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venerdì 8 luglio 2016

Ultima lettura: "Prima di dirti addio" di Piergiorgio Pulixi

Le lacrime più dolorose sono quelle 
che non riusciamo a piangere 

Ci sono due modi per leggere i romanzi della serie dell’ispettore Biagio Mazzeo di Piergiorgio Pulixi e io li ho provati entrambi. 
Puoi decidere per la full immersion e leggere in un paio di giorni qualcosa che va dal minimo di 282 pagine de “La notte delle pantere” al massimo di 439 de “Una brutta storia”, considerando le 285 di “Per sempre”, dimenticandosi di tutto e di tutti, chiudendo qualunque contatto con il mondo esterno (e per questo ci vuole un fine settimana, si può fare), oppure optare per una lettura centellinata, che ti faccia aspettare con ansia il momento in cui potrai dedicarti alla storia, sapendo però che ti fermerai volutamente per rimandare la tua dose di adrenalina a un momento successivo e a un altro ancora. 
Ho letto i primi tre volumi della saga di Mazzeo in tempi record, ma stavolta ho fatto la scelta della lettura distillata, salvo farmi prendere nell’ultimo giorno in cui ho macinato oltre cento pagine senza accorgermene… come dire, mi sono lasciata andare e il mio autocontrollo mi ha fatto ciao con la manina. 
 Il motivo per cui avrei voluto prolungare al massimo la lettura risiede nel fatto che sapevo che questa sarebbe stata l’ultima avventura di Biagio Mazzeo, un eroe negativo, maledetto e corrotto, per il quale però non si riesce a non provare che sentimenti di attrazione fatale. Questa quindi è l’ultima storia della Famiglia, del clan di colleghi che quest’uomo risoluto, forte, coraggioso, ha riunito attorno a sé alla conquista della Giungla, in un’escalation di violenza e paura, di intrighi e passioni assolute. Stavolta Mazzeo è solo, i compagni cominciano a nutrire dubbi su di lui e sulle sue scelte, tranne Giorgio Varga, il gigante albino che nonostante tutto gli resta fedele: gli inganni, i sospetti e i tradimenti sono ingredienti che devastano gli equilibri e che lasciano Biagio ad affrontare in solitudine -e con le proprie forze ormai esauste- gli esponenti della ‘ndrangheta con i quali si è invischiato per rincorrere una vendetta personale contro Vatsala Demidova, la donna del capo mafioso ceceno Sergej Ivankov, suo vero assillo. 
I conti devono tornare alla fine, Biagio deve chiudere la partita, con la disperazione per tutto ciò che ha perso, anche se memoria e rimorsi faranno sempre parte di lui e non gli daranno mai pace: i ricordi delle persone amate continueranno ad affacciarsi alla sua coscienza, alimentando rabbia e dolore. Come ho già scritto su Goodreads, assegnando il massimo possibile delle stelline per un giudizio entusiasta, ho sentito anche stavolta adrenalina pura e in più, in quest’ultimo atto, voglia di prendere Biagio Mazzeo e portarlo via dalla Giungla, in un posto tranquillo dove trovare finalmente pace. Mazzeo è uno dei pochi personaggi incontrati nella mia vita di lettrice a coinvolgermi fino al punto di partecipare alle sue vicende e volerne cambiare il corso. 

Photo HelenTambo on Instagram




Prima di dirti addio 
Autore: Piergiorgio Pulixi 
Dati: 2016, 300 p., brossura; ePub con DRM 1,1 MB 
Editore: e/o (collana Sabot/age) 
Prezzo: € 18,00 (eBook € 9,99) 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

giovedì 26 maggio 2016

Ultima lettura: "Per sempre" di Piergiorgio Pulixi


Mazzeo trattenne il fiato.
sapeva che in quel momento si stava decidendo il suo destino
e quello di tutte le persone che amava.
Come in una partita a poker
aveva puntato tutto ciò che aveva su quella mano.
Tutto.


Come è possibile amare un eroe negativo? È quello che mi sono chiesta quando ho letto il primo romanzo di Piergiorgio Pulixi con Biagio Mazzeo come protagonista, nel momento in cui ho inquadrato il personaggio, che avevo sfiorato appena su Svolgimento e che mi aveva affascinato, anche se non ne avevo immediatamente compreso la portata e la forza.
D’altra parte, che Pulixi fosse uno scrittore di grande intensità narrativa, capace di tenere il lettore avvinto alla storia fino all’ultima parola dell’ultima pagina, lo avevo capito benissimo con "L'appuntamento", quindi leggere la saga poliziesca che ha come protagonista questo poliziotto spietato e insieme sensibile, corrotto ma con un suo senso dei valori, è stata una scelta cercata.
E allora… Biagio Mazzeo è un poliziotto della Narcotici, colluso volta per volta con la malavita organizzata per necessità contingenti; gestisce la Famiglia, una banda molto unita composta da colleghi corrotti come lui e che con lui dividono lo stesso stile di vita, in una grande città non meglio identificata, che viene chiamata la Giungla e della quale hanno il pieno controllo.
Nei tre romanzi pubblicati per le edizioni e/o tra il 2012 e il 2015, Mazzeo e la sua banda sono i protagonisti di una guerra senza confine che li vede prima contrapposti al clan legato al movimento di liberazione della Cecenia, il cui capo Sergej Ivankov diventa una vera e propria ossessione per Biagio, poi alla ‘ndrangheta calabrese con cui si contendono il traffico di droga e di capitali sporchi; a cornice delle vicende sanguinose, che si susseguono senza soluzione di continuità in una escalation di fatti cruenti, ci sono i rapporti con i superiori, tra i quali è difficile distinguere il confine tra lecito e illecito, tra metodi di indagine legittimi e abusi di potere.
Pulixi si muove disinvoltamente in una scrittura complessa sul piano della gestione dei vari fili della matassa di una vicenda che ha come perno fondamentale la Famiglia, e che allo stesso tempo è agile, ricca di sequenze dialogiche che la fanno sembrare una sceneggiatura. La suspense è continua e i cambi di scena repentini, ci si sposta da un set all’altro dell’azione come davanti a uno schermo in cui non si vede dissolvenza, ma solo netti contrasti tra tinte fosche.
Volutamente non mi soffermo in particolare sull’ultimo dei tre romanzi letti, “Per sempre”, nella convinzione che il personaggio di Mazzeo cresca in modo graduale, pur irrompendo già nella prima storia e arrivando a giganteggiare nel terzo episodio. Per questo trovo leggere i romanzi in ordine, anche se l’Autore richiama sempre le vicende precedenti in modo da rendere chiaro il percorso avviato con “Una brutta storia”; lo considero un buon modo per seguire coerentemente il protagonista anche nelle vicende più intime, nelle tracce che la storia che vive lascia nel profondo della sua anima e che sono prodromi delle sue scelte esistenziali. Gli ingredienti sono i classici del noir: soldi, potere, violenza, droga, corruzione, prostituzione. Ma dentro c’è anche sentimento: amicizia, passione, amore e addirittura tenerezza, quella ad esempio che Biagio prova per Nicky, la figlia adolescente di Santo Spada, suo mentore morto in un’azione di guerriglia urbana, che Mazzeo prende sotto la sua tutela.
Non so cosa affascina di Biagio Mazzeo e di tutti i coprotagonisti della saga: personaggi forti, dalla personalità decisa, con ruoli definiti, ma comunque maledetti, assolutamente negativi. Me lo sono chiesto tutte le volte che, dovendo fare altro, interrompevo a malincuore la lettura: non mi sono data risposta, che non risieda nella straordinaria capacità di coinvolgimento che si deve all’inventiva dell’Autore.
Mentre scrivo è già uscita da pochi giorni la quarta storia della Famiglia e già i lettori affezionati sanno che si tratta dell’ultima avventura di Biagio Mazzeo, che il suo creatore saluta definitivamente: è difficile pensare ad una parabola discendente per il poliziotto più complicato che si possa immaginare, mi piace pensare che uscirà di scena in modo plateale.
Aspetto di leggere “Prima di dirti addio”, ma già mi dispiace pensare che non incontrerò più gli occhi di ghiaccio di Biagio Mazzeo.
Photo HelenTambo on Instagram


Per sempre
Autore: Piergiorgio Pulixi
Dati: 2015, 285 p., brossura; ePub con DRM 1 MB
Editore: E/O (collana Sabot/age)
Prezzo: € 16,50 (eBook € 7,99)
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

domenica 27 dicembre 2015

#PLPL2015 e quello che mi è rimasto


Mi perdoneranno i miei venti lettori fissi per il lungo silenzio, ma dicembre è stato un mese difficile durante il quale, pur continuando a leggere tantissimo, il blog è stato la mia ultima preoccupazione.
A ciò si aggiunga una profonda crisi di identità sul web e molti interrogativi sul mondo dei bookblogger che mi sono posta all’indomani dell’annuale visita alla fiera della piccola e media editoria di Roma, PiùLibriPiùLiberi. Così sono rimasta in silenzio a meditare su come continuare la mia avventura qui, ma soprattutto se e perché farlo: ho deciso di prendermela un po’ calma, di non entrare nel delirio dell’esserci a tutti i costi e soprattutto di non definirmi una bookblogger, anche se parlo di libri.
Diciamo subito che, rispetto all’entusiasmo che mi accompagnava lo scorso anno, stavolta ho partecipato da acquirente e spettatrice di Più Libri Più Liberi con uno spirito molto diverso, dovuto probabilmente ad uno stato d’animo non sereno: non nascondo che alla vigilia della partenza ero molto indecisa se affrontare il viaggio e il tour de force che mi aspettava, a convincermi è stato il pensiero di di poter trovare libri che sono spesso dimenticati dalla grande diffusione, di poter incontrare gli amici del gruppo di lettura Scratchmade con cui ho condiviso la lettura de "I fratelli Karamazov" e grazie al quale i russi non mi spaventano più, di poter scegliere presentazioni di libri e situazioni altrimenti irraggiungibili per me che vivo un po’ fuori mano dalle direttrici dei grandi eventi culturali (e non venitemi a raccontarmi la favola del villaggio globale e dei confini che non esistono più: la periferia italiana resta periferia, sotto molti punti di vista e devo ancora capire come funzionano i circuiti organizzativi degli editori quando devono promuovere un libro e il suo autore).
Photo Elena Tamborrino
Ma vengo al sodo e come lo scorso anno presento la mia rassegna degli acquisti, per casa editrice, in rigoroso ordine alfabetico. Quest’anno ho comprato molti più libri dello scorso anno e in maniera più mirata, senza condizionamenti, ma -nella maggior parte dei casi- sapendo già cosa volevo portarmi a casa. E quindi…
Ricordavo che Avagliano Editore promuove la campagna per salvare i libri dal macero, mettendo in vendita a prezzi più che stracciati libri fuori catalogo che altrimenti sarebbero destinati alla distruzione. Era impossibile lasciarsi sfuggire l’occasione di trovare titoli inconsueti e infatti ho avuto ragione: con me ho portato via “Sulle lagune” di Giovanni Verga, terzo romanzo della produzione giovanile dello scrittore siciliano, prima della svolta verista e di ispirazione patriottico-risorgimentale (lo leggerò mai? Non lo so, ma intanto mi sembrava uno spreco lasciarlo in quello scatolone) e “Italo Calvino newyorkese”, Atti del colloquio internazionale “Future perfect: Italo Calvino and the Reinvention of the Literature” (New York University, Ner York City 12-13 aprile 1999), a cura di Anna Botta e Domenico Scarpa, che per un amante di Calvino come sono io rappresenta un testo davvero prezioso per scoprire gli aspetti più profondi di quel suo certo modo di vivere la letteratura.
Edizioni e/o: allo stand F04 sono arrivata mirata, per acquistare l’ultimo romanzo di Piergiorgio Pulixi, “Per sempre”, ultimo atto delle storie di Biagio Mazzeo, capo di una banda di poliziotti corrotti. Oltre all’acquisto, è stato importante assistere all’incontro in sala Diamante il 5 dicembre con gli autori del collettivo Sabot/age, Luigi Romolo Carrino e Piergiorgio Pulixi, con Paolo Foschi e Massimo Carlotto: una bella occasione per sentir parlare di una letteratura poliziesca inconsueta nei temi e nei modi. Avrò modo di parlare di Biagio Mazzeo e della sua ultima avventura più in là.
Mattioli 1885: la vision e la mission del gruppo Mattioli 1885, erano votate, all’inizio dell’avventura dell’azienda, alla comunicazione e alla formazione in ambito scientifico, correlate alla creazione di eventi; dal 2004 Mattioli 1885 ha allargato i suoi orizzonti al campo editoriale, che spazia dalla narrativa alla saggistica. Books è la divisione che si occupa di editoria per il grande pubblico, con una particolare predilezione per testi classici un po’ di nicchia e per le opere meno conosciute di autori della tradizione come Twain, Stevenson o Dickens. La veste grafica della collana Experience Light di Mattioli 1885 è molto accattivante: piccole dimensioni, linea essenziale, colori pastello. Da loro, dopo aver apprezzato qualche tempo fa “Non è che non mi piacciano gli uomini” della suffragetta Rebecca West (letto prima di aprire questo blog, ecco perché non ne ho parlato qui), ho comprato “Prima di sposarti ero molto più in forma” di Ring Lardner: ve ne parlerò presto, conto di leggerlo a breve.
minimum fax: Nicola Lagioia, ultimo vincitore del Premio Strega con “La ferocia” (che non ho ancora letto) sembra essere un autore molto controverso e discusso. Questo è l’unico motivo per cui, confesso, ho comprato il suo “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi)”: anzi diciamo che l’ho comprato per lui, per conoscerne la scrittura, e per Tolstoj, del quale devo capire perché bisognerebbe sbarazzarsi (e con la certezza che il titolo sia provocatorio). Vi saprò dire.
Da NNEditore sono andata per comprare “Panorama” di Tommaso Pincio, vincitore del Premio Sinbad 2015, sezione opere italiane. Poi, siccome sono gentili e siccome c’era il kit del lettore se si acquistavano due libri (cose da fiera, che fanno vendere, oltre allo sconto) ho preso “Bella era bella, morta era morta” di Rosa Mogliasso e, anche se il terzo libro non ero obbligata a prenderlo per avere il famoso kit (borsetta in tela, matita personalizzata, block notes), ho comprato “La resistenza del maschio” di Elisabetta Bucciarelli. Il tutto nella collana “ViceVersa”, libri che “sono tessere che formano un disegno da usare a piacere: come uno specchio, una traccia, un catalogo di storie che partono da un vizio o una virtù e arrivano dove il racconto li conduce.”: anche di questi, abbiate fede, scriverò.
nottetempo: una casa editrice di cui posseggo diversi libri. Questo “Ovunque, progettici” di Elisa Ruotolo lo inseguivo da un po’, dopo averne letto su libri.tempoxme.it, ma poi succede che ci si distragga da ciò che si desidera leggere, si viene presi da altro e non si pensa più a quel titolo tanto cercato finché quasi per caso non ci ricapita sotto gli occhi: è quello che mi è successo a Roma, dove tra l’altro mi hanno applicato uno sconto davvero interessante.
Chi invece sconti in fiera non ne fa è SUR, di cui ho comprato a prezzo pieno “Purgatorio” di Tomás Eloy Martínez, che già conoscevo per aver letto molti anni fa “Santa Evita”, vita morte e miracoli di Eva Duarte Peron, e l’ultra pubblicizzato “Carne viva” di Merrit Tierce, di cui ho assistito alla presentazione condotta dalla sua traduttrice, nonché editrice, Martina Testa. SUR vende, perché ha belle collane e buoni titoli, evidentemente non ha preoccupazioni di mercato: ma in una fiera fa bene anche conquistare il lettore che arriva a Roma con il suo gruzzoletto da spendere ed è contento se porta via tanti libri, pensando di aver fatto degli affari. Spero che cambino politica di vendita, altrimenti la prossima volta prenderò nota e comprerò i loro libri su qualche store online come IBS o Amazon, che almeno garantiscono lo sconto del 15%.

Come sempre PiùLibriPiùLiberi è stato sfiancante e totalizzante: tanti libri, molta gente, confusione, file per assistere alle presentazioni (almeno alcune), caldo asfissiante (occorre vestirsi adeguatamente, tenendo conto che poi dal Palazzo dei Congressi si deve uscire e fuori non c’è la stessa temperatura equatoriale di dentro). Però è bello vedere tanti espositori che hanno il coraggio, sia pure piccoli e poco spinti da quella pubblicità che muove le vendite in modo significativo, di andare avanti con entusiasmo, serietà e cura per il prodotto finale.
Roma, forse ci vedremo anche il prossimo anno, anche perché stavolta oltre ad andare a PiùLibriPiùLiberi ho potuto vedere la mostra di Henry Moore al Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano e mi sono fatta un giro alle baracchine dei libri di Piazza della Repubblica, dove ho fatto altri buoni affari.

mercoledì 10 giugno 2015

Ultima lettura: "Omicidio al Giro" di Paolo Foschi


Omicidio al Giro

Autore: Foschi Paolo
Dati: 2015, 157 p., brossura
Editore: E/O

Lo scorrere del tempo
è la più grande porcheria del mondo,
pensava Igor Attila.

Siamo alla quinta avventura del commissario Igor Attila della Sezione crimini sportivi della questura di Roma, dopo "Delitto alle Olimpiadi", “Il castigo di Attila”, "Il killer delle maratone", e "Vendetta ai Mondiali". Stavolta la squadra coordinata dal commissario Attila è alle prese con un caso che apparentemente si potrebbe archiviare come incidente, ma che al fiuto investigativo del nostro eroe si palesa subito come sospetto. 
E non ha torto, Igor Attila: aiutato dai suoi uomini e dalla vice Chiara Merlo scoprirà che il ciclista Claudio Fallai, atleta favorito all’imminente Giro d’Italia, è vittima di un omicidio. Le indagini porteranno la squadra del commissario ‘rock’, amante della boxe, della velocità e del Calvados, a scoprire un giro di doping e traffici vari che rischiano di compromettere la reputazione della vittima e del suo entourage.
Photo HelenTambo on Instagram
Intorno a Attila si muove un gruppo di personaggi ormai familiari: i rapporti che li legano sono sempre più definiti mentre alcuni sono in evoluzione, ad esempio quello tra Igor e Chiara Merlo, sempre detestata per la sua aria da maestrina, ma anche stimata per la sua preparazione. Ed è in evoluzione anche il rapporto con l’eterno Titta: anche in questo ultimo romanzo, il compagno di Igor è più evocato che presente. Non si riesce nemmeno a immaginare fisicamente, non si vede, si sente e basta. Stavolta il motivo del contendere è il desiderio di paternità -e quindi di stabilità- che Igor sembra aver paura di assicurare a Titta ed è questa la causa dell’ennesimo allontanamento tra i due. Ma a questo punto della loro storia è evidente che il più problematico tra i due è proprio il commissario, sempre alle prese con i propri fantasmi, i vecchi rancori e i nuovi problemi, come se non fosse capace di godere del qui e ora.
Foschi continua ad occuparsi di sport in questa che ormai è una serie, con numerosi lettori affezionati. Lo stile è quello di sempre, asciutto e veloce, le storie sono sempre più mature e offrono spunti di riflessione su un mondo, quello dello sport, che per definizione dovrebbe essere pulito, ma –come fin troppo spesso le cronache ci raccontano- lo è sempre di meno.

giovedì 4 giugno 2015

Ultima lettura: "Basta poco per sentirsi soli" di Grazia Cherchi


Basta poco per sentirsi soli

Autore: Cherchi Grazia
Dati: 1986, 84 p., brossura
Editore: Tringale Editore (collana Quaderni di Letteratura) distribuzione Garzanti

«Tutti in Italia credono di saper scrivere un libro.
Ogni vita è un romanzo: mai espressione
è stata presa così alla lettera», dice Lucio guardandolo uscire

Nell’agosto di vent’anni fa, precisamente il 22 agosto 1995, moriva Grazia Cherchi, forse la più importante e influente editor che il mondo della letteratura italiana della seconda metà del Novecento abbia potuto conoscere. Di lei non sapevo nulla, perché sempre troppo poco si sa del lavoro ‘invisibile’ che si fa dietro le quinte di un successo letterario; a rendermela nota e a farmene sentire la mancanza, quando ormai era troppo tardi, è stato l’articolo di Gianni Riotta sul Corriere della Sera del 23 agosto 1995 Addio a Grazia Cherchi, signora ribelle della letteratura e in particolare le ultime frasi, che cito: “Cari lettori, da ora in poi leggerete libri più brutti. Abbiamo perduto la generosità e l'intelligenza della Grazia”.

Photo Elena Tamborrino

Da allora mi è venuta una specie di ossessione, avrei voluto leggere di più su di lei, conoscerla meglio, cercare i suoi libri (sì, perché la Cherchi è stata anche una scrittrice –anche fantasma per alcuni blasonati narratori-, oltre che la fondatrice della rivista di critica letteraria “Quaderni Piacentini”, la curatrice editoriale di Rizzoli, Mondadori e Feltrinelli, e la giornalista per Panorama, dove curava la rubrica di anticipazioni editoriali Vistosistampi) e in particolare questo “Basta poco per sentirsi soli”, che le parole di Riotta mi rendevano irresistibile. Se è stato relativamente facile trovare “Scompartimento per lettori taciturni” edito da Feltrinelli nel 1997, l’impresa di procurarmi il titolo che più desideravo si è rivelata per anni impossibile.
La storia editoriale di questo volumetto è complicata, sembra. Pubblicato la prima volta dall’editore Tringale di Catania, distribuito da Garzanti, è stato poi ripubblicato da E/O nella collana Dal mondo, ma attualmente non è più in catalogo e risulta da anni introvabile. Io l’ho fortunosamente e fortunatamente trovato nella sua prima edizione, ingiallita e usurata, su eBay, piattaforma web di e-commerce. E lo considero una specie di reliquia.
Si tratta di dodici brevi racconti in cui l’Autrice racconta i guasti e i capricci del mondo degli scrittori, soprattutto di quelli che si sentono tali («Hai notato che adesso scrivono soprattutto i non addetti ai lavori?» dico chiedendo un caffè. «Nell’ultimo mese ho letto romanzi di un giudice, un medico, due avvocati, un sociologo…» p. 63) e pone attenzione soprattutto alla distrazione con cui le persone spesso si relazionano tra loro, troppo poco abituate all’ascolto e sempre più autoreferenziali.


Ci sono pagine deliziosamente pungenti, in particolare il racconto “L’intervista” in cui la Cherchi sbeffeggia con garbo i molti giornalisti che “i loro pezzi li fanno soprattutto al telefono” e che si rivolgono al cosiddetto esperto del settore o a personaggi à la page pronti a rispondere a qualsiasi domanda, anche la meno pertinente, per improbabili e spesso inutili interviste. Con graffiante ironia afferma che “capita spesso che i giornalisti siano in possesso solo di vaghe informazioni sull’argomento di cui devono occuparsi. Per il resto si affidano all’estro del momento e alla collaborazione dell’intervistato”. Oggi molti ricorrono al web per documentarsi, quando la Cherchi scriveva queste pagine il villaggio globale era ancora lontano, eppure tutti i suoi racconti sono vividi e raccontano le persone e i loro atteggiamenti, tra ambizioni, tic e paranoie, come se fossero di oggi.
E proprio a questo proposito, mi sono chiesta cosa penserebbe oggi Grazia Cherchi dell’autopubblicazione selvaggia, dell’editoria in rete, di quella a pagamento. E cosa penserebbe dei tanti editori che oggi rinunciano al rigoroso lavoro di revisione dei manoscritti, riducendosi a fare gli stampatori? E cosa dei bookblogger? Per i primi credo proverebbe molta irritazione, ai secondi forse guarderebbe con un mezzo sorriso, ma non se ne farebbe accorgere, almeno non molto.
Insomma, “Basta poco per sentirsi soli” è una rarità che farebbe bene leggere a tanti fanfaroni del mondo dell'editoria, della scrittura e della critica letteraria (che però notoriamente sono allergici ai bagni di umiltà e si prendono troppo sul serio).
Ce ne fossero ancora di Grazia Cherchi a liberarci da sedicenti scrittori, sedicenti editori, sedicenti giornalisti e sedicenti critici letterari! Mi sono fatta un regalo incommensurabile leggendo questo libretto, che purtroppo è ormai introvabile.
Andrebbe ristampato, chissà che l'ultimo editore E/O non ci pensi. Intanto io sono contenta di aver rincorso per anni questo libro, di averlo atteso e cercato senza sosta, parlandone a chiunque con la speranza che altri lo conoscessero e mi potessero fornire qualche notizia sul suo destino editoriale, finché non sono riuscita ad averlo. Lo considero prezioso, da rileggere ogni volta che avrò voglia di distaccarmi dalle umane miserie (cosa che mi succede sempre più spesso, sarà che con l’età aumenta il grado di intolleranza verso la mediocrità, molto spesso coniugata alla supponenza).
Mi piace chiudere con la poesia che uno degli scrittori che Grazia Cherchi ‘curava’, Stefano Benni, le ha dedicato:
Grazia ha telefonato:
"Finalmente mi hai mandato
un vero romanzo
asciutto e stringato".
Grazia, da mesi di dirtelo tento,
era la lettera di accompagnamento

mercoledì 13 maggio 2015

Ultima lettura: "Storia del nuovo cognome. L'amica geniale" di Elena Ferrante


Storia del nuovo cognome. L’amica geniale

Autore: Ferrante Elena
Dati: 2012, 480 p., brossura; ePub con DRM 1,3 MB
Editore: E/O (collana Dal mondo)

Com’è facile raccontare di me senza Lila:
il tempo si acquieta
e i fatti salienti scivolano lungo il filo degli anni
come valigie sul nastro di un aeroporto;
 li prendi, li metti sulla pagina ed è fatta.

“Più complicato è dire ciò che in quegli stessi anni accadde a lei. Il nastro allora rallenta, accelera, curva bruscamente, esce dai binari. Le valigie cadono, si aprono, il loro contenuto si sparpaglia di qua e di là.”

Una premessa è d’obbligo: poco o nulla mi importa delle polemiche che sono sorte intorno a Elena Ferrante, alla sua identità misteriosa, vera o presunta o quel che è. Non mi interessa l’acredine o l’ironia con cui negli ultimi tempi molti parlano di lei, dei suoi libri, della candidatura al Premio Strega promossa da Roberto Saviano. Ciò che ho spesso detto (ad esempio qui) è che, al di là della libertà di ciascuno di fare ciò che vuole col suo nome vero o col suo pseudonimo, mi sembra che nascondere la propria identità, sottrarsi alle attenzioni del pubblico, sia quasi una forma di tradimento del patto con il lettore che forse ha diritto di sapere chi sei. Ma dico ‘forse’ perché in realtà non è affatto detto, e d’altra parte la storia letteraria è piena di scrittori che hanno pubblicato le loro opere sotto falsa identità, quindi proprio non riesco a vedere lo scandalo.
Photo HelenTambo on Instagram

Ciò detto, penso che sia di gran lunga più interessante parlare di questo “Storia del nuovo cognome”, secondo volume del ciclo de “L’amica geniale”, che poi è il titolo del primo volume. Tutta la serie segue l’amicizia tra Elena Greco (detta Lenuccia) e Raffaella Cerullo (detta Lina o Lila), da quando sono bambine fino al momento della scomparsa misteriosa di Lila, l’amica geniale appunto.
È Lenuccia a raccontare la storia in prima persona, ricostruendo l’esistenza delle due bambine, poi ragazzine, adolescenti, giovani donne fino a questo punto della storia, nel rione popolare di Napoli dove sono nate, fino agli spostamenti che l’una e l’altra faranno negli anni, seguendo direzioni diverse e incrociando di tanto in tanto le loro esistenze, sempre pensando l’una all’altra.
La vera protagonista della storia è Lila: la donna vampiro, quella che succhia la linfa vitale da chiunque le si avvicini e subisca il suo fascino complicato.
Lila fin da ragazzina è selvatica, temeraria, irrequieta, ribelle, indomabile e sfrontata, quanto la sua amica Lenuccia è accomodante, insicura, mite, modesta, servizievole.
Lila è l’amica che non sa essere contenta per chi è contento, che guarda quasi con soddisfazione all’infelicità altrui, specie di quelli che le sono più vicini e che la amano senza condizioni.
Lila non può e non sa essere felice, nemmeno quando riesce ad ottenere più di quanto la sua condizione le avrebbe potuto concedere; guarda con disappunto ai successi di Lenuccia, non sai dire se per una forma di inconfessata invidia o semplicemente perché non vuole darle soddisfazione, e allo stesso tempo ha slanci di generosità protettiva nei suoi confronti.
Lila entra nel sangue e nei tessuti, è quasi tossica, fa male. Una parassita dei sentimenti, che ingloba e fagocita e vive le vite degli altri, accaparrandosi gli affetti altrui. Personalità e vite tanto in contrasto quanto in continua attrazione si possono comprendere attraverso queste parole di Lenuccia: “Sì, è Lila a rendere faticosa la scrittura. La mia vita mi spinge a immaginarmi come sarebbe stata la sua se le fosse toccato ciò che è toccato a me, che uso avrebbe fatto della mia fortuna. E la sua vita si affaccia di continuo nella mia, nelle parole che ho pronunciato, dentro le quali c’è spesso un’eco delle sue, in quel gesto determinato che è un riadattamento di un suo gesto, in quel mio di meno che è tale per un suo di più, in quel mio di più che è la forzatura di un suo di meno.”
Sono diverse Lila e Lenuccia, ma la loro diversità le rende dipendenti e complementari l’una per l’altra e non si riesce a pensarle separate, neanche quando la vita le divide.
La trama è ricca di colpi di scena, il lettore subisce la malia di Lila e delle vicende di cui è protagonista indomita e coraggiosa; è difficile staccarsi dalla lettura finché non si arriva in fondo, già pregustando il seguito della storia nel volume successivo.
Conoscevo la scrittura di Elena Ferrante già dal suo romanzo d’esordio, “L’amore molesto” del 1996. Ho letto poi “I giorni dell’abbandono” del 2002, un romanzo di straordinaria potenza tradotto in un film di Roberto Faenza con Margherita Buy e Luca Zingaretti; film che secondo me però non ha la stessa efficacia della parola scritta, forse perché l’Autrice ha una rara capacità di cesellare psicologie che nessun linguaggio cinematografico può trasformare in immagine.
Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, Elena Ferrante e il mistero intorno alla sua identità, non davano fastidio: nessuno se ne occupava, non se ne parlava. A me piacerebbe che si tornasse a non discutere di chi è o non è, spiando dal buco della serratura di una personalità misteriosa quanto discreta, per lasciare che a parlare siano solo i suoi libri. Che parlano benissimo e sanno accarezzare o schiaffeggiare l’anima.

lunedì 12 gennaio 2015

Ultima lettura: "L'appuntamento" di Piergiorgio Pulixi


L’appuntamento

Autore: Pulixi Piergiorgio
Dati: 2014, 129 p., brossura
Editore: Edizioni e/o (collana Originals)

Perché, devi sapere, io non sarei quello che sono senza Cassandra…

È molto bravo Piergiorgio Pulixi, giovane scrittore che esce dal collettivo Sabot di Massimo Carlotto, già inventore del poliziotto (scorretto) Biagio Mazzeo, protagonista di due romanzi che precedono questo, in cui però non entra.
Pulixi ha scritto un racconto lungo 129 pagine, che si fanno leggere in un paio di ore: questo è il tempo che ho impiegato per farmi prendere da questo serrato scambio di battute, durante il quale si srotola una storia ad alta tensione.
Photo HelenTambo on Instagram
A raccontare l’incontro al buio tra Laura e –diciamo- Domenico, è l’uomo, in prima persona. Un uomo che è un grande osservatore e che studia a distanza la sua vittima, prima di avvicinarla. Che Laura sia una vittima, lo si capisce dalle prime battute, dal suo atteggiamento di attesa solitaria al tavolo di un elegante ristorante dove è stata convocata per un ‘gioco’ molto particolare. Queste le premesse, che porteranno a uno sviluppo della situazione tutt’altro che scontato.
La storia si svela al lettore attraverso rapide sequenze dialogiche, in cui volta per volta si inseriscono i vari personaggi di contorno, ciascuno dei quali svolge un ruolo determinante per lo sviluppo dell’intreccio. E si tratta di un intreccio in cui sembra di scendere in un gorgo di perversione sempre più profondo, fino all’inimmaginabile conclusione un po’ splatter. 
Il culmine di un’escalation di violenza psicologica è lo svelamento di un piano diabolico e scellerato, determinato dalla noia e dalla ricchezza.
Pulixi si fa leggere fluidamente, coinvolge il lettore in una spirale di attese ansiogene, nulla di meglio per gli amanti del genere noir. Unica nota stonata, in una scrittura gradevole e curata, è il cedimento a un’espressione modaiola che a me risulta odiosa, un quant’altro a p. 121 che si poteva sostituire con un sintagma dallo stesso significato (ma questa è una questione di gusti). Nulla toglie all’efficacia del racconto, che merita uno dei vostri pomeriggi da fine settimana di maltempo, in poltrona e al caldo confortevole delle vostre case.
E se non lo leggerete quest’inverno, portatelo al mare la prossima estate, ma non leggetelo sotto il sole, rischiereste di dimenticarvi del tempo che passa e di prendervi un’insolazione. Meglio sotto l’ombrellone.
E state attenti a tutte le vostre interazioni tramite social… Molto attenti.

PS. La citazione in apertura della recensione non si può capire se non si legge il libro. Quindi buona lettura.

domenica 14 dicembre 2014

#PiùLibriPiùLiberi2014: il mio bottino alla Fiera di Roma

Dopo aver sfoggiato nei principali social network i miei acquisti a Più Libri Più Liberi, sotto forma di fotografia, mi sembra giusto spendere due parole per passare in rassegna quello che ho portato a casa.
Photo HelenTambo on Instagram

In passato ero stata solo una volta alla Fiera della piccola e media editoria, che annualmente si tiene ai primi di dicembre al Palazzo dei Congressi dell’EUR a Roma ed era stata una visita alquanto frettolosa, anche se proficua dal punto di vista degli acquisti.

C’è che in un posto del genere hai modo di scoprire autori e editori che non hanno una distribuzione capillare, specie nei megastore di libri, dove trovi il bestseller del momento, ma l’autore di nicchia devi chiedere al commesso dove sta nascosto e il più delle volte lo devi ordinare. Quindi per i lettori particolarmente esigenti, sempre alla ricerca del libro speciale, Più Libri Più Liberi è una specie di Paese delle Meraviglie: ti costringe a tour de force davvero stancanti, ma si torna a casa con un pieno di storie, incontri, colori, volti, sorrisi e parole che può farti da scorta almeno fino all’appuntamento culto con il Salone del Libro di Torino.

Come la mia amica Simona Scravaglieri del blog [...] Non domandarci la formula che mondi possa aprirti [...] , illustrerò i libri che ho acquistato seguendo il criterio della casa editrice, perché principalmente gli editori sono al centro di questo evento, che per cinque giorni all’anno fa da calamita irresistibile per gli amanti della lettura.

edizioni e/o: è stato il primo stand visitato, dove sono andata a colpo sicuro per acquistare i romanzi di Piergiorgio Pulixi. Il protagonista di molte storie di Pulixi, giovane scrittore uscito dal collettivo di scrittura Sabot di Massimo Carlotto, è Biagio Mazzeo, un ispettore di polizia sui generis, che ho imparato a conoscere attraverso i brevi racconti pubblicati su Svolgimento (qui un esempio). Da queste brevi letture alla curiosità di saperne di più il passo è stato breve.
“Una brutta storia” (2012) e “La notte delle pantere” (2014) sono le due storie che vedono al centro le (dis)avventure di questo poliziotto corrotto, che coordina una squadra di uomini che si muovono ai limiti della legge: spero di poterne parlare più diffusamente al più presto. L’ultima fatica di Pulixi,“L’appuntamento” (2014), almeno ad una veloce occhiata, sembra uscire dai percorsi già battuti dall’autore: le pagine sono fitte di dialoghi, dalla quarta di copertina capisco che siamo di fronte ad un noir psicologico di sicuro impatto emotivo, data la tematica (perversione umana, ossessione per il controllo della vita altrui, pericolo per la privacy nell’era dei mondi virtuali). Sarà una lettura intrigante, ne sono sicura.

:duepuntiedizioni: dieci anni di attività per questa giovane e dinamica casa editrice palermitana, i cui fondatori si definiscono "editori di contenuti", animata dalla voglia di accendere il desiderio di lettura. Da loro ho comprato tre piccoli volumi della collana zoo: “Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei cammelli polari” di Giuseppe Genna (2010), “Tutti i ragni” di Vanni Santoni (2012) e “La stanza degli animali” di Giulio Mozzi (2010). Le copertine di questi libretti sono stampati su Ecomaximus Elephant Dung Paper, carta 100% riciclata e fatta a mano da escrementi di elefante (come si legge all’interno del volume e come mi è stato spiegato allo stand E-20 ): ora, se è vero che dal letame nascono i fior, come cantava Fabrizio De Andrè, mi aspetto che queste copertine racchiudano fior di libri. Ve lo farò sapere.

edizionispartaco: qui ci sono arrivata grazie a Simona e Irene Daino (AKA Nereia) di Librangoloacuto, che già conoscevano questa casa editrice dallo scorso anno. Entrambe hanno letto “The white family” di Maggie Gee e quest’anno hanno acquistato gli altri due volumi della trilogia di questa scrittrice inglese che, confesso, non avevo mai sentito nominare pur essendo lei niente meno che Officer of the Most Excellent Order of the British Empire (OBE). Mi sono fidata dei commenti entusiastici delle mie amiche bloggers, anche in questo caso spero presto di farvi sapere le mie impressioni.
 

exorma: qui mi sono fatta conquistare da un titolo di Massimo Roscia, “La strage dei congiuntivi” (2014), un romanzo contro la non-lingua (si può dire “efficientare”, “promozionare”, “situazionare”? Proprio no!) che sarà oggetto di una delle #letturecondivise che faremo su Twitter con Simona e Irene (e chiunque vorrà seguirci, ovviamente). Pensiamo di lanciare l’hashtag #SeIoSarei (che poi è la scritta sul tesserino con la quale l’Autore si è presentato in Fiera) con l’inizio del nuovo anno, quindi aspettateci.

Gorilla Sapiens: carini e giovani, questi editori! Di Carlo Sperduti ho comprato “Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi” (sì, perché, se non si fosse capito, “basta una srafe sbataglia per scioreglie l’intanchesimno e tornare alla vita di giutti i torni” –dalla quarta di copertina-). Si tratta di una breve raccolta di racconti scritti tra il 2010 e il 2013, anno di pubblicazione del volume, riuniti senza un particolare criterio: alcuni testi sono legati a situazioni e progetti particolari, altri “sono venuti fuori senza che nessuno me lo avesse chiesto”, come dice l’Autore. Ovviamente l’acquisto, impulsivo, è stato determinato dal fascino che spesso i titoli esercitano sulla mia curiosità…

Avagliano Editore: qui mi ha trascinato Simona. “Salva un libro dal macero” campeggiava sopra una scatola da dove si poteva pescare alla ricerca di titoli ormai fuori catalogo, destinati alla distruzione: “Biografia di un delitto” di Giuseppe Bottura (2007) l’ho salvato perché mi piacciono i gialli e questo addirittura è ‘insolito’, come si legge nella quarta di copertina, quindi mi aspetto una buona lettura. Il secondo titolo acquistato, anche questo per soli 2 euro, è “La guerra sotto gli occhi” di Manuela Dviri (2003), scrittrice e giornalista della quale ho imparato ad apprezzare le cronache dal conflitto tra Israele e Palestina, dalle pagine di Vanity Fair Italia, con cui collabora.  

edizioni creativa e DISSENSI EDIZIONI: metto insieme questi due editori, ospitati in uno stand dove ho trovato molti titoli dedicati alla scuola. Qui ho acquistato “La scuola bocciata” di Tommaso Travaglino (DISSENSI, 2014) ‘viaggio nel lucido delirio della scuola italiana’ e “La scuola ingiusta” di Simonetta Fontana (edizioni creative, 2014): le politiche scolastiche degli ultimi anni -e di quest’anno in particolare- impongono una riflessione che vada al di là dei proclami governativi e ministeriali, quindi spero che anche questi due volumi, insieme ad altri che sto leggendo, mi aiutino a capire dove sta andando il nostro sistema educativo.

giovedì 16 gennaio 2014

Ultima lettura: "Delitto alle Olimpiadi" di Paolo Foschi


Delitto alle Olimpiadi

Autore: Foschi Paolo
Dati: 2012, 169 p., brossura
Editore: E/O
 
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Mi piacciono i romanzi seriali. Mi piacciono i polizieschi. Mi piacciono i polizieschi seriali. Sarà perché mi affeziono ai personaggi, mi piace conoscerli sempre meglio nel corso di avventure nuove e finisco con il memorizzarne i tic, le piccole manie, i modi di dire o di fare. Mi è già successo con il commissario Bordelli di Marco Vichi, con il Montalbano di Camilleri, con l’avvocato Malinconico di Diego De Silva e con l’avvocato Guerrieri di Carofiglio.
Igor Attila è un ex puglie, medaglia d'argento alle Olimpiadi di Seul del 1988, suo eterno rimpianto perché in realtà avrebbe meritato l’oro se non gli fosse stato ‘scippato’ per un atto di ingiustizia sportiva. Sarà per questo che occuparsi di illeciti sportivi e di questioni criminose legate al mondo dello sport diventa quasi naturale: con lui, commissario atipico che in ufficio si sfoga tirando pugni ad un sacco da box e arpeggiando con la chitarra elettrica, una squadra di ex atleti più o meno sfortunati, arruolatisi in polizia, forma la Sezione crimini sportivi della questura di Roma.
Questo di “Delitto alle Olimpiadi” è il primo mistero con il quale la squadra coordinata dal commissario Attila si misura: Marinella Paris, atleta della nazionale in partenza per le Olimpiadi di Londra, viene uccisa sulla spiaggia di Ostia, durante il ritiro della squadra. Nessun sospettato, nessuna arma del delitto, nessun movente, solo molti indizi che portano Igor a Londra e alla soluzione del giallo, grazie ad intuizioni rapide e fortuite e alla collaborazione preziosa dei suoi uomini che lo aiutano a distanza. Al di là della trama, ben costruita e sempre incalzante, come Foschi dimostra di saper fare anche nelle avventure successive di Attila, del romanzo conquista proprio il personaggio protagonista, commissario un po’ scorbutico ma dall’animo romantico, capace di canticchiare canzoni d’amore pensando a Titta e di perdersi nel Calvados, addormentandosi vestito.
Ecco, Titta: ci sarebbe molto da dire su questo personaggio, evocato continuamente da Igor. Che Titta sia il diminutivo tradizionale per il nome Giovan Battista, può non essere intuitivo: su questo a mio parere gioca Foschi, che solo alla fine del romanzo svelerà, complice un incontro casuale in un ristorante, che l’amor perduto di Igor è un uomo. Non cambia nulla, le dinamiche del rapporto in crisi sono prevedibili, Igor ripercorre continuamente i motivi dell’allontanamento annunciato -e poi concretizzato- dal suo compagno e sono quelli che possono mettere in crisi qualsiasi coppia. Vorremmo forse Titta più presente, a imporre anche con la fisicità il suo essere, anche per smentire Igor che lo fa emergere nei ricordi in modo un po’ isterico.
Confermo la sensazione che ho avuto leggendo l’ultima delle avventure di Igor Attila, che ho già recensito qui: lo stile veloce e asciutto di Foschi, giornalista e sportivo, la sua scrittura lineare e senza fronzoli, i personaggi che ha saputo creare, resistendo a qualsiasi tentazione macchiettistica, conquistano il lettore e lo portano alla conclusione dell’indagine con il desiderio di leggere la successiva.

domenica 7 luglio 2013

Ultima lettura: "Cuore cavo" di Viola Di Grado


Cuore Cavo

Autore: Di Grado Viola
Dati: 2013, 166 p., brossura
Photo HelenTambo on Instagram

Editore: E/O (collana Dal mondo)

Lo dichiaro immediatamente: questo romanzo o piace immensamente o non piace, non credo esistano vie di mezzo, non una scala di grigi tra cui scegliere, o è nero o è bianco.
A me è piaciuto, senza però. Proprio perché non ci sono mezze misure.
Non conoscevo l’autrice, alla sua seconda prova con questa storia originale e inquietante, per quanto il suo nome, Viola, mi suggerisse un non so che di cupo, funereo, probabilmente per associazione con il colore, che insieme al nero facilmente si collega al lutto. Forse anche la copertina del libro, anche lei in una sfumatura viola scuro che vira al blu, con una testa stilizzata che sembra fiorire mentre si disgrega, suggeriva al mio immaginario -del tutto ignaro di ciò che andava ad incontrare- qualcosa che sottilmente si sarebbe allacciato alla morte. Ma queste ovviamente sono elucubrazioni, non è che se una si chiama Viola deve per forza suggerire immagini tetre.
Volutamente non avevo letto nulla intorno a Viola Di Grado e al suo libro: senza saperlo però, con le mie fantasie, mi ero avvicinata alla realtà. Non so se in questo abbia inconsciamente influito un mio interesse tendenzialmente naturale verso argomenti cimiteriali, come era successo con "I funeracconti" di Benedetta Palmieri , dove però l’argomento era chiaro da subito, fatto è che mi sono trovata subito immersa in un’atmosfera a metà tra il lugubre e lo scientifico, in una miscela di temi sapientemente combinati: la morte, l’amicizia, l’amore, la madre. Che detti così sembrano qualcosa di abbastanza comune, su cui si è scritto tanto e si continuerà a scrivere. Ma ciò che di un insieme di ingredienti fa una pietanza spettacolare sono le combinazioni, i metodi di cottura, gli accostamenti: insomma, è lo scrittore che fa la differenza, con la sua capacità di aggiungere l’ingrediente segreto, il tocco dello chef, non gli argomenti.
Dorotea Giglio è una studentessa di venticinque anni, laureanda in biologia: sceglie una mattina estiva per suicidarsi. Da quel momento il racconto si snoda con la descrizione accuratissima di ciò che accade al suo corpo chiuso nella bara. L’autrice deve avere approfondito le sue conoscenze biologico-chimico-fisiologiche sulla corruzione della materia. C’è una dovizia di particolari che giustifica il ricorso ad un lessico altamente specialistico, molto ricco; ecco così che la lingua è varia, si alternano momenti lirici a tecnicismi molto spinti, il tutto a comporre una prosa chiara, fluida, scorrevole come un’autostrada diretta al mare in pieno inverno (e d’altronde Dorotea, da viva e per come l’abbiamo conosciuta, non potrebbe andare altrove, se non al mare in pieno inverno). Mentre ci racconta in prima persona cosa accade al suo corpo giorno per giorno, quali organismi (loro, viventi) intervengono a corrompere i suoi organi secondo una gerarchia molto precisa, come si sente nonostante sia morta, vedendosi disfare lentamente e inesorabilmente, c’è una vita fuori da quella bara, dove Dorotea sembra muoversi come un fantasma. E c’è un paesaggio urbano, quello di Catania, descritto con precisione in un percorso immaginario nella prima pagina, e poi di altri scorci siciliani, con lo sfondo dell’Etna.
Leggendo questo libro mi è capitato di avvertire un senso di soffocamento e allo stesso tempo un’attrazione fatale, qualcosa che mi ha spinto a non mollarlo fino all’ultima pagina, perché è impossibile non chiedersi come andrà a finire la ‘vita’ di una morta.
Viola Di Grado dimostra un buon grado di maturità: alla seconda prova da autrice, che secondo me è sempre la più difficile perché qualcuno nel frattempo coltiva delle aspettative e devi dimostrare che non si è sbagliato a puntare su di te, ha tirato fuori una storia strana, inconsueta, difficile da raccontare ma che lei dipana con molta naturalezza. Impossibile non seguire lei e Dorotea, fino a dove qui certo non posso dirlo.