercatelo, anche in edizione digitale o nei canali dei libri usati: è una lettura coinvolgente, che scorre veloce e lascia un’intensa emozione e una profonda compassione verso il protagonista.

sabato 3 ottobre 2015

Pier VittorioTondelli e #BigliettiAmici


Biglietti agli amici

Autore: Tondelli Pier Vittorio
Dati: 1997, 144 p., brossura
Editore: Bompiani (collana NuovoPortico)

Io volevo tutto
e mi sono sempre dovuto accontentare di qualcosa.


Sfoglio per l’ennesima volta le pagine di “Biglietti agli amici” di Pier Vittorio Tondelli, uno dei talenti più innovativi degli anni Ottanta della nostra letteratura del Novecento, che troppo presto è scomparso lasciando una grande eredità agli scrittori che si sono in qualche modo inseriti nel solco da lui tracciato.
L’ultima volta, prima di oggi, in cui ho ripreso in mano questo libro è stata la scorsa estate, dal 19 luglio all’11 agosto, grazie ad un progetto di lettura/riscrittura su Twitter secondo il metodo di TwLetteratura (hashtag #BigliettiAmici), che Erika Pucci, Alessandro Pigoni ed io abbiamo ideato, senza dimenticare l’aiuto prezioso degli amici di TwLetteratura –Edoardo Montenegro, Paolo Costa e Pierluigi Vaccaneo- che ci hanno sostenuto e la collaborazione fattiva, dietro le quinte, di Juri Versari.
Locandina del progetto #BigliettiAmici (by Erika Pucci)
Perché Tondelli e perché proprio questo libro? “Biglietti agli amici” non è certo l’opera più rappresentativa di Tondelli, che nasce scrittore con “Altri libertini”, opera d’esordio che lo porterà immediatamente sotto la luce dei riflettori da una parte per l’accusa di immoralità (con conseguente sequestro da parte della Procura della Repubblica de L’Aquila nel 1980), ma soprattutto per le grandi novità sul piano della tecnica narrativa, che da quel momento in avanti ne faranno un anticipatore di gusti, temi, moduli stilistici. Saranno poi altri titoli che confermeranno le doti narrative di Tondelli, che culmineranno in “Un weekend postmoderno”, una specie di zibaldone che raccoglie gli scritti giornalistici, i reportages, i saggi, le narrazioni brevi dello scrittore emiliano: una summa degli anni Ottanta, dell’edonismo reaganiano, di rock e acid music, dei romanzi di David Leavitt, passando da “Pao Pao”, “Camere separate” e “Rimini”.
In mezzo c’è comunque questo volumetto, costituito da
ventiquattro biglietti, uno per ogni ora della notte e del giorno, raccolti e pubblicati da Baskerville in un primo momento in 531 copie autografate, destinate agli amici più intimi dell’Autore come regalo per il Natale del 1986: delle due tirature, la prima di 31 copie riportava i nomi dei destinatari di ciascun biglietto per esteso, la seconda di 500 copie venne messa in vendita in esclusiva alla libreria Feltrinelli di Bologna. Questa prima edizione è introvabile e doveva rimanere in una dimensione privata, destinata com’era ad essere regalata a pochi amici intimi. Nel 1997 però, sei anni dopo la morte di Tondelli avvenuta a Correggio nel 1991, l’editore Bompiani ottenne di ripubblicarla e ne affidò la cura editoriale a Fulvio Panzeri. Il pregio di questa edizione, anche se da una parte ‘tradisce’ in qualche modo le intenzioni del suo Autore, che erano appunto quelle di lasciare che i suoi “Biglietti agli amici” restassero solo per i suoi amici, dall’altra ne ricostruisce la genesi, attraverso la riproduzione in immagini dei dattiloscritti, con le correzioni fatte a mano da Tondelli. Non solo, oltre alle diverse redazioni di alcuni biglietti, vi si raccolgono anche appunti e frammenti mai entrati nell’edizione definitiva del volume, così come l'aveva concepita l'Autore. Ancora importante è la Nota al testo di Fulvio Panzeri, che del concepimento e della costruzione di questo libro racconta motivazioni, retroscena e rapporto che Tondelli instaura con il suo stesso testo, sottoposto a ripensamenti e revisioni continue.
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“Biglietti agli amici” racconta qualcosa che non troviamo nel resto delle opere di Pier Vittorio Tondelli: svela, nella sua frammentarietà -onirica e contemplativa a tratti-, i pensieri fugaci, l’intimità delle emozioni più nascoste, dei desideri inconfessati, degli affetti più fugaci e di quelli più profondi e cercati. Ci sono le persone, ma soprattutto i viaggi e i luoghi (molto presenti anche in “Un weekend postmoderno” e sono gli stessi, perché sono i luoghi del cuore di Tondelli), sempre in cerca di qualcosa o qualcuno. Per questo abbiamo scelto di proporre questo testo per un’esperienza di social reading, che ha coinvolto molti degli utenti che da tempo si raccolgono intorno alla comunità di Twletteratura. Ognuno di noi ha filtrato il proprio vissuto attraverso i biglietti, quasi fosse tela di lino a trattenere gli scarti e lasciare il pensiero pulito e cristallino, nello spazio breve di un tweet, dove la brevitas è distillato di anime più o meno in subbuglio.
Personalmente sono molto legata a questo libro, dal primo momento che l’ho avuto tra le mani, appena uscito per Bompiani, intuendone la ricchezza che vi avrei trovato. Non so neanche spiegare il motivo di tanto attaccamento, so che è così e mi basta. Ma se provo a pensarci un po’ “più forte”, penso che forse è perché in quelle pagine ormai consumate, ingiallite, sottolineate, che mostrano tutto il tempo che hanno, mi rispecchio. E se guardo ancora più in fondo, oltre alla mia immagine, vedo riflessa quella di Vicky, tanto amato quanto rimpianto.
Intanto qui trovate il tweetbook dei miei #BigliettiAmici e lì dentro anche il mio Tondelli. 

venerdì 26 giugno 2015

Ultima lettura: "La sposa" di Mauro Covacich


La sposa

Autore: Covacich Mauro
Dati: 2014, 185 p., brossura; ePub con DRM 327,6 KB
Editore: Bompiani (collana Narratori italiani)

Il vento soffia sulla sterpaglia,
brevi raffiche crescono e scemano
sollevando riccioli di sabbia.
Il cielo ha le sfumature lavanda
 di un crepuscolo limpido,
 già molto avanzato.

Finalista al Premio Strega che a breve vedrà proclamare il vincitore per il 2015, mi sono affrettata a leggere questo libro, prima che magari vada a vincere, perché immancabilmente ogni volta che un romanzo sale agli onori della cronaca letteraria, ai miei occhi perde di interesse. Il fatto è che il troppo parlare di un libro, la troppa propaganda, il troppo clamore mediatico mi allontanano invece di attrarmi: questo è l’effetto che mi fa il successo massivo di un libro (e spesso anche di un film), e non lo dico per smentire le regole della pubblicità («Nel bene o nel male, purché se ne parli», come ebbe a scrivere Wilde, senza probabilmente immaginare che sarebbe diventato legge nella società della comunicazione di massa, come già ai suoi tempi si avviava ad essere).
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Poiché però conosco Covacich per averne letto in passato “A perdifiato” e “Fiona”, ci tenevo a leggere anche questo “La sposa”, di cui “Anomalie” (2015 per Bompiani, ma già 1998 per Mondadori) sembra proporsi come naturale complemento, nell’indagine sulla varia umanità.
Questi di “La sposa” sono diciassette racconti, alcuni dei quali prendono spunto dalla vita vera che si fa romanzo e che sono collegati l’uno all’altro come grani di rosario, con cui misurare i gradi di separazione dei protagonisti, in una sorta di preghiera laica.
C’è la cronaca, dura e spietata: Covacich racconta il caso di Pippa Bacca, l’artista performer che -senza volerlo- fece del suo “Sposa in viaggio” la fine del suo viaggio terreno. Racconta ancora la storia della ruota degli esposti, una moderna culla termica che al Policlinico Casilino di Roma, grazie al neonatologo Dott. Piermichele Paolillo, salva tante vite di bimbi abbandonati; e poi la storia di Anna Maria Franzoni e dell’assurda morte del piccolo Samuele; e l’episodio di Alessandro Bono, che passa da un’esibizione sanremese sottotono e sbeffeggiata alla morte per AIDS in poco tempo (e quella sua canzone stonata era in qualche modo il suo testamento); infine il racconto delle nascoste emozioni di un prete giovane (e bello) destinato, partendo da Cracovia, a fare tanti viaggi per il mondo.
Ci sono le passioni dell’Autore: la corsa (come in “A perdifiato”, anche perché, quando si parla di sensazioni, ciò che è più facile raccontare è ciò che si conosce bene e la corsa regala tante emozioni difficili da esprimere per chi non le ha mai provate), il nuoto nell’acqua clorata dove i pensieri si diluiscono, la non-paternità, che si risolve nell’essere padre in altre forme.
C’è l’immaginazione, forse quella che ha prodotto i racconti più crudeli e sconvolgenti: in modo particolare mi ha colpito “La casa dei lupi (favole per bambini vecchi 2)”, per la crudezza delle immagini, quel divenire bestia tra le bestie del protagonista, anche nella trasformazione fisica, bestia con una sua dignità e un suo dover essere secondo natura, quella natura a cui si è adattato perché in realtà non è la sua.
Leggere questi racconti è stato un riconoscere Mauro Covacich: il suo stile, i suoi temi.
Un bel ritrovarsi.

giovedì 16 aprile 2015

Sul comodino: "Capriole in salita" di Pino Roveredo


Capriole in salita

Autore: Roveredo Pino
Dati: 2006, 170 pp, brossura; prima edizione 1996, Edizioni Lint, Trieste
Editore: Bompiani (collana Romanzi Bompiani)

Chi avesse visto l’uomo inciampare lì,
sui gradini di marmo dell’Ospedale Infantile
in quel mattino di pioggia,
 avrebbe pensato a uno scivolone

Difficile trovare, per l’intro di questa recensione, un passo che mi abbia colpito di questo libro che faticosamente sto leggendo, pur trovandomi ormai a poche pagine dalla fine. Così ho scelto l’incipit, che dà l’impronta a tutto il racconto: da un padre sordomuto e alcolista che inciampa sui gradini dell’ospedale dove sono appena nati i suoi due figli gemelli, si dipana tutta l’autobiografia di Pino Roveredo, che affida al suo stile lirico il racconto di una vita disgraziata, destinata ad una redenzione.
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Questo libro si inserisce tra due altri titoli che ho letto dello stesso autore, “Mandami a dire” (Premio Campiello 2005) e “Attenti alle rose” (2009), entrambi molto apprezzati –soprattutto il secondo- per lo stile lieve, la poesia sottesa, l’ironia leggera. Ricordavo uno dei brani più belli di “Attenti alle rose” (
-Oh sì, mia cara! Baciamoci. E non stacchiamoci da questo bacio! Lascia che la mia vita s'infili dentro dentro le tue labbra, il tuo cuore, la tua storia, e poi chiudi il bacio e non farmi uscire mai più! Mai più....
-E tu non uscire bene mio, che se te ne vai mi togli la luce, l'aria e il suono di quella meravigliosa canzone che mi gira dentro il corpo...
-Ma cosa dici, io, via? Tesoro mio, possono chiudere il mondo, può venire giù il cielo, possono ingoiarci sottoterra, che io resto qui, attaccato a te, come un figlio al seno! Baciami...) e riassaporavo altri momenti del genere. Ero insomma fiduciosa, mi aspettavo una lettura che mi avrebbe tenuto compagnia per pochi giorni e con levità. E invece…
È difficile fare le capriole in salita, più facile farle in discesa, quando tutto è facile, la vita scorre veloce e senza intoppi. Ma se provi a sfidarla, se tenti l’impossibile, il fallimento è dietro l’angolo, salvo eccezioni. Il racconto dell’autobiografia di Pino Roveredo procede seguendo l’ordine cronologico dei fatti, le sequenze della sua esistenza si succedono capitolo per capitolo, tra la famiglia di sangue e la famiglia degli amici, tormentati come lui, già da giovane perso nel vino. A inframmezzare quest’ordine si inseriscono pagine in corsivo dedicate a qualche personaggio di cui si parla nei vari capitoli: ricordi, episodi, divagazioni che servono a raccontare coloro che hanno incrociato la vita di Roveredo, lasciando una traccia importante. Forse sono le pagine più belle, dove ho ritrovato l’Autore che mi aveva conquistato anni fa.
Nonostante i commenti assai entusiasti di altri lettori, che su IBS ad esempio hanno assegnato cinque stelline a questo libro, la delusione è profonda: secondo il mio modesto parere, questo racconto è retorico, trasuda lirismo forzato. Un’esistenza sciagurata, che si srotola tra stenti, collegio, carcere, manicomio, alcolismo, amori precari e mercenari, resta un’esistenza sciagurata: hai voglia a raccontarla cercando di mettere la poesia, come può essere nel tuo stile, non la nobiliti e nemmeno la rendi interessante.
Peccato però. Confido in un altro incontro con Pino Roveredo.

venerdì 5 settembre 2014

Sul comodino: "Tentativi di botanica degli affetti" di Beatrice Masini


Tentativi di botanica degli affetti

Autore: Masini Beatrice
Dati: 2013, p. 324, brossura; ePub con DRM 2,9 MB
Editore: Bompiani (collana Narratori italiani)

È così che nasce la poesia? vorrebbe chiedergli Bianca, incuriosita.
Una catena di pensieri, e poi improvvise o premeditate
ecco sgorgare le parole perfette,
quelle che li riempiono, i pensieri, come una mano riempie il guanto,
e premono il cuore e le dita per essere scritte così?

Procedo con molta lentezza: rispetto ai miei soliti ritmi di lettura, “Tentativi di botanica degli affetti” di Beatrice Masini, giornalista, traduttrice, editor, autrice di storie, ha stravolto le mie abitudini. Non è solo perché in questo periodo ho meno tempo per leggere, ma è anche che questo romanzo non si beve d'un fiato. Però ti avvolge: questo credo sia il verbo più adatto per indicare il grado e l’intensità del coinvolgimento che la storia narrata da Masini offre al lettore. Inutile poi dire che mi ha attratto molto il titolo: la botanica degli affetti è la scienza inesatta cara alla protagonista, impegnata a classificare sistematicamente le inclinazioni e i sentimenti altrui.
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La vicenda è ambientata ai primi anni dell’Ottocento, nel Regno Lombardo-Veneto, dove la famiglia di don Titta, poeta poco allineato con il regime austriaco, accoglie Bianca, giovane acquarellista, assunta con l’incarico di dipingere il repertorio delle specie botaniche presenti nel parco e nei dintorni della villa di famiglia a Brusuglio. Bianca entra quindi a far parte della famiglia, numerosa e composta non solo da don Titta, sua moglie donna Julie e i loro cinque bambini (o sono sei?), ma anche della madre del poeta, donna Clara, dall’amico Tommaso, anche lui poeta, da Innes, l’istitutore dei bambini e da una miriade di altri personaggi che a vario titolo popolano la grande villa immersa nella brughiera. Tra questi, spiccano Minna e Pia, due servette ancora quasi bambine, dal passato oscuro: delle due, quella che ha una vita densa di segreti è sicuramente la seconda, Pia. Dal poco che Bianca riesce a intuire, il modo in cui Pia viene considerata e trattata in famiglia è ben diverso da quello riservato al resto del personale di servizio: questo è conseguenza del mistero nascosto nelle origini della ragazzina, tolta dal convento di Santa Caterina, dove c’era la ruota a cui si affidavano le sorti dei neonati indesiderati.  Bianca si mette in testa di capire di che si tratta.
Al di là della storia, che andando avanti presumo si farà sempre più interessante, mano a mano che la protagonista procederà con la sua inchiesta e il mistero intorno a Pia si andrà, immagino, sciogliendo (o complicando), è altro che affascina di questo romanzo, già finalista del Premio Campiello 2013. Che Beatrice Masini sia una traduttrice e una editor, forse prima che autrice, si percepisce dalla grande cura che ha per le parole: senza ricorrere a superflui orpelli lessicali, utilizzando una lingua preziosa, ma mai leziosa, e senza andare alla ricerca esasperata di arcaismi inutili, Beatrice Masini scrive in una prosa elegante, contenuta, fortemente evocativa, che non indulge a lirismi. Quando capita un libro così curato, da dove l’amore per la nuda parola si respira pagina dopo pagina, la lettura diventa impegnativa, tendi a vedere le scene, i personaggi, le situazioni e i luoghi con una particolare e intensa attenzione ai dettagli, così come credo voglia l’Autrice per i suoi lettori.
Ho da poco superato la metà del libro, che si divide in due parti più o meno simmetriche e una terza più breve che fa da epilogo, e non credo che lo terminerò molto velocemente; lo sto quasi centellinando, nonostante tratti di un mistero (e quasi per definizione i misteri intrigano e non si fanno mollare facilmente finché non si arriva al finale). Probabilmente avverto un po’ di fatica per la mancanza di suddivisione in capitoli: il racconto si svolge continuo, ogni volta è difficile decidere dove interrompere la lettura, per riprenderla in seguito. Si tratta senza dubbio di una scelta stilistica, mirata a ottenere quale effetto però mi sfugge.
Intanto vi piaccia sapere che questo romanzo merita una lettura, sta a voi decidere il momento giusto: io consiglio di riservare a “Tentativi di botanica degli affetti” qualche domenica uggiosa di quelle che verranno in autunno, più che la stagione estiva che ormai volge al termine. Non è certo, questo, un libro da sotto l’ombrellone.



giovedì 17 aprile 2014

Sul comodino: "Betty" di Roberto Cotroneo


Betty

Autore: Cotroneo Roberto
Dati: 2013, 188 p., rilegato
Editore: Bompiani (collana Narratori italiani)

Ero alle prese con un caso sconvolgente.
Una donna legge un mio romanzo, prende il nome della protagonista
e vive come se fosse lei.

Sto leggendo l’ultimo romanzo di Roberto Cotroneo, “Betty” (occhio all’accento, il nome si pronuncia alla francese, sull’ultima vocale): un giallo definito dall’editore (e dall’autore stesso) come ‘giallo d’autore’ perché risente fortemente di uno stile che non risponde alle regole del classico giallo, quello deduttivo, ad enigma, dove il lettore viene accompagnato -indizio dopo indizio- a scoprire la soluzione del caso.
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Il protagonista è Georges Simenon, lo scrittore belga di lingua francese, inventore del commissario Maigret, un investigatore che ha abitato l’immaginario di tutti gli italiani tra gli anni Sessanta e Settanta, quando il grande Gino Cervi lo impersonava in una serie fortunata di sceneggiati televisivi in bianco e nero. Lo scrittore si trova a Porquerrolles, isola della Costa Azzurra, dove da anni trascorre periodi più o meno lunghi di riposo, spesso creativo. Ormai anziano, stanco e sofferente, la sua vacanza viene turbata in qualche modo da una vicenda misteriosa che riguarda la presenza sull’isola prima e la morte violenta poi di Betty, una donna che sembra aver voluto riprodurre la tragica esistenza della protagonista di un romanzo dello stesso Simenon, Betty appunto, della quale assume il nome fittiziamente, per una volontà di identificazione totale con un personaggio torbido e tragico.
Non è un giallo a tasselli e incastri, in cui tutto è deciso dall’inizio dal suo autore, che invece presenta la storia nel suo svolgimento, avendo solo poche linee portanti, in un flusso di coscienza, come ha affermato lo stesso Cotroneo, che riguarda Simenon, il quale racconta la storia in prima persona attraverso le pagine di un diario finora inedito. Questo testo lo leggiamo ora, dopo che è arrivato per caso nelle mani dello scrittore che decide in seguito di pubblicarlo, dopo averne scoperto l’autore, secondo l’espediente del manoscritto perduto, tipico del romanzo storico dell’Ottocento, divenuto cliché nella storia letteraria fino ai giorni nostri, passando da Manzoni a Sartre, a Eco.
La scrittura di Roberto Cotroneo è sempre molto introspettiva e lirica, anche in un giallo atipico come questo: leggendolo mi è venuta voglia di andare a Proquerolles, alla scoperta di questa specie di paradiso mediterraneo dalla storia affascinante, e di leggere “Betty” di Simenon, che è già sul mio comodino e che leggerò di seguito al romanzo di Cotroneo. Per una vacanza a Porquerolles mi organizzerò.

giovedì 12 dicembre 2013

Ultima lettura: "I quattro canti di Palermo" di Giuseppe Di Piazza


I quattro canti di Palermo

Autore: Di Piazza Giuseppe
Dati: 2012, 213 p., brossura; ePub con DRM 2,0 MB
Editore: Bompiani (collana Narratori italiani)

“Antonio, dovresti saperlo: a Palermo non c’è mai un sì pieno,
e neanche un no diretto. Le cose si dicono a trasi e nesci, a entra e esci.
Un po’ avanti e un po’ indietro: mai nettamente in una direzione.”

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Quando tutte le occasioni, che siano frammenti di tempi morti in attesa di qualcosa o di qualcuno, oppure momenti scelti apposta e pregustati in anticipo, sono buone per aprire un libro, significa che quello è un libro giusto.
Ho un discreto senso critico, almeno secondo i parametri che seguo quando esprimo un giudizio sulle mie letture, ma nonostante mi accada di imbattermi in passaggi o stilemi che a volte mi lasciano qualche perplessità (e questo mi succede più spesso da quando ho letto "L'importo della ferita e altre storie" di Pippo Russo), se la vicenda che sto leggendo mi prende, lascio correre, continuo a farmi trascinare dalle situazioni narrate.
Questo è ciò che mi è accaduto con “I quattro canti di Palermo”: con l’ereader sempre in borsa per approfittare di ogni momento buono per avanzare nella lettura, mi sono lasciata trasportare dal protagonista, un giovanissimo cronista di nera negli anni Ottanta della mattanza mafiosa a Palermo, in luoghi conosciuti e meno conosciuti, che poi convogliano tutti nel cuore della città, i famosi Quattro Canti, crocevia dei quartieri storici Castellammare, Tribunali, Palazzo Reale, Monte di Pietà. Un quinto canto, dice Di Piazza nei ringraziamenti, è invisibile agli occhi ma è percepito forte in chi se n’è andato da Palermo, ed è il canto dell’assenza.
Quattro quindi sono gli spigoli di questa piazza, cuore pulsante di Palermo a due passi dalla Cattedrale, come quattro sono le storie violente attraversate dal protagonista, che racconta in prima persona i limiti di un mondo crudele e spietato, che alimenta bugiarde illusioni, che nutre falsi valori. Marinello è un predestinato, un mafioso che non vuole diventare killer; Sophie una modella francese che si lascia fagocitare da un mondo tossico; Vito è un padre che fa scomparsi i suoi figli, in una spirale di odio cieco e frustrazione; Rosalia vuole capire perché suo padre, un ladro ‘pezzo di pane’ che però rubava ‘onestamente’, è finito decapitato nel bel mezzo di una faida mafiosa, capire le serve per riprendersi la dignità, altrimenti “chi se la prende la figlia di uno che gli hanno scippato la testa?”. A fare da connettivo è il racconto a distanza di tempo del muoversi del protagonista, tra corse in Vespa per arrivare in tempo sul luogo del delitto, la redazione fumosa di MS, le compagnie femminili sempre nuove, tutte diverse, il sesso e il cibo, il disordine della casa e il suo coinquilino, Fabrizio. Ancora da collante è la mappa della città, tramite i suoi locali di culto, le pasticcerie famose, la Favorita, il teatro Massimo, i bar, il tribunale, il mare di Mondello. Il racconto è quello di chi ricorda da lontano, dopo aver portato la propria vita altrove, verso altre storie da raccontare, ma senza dimenticare il proprio essere profondamente palermitano.
Se almeno una volta si è stati a Palermo, è difficile non lasciarsi incantare dalla città e dai suoi contrasti, dalle sue contraddizioni fatte di splendore e degrado insieme; è impossibile non amare questa città dalla storia affascinante e dolorosa che se è stata generosa da una parte, rendendola culla della splendida civiltà federiciana, dall’altra l’ha percossa e violentata.
Il caso ha voluto che proprio il giorno che finivo di leggere il libro di Di Piazza, andavo a vedere al cinema il film di Pierfrancesco Diliberto Pif, “La mafia uccide solo d’estate”, le cui vicende si svolgono in parte negli stessi anni di “I quattro canti di Palermo”, coincidendo in alcuni fatti: mi è sembrato il giusto complemento, mi ha dato un respiro più ampio, mi ha fatto capire cosa significa essere nati a Palermo e imparare a convivere con il male, come se fosse normale.