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venerdì 24 febbraio 2017

"Il vecchio frantoio" di Lucio Causo

 
Photo Mauro Minutello

A mezzogiorno, Luca e Antonella presero il pranzo per il nonno Vito che stava lavorando nel frantoio di famiglia nei pressi dell’oliveto. La giornata era bella. Anche se faceva freddo, il cielo era sereno e tutt’intorno regnava la tranquillità. 
Oltrepassata la strada provinciale, s’inoltrarono lungo i sentieri umidi della campagna, tra gli arbusti e l’erba alta che coprivano i muretti a secco. 
Dopo avere percorso un breve tratto di strada in terra battuta, si trovarono in un grande spiazzo, in mezzo a secolari alberi d’ulivo. 
Videro il portone del vecchio frantoio ed entrarono. Era un locale grande e scuro, con una vasca di pietra al centro e, sopra, una possente macina. Un somaro, docile e paziente, girava intorno alla vasca legato ad una trave che faceva girare la mola senza fermarsi. La macina lenta e sicura frantumava le olive gonfie e nere, e preparava la spremitura dell’olio… 
Un grande camino, rosso di carboni ardenti, scaldava l’aria fredda di dicembre. Luca e Antonella, dopo aver salutato, porsero al nonno una gamella piena di verdura con pasta e fagioli. Vito mangiò con gusto e bevve generosamente il suo vino rosso. 
Dopo essersi saziato, tagliò due fette di pane dalla grossa pagnotta; l’abbrustolì sul fuoco, ci passò sopra uno spicchio di aglio tagliato a metà e poi versò dell’olio da un pentolino. Era verde, denso e profumato. 
- Mangiate il pane caldo con l’olio delle nostre olive. Vi riscalderà! - disse. 
Luca prese la fetta di pane gocciolante di olio. L’addentò… Disse che non aveva mai mangiato del cibo così buono. Aveva l’odore dei campi e degli ulivi, il colore del fuoco che ardeva. Aveva il sapore pieno del lavoro paziente dell’uomo e del docile somaro che spingeva la mola per schiacciare le olive. 
Era saporito, dolce e amaro. 
- Grazie, nonno, il tuo olio è sempre più buono! - disse Antonella dopo aver mangiato la grossa fetta di pane abbrustolito condita con l’aglio e l’olio appena spremuto. 
Vito accese la sua pipa con un tizzone della brace e si mise a chiacchierare con i giovani e con il nachiro presente. 
Parlarono del tempo, del vecchio frantoio ancora funzionante, delle nuove tecniche in uso nel settore e della purezza dell’olio. 
Poi Luca e la fidanzata, dopo aver salutato il nonno e i contadini intenti a svuotare i sacchi pieni di olive nel deposito, uscirono dall’oscurità del frantoio all’aria aperta, abbagliati dalla luce viva del sole dicembrino e dal colore dei campi. 
Respirarono a pieni polmoni l’aria fresca e profumata di terra rossa ed erba bagnata, di fiori, di alberi e di piante che emanavano odori freschi e particolari che solo in campagna si potevano sentire. 
Si presero sottobraccio avviandosi felici verso casa godendo di quella pace, quel profumo e quel sapore di cose buone. 

©Lucio Causo
Soundtrack: AllaBua, "Lucernaru"

sabato 31 dicembre 2016

"Rituali" di Daniele Bergesio

 
Photo Daniele Bergesio

Aveva un suo rituale, che ripeteva deciso ogni 31 dicembre. Si alzava con comodo, diciamo intorno alle otto e mezza nove, abbandonando al suo destino la sveglia in un’altra stanza. Si trascinava in bagno per una doccia tiepida, alla temperatura necessaria per rientrare definitivamente in sé senza restarne troppo scioccato. Colazione con pane e miele, caffè e una spremuta: pompelmo, piccola concessione all’ultimo giorno dell’anno. 
Aveva un suo rituale, ogni 31 dicembre. Con la pancia piena e i nervi saldi, occhiali da sole inforcati con imbarazzo, in mattinata affrontava il supermercato. Acquistava sempre le stesse cose: un pacco di tortellini, un barattolo di sugo pronto, due spiedini, patate novelle di quelle surgelate e un panettone senza canditi e senza marca. Se l’umore lo sosteneva, un passaggio nella corsia degli alcolici fruttava una bottiglia di prosecchino; altrimenti, semplice aranciata. Per pranzo, solo un toast – ma preparato con tutti i crismi: pane, formaggio, prosciutto cotto, altro formaggio, pane; doratura leggera, croccante fuori e morbido dentro. 
Aveva un suo rituale, ogni 31 dicembre pomeriggio. Dopo pranzo spegneva il cellulare – non smartphone, accidenti, ma un vecchio 3310 di cui faticava a trovare ancora batterie di ricambio – e la televisione che gli aveva tenuto compagnia mentre mangiava, abbassava le tapparelle a mezz’asta, chiudeva a chiave la porta di casa, metteva la catenella, staccava persino i contatti del citofono. Si sedeva in poltrona, e alla luce di una piantana dalla lampadina giallognola rileggeva Pinocchio da cima a fondo, commuovendosi per Melampo e facendo il tifo per Lucignolo - chissà perché gli stava così simpatico.
Aveva un rituale, ogni 31 dicembre: giunta ora di cena accendeva il forno e metteva la pentola sul fornello, salando prima l’acqua – tanto sono sciocchezze, bolle nello stesso tempo! – e versandosi un bicchiere. Infornava spiedini e patate, buttava i suoi ottanta grammi di pasta mettendo il timer (sì, non si fa, la pasta va assaggiata e bla bla bla: viene buona comunque, davvero) e la scolava sull’attenti al perentorio DRIN che detestava, ma quel segnatempo lo comandava a bacchetta da ventidue anni: come poteva anche solo immaginare di sostituirlo? Aggiungeva il ragù, niente formaggio, e impiegava giusto il tempo per finire il piatto che il secondo in forno era bell’e pronto: in tanti anni di ripetizione del rito, ormai aveva una tempistica della masticazione che verrebbe da definire “ad orologeria”. Completava la cena, tagliava una fetta di panettone osservando le bollicine che correvano su per il calice del prosecchino e sì, la sua magica serata di Capodanno si concludeva così: con la tavola da sparecchiare e l’ultimo capitolo di Pinocchio da finire sotto le coperte. 
Aveva un rituale, ogni 31 dicembre, e non c’erano botti o conti alla rovescia che lo facessero desistere dal metterlo in pratica meticolosamente: non bastava una stupida convenzione a convincerlo che valesse la pena accodarsi alla massa. E poi per cosa, per accogliere altri 365 giorni uguali a quelli appena trascorsi? Tutta quella gente lì fuori non capiva la bellezza di una routine consolidata, vissuta nella propria tana a propria misura – un appartamento simile a un guanto, una giacca, un cuscino modellato secondo le proprie curve del collo. 
Aveva un rituale, ogni 31 dicembre. 
Finché quel 31 dicembre, alle 19.13, giusto quando stava riempiendo d’acqua la pentola, una nuova vicina bussò guardinga alla sua porta per una tazza di sale. “Mi perdoni”, disse mentre lui la osservava nervoso dallo spioncino, “non lo farei mai, ma altrimenti i tortellini mi vengono insipidi”. Sul maglione, un gigantesco Pinocchio sembrava osservarlo con altrettanto fastidio. Quel 31 dicembre, alle 19.13, tolse la catenella e, con cautela, aprì. 

©Daniele Bergesio

Soundtrack: Simon & Garfunkel, "I am a rock"

giovedì 8 dicembre 2016

"Salento" di Lucio Causo

 
Photo Mauro Minutello

Si era nel pieno dell’estate e l’assenza di impegni scolastici ci lasciava completamente liberi del nostro tempo. Ed ora era la caccia delle lucertole lungo i muri a secco delle campagne, ora la puntata fino al mare di Mancaversa per un bagno collettivo, ora qualche altro passatempo: ogni volta qualcosa veniva fuori. Quella sera, mentre il bar della piazza spegneva la sua vecchia insegna, decidemmo che l’indomani saremmo andati verso la strada ferrata per Gallipoli
Lo stormire degli ulivi era per noi la musica più dolce, quella musica che ci aveva accompagnati fin dalla nascita, per i giorni, i mesi e gli anni della nostra vita. Risentirla lungo la ferrovia era ancora più dolce, aveva un che di magico, era come il suono che accompagnava il nostro sogno di partenze, di viaggi verso l’ignoto, un ignoto che per noi però aveva sempre un cielo: quel nostro, azzurrissimo cielo del Salento, steso su quello stormire soave, atavico di fronde d’ulivi. 
Il sole saliva e si faceva sempre più caldo, e più calde faceva le sbarre delle rotaie dei binari, la cui superficie luccicava secondo il nostro saltellare sulle traversine. Poi mettevamo l’orecchio aderente alla calda rotaia, si cercava di captare il rumore del treno che si avvicinava. Chi per primo l’avvertiva esplodeva in un grido vittorioso e allora cominciava per tutti l’attesa del nero mostro fumante, attesa tanto più colma d’ansia e quasi di paura quanto meno si riusciva a prevedere da dove sarebbe apparso. E poi eccolo! E allora tutti giù per la scarpata brecciosa per vedere il treno passare veloce fischiando. Poi si sciamava pei vasti uliveti e si gridavano i nostri nomi che duravano a lungo nell’aria, procurandoci una strana paura, di essere esposti chissà a quale oscura punizione. 
Spesso si camminava così fino al tramonto, quando si sostava presso lo stagno e s’osservavano i verdi ranocchi saltare dai galleggianti sterpi limacciosi sugli umidi sassi a riva e viceversa, e noi li stuzzicavamo per sentirne il roco gracidio. Dallo stradone giungeva il rullare dei carri, i traini, che rientravano al paese e allora anche noi tornavamo verso le basse case bianche del paese che il crepuscolo già avvolgeva del suo tenero blu opaco. 
D’inverno si stava più rinchiusi in casa, ma ugualmente s’usciva il pomeriggio, con le labbra livide, le mani intirizzite, paralizzate quasi dal freddo, che non si riusciva neanche ad avviare la trottolina di legno. Per la campagna, squallida, spoglia, dai neri alberi senza vita, non si andava più, se non per raggiungere una casupola abbandonata, caseddhu, dove ci si raccoglieva quando fuori pioveva.
Allora, dopo avere acceso un focherello scoppiettante, si raccontavano storie di santi e di banditi, di buffoni e d’eroi. Quando l’ombra calava si tornava alle case, come gli uccelli al nido. 

Febbraio portava i primi avvisi della primavera. S’aprivano sugli alberi le prime gemme, la campagna intorno al paese si chiazzava via via di pallidi rosa. 
In aprile, poi, l’aria fattasi più dolce galleggiava su onde di limpido verde nei campi di grano e noi riprendevamo a sedere, la sera, sui gradini della chiesa, fino a che l’Angelus non spargeva i suoi rintocchi d’argento sulle basse case bianche del paese.
©Lucio Causo

Soundtrack: Ben E. King, "Stand by me"

mercoledì 16 novembre 2016

"La mia classe è il posto più bello del mondo" di Elvio Calderoni

 
Silvio Orlando in "La scuola" di Daniele Luchetti

L’aula ha finestre malconce, le pareti trasudano muffa, la lavagna può anche essere pericolante, sistemata com’è con bulloni e viti di un altro secolo. I banchi sono stratificati di scritte: 
crescibenecheripasso, axr la zoli è proprio una puttana, io ho rosicato perché non mi hai passato il compito, ma il preside dov’è?, bulli e bullizzati, antonella mi manchi. 

Il crocifisso c’è? No, c’è l’ombra che ha lasciato sulla parete. Una croce disegnata più chiara di quel che c’è intorno. 

Insomma, gli elementi di arredo, la struttura, la situazione sembra proprio urlare: la lezione è finita. E invece no che non è finita. 

Continuo a credere, e lo credo ogni giorno, che la classe sia il posto più bello del mondo. Ci entro felice ad ogni ora, lieto di cogliere le differenze negli sguardi e nell’eloquio dei ragazzi settimana dopo settimana. 
Felice di semplificargli i concetti. 
O di complicargli la vita approfondendo tematiche complesse. 
Che tanto la loro testa ce la fa, hai voglia se ce la fa. 
Che privilegio è cogliere, nelle loro evoluzioni, i primi abbandoni del sistema di concetti parole e pensieri della famiglia d’origine, le prime prove verso una personalità indipendente? Le parole nuove, i movimenti, gli sguardi che trasudano il profumo della prima consapevolezza di stare al mondo, di essere nel mondo?
Come può annoiare un mestiere del genere?
Come puoi perdere tempo prima di arrivare in classe, chiacchierando con i tuoi colleghi o fingendo chissà quale impegno importante in chissà quale segreteria? 
Come puoi non curarti delle lezioni che andrai a proporre? 
Come puoi ? 
Sei sicuro che non avevi un’altra carriera ad aspettarti? Ricca di soddisfazioni economiche, di rapporto tra pari, di lavoro di gruppo, di minore responsabilità? 
La classe, la tua aula, dev’essere il posto più bello del mondo. Devi pensarlo davvero. I tuoi alunni ci metteranno dieci secondi a capire se lo pensi davvero. O se fingi. O se ti stai accontentando. 
Ci mettono poco. 
Non lagnarti se non ti seguono. Nove volte su dieci è colpa tua. 
Non lagnarti che mancano le famiglie. Trova alibi migliori, dai. 
Non lagnarti che pensano solo al telefono. 
Non lagnarti se sperano che tu non ci sarai. Perchè si stanno già lagnando loro, di te, abbondantemente se arrivano a sperare nell’ora di buco. 
Insegna loro l’impegno e non dare modelli quotidiani di disimpegno. 

E tu? 
L’hai già capito se la classe è il posto più bello del mondo? 
Se non lo fosse, perché non provare a fare altro? 
Te lo chiedo per loro. 
Per quegli sguardi che affollano i corridoi e che si siedono sui banchi e che sono pieni di curiosità. Non pensare che siano in grado soltanto di attaccarsi al loro smartphone. Possono fare altro. 
Devono fare altro. 
Permettiglielo. 
Inondali. 
Che tu gli porga il quadrato di un binomio o il pessimismo cosmico, la missione è la stessa. 
E non è roba da poco. 

©Elvio Calderoni

Soundtrack: Tricarico, "Io sono Francesco"
 

venerdì 28 ottobre 2016

"Le jardin du nord" di Alessio Viola

 
Photo Alessio Viola. Canton

Prima di partire il nome circolò come un sussurro fra clandestini, cospiratori in procinto di imbarcarsi per la Cina. Le jardin du nord. I veterani della Cina te lo trasmettevano con pizzini delicati su carta di riso. Se andavi a Canton ci dovevi passare. Non era per tutti, nell’autunno del 1979. Luogo deputato per dirigenti di partito e per gli amici che arrivavano da lontano, partiti fratelli o associazioni di amicizia: di industriali commercianti trafficanti vari nemmeno l’ombra, al tempo. Arrivavi a Canton su un treno da Hong Kong, ti lasciavi alle spalle grattacieli miliardari e masse brulicanti di miseria, in quella stazione ti accoglievano le guardie con le mostrine rosse senza gradi, e i sorrisi dei contadini accampati per chissà quali viaggi. Jardin du nord, sussurrato subito alla reception di un albergo solo per stranieri, il receptionist ha un sobbalzo, cerca con lo sguardo quello dell’interprete-accompagnatore-commissario politico del gruppo di italiani. Un cenno del capo consente all’uomo del banco dei sogni di avviare le operazioni di prenotazione. Sarà per la prossima sera, la seconda ed ultima a Canton. Il capo dice a bassa voce che ci accompagnano ma non possono fermarsi a cena con noi, il prezzo era oltre ogni misura possibile per loro, ci sarebbero volute almeno due interpeti di italiano oltre lui. Ovviamente fu travolto da una serie di pacche sulle spalle e di cori d’incoraggiamento… lo stipendio di un funzionario equivaleva al costo di un pranzo in un ristorante medio italiano. Sarebbero stati nostri ospiti, chiaro. Il giorno dopo Incontri di partito, visite alle comuni agricole, alle università… va bene sì, ma il pensiero del gruppo era al jardin. La potenza del racconto era a quel tempo ancora l’unico incentivo a scegliere un luogo un percorso un’esperienza. Non potevi confrontare la narrazione con i post sui social, niente foto o gif, ti dovevi fidare di quello che ti trasmetteva il passaparola politico viveur. E i racconti ascoltati a Roma promettevano. Macchinoni scuri ci aspettavano fuori dall’albergo. Al primo interprete se ne erano aggiunte altre due, compagne del partito con il compito di facilitarci la comunicazione. Canton di notte non era quella di oggi. Silenzio, buio, rare automobili, guardie discrete ai crocevia più importanti. Fine novembre, ma a quella latitudine l’autunno è dolce, profumato di pioggia leggera e ancora tiepida, pareva di attraversare strade innaffiate di questi profumi. Stradine strette, lampioni rossi, gialli, bianchi a indicare vicoli e luoghi, specificati da scritte incomprensibili. L’inglese non esisteva come segnaletica bilingue, era una conquista ancora da raggiungere. Traffico quasi zero, erano solo le otto di sera. La certezza assoluta che se ti perdevi eri sparito per sempre. Il piccolo corteo di auto scure si fermò davanti ad una porta in pietra senza targhe o insegne, solo una lanterna rossa, citazione a sua insaputa. Nessuno all’ingresso. All’angolo dell’isolato, una macchina ferma, scura naturalmente, poteva essere vota o piena di poliziotti, vai a sapere. Il nostro capo guida ci fece strada. Come attraversare la porta di Corte Sconta, ti lasci dietro un mondo ed entri in un altro. 

Un giardino brillante di luci piccole, disseminate ovunque, alberi su torrenti leggeri e stretti, ponti di legno laccati di rosso, una musica lontana, voci sussurrate da tavoli semi nascosti sotto padiglioni di legno colorato e tegole rosse, personale silenzioso e delicato, scorrevano lungo i tavoli e sembravano quasi scivolare senza muovere le gambe. Colori. Azzurro intenso, rosso lacca, giallo brillante, verde smeraldo, ogni suppellettile ogni arredo era decorato ed abbellito da piccole sculture in avorio, giada, perfino sughero intagliato e ricamato come merletto. A bocca aperta, tutti, comprese le guide interpeti. Non capita tutti i giorni di prepararsi a cenare in un sogno. 

Seduti, i nostri amici spiegavano cose che non avremmo mai capito, sulla storia e la tradizione di quello che ci veniva presentato, il menu della serata. Non un foglio o una pergamena, ma un cuoco vestito come un principe gentile, delicato, che spiegava e attendeva paziente le traduzioni. Ragazze stupende in giacche ricamate con sorrisi da farti innamorare all’istante ci porgevano vassoi colmi di sete colorate profumate e calde, prima di cena, perché le mani e il viso fossero all’altezza di quello che ci avrebbero servito. Poi si materializzò sui tavoli un mescolio di colori e sapori, le composizioni di piatti che non osavi spezzare con le bacchette di avorio che ti erano state assegnate. Sapori da spazzare via ogni memoria mediterranea e occidentale. 

Spezie e profumi da ortaggi e verdure da far impazzire un vegano integralista per la follia creativa con cui erano state approntate. Sculture policrome di prodotti della terra che facevano apparire i gioielli cosa triste e dozzinale. Avevi paura a toccarle, spezzarne la forma e la magia per mangiarli. Il palato stimolato aggredito accarezzato da sensazioni mai provate. Il solo pensare a questo verbo ti faceva sentire volgare. E un cuoco che arriva al tavolo e da una palla di pasta bianca tira su con le mani con l’abilità di un illusionista degli spaghetti di riso che poi vengono cotti accanto al tavolo. Capisci che sono loro ad averli inventati, nessun altro potrebbe creare gli spaghetti così, dal vivo. E bocconcini croccanti di cane in agrodolce da far impazzire per la delicatezza, nessuno che osasse mandarli indietro, profumo ed aspetto da soli ti facevano diventare un selvaggio; e la zuppa dei tre serpenti piccante come un peccato inconfessabile da commettere in quei giardini, le carni bianche dei rettili ammorbidite e fasciate da un brodo denso e ambrato, inebriante e da far sudare per la forza del piccante; e l’anatra laccata da condire con mille possibili salse, prima la pelle croccante fatta a dadini, poi le carni tinteggiate di rosso scuro da salse alla frutta, agrumi e bosco mescolati; e lumache e pesci di fiume sommersi di frutta cruda da trasformare tutto in una dolcezza ittica impossibile perfino da immaginare; e gamberi di ogni taglia fritti in pastelle profumate, diverse e più delicate di quelle che avvolgevano rane delicatissime, croccanti, da mangiare senza sforzi per la croccantezza, gamberi in coppe azzurre trasparenti e salse di un giallo leggero che davano al tutto un tono smeraldesco di colori mescolati. 

Gli alberi facevano il loro suono da programma, frusciavano e scuotevano profumi nell’aria, muovevano i rami e scuotevano nell’aria fiori e pollini come se ci fosse una regia attenta a quella distribuzione. Le ragazze ai tavoli, e le nostre interpreti, sorridevano di sorrisi che la gioconda sembrava una povera contadina, il the servito per tutto il pasto, insieme a birre profumate e vini decenti, non si può essere perfetti in tutto, girarono velocemente, le porzioni non erano mai abbondanti, ti lasciavano una sensazione di curiosità e stimolo per quello che sarebbe venuto dopo. I dolci poi. Prima del diabete tutto era possibile. Dolci da allucinazione lisergica, scolpiti a forma di animali di dragoni di bestie favolose, ricami miniaturizzati di animali e fiori creati con creme sfoglie dolci di riso miele di ogni tipo, era davvero difficile romperli a mangiarli, ti sentivi in colpa per quel delitto. Erano da ammirare e andare in estasi. Per questo arrivarono in sostegno e conforto i liquori. Di riso e di cereali, di frutta, aspri e di erbe di chissà cosa, che scendevano come vino bianco ghiacciato. E il mau tai, il colpo finale ad ogni grasso depositato, una vera acqua santa che neanche a Lourdes. Profumo che ti assaliva a tradimento e fermava il bicchiere a mezz’aria, un liquore che sembrava estratto di calzini sporchi distillati da farne un digestivo oltre ogni limite della sopportazione. 

Appagati, il senso diffuso tra tutti era questo. Conoscemmo la beatitudine, e gli ovvi raffronti con altre beatitudini del corpo sono dunque evitabili. La guida e le interpreti abbassarono lo sguardo al momento del conto, noi ci sentimmo tutti in colpa per le certezze di quella sera: probabilmente non avremmo mai più cenato in quel luogo. Loro sicuramente. Il mattino dopo dovevamo alzarci presto per il programma del viaggio. I saluti non furono all’altezza della cena, un rimpianto mai sopito. Le ragazze si allontanarono come Shangai Lil alla fine della storia mai vissuta con corto Maltese. Bellissime leggere giovani irreali. Della materia dei sogni. 

Nessuno di noi dormì quella notte, non si interrompe un sogno dormendo. 

 ©AlessioViola

Soundtrack: David Bowie, "China girl"

venerdì 14 ottobre 2016

"Nebula" di Piergiorgio Pulixi



C’è stato un tempo in cui le cose tra noi erano molto diverse. Prima dei silenzi. Prima che ci ignorassimo a vicenda come se non fossimo mai esistiti, come se non ci fossimo lasciati dietro nulla di noi. Quello sì che era un bel periodo. Non lo ammetterò mai, ma solo in quei momenti mi sono sentita viva. Le notti avevano un senso. Adesso, non vedo l’ora che si consumino. 
   Non so bene quando sia finita, né tantomeno perché. È una domanda che brucia nel segreto della mia anima. A lui l’ho fatta diverse volte, ma non mi ha mai risposto. Alla fine non ha replicato più a nessuno dei miei messaggi e dopo qualche mese non ho più insistito. Ho abbracciato l’idea che le cose finiscono senza un perché. Non è stato facile. All’inizio non concepivo un addio così violento, senza spiegazioni. Un addio immotivato è come un pugno a tradimento. Come una canzone bellissima interrotta a metà. Un addio è peggio di un adulterio. Non lo puoi accettare. È qualcosa che lascia una cicatrice viva, non rimarginabile. E la ricerca di una possibile causa è sale che getti nella carne lacerata. Più domande ti poni, e più svelli la ferita. Più i dubbi ti raschiano il cuore, e più è difficile elaborare la perdita. Tanto vale smetterla di cercare risposte. Mettere in pratica questo proposito non è così semplice. Soprattutto se la persona a cui ti eri data aveva esclusivo dominio del tuo cuore. Come lui. 
   In bocca avverto l’aroma della sigaretta fondersi con il gusto del caffè in una miscela sensoriale sublime. Forse è stato questo sapore a mettermi addosso questa folle voglia di lui. Mi ha riportata ai nostri caffè bevuti sdraiati sul letto, fumando con le persiane aperte, lasciando che la notte ci asciugasse l’amore dalla pelle. 
   Strizzo gli occhi. Devo darmi un limite. Devo tracciare una linea da non oltrepassare perché sento che sto perdendo me stessa. Sto scivolando giù. Nel gorgo dei ricordi. Nel buio. E questo è pericoloso. Molto pericoloso. 
   Pensa ad altro, mi dico. Ma qualcosa dentro di me vi si oppone. Non è nemmeno una sensazione; più una vertigine. Un richiamo, quasi. Così mi siedo davanti al computer ed entro su Facebook. Accedo al mio profilo. Ho tolto nome e cognome, ho scelto un nickname: Nebula. È la mia identità virtuale. 
   Corro subito ai messaggi privati. Sorrido scorrendo ciò che mi ha scritto. Sì, lui
   Nessuna lo conosce meglio di me. So come pensa, cosa desidera, come vuole essere leccato, cosa vuole sentirsi dire. Per questo dopo aver lasciato passare qualche settimana dopo il suo addio ho creato questo profilo. È bastato chiedere l’amicizia a qualche amico comune e poi ha abboccato. È stato lui a inoltrarmi la richiesta, attirato dalla mia immagine di profilo esca. Ovviamente non ho accettato subito: l’ho fatto sudare, l’ho tenuto sulle spine. Mi ha scritto in privato sollecitando una risposta. Dopo qualche giorno l’ho accontentato. Ci siamo scambiati qualche messaggio in cui mi ha corteggiata spudoratamente ma con quel suo modo simpatico e carino. All’inizio, quando gli scrivevo piangevo. Mi sentivo umiliata. Lui non stava chattando con me, ma con una proiezione dei propri desideri. Le immagini che scorreva non erano le mie, ma quelle di una studentessa universitaria canadese a cui le avevo rubate. Nebula è la quintessenza delle sue fantasie, dei suoi istinti più viscerali. Ma Nebula non esiste. Nebula è l’unico modo che ho per stargli vicino, per avere ancora qualcosa di suo, anche solo un surrogato velenoso di un sogno che non può realizzarsi. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di un gioco pericoloso. Forse. Ma è l’unico che mi è rimasto da giocare. 
   -Oddio quanto vorrei incontrarti. Quanto vorrei poterti abbracciare… - scrive. 
   Chiudo gli occhi e la casa si popola di ricordi. Sfilano intorno a me come fantasmi. Avevo smesso di chiedermi cosa avessi sbagliato; ma ora quell’interrogativo torna a scassinarmi il cuore. Perché? Eravamo così felici, stavamo così bene… Perché? 
   Vorrei scriverglielo. Vorrei chiederglielo. Vorrei sapere quali sono state le meccaniche della disaffezione e cosa le ha messe in moto. Ma non otterrei altro che una sua fuga, ne sono certa. Meglio stare zitta. Meglio far finta che Nebula sia la mia sola e unica identità. 
   -Incontriamoci, ti prego – scrive. 
   Un senso di ebbrezza mi assale quando leggo quelle parole. Sarebbe facile dirgli di sì. Sarebbe un sollievo perché ho fame di lui, di tutte le sensazioni che mi potrebbe dare. È il nutrimento emotivo di cui ho bisogno per sanare l’anoressia del mio cuore. 
   -Ho paura di non reggere il confronto con l’idea che ti sei fatto di me – scrivo. – Ho paura che ti sia fatto aspettative troppo grandi nei miei confronti… sto bene con te, e mi sono affezionata. Non vorrei perderti -. 
   - Non mi perderai. Vedrai che sarà bellissimo, ne sono certo -. 
   Digli di no. 
   Digli che è ancora troppo presto, che non te la senti. 
   Vorrei assecondare la mia coscienza perché so che ha ragione. 
   Ma non ce la faccio. 
   - Va bene – scrivo. – Incontriamoci
   Osservo il mio riflesso sul vetro della metro. Sotto il cappuccio che mi copre il capo vedo le ciocche di capelli decolorati. Ho cambiato colore stamattina. Anche il piercing sulle labbra è fresco. L’ho fatto per lui. Per assomigliare il più possibile a quella immagine rubata da internet; all’idea che si è fatto di Nebula.    
   Sono eccitata come mai prima, come se stessi per riconquistare qualcosa di così dolorosamente agognato. Non mi sembra vero. Sono una persona diversa ora, sono certa che se ne accorgerà. Le porte si aprono. Mi faccio strada tra la massa di pendolari. Raggiungo la scala mobile in una sorta di ondeggiante incoscienza, come se le mie gambe si muovessero da sole. Sono fuori, finalmente. Respiro l’aria della sera a pieni polmoni e cammino verso il parcheggio dove ci siamo dati appuntamento.  
   “Stai calma” mi dico. “Ti stai agitando troppo… Calma”. 
    Eccolo. Lo vedo, sotto il lampione. Affondo le mani nel tascone della felpa e abbasso lo sguardo come se avessi paura di guardare in faccia la realtà. Lo sto facendo davvero… sto per incontrarlo di nuovo e non è un sogno. 
   Ci dividono pochi metri. Continuo a camminare con lo sguardo rivolto a terra, il cappuccio che mi nasconde il viso, sottraendomi alla me che lo fece scappare.  
    «Ehi…» dici. 
   La tua voce è calda come lo scirocco estivo. Non mi ricordavo che fosse così profonda. Mi provoca un brivido. 
   «Non mi guardi?» dici con un sorriso. 
   “Fallo” mi dico. 
   Tolgo via il cappuccio e lo fisso finalmente negli occhi. «Ciao» sussurro. 
   Il sorriso si cristallizza. Poi il viso si crepa come un bicchiere dimenticato nel freezer. Gli occhi si fanno vitrei. Di colpo sembra più vecchio. 
   «Tu?!» sospira. 
   «Dovevo rivederti…». 
   «Che cosa?! Tu, tu… per tutto questo mi hai… Eri… eri tu?». 
   Annuisco. 
   «Era l’unico modo che avevo per…». 
   «Brutta stronza! Eri tu?! Eri tu!». 
   Accade tutto troppo in fretta. Scorgo un balenio assassino nei suoi occhi ma, prima che possa realizzarlo, un suo pugno mi frantuma il naso. Mi sento sbalzare all’indietro ed atterrare sull’asfalto. Mi manca l’aria. Sento il sapore del sangue in bocca. Schiudo le labbra per prendere fiato, ma il suo pugno me la spacca, facendomi sbattere il capo per terra. Lo sento sopra di me. Mi inchioda al terreno. Mi colpisce con una furia animalesca, vomitando accuse e insulti. Vorrei spiegargli… vorrei dirgli che… ma non riesco nemmeno a respirare. I suoi colpi non me ne danno il tempo. 
   Non riesco a crederci. 
   Non doveva andare così… 
   Non doveva… 
   Non… 

©Piergiorgio Pulixi

Soundtrack: Radiohead, "Creep"

domenica 24 luglio 2016

La Genny (e una caduta malriuscita)



Photo da kijiji.it

Dalla cantina di zio Armando era emersa una bicicletta che in scala ridotta riproduceva una bici da corsa, di quelle con la canna. 
Era chiaramente una bicicletta da uomo e sarebbe diventata di Mauro, mio fratello, più piccolo di me di un anno. 
La chiamammo Velocina, forse anche perché i freni non andavano molto bene, e spesso e volentieri Mauro si schiantava contro qualche muretto.
Era una specie di ricompensa per consolarlo della delusione, perché io invece la bici l’avevo avuta nuova, e la mia era una Graziella.
O meglio, era un modello tipo Graziella.
Ed era di un improbabile fucsia, tanto per passare inosservata. 
Io che la bici la volevo sì, ma una Graziella come quella di Simona, bianca ed elegante.
E invece mi toccò una Genny, o come diavolo si chiamava. Rosa shocking. 
Ma sempre meglio della Velocina rossa e mezza arrugginita di Mauro. 

Intanto avevano costruito un palazzo nuovo vicino al nostro, ci andavamo a giocare quando ancora era un cantiere, raccoglievamo gli scarti delle piastrelle che servivano per rivestire i bagni, erano piccole come tasselli di mosaico e alcuni colori erano rari. 
Ce le scambiavamo, facevamo finta che fossero soldi.

Costruirono il garage sotterraneo, vi si accedeva da una rampa a scivolo.
Mauro si spiaccicava sul fondo della parete di fronte, io riuscivo a curvare e a fermarmi nel largo spiazzo che sarebbe servito per le macchine in sosta. 
Era un esercizio che facevamo da prima che costruissero quella palazzina, lanciarci in discesa, dove trovavamo una discesa. 
Quella per entrare con le macchine nel nostro cortile ad esempio, anche quella finiva in curva ed era sterrata. 
Esercizio pericoloso, ma eccitante, si prendeva velocità e dovevi essere bravo a curvare senza cadere sul brecciolino. 
Caddi, un giorno. E caddi male. 
Caddi piegando all’indentro il polso, pensando di pararmi, chissà perché non con il palmo della mano. Caddi e il polso me lo slogai. Già, me lo slogai e basta. 
Mentre a Simona una volta avevano messo il gesso e tutti ci scrivevano il nome con il pennarello e lei era diventata importante. 
Io no, nemmeno quello mi era riuscito, rompermi un braccio. 
Mi hanno messo una doccia, con la fascia. Senza gesso.
Nessuno poteva scriverci il nome o disegnare un fiore. 
©ElenaExLibrisTamborrino 

Soundtrack: Gli Alunni del Sole, "E mi manchi tanto"

NB: il racconto "La Genny (e una caduta malriuscita)" è già apparso su Svolgimento, che ringrazio per l'ospitalità. 

lunedì 4 luglio 2016

"La mia eredità" di Lorenzo De Donno


Photo Lorenzo De Donno

Tirò fuori dalla tasca dei pantaloni il suo coltello svizzero richiudibile. Cercò l'intacca giusta e, spingendo con l'unghia spessa del pollice, ne estrasse la lama più lunga, assecondando lo scatto della molla interna. L'acciaio brillante fece balenare, per un attimo, il riflesso della luce del sole. Quel coltello era l'oggetto al quale teneva di più, insieme al suo orologio e al rasoio “con la sicurezza”, che si apriva e richiudeva svitando e avvitando una rotellina alla base dell'impugnatura. 

 - Questo, un giorno, sarà tuo...- Mi aveva detto una volta, indicandomi il suo bel rasoio d'argento, mentre si faceva la barba seduto al tavolo da pranzo. - Sarà tuo, insieme al coltello svizzero e al mio orologio da taschino-. 

Lui l'aveva sempre fatta così, la barba, anche quando il progresso gli aveva portato in casa l'acqua corrente, e poi quella calda: con il catino appoggiato sul tavolo della cucina, apparecchiato con un asciugamano di lino spesso, tessuto al telaio, e un piccolo specchio rotondo, posto di lato. Intingeva il pennello nell'acqua, poi lo roteava nella ciotolina del sapone fino a quando non si sviluppava una schiuma densa, con la quale spennellava e massaggiava il viso per lunghi minuti. Poi si radeva con altrettanta lentezza, per non tagliarsi, chinandosi sul piccolo specchio per controllare, sciacquando di tanto in tanto il rasoio nel catino. Era l'unico momento in cui potevo vederlo fare delle smorfie. Per il resto della giornata rimaneva serio, come lo era anche nel giorno del suo matrimonio, raffigurato nella foto color seppia che era appesa al muro, montata in una cornice di noce chiaro e filtrata da un vetro dallo spessore irregolare. 

Quei tre oggetti rappresentavano il suo testamento, un testamento “virile” che non aveva potuto fare al figlio maschio, del quale porto lo stesso nome, morto tragicamente all'età di 10 anni. Pur essendo io ancora più piccolo di quello zio mai conosciuto, lui aveva sentito l' urgenza (forse prima di diventare troppo vecchio) di trasferirmi subito qualcosa, anche solo l'idea – perché ne fossimo convinti entrambi - che io rappresentavo la sua discendenza, anche se non portavo il suo cognome. Mi era piaciuta quella “promessa” che, valutata secondo i miei parametri di bambino, si traduceva nel fatto che il nonno mi avrebbe, prima o poi, regalato il suo coltello con il manico rosso. Il rasoio e l'orologio a cipolla mi lasciavano, all'epoca, francamente indifferente. Non avevo ancora gli strumenti per capirne il valore simbolico. 

Frugò nel fogliame lucido e verdissimo, schivando le spine aguzze ed interrompendo il frinire ossessivo di una cicala, mentre le altre continuarono, come un'eco che rimbalzava da un albero all'altro. Afferrò un piccolo limone tondeggiante e lo strappò dal picciolo, ruotando il polso. - Ecco – mi disse – sapevo che c'era, anche se siamo fuori stagione, fiorisce e fruttifica tutto l'anno. Questa pianta prende l'acqua in abbondanza perché ha buttato le radici nella cisterna lesionata che sta di lato-. 

Quel piccolo albero di limone cresceva a ridosso di una casupola disabitata, lontano dall'agrumeto, insieme a due cipressi, quasi coperto dalle fronde invadenti di un vecchio noce, nel campo che confinava con il nostro orto. L'affittuario che lo conduceva era buon amico del nonno e avevamo il permesso, peraltro reciproco, di scavalcare il muro a secco che divideva le due proprietà, nel punto ove era stato aperto nu quataru. Bastava fare attenzione al vecchio scurzune, un serpente nero senza coda, che diventava aggressivo e soffiava solo se si trovava messo alle strette, se non gli si lasciava una via di fuga. 

Controllò che il frutto non fosse guasto, allontanandoselo un po' dagli occhi azzurri, ormai presbiti, e lo strofinò fra le mani per ripulirlo da qualche residuo di polvere. Poi lo tagliò a metà e da ogni parte ne ricavò una fetta, buttando via le calotte di “pane” spugnoso, prive di polpa. Si portò una delle fette alle labbra, la assaggiò e poi la mangiò con gusto senza far trasparire alcuna smorfia. 

-Tieni - mi disse, porgendomi l'altro pezzo di limone - Mangia tutto insieme, scorza e polpa! - 

Esitai, immaginavo già il succo acidulo aggredirmi la lingua e scendermi nella gola, anzi ne ebbi la percezione, come se avessi già addentato quella fetta spessa. Tante volte avevo succhiato il limone, per gioco o per sfida, ma non sarei riuscito a mangiarne. Lui mi guardò contrariato e rifece il movimento di porgermi la fetta, la sua espressione decisa non mi dava scampo. Chiusi gli occhi e morsi. La sorpresa fu scoprire che era un limone dolce, dolcissimo, dal profumo intenso e il sapore delicato. Mangiarne la polpa così dolce insieme alla buccia, che rimaneva acre, mi sembrò una forzatura, strana ed incomprensibile. 

- Se chiama lima, sciamu... camina! -. Pulì il coltello con il fazzoletto e fece rientrare la lama lunga nel manico rosso, avviandosi verso il varco del muretto. 

©LorenzoDeDonno
Soundtrack: Anima Lunae, "Lu tiempu delle cirase"

venerdì 24 giugno 2016

"Dietro ogni curva" di Cetta De Luca

Photo Cetta De Luca

Ogni volta che viaggio, che il percorso sia breve o lungo, sempre mi sorprendo, a un certo punto, ad aspettarmi il mare. Dietro ogni curva, all'improvviso, mi assale il desiderio di vederlo, di abbracciare con lo sguardo la sua vastità, di inebetirmi dei suoi profumi. È talmente radicata in me questa abitudine, che quasi non ci faccio più caso, perché accade, il panorama non mi tradisce mai. La mia mente e il mio cuore lo sanno bene, conservano in sé una memoria naturale del tempo che ci vuole tra un luogo e l'altro, di ogni movimento che il corpo deve fare per avvicinarsi. Percorro strade che sanno di pini e di oleandri, di brezze salate, di nasse e di canti antichi e di tavole marcite, di vernice, di sole. Riconosco i sassi e i granelli di sabbia, le rocce e i promontori e le anse solitarie e le lunghe distese che scivolano, come nastri setosi, tra le marine e le onde. 

E qui, in questa terra lontana, si infrange ogni giorno il mio desiderio. Cammino e viaggio, e ancora col cuore lo cerco, ma non c’è mare quassù, non nel mio spazio, non nel mio tempo di percorrenza. In questa prigione di boschi e prati e fiumi, non esiste uno sbocco senza confine. Ho camminato a piedi nudi sulle rive del Danubio e, anche se non ne ho visto la fine, mi è sembrato piccolo e insignificante e inodore. Senza odore non c’è memoria, senza memoria non c’è storia che valga la pena, che resti, che cambi il corso delle storie future. 

Ho sempre pensato che chi nasce vicino al mare fosse un privilegiato, e mi perdoneranno i nativi delle pianure o delle montagne. Però è così. Nascere con la consapevolezza di avere lo sguardo libero da ostacoli, respirando da subito un’aria densa come melassa dove il sale, lo iodio, i racconti che le onde portano con sé si mescolano e si donano per essere trasportati ancora e ancora. Nascere con lo sciabordio dell’acqua sulle sponde, il fruscio della risacca sulla rena è come continuare la vita nel grembo della madre. Si diventa custodi delle storie del mondo, quelle che i marinai raccontano quando sbarcano, quelle dei luoghi lontani che il mare avvicina, quelle dei morti e dei sopravvissuti, quelle di battaglie, di vittorie, di sconfitte, quelle di amori consumati tra le barche mentre in cielo brillano fuochi d’artificio. Ci si apre alla vita e si impara ad accogliere, subito, col primo vagito. Un vagito poderoso, che deve farsi sentire al di là del frastuono dell’onda che si infrange. Forse per questo la gente di mare parla a voce più alta. 

©CettaDeLuca

Soundtrack: Mango, "E mi basta il mare"

mercoledì 1 giugno 2016

"Female" di Tiziana Sferruggia


                            
Photo Tiziana Sferruggia
Da questo sogno non riesco a strapparmi. Che ora è?
È l’ora in cui tremo di tenerezza, l’ora in cui ho paura di me.
Mi vedo dall’alto. Tocco le ombre sul soffitto. Sono spettri innocui, rami di palma agitati dal vento.
Un cono di luce viola sul mio corpo addormentato.  
Nuvole di piombo attraversano il cielo mattutino come linee verticali e svaniscono nella nebbia. 

Uno stormo di uccelli sfiora le cime nere degli alberi. Arcane geometrie si disfano ed è come se non fossero mai esistite.
Un cavallo bianco galoppa su una spiaggia di sabbia rossa. E glauche onde salate si impigliano nella sua lunga criniera.
Un fulmine cade nell’acqua. Brucia il mare che pare sangue. I pesci scappano e volano via nel cielo di petrolio. Hanno piume di uccelli tropicali che cadono come pioggia sporca. Come mai sono qui? E perché non sono sola?
Mia madre spalanca la finestra. Una luna di calce senza memoria non risponde alle mie domande mute. Le stelle sono così basse che mi pare di toccarle.
La puzza della strada ammorba l’aria.
Cani randagi dilaniano cataste mefitiche di rifiuti.  
Vorrei urlare. Ma le mie parole sono già morte. Requiem per la voce disperata che ama il silenzio.
Ho la nausea. Ho freddo. Anzi no, sudo.
-”Non puoi più fare questa vita….una femmina sola! Questo sei! Non alla bellezza del corpo ma a quella dell’ anima devi guardare. Alla bellezza del dettaglio. All’ unica bellezza immortale”-! . Ma io penso a te. E oggi cambia tutto.”

 Altre parole simili e sconnesse mi giungono come parti di un insieme oscuro.
“Pulire la casa. Comprare i fiori. L’attesa è finita. Anche tu ti mariti”.
Intuisco metamorfosi indesiderate. E maremoti nel solito bicchiere d’acqua.
Precipito sul letto molle e stretto. Mi agito ma non mi muovo.
Un pugno nello stomaco. Le mani intorno alla gola. Fra un attimo il mio cuore si fermerà.
Mia madre non mi guarda e non può aiutarmi.
 So che è tutto finto. So che è tutto vero. E questo non mi consola.
“Per i suoceri e per il fidanzato sarai bella come non sei. Come un’altra che non ti somiglia. Il treno della fortuna passa soltanto una volta. E tu oggi lo prenderai”.
Mia madre è un uragano. E io sono un albero nella tempesta.
Io odio i treni.
E le stazioni. E le partenze. E gli addii. E le valigie.  Ho paura di arrivare in ritardo. Io sono fuori dal tempo.
Che sogno. Se sopravvivo a lui, non muoio più. Conati di vomito mi sconquassano il petto.
Mi guardo allo specchio. Appoggio le labbra per baciarmi. Non sono io questa estranea senza lingua.
Mia madre si accanisce sullo spelacchiato tappeto del salotto. La polvere le copre la faccia color della terra. Una tempesta attraversa i suoi occhi gialli. 
Vorrei gridare con il mio fiato rammendato. Mettere forza nelle parole di vetro. 
Io non voglio un marito.
Io voglio correre sui prati e parlare alla luna, di notte, sulla spiaggia e dal mio balcone. Io voglio gelsomini da raccogliere all’alba. Io voglio stare con me. E coltivare i miei dubbi. E ridere e piangere. E commuovermi per niente. Per tutto. Io voglio nutrirmi di vento e di idee, di follie, di piena solitudine. E nel buio trovare dove sono. Dove non sarò mai, dove mi sono perduta e dove troverò la voglia di alzarmi ancora. Ma la rabbia è debole è galleggio in un silenzio asfittico.  
Sono schiava di un sogno infinito.
Mia madre è invecchiata di colpo.
Ha capelli stopposi come un nido d’allodola e rughe feroci agli angoli della bocca. E occhi tristi e spiritati. Non ha bisogno di parole. Semmai di carezze. Non riesco ad alzare il braccio. Non riesco a parlare. Secoli nefasti gravano sulle mie spalle. Ho tutto il dolore del mondo sullo stomaco e un pianto antico oramai secco. Respiro a fatica. Calpesto i vetri rotti del pavimento e non mi ferisco.
Gladioli rossi spiccano dentro un vaso blu cobalto. Chi ha messo i confetti verdi nella ciotola d’argento?  Sei tazzine con bordo d’oro zecchino scintillano sulla tovaglia di damasco giallo.
Mi appoggio per non cadere. Troppo lusso. Troppi bagliori. Da dove vengono tutte queste cose? Sono stanca. Mi pare di camminare da ore e di essere sveglia da sempre. È un tempo liquido. E le cose non hanno più un nome. Devo ricordare.
Devo scriverlo prima che sia troppo tardi. Tutto fugge. E diventa piccolo e lontano.
Ancora non finisce questo sogno.
Suonano alla porta. Un donnone nero come la pece riempie tutta l’apertura della porta. Un ometto smilzo come un passerotto la segue quasi saltellando. Un picciotto troppo nero, troppo secco, troppo basso, entra per ultimo.
E’ evanescente e grigio come il fumo.
Li guardo. Mi sembrano buffi, piccolissimi, inadeguati.
“Che siete venuti a fare? Io sono una regina libera. Io non voglio lui. Ed io voglio volere”.  Mentre parlo sono alta, bionda e piena. Di bellezza, di forme, di luce. Il mio fidanzato ride. La sua bocca non ha denti. È un antro spaventosamente vuoto e nero.
La sua voce mi graffia il petto. Non voglio sentirla.
Puzza di sudore freddo e di salvia secca.
I gladioli appassiscono improvvisamente. Cocci di bicchieri sporchi e di tazzine vuote sul pavimento obliquo. Mia madre canta ma non è contenta. Una chiesa buia ed un altare spoglio. Quando ho messo quest’abito bianco? Stringo un bouquet di fiori d’arancio secchi e cammino sopra petali bianchi di rose marce.  W gli sposi! Riso e confetti mi accecano. Chiudo gli occhi.
Col cuore disfatto li riapro.
Mi esce un gemito. Guardo la stanza. Una luce misteriosa mi dà un brivido. Non c’è nessuno. Sono sola. Con la bocca amara come il fiele.
Ho l’anima sparpagliata. Sono sveglia. Sono me. Sono Nuvola. Sono Cielo. Sono Luna. Sono Albero. Sono tutte le cose ho sognato.
Un tenue chiarore a oriente mistifica le tenebre. L’alba arriva sempre.

Certi giorni iniziano così. Con la paura di perdermi.


©️Tiziana Sferruggia
Soundtrack: Amy Winehouse, "Back to back" 










lunedì 18 aprile 2016

"La vita vera" di Rita Lopez


La vita vera
 (liberamente tratto da un fatto di cronaca accaduto a New York il 1° maggio 1947)

Fotogramma dal video The Most Beautiful Suicide- Evelyn McHale 1947 YouTube
(Trenton, 66 miglia circa da New York, Casa di Cura psichiatrica,
Aprile 2007)

Rileggo con estenuante fatica le pagine, ormai ingiallite, scritte in quei giorni frenetici e deliranti in cui la mia vita è cambiata in maniera irreversibile, per diventare vita vera soltanto durante il sonno e stato di insopportabile incoscienza durante la veglia.
La mia vista è peggiorata e questo maledetto e costante tremore delle mani, mentre cerco di avvicinare i fogli di carta agli occhi, rende ancora più difficile la lettura.
La mia vita è stata un sogno: così dicono i medici della clinica psichiatrica in cui sono in cura da più di 30 anni.
Nel senso che per vivere ho avuto bisogno di chiudere gli occhi e sognare.
Solo nel sogno vivevo e nel sogno ritornavi a vivere anche tu.
Svegliarmi, essere catapultato in quello che chiamano “stato di coscienza”, rendermi conto della nuova realtà, è sempre stato inconcepibile e intollerabile da allora, da quel giorno che ti ho incrociata per strada, quella mattina del 1 maggio 1947, a pochi metri dall’ingresso dell’Empire State Building.
Non conoscevo neanche il tuo nome.
Solo in seguito ho letto sui giornali che ti chiamavi Evelyn.
Eri tu. Eri Evelyn.
La mia Evelyn.
La donna con cui avrei passato il resto della mia vita sognata.
La “ragazza dei miei sogni”, nel senso più ironicamente tragico e vero della parola.
Tutti pensano che io sia pazzo.
Ma che importa! La mia vita riprende ogni volta che mi addormento e sogno di te, Evelyn.
Sessanta anni di vita con te, oramai.
Sognata? Reale? Che importanza ha?


(New York, 1 maggio 1947)
Stamattina.
Stamattina la mia vita è stata inesorabilmente stravolta. Lo so.
Niente tornerà più come prima. E’ così. Sono perfettamente conscio del fatto che c’era un prima.
E sono perfettamente conscio che d’ora in avanti non sarà mai più la stessa cosa.
Questa vita non sarà mai più la stessa.
Questo mondo non sarà mai più lo stesso.
Né io sarò mai più lo stesso.
No, Robert Wiles non sarà mai più lo stesso.


(N.Y., 2 maggio 1947)
Non ho chiuso occhio stanotte, non sono riuscito a dormire.
Devo riordinare le idee. Devo. Per non impazzire.
Dunque, ieri mattina c’era il sole, aria tersa, niente nuvole, la luce giusta.  
Mi è venuta voglia di andarmene in giro a scattare foto per conto mio, e così avevo sistemato la mia Contax in un sacchetto di tela impermeabile, insieme a due rullini e a un paio di obiettivi. Camminavo a passo spedito sulla 5th Avenue, dopo essere sceso alla fermata della metro in Times Square.
Ricordo che ero diretto al Madison Park. Avevo intenzione di ciondolare là per un po’, tra gli alberi e le aiuole in fiore, scattare foto fino a quando non avessi avuto fame, e poi scroccare il pranzo a Peter, studente del mio stesso corso di fotografia, che abita proprio a due passi dal Gramercy Theatre.
Questo pensavo, Dio mio! Solo questo pensavo.
Ho attraversato la 34esima Strada. Ed è là che l’ho vista.
Stava svoltando l’angolo. Era distratta. Mi è venuta addosso facendomi quasi cadere la sacca di tela con la Contax. Un rullino è scivolato per terra, rotolando verso i suoi piedi.
Ci siamo fermati. Entrambi sorpresi. Ci siamo guardati negli occhi.
Uno-di fronte-all’altra.
I suoi occhi, mio Dio! I suoi occhi azzurri di cielo dentro i miei.
“Mi spiace”, ha sussurrato.
“Si figuri”, le ho risposto.
Mi sono chinato a raccogliere il rullino che aveva cessato la sua corsa proprio accanto al tacco della sua scarpa sinistra.
Ho ammirato le sue caviglie. Sono risalito con lo sguardo su per le gambe, coperte fin sotto le ginocchia da una gonna a pieghe color pesca. E poi più su. La curva leggiadra dei fianchi, la vita sottile, fasciata dalla giacca stretta e sfiancata del tailleur, la lunga collana di perle bianche, il collo immacolato, la bocca rosso cremisi, fino a posarmi inebriato, ancora una volta, sui suoi occhi.
E nei suoi occhi sono finalmente precipitato. Nel baratro azzurro dei suoi occhi.
Sarei rimasto lì per ore; sarei rimasto lì per il resto della mia vita.
Dopo un tempo che non so quantificare, ha distolto improvvisamente lo sguardo, quasi con una rapida scossa nei movimenti, e ha proseguito il suo cammino.
L’ho vista infilarsi come una gazzella sperduta all’interno dell’Empire State Building, velocemente inghiottita dal buio e mastodontico ingresso.
Ho pensato: “Seguila, idiota, seguila! Offrile un caffè. Fai qualcosa, diamine!”
E invece sono rimasto lì, fermo, impalato, ancora ubriacato del suo profumo, ancora stordito dall’azzurro dei suoi occhi.
 “Ok”, mi sono detto, “ok, brutto idiota. Ora aspetti qui, buono buono, fino a quando non esce da quel dannato palazzo e le parli”.
Sono entrato da Heartland Brewery, lì di fronte, e mi sono seduto a bere una birra.
Non staccavo lo sguardo dall’ingresso dell’Empire State Building.
Non sapevo cosa le avrei detto. Ma qualcosa le avrei detto. Oh sì! Mi sarei inventato qualsiasi cosa, questo era certo.
Ho ordinato una seconda birra.
Forse saranno passati 20 minuti. Mezzora. Non di più.
Ero deciso ad aspettare. Anche una vita intera.
Poi un’esplosione tremenda. Un tonfo inconfondibile di lamiere. Vetri frantumati. Un boato agghiacciante.
Dalla vetrata colorata dell’Heartland Brewery, ho visto un mare di gente correre sul marciapiede di fronte.
Anche dal locale si sono catapultati fuori.
Persino il barista dietro il bancone, presso il quale ero seduto. Persino il cassiere.
Sono uscito anch’io. Allibito. Frastornato.
Un folto gruppo di persone era accorso attorno ad una Limousine nera, parcheggiata proprio sotto l’Empire State Building.
Mi sono avvicinato. Il cuore ha iniziato a battermi all’impazzata.
Il tetto della Limousine era completamente accartocciato.
L’impatto tremendo aveva distrutto i vetri dei finestrini.
Sul tetto dell’auto, il corpo di una donna.
Ho riconosciuto subito il suo tailleur color pesca.
Mi si è fermato il cuore.
Ho smesso di respirare.
Mi sono avvicinato ancora di più.
Ho visto la mia vita reale, quella che chiamano “vita reale”, per l’ultima volta, sull’orlo di un baratro senza ritorno.
Era lì. La mia ragazza era lì, adagiata sul tetto lucido della Limousine, spiegazzato come una calda ed accogliente coperta, ad avvolgerle il corpo aggraziato.
Disarmante nella sua calma compostezza, sembrava dormisse.
Sì, sicuramente dormiva.
Alle mani portava dei guanti color panna. Non li avevo notati prima. Le dita della mano sinistra intrecciate nella collana di perle, quasi in una posa studiata e maliziosa. Le caviglie superbamente incrociate. Aveva perso le scarpe.
Così meravigliosamente bella. E quieta. E placida. E composta.
Solo le lamiere contorte facevano presagire la violenza inaudita dell’impatto.
Non ricordo a cosa ho pensato.
Non ricordo per quale motivo ho aperto la sacca di tela, ho afferrato la mia Contax, ho scattato una foto.


(N.Y., 4 maggio 1947)
Non riesco a dormire.
Ho il recondito terrore che, addormentandomi, io debba intraprendere una strada senza ritorno.
Mi serve un medico.
Non riesco a dormire.


(N.Y., 6 maggio 1947)
Evelyn.
Ti chiami Evelyn.
Evelyn McHale.
Ti ho amata dal primo momento Evelyn.


(N.Y., 7 maggio 1947)
Devo sviluppare quel rullino.
Devo trovare il coraggio di sviluppare quel dannato rullino.


(N.Y., 8 maggio 1947)
Sono andato dal dottor Harris.
Mi ha prescritto dei sonniferi.


(N.Y., 9 maggio 1947)
Ti ho sognato Evelyn. Ho sognato come nella mia mente sarebbe dovuta effettivamente andare quella mattina del 1 maggio, quando non ho avuto il coraggio di fermarti ed ho lasciato che tu andassi via invece, determinata, verso il tuo oscuro proposito.
Finalmente dopo averti aspettato per circa mezzora, sei uscita dall’ingresso dell’Empire State Building, fiera e spedita come una regina.
Ti sono venuto incontro e ti ho chiesto timidamente se volevi prendere un caffè con me.
Mi hai sorriso. Hai detto di sì.
Siamo entrati insieme da Heartland Brewery.
Ci siamo seduti e mi hai sorriso di nuovo. Ero felice come un bambino.
Felice come un bambino.


(N.Y., 10 maggio 1947)
Non sopporto il momento in cui mi sveglio dal mio sonno forzato.
Mi sembra di essere proiettato violentemente in una realtà che non mi appartiene più.
Oggi, però, ho deciso di stampare la tua foto. Sono passati dieci giorni ormai.
Ogni volta che mi accingevo a farlo, c’era sempre stato qualcosa di immensamente e potentemente doloroso a impedirmelo.
Ma oggi pomeriggio, quando l’effetto dei sonniferi è passato, ho raccolto le mie forze e l’ho fatto.
Ho acceso la lampada. La luce è passata attraverso il condensatore posto sul negativo.
Ho impostato il diaframma e poi la messa a fuoco. Agivo come in uno stato di trance, quasi fossi sotto ipnosi.
Ho regolato il tempo di esposizione.
Credo che non mi rendessi conto di quello che stavo facendo.
Credo di aver agito come agisce un sonnambulo.
Mi ricordo anche di avere pensato: “Ma dormo o sono sveglio?”
Ho preso infine il foglio di carta e l’ho fatto passare nelle bacinelle. Come in una consueta magia, col passare dei secondi, ho potuto intuire la tua immagine che pian piano sarebbe comparsa.
Con la lentezza e la disperazione acquisita negli ultimi, consapevoli movimenti, di chi è stato condannato a morte e si trova ormai vicino al patibolo, ho preso la stampa e l’ho passata sotto l’acqua corrente.
Non mi restava che metterla ad asciugare.
Ho acceso la luce, ma continuavo a tenere gli occhi chiusi.
Non so dire quanto tempo ho aspettato.
Finalmente mi sono deciso: ho aperto gli occhi.
Evelyn… Mio amore… Evelyn...
Ho pianto. Calde, copiose, inconsolabili lacrime.


(N.Y., 11 maggio 1947)
Continuo a dormire tutto il tempo, grazie alle pillole del dottor Harris.
Sia benedetto il dottor Harris! E’ come aver trovato la strada, la scorciatoia, che mi porta dritto a lei.
Odio risvegliarmi.
Stamattina però, ero ben determinato ad alzarmi dal letto; ho preso la foto di Evelyn e sono andato a Broadway, presso la sede di Life, il giornale.
Che strano! Solo ora mi rendo conto di avere scelto un giornale che si chiama Life, Vita, quasi a voler sbattere in faccia al mondo la vita che per me, e per te Evelyn, non può non continuare.
In qualsiasi dimensione, conscia, inconscia, razionale o irrazionale, essa ci viene offerta.
Alla sede del giornale non credevano ai loro occhi.
Mi hanno guardato sbalorditi mentre me ne andavo con la mia Contax a tracolla.
Sono tornato a casa, ho preso i sonniferi e mi sono rimesso a dormire.


(N.Y., 12 maggio 1947)
Hanno pubblicato la mia foto, Evelyn. La mia foto di te che dormi sul tetto accartocciato della Limousine nera, perché in realtà tu dormi.
Hanno avuto la loro esclusiva, il loro scoop.
Io, invece, mi sono imbottito di pillole e ti ho sognato.
Seduti al tavolino, da Heartland Brewery, mi hai raccontato dei tuoi 23 anni.
Mi hai raccontato di essere nata in California, di essere la sesta di sette fratelli.
Mentre parlavi, nuotavo nei tuoi occhi azzurri.
Ho persino dimenticato il mio caffè, lasciandolo completamente raffreddare.
Le tue labbra rosso cremisi hanno avuto un impercettibile tremore nel momento in cui mi hai detto che, un giorno, tua madre abbandonò te e i tuoi sei fratelli e non si fece più rivedere.
“Se non vuoi parlarne non importa”, ti ho sussurrato con tutta la delicatezza di cui ero capace.
Hai sorseggiato di nuovo il tuo caffè e hai continuato.
Dopo aver peregrinato in lungo e in largo per gli States, con tuo padre e i tuoi fratelli, finalmente sei approdata a New York.
Hai trovato lavoro e anche un fidanzato, che abita a Easton, non lontano da qui, e il giorno prima eri stata da lui, per festeggiare il suo compleanno.
“Dovremmo sposarci a giugno”.
Hai abbassato lo sguardo mentre pronunciavi queste parole.
“Stamattina ho preso il treno”, hai continuato, “e sono tornata a New York”.
“E lo sposerai?”, ti ho chiesto a mezza voce.
Hai abbassato di nuovo lo sguardo. Hai sorseggiato ancora una volta il tuo caffè.

(N.Y., 13 maggio 1947)
Ho letto con grande fatica l’articolo pubblicato su Life.
Mi girava la testa e mi sentivo in preda ad un incubo.
Dice che sei salita all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building, dove è la piattaforma panoramica che guarda a 360 gradi tutta la città di New York.
Che hai piegato con cura il soprabito marrone che indossavi sopra il tailleur color pesca, posandolo sul parapetto della balconata.
Che hai lasciato anche la tua borsetta con alcune foto di famiglia e un taccuino nero.
Che ti sei lanciata nel vuoto.
Che nel taccuino nero era scritto il tuo messaggio di addio.
Che il messaggio diceva:
“Non voglio che nessuno, della mia famiglia o meno, veda alcuna parte di me.
Potete distruggere il mio corpo cremandolo?
Prego voi e la mia famiglia: non voglio nessun funerale o commemorazione.
Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno.
Starà molto meglio senza di me.
Dite a mio padre che ho preso troppe tendenze da mia madre”.
Nessuno di loro, Evelyn, sa che invece sei uscita dall’Empire State Building e sei venuta a prendere un caffè con me.
Nessuno sa che abbiamo chiacchierato insieme, comodamente seduti al tavolino dell’Heartland Brewery.
Nessuno sa che entrambi viviamo nei miei sogni e nei sogni ci parliamo.
Nessuno lo sa, Evelyn.
Ho afferrato le pillole del dottor Harris e ne ho mandate giù due.
Ho scelto di viver con te, anche se in un’altra dimensione.
E in fondo, chi ha mai dimostrato che la vita reale, la vita vera, sia quella che accade durante il  nostro stato di veglia e non invece nel profondo, recondito, misterioso abisso dei nostri sogni?

© RitaLopez