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giovedì 4 giugno 2015

Ultima lettura: "Basta poco per sentirsi soli" di Grazia Cherchi


Basta poco per sentirsi soli

Autore: Cherchi Grazia
Dati: 1986, 84 p., brossura
Editore: Tringale Editore (collana Quaderni di Letteratura) distribuzione Garzanti

«Tutti in Italia credono di saper scrivere un libro.
Ogni vita è un romanzo: mai espressione
è stata presa così alla lettera», dice Lucio guardandolo uscire

Nell’agosto di vent’anni fa, precisamente il 22 agosto 1995, moriva Grazia Cherchi, forse la più importante e influente editor che il mondo della letteratura italiana della seconda metà del Novecento abbia potuto conoscere. Di lei non sapevo nulla, perché sempre troppo poco si sa del lavoro ‘invisibile’ che si fa dietro le quinte di un successo letterario; a rendermela nota e a farmene sentire la mancanza, quando ormai era troppo tardi, è stato l’articolo di Gianni Riotta sul Corriere della Sera del 23 agosto 1995 Addio a Grazia Cherchi, signora ribelle della letteratura e in particolare le ultime frasi, che cito: “Cari lettori, da ora in poi leggerete libri più brutti. Abbiamo perduto la generosità e l'intelligenza della Grazia”.

Photo Elena Tamborrino

Da allora mi è venuta una specie di ossessione, avrei voluto leggere di più su di lei, conoscerla meglio, cercare i suoi libri (sì, perché la Cherchi è stata anche una scrittrice –anche fantasma per alcuni blasonati narratori-, oltre che la fondatrice della rivista di critica letteraria “Quaderni Piacentini”, la curatrice editoriale di Rizzoli, Mondadori e Feltrinelli, e la giornalista per Panorama, dove curava la rubrica di anticipazioni editoriali Vistosistampi) e in particolare questo “Basta poco per sentirsi soli”, che le parole di Riotta mi rendevano irresistibile. Se è stato relativamente facile trovare “Scompartimento per lettori taciturni” edito da Feltrinelli nel 1997, l’impresa di procurarmi il titolo che più desideravo si è rivelata per anni impossibile.
La storia editoriale di questo volumetto è complicata, sembra. Pubblicato la prima volta dall’editore Tringale di Catania, distribuito da Garzanti, è stato poi ripubblicato da E/O nella collana Dal mondo, ma attualmente non è più in catalogo e risulta da anni introvabile. Io l’ho fortunosamente e fortunatamente trovato nella sua prima edizione, ingiallita e usurata, su eBay, piattaforma web di e-commerce. E lo considero una specie di reliquia.
Si tratta di dodici brevi racconti in cui l’Autrice racconta i guasti e i capricci del mondo degli scrittori, soprattutto di quelli che si sentono tali («Hai notato che adesso scrivono soprattutto i non addetti ai lavori?» dico chiedendo un caffè. «Nell’ultimo mese ho letto romanzi di un giudice, un medico, due avvocati, un sociologo…» p. 63) e pone attenzione soprattutto alla distrazione con cui le persone spesso si relazionano tra loro, troppo poco abituate all’ascolto e sempre più autoreferenziali.


Ci sono pagine deliziosamente pungenti, in particolare il racconto “L’intervista” in cui la Cherchi sbeffeggia con garbo i molti giornalisti che “i loro pezzi li fanno soprattutto al telefono” e che si rivolgono al cosiddetto esperto del settore o a personaggi à la page pronti a rispondere a qualsiasi domanda, anche la meno pertinente, per improbabili e spesso inutili interviste. Con graffiante ironia afferma che “capita spesso che i giornalisti siano in possesso solo di vaghe informazioni sull’argomento di cui devono occuparsi. Per il resto si affidano all’estro del momento e alla collaborazione dell’intervistato”. Oggi molti ricorrono al web per documentarsi, quando la Cherchi scriveva queste pagine il villaggio globale era ancora lontano, eppure tutti i suoi racconti sono vividi e raccontano le persone e i loro atteggiamenti, tra ambizioni, tic e paranoie, come se fossero di oggi.
E proprio a questo proposito, mi sono chiesta cosa penserebbe oggi Grazia Cherchi dell’autopubblicazione selvaggia, dell’editoria in rete, di quella a pagamento. E cosa penserebbe dei tanti editori che oggi rinunciano al rigoroso lavoro di revisione dei manoscritti, riducendosi a fare gli stampatori? E cosa dei bookblogger? Per i primi credo proverebbe molta irritazione, ai secondi forse guarderebbe con un mezzo sorriso, ma non se ne farebbe accorgere, almeno non molto.
Insomma, “Basta poco per sentirsi soli” è una rarità che farebbe bene leggere a tanti fanfaroni del mondo dell'editoria, della scrittura e della critica letteraria (che però notoriamente sono allergici ai bagni di umiltà e si prendono troppo sul serio).
Ce ne fossero ancora di Grazia Cherchi a liberarci da sedicenti scrittori, sedicenti editori, sedicenti giornalisti e sedicenti critici letterari! Mi sono fatta un regalo incommensurabile leggendo questo libretto, che purtroppo è ormai introvabile.
Andrebbe ristampato, chissà che l'ultimo editore E/O non ci pensi. Intanto io sono contenta di aver rincorso per anni questo libro, di averlo atteso e cercato senza sosta, parlandone a chiunque con la speranza che altri lo conoscessero e mi potessero fornire qualche notizia sul suo destino editoriale, finché non sono riuscita ad averlo. Lo considero prezioso, da rileggere ogni volta che avrò voglia di distaccarmi dalle umane miserie (cosa che mi succede sempre più spesso, sarà che con l’età aumenta il grado di intolleranza verso la mediocrità, molto spesso coniugata alla supponenza).
Mi piace chiudere con la poesia che uno degli scrittori che Grazia Cherchi ‘curava’, Stefano Benni, le ha dedicato:
Grazia ha telefonato:
"Finalmente mi hai mandato
un vero romanzo
asciutto e stringato".
Grazia, da mesi di dirtelo tento,
era la lettera di accompagnamento

lunedì 9 settembre 2013

Ultima lettura: "L'importo della ferita e altre storie" di Pippo Russo


L’importo della ferita e altre storie

Autore: Russo Pippo
Dati: 2013, 300 p., brossura
Editore: Clichy

Se volete sapere come nascono certi fenomeni letterari, non leggete questo libro perché non trovereste una risposta. In compenso potreste sapere perché certi fenomeni letterari non hanno ragione di essere, e questo è decisamente più interessante.
Photo HelenTambo on Instagram
“L’importo della ferita e altre storie” è un saggio che analizza con scrupolo e severo metodo i romanzi di alcuni scrittori italiani di bestseller, per dimostrare in che modo proprio quegli elementi che si vorrebbero far passare come particolarità stilistiche e vezzi d’autore siano in realtà le fondamenta di bluff colossali. Un saggio sui generis però, un saggio divertente da leggere, che va ad incrementare questo filone di saggistica abbordabile anche da lettori non specialisti, un po’ come la "Fenomenologia di YouPorn" di Stefano Sgambati (con i dovuti distinguo, non fosse altro per l'argomento).
Quello di Pippo Russo (sociologo e giornalista) è un approccio alla lettura diverso da quello determinato dal puro diletto: si legge per leggere e si legge per analizzare.
Non c’è maggiore leggerezza o superficialità nel primo criterio di avvicinamento ad un testo, cioè quello finalizzato al piacere, c’è semmai una predisposizione a lasciar scorrere sotto gli occhi le trame, anche quando presentano situazioni inverosimili o contraddittorie, una tendenza a farsi prendere dal ‘capirò senz’altro andando avanti’, anche se poi invece si va avanti ma si dimentica di tornare indietro a controllare cosa non ci tornava. Però è anche vero che ti senti un po’ stupido, dopo aver preso atto che ciò che avevi fatto fluire nella testa quasi senza accorgetene, era pieno zeppo di errori grossolani, improprietà lessicali, incongruenze nella storia. E ti chiedi “ma come ho fatto?”: Pippo Russo la chiama ‘cecità selettiva’, riferendosi in particolare alle cosiddette volette, le lettrici fedeli di Fabio Volo, ma il fenomeno si estende a tutti gli affezionati lettori degli autori da lui presi in considerazione. Questa non vuole essere una giustificazione, solo una constatazione.
Se invece leggi per analizzare, segui necessariamente un certo protocollo, esamini dei parametri, misuri il testo. Con questo scopo Pippo Russo si è fatto carico della lettura dell’opera omnia di sette scrittori (forse lo devo mettere tra virgolette? No, dai…) per sette capitoli, suddivisi per tipologia: Giorgio Faletti, Fabio Volo e Federico Moccia per i ‘libro-panettonisti’, Pupo e Giuliano Sangiorgi per i narratori improvvisati, Antonio Scurati e Alessandro Piperno per la categoria ‘premiati’ (per cui poi è facile che emergano domande del tipo “Premiati, ma perché?”, “Ma chi sono i giudici?”, “Ma i libri almeno li leggono?” e via dicendo…).
Il metodo adottato da Russo è empirico: dopo un’introduzione in cui esprime il suo giudizio estetico, quindi soggettivo, da lettore comune (che non significa sprovveduto), passa all’analisi rigorosa dei testi in esame, da cui fa emergere i limiti sul piano strettamente linguistico e su quello testuale.
Solo per fare un esempio, nei lunghissimi romanzi di Faletti troviamo disseminata una quantità di errori morfosintattici da chiedersi in cosa consista il lavoro dell’editor oggi, se poi sfuggono certe enormità (per non parlare delle capacità dello scrittore, tanto per non addossare tutta la colpa al lavoro mancato di editing). Altro discorso riguarda la retorica di tante espressioni iperboliche che, spalmate su tante pagine – in una media di 500 a romanzo-, possono anche sembrare un vezzo e non ci si fa caso più di tanto: se però certe immagini si leggono concentrate, così come le ha raccolte appositamente Pippo Russo, ne emerge chiaramente l’assurdità.
Stessa osservazione per Fabio Volo, sempre per fare l’esempio di uno scrittore (anzi un diciamo-così-scrittore) tanto amato quanto criticato: i motivi che ne hanno decretato il successo -e che fanno sdilinquire le succitate volette- sono paradossalmente il primo limite dei suoi romanzi. La domanda, come si dice con un trito luogo comune, sorge spontanea: Volo ama davvero le donne (perché questo è il motivo su cui fa leva, quello di ‘io le donne le capisco veramente’)? Vorrebbe farci credere di sì, invece probabilmente no.
Anche nel caso di Volo, i leit motiv (turbolenze gastrointestinali, il binomio cesso/sesso, teorie sul cunnilingus, corredate da considerazioni sulla setosità del pelo pubico) che vorrebbero far passare l’autore come un simpaticone senza peli sulla lingua (beh... insomma, è una metafora!), che non si vergogna di parlare senza farsi troppi problemi delle cose ‘naturali’, in realtà, letti tutti insieme nel libro di Russo, producono il sobbalzo interiore del lettore che “sì vabbè, non ci avevo mai fatto caso ma in effetti fa abbastanza schifo e poi chissenefrega dei problemi intestinali del protagonista!”.
Insomma, Russo costringe all’esame di coscienza.
Su tutto l’encomiabile lavoro di Pippo Russo, emerge un aspetto molto interessante, di cui gli sono personalmente molto grata: essendomi sempre battuta per il diritto di critica solo previa conoscenza di ciò che si critica (che sembra una banalità ma non lo è, perché spesso per alcuni la stroncatura è a priori, sulla base di pregiudizi), la puntualizzazione a p.147 (che non riporto né sintetizzo, così ve la andate a leggere) è un punto fermo contro certi snobismi pseudointellettuali. Come dire, se volete schifare qualcosa, almeno bevetene l’amaro calice fino in fondo.
Un lampo di genio è il titolo di questo saggio, mutuato dall’iperbolico (nemmeno a dirlo) Giorgio Faletti: come si può restare indifferenti all’importo della ferita?