La vita vera
(liberamente tratto da un fatto di cronaca accaduto a New York il 1°
maggio 1947)
(Trenton, 66 miglia
circa da New York, Casa di Cura psichiatrica,
Aprile 2007)
Rileggo con estenuante fatica le pagine,
ormai ingiallite, scritte in quei giorni frenetici e deliranti in cui la mia
vita è cambiata in maniera irreversibile, per diventare vita vera soltanto
durante il sonno e stato di insopportabile incoscienza durante la veglia.
La mia vista è peggiorata e questo
maledetto e costante tremore delle mani, mentre cerco di avvicinare i fogli di
carta agli occhi, rende ancora più difficile la lettura.
La mia vita è stata un sogno:
così dicono i medici della clinica psichiatrica in cui sono in cura da più di
30 anni.
Nel senso che per vivere ho avuto
bisogno di chiudere gli occhi e sognare.
Solo nel sogno vivevo e nel sogno
ritornavi a vivere anche tu.
Svegliarmi, essere catapultato in
quello che chiamano “stato di coscienza”, rendermi conto della nuova realtà, è
sempre stato inconcepibile e intollerabile da allora, da quel giorno che ti ho
incrociata per strada, quella mattina del 1 maggio 1947, a pochi metri
dall’ingresso dell’Empire State Building.
Non conoscevo neanche il tuo
nome.
Solo in seguito ho letto sui giornali
che ti chiamavi Evelyn.
Eri tu. Eri Evelyn.
La mia Evelyn.
La donna con cui avrei passato il
resto della mia vita sognata.
La “ragazza dei miei sogni”, nel
senso più ironicamente tragico e vero della parola.
Tutti pensano che io sia pazzo.
Ma che importa! La mia vita
riprende ogni volta che mi addormento e sogno di te, Evelyn.
Sessanta anni di vita con te, oramai.
Sognata? Reale? Che importanza ha?
(New York, 1 maggio 1947)
Stamattina.
Stamattina la mia vita è stata
inesorabilmente stravolta. Lo so.
Niente tornerà più come prima. E’
così. Sono perfettamente conscio del fatto che c’era un prima.
E sono perfettamente conscio che d’ora
in avanti non sarà mai più la stessa cosa.
Questa vita non sarà mai più la
stessa.
Questo mondo non sarà mai più lo
stesso.
Né io sarò mai più lo stesso.
No, Robert Wiles non sarà mai più
lo stesso.
(N.Y., 2 maggio 1947)
Non ho chiuso occhio stanotte,
non sono riuscito a dormire.
Devo riordinare le idee. Devo.
Per non impazzire.
Dunque, ieri mattina c’era il
sole, aria tersa, niente nuvole, la luce giusta.
Mi è venuta voglia di andarmene
in giro a scattare foto per conto mio, e così avevo sistemato la mia Contax in
un sacchetto di tela impermeabile, insieme a due rullini e a un paio di
obiettivi. Camminavo a passo spedito sulla 5th Avenue, dopo essere sceso alla
fermata della metro in Times Square.
Ricordo che ero diretto al
Madison Park. Avevo intenzione di ciondolare là per un po’, tra gli alberi e le
aiuole in fiore, scattare foto fino a quando non avessi avuto fame, e poi
scroccare il pranzo a Peter, studente del mio stesso corso di fotografia, che
abita proprio a due passi dal Gramercy Theatre.
Questo pensavo, Dio mio! Solo
questo pensavo.
Ho attraversato la 34esima Strada.
Ed è là che l’ho vista.
Stava svoltando l’angolo. Era
distratta. Mi è venuta addosso facendomi quasi cadere la sacca di tela con la
Contax. Un rullino è scivolato per terra, rotolando verso i suoi piedi.
Ci siamo fermati. Entrambi
sorpresi. Ci siamo guardati negli occhi.
Uno-di fronte-all’altra.
I suoi occhi, mio Dio! I suoi
occhi azzurri di cielo dentro i miei.
“Mi spiace”, ha sussurrato.
“Si figuri”, le ho risposto.
Mi sono chinato a raccogliere il
rullino che aveva cessato la sua corsa proprio accanto al tacco della sua
scarpa sinistra.
Ho ammirato le sue caviglie. Sono
risalito con lo sguardo su per le gambe, coperte fin sotto le ginocchia da una
gonna a pieghe color pesca. E poi più su. La curva leggiadra dei fianchi, la
vita sottile, fasciata dalla giacca stretta e sfiancata del tailleur, la lunga collana
di perle bianche, il collo immacolato, la bocca rosso cremisi, fino a posarmi
inebriato, ancora una volta, sui suoi occhi.
E nei suoi occhi sono finalmente precipitato.
Nel baratro azzurro dei suoi occhi.
Sarei rimasto lì per ore; sarei
rimasto lì per il resto della mia vita.
Dopo un tempo che non so
quantificare, ha distolto improvvisamente lo sguardo, quasi con una rapida scossa
nei movimenti, e ha proseguito il suo cammino.
L’ho vista infilarsi come una
gazzella sperduta all’interno dell’Empire State Building, velocemente
inghiottita dal buio e mastodontico ingresso.
Ho pensato: “Seguila, idiota, seguila!
Offrile un caffè. Fai qualcosa, diamine!”
E invece sono rimasto lì, fermo,
impalato, ancora ubriacato del suo profumo, ancora stordito dall’azzurro dei
suoi occhi.
“Ok”, mi sono detto, “ok, brutto idiota. Ora
aspetti qui, buono buono, fino a quando non esce da quel dannato palazzo e le
parli”.
Sono entrato da Heartland
Brewery, lì di fronte, e mi sono seduto a bere una birra.
Non staccavo lo sguardo dall’ingresso
dell’Empire State Building.
Non sapevo cosa le avrei detto.
Ma qualcosa le avrei detto. Oh sì! Mi sarei inventato qualsiasi cosa, questo era
certo.
Ho ordinato una seconda birra.
Forse saranno passati 20 minuti.
Mezzora. Non di più.
Ero deciso ad aspettare. Anche
una vita intera.
Poi un’esplosione tremenda. Un
tonfo inconfondibile di lamiere. Vetri frantumati. Un boato agghiacciante.
Dalla vetrata colorata
dell’Heartland Brewery, ho visto un mare di gente correre sul marciapiede di
fronte.
Anche dal locale si sono
catapultati fuori.
Persino il barista dietro il
bancone, presso il quale ero seduto. Persino il cassiere.
Sono uscito anch’io. Allibito.
Frastornato.
Un folto gruppo di persone era
accorso attorno ad una Limousine nera, parcheggiata proprio sotto l’Empire
State Building.
Mi sono avvicinato. Il cuore ha
iniziato a battermi all’impazzata.
Il tetto della Limousine era
completamente accartocciato.
L’impatto tremendo aveva
distrutto i vetri dei finestrini.
Sul tetto dell’auto, il corpo di una
donna.
Ho riconosciuto subito il suo
tailleur color pesca.
Mi si è fermato il cuore.
Ho smesso di respirare.
Mi sono avvicinato ancora di più.
Ho visto la mia vita reale,
quella che chiamano “vita reale”, per l’ultima volta, sull’orlo di un baratro senza
ritorno.
Era lì. La mia ragazza era lì, adagiata
sul tetto lucido della Limousine, spiegazzato come una calda ed accogliente
coperta, ad avvolgerle il corpo aggraziato.
Disarmante nella sua calma
compostezza, sembrava dormisse.
Sì, sicuramente dormiva.
Alle mani portava dei guanti
color panna. Non li avevo notati prima. Le dita della mano sinistra intrecciate
nella collana di perle, quasi in una posa studiata e maliziosa. Le caviglie superbamente
incrociate. Aveva perso le scarpe.
Così meravigliosamente bella. E quieta.
E placida. E composta.
Solo le lamiere contorte facevano
presagire la violenza inaudita dell’impatto.
Non ricordo a cosa ho pensato.
Non ricordo per quale motivo ho
aperto la sacca di tela, ho afferrato la mia Contax, ho scattato una foto.
(N.Y., 4 maggio 1947)
Non riesco a dormire.
Ho il recondito terrore che,
addormentandomi, io debba intraprendere una strada senza ritorno.
Mi serve un medico.
Non riesco a dormire.
(N.Y., 6 maggio 1947)
Evelyn.
Ti chiami Evelyn.
Evelyn McHale.
Ti ho amata dal primo momento
Evelyn.
(N.Y., 7 maggio 1947)
Devo sviluppare quel rullino.
Devo trovare il coraggio di
sviluppare quel dannato rullino.
(N.Y., 8 maggio 1947)
Sono andato dal dottor Harris.
Mi ha prescritto dei sonniferi.
(N.Y., 9 maggio 1947)
Ti ho sognato Evelyn. Ho sognato come
nella mia mente sarebbe dovuta effettivamente andare quella mattina del 1
maggio, quando non ho avuto il coraggio di fermarti ed ho lasciato che tu
andassi via invece, determinata, verso il tuo oscuro proposito.
Finalmente dopo averti aspettato
per circa mezzora, sei uscita dall’ingresso dell’Empire State Building, fiera e
spedita come una regina.
Ti sono venuto incontro e ti ho
chiesto timidamente se volevi prendere un caffè con me.
Mi hai sorriso. Hai detto di sì.
Siamo entrati insieme da
Heartland Brewery.
Ci siamo seduti e mi hai sorriso
di nuovo. Ero felice come un bambino.
Felice come un bambino.
(N.Y., 10 maggio 1947)
Non sopporto il momento in cui mi
sveglio dal mio sonno forzato.
Mi sembra di essere proiettato
violentemente in una realtà che non mi appartiene più.
Oggi, però, ho deciso di stampare
la tua foto. Sono passati dieci giorni ormai.
Ogni volta che mi accingevo a
farlo, c’era sempre stato qualcosa di immensamente e potentemente doloroso a
impedirmelo.
Ma oggi pomeriggio, quando
l’effetto dei sonniferi è passato, ho raccolto le mie forze e l’ho fatto.
Ho acceso la lampada. La luce è
passata attraverso il condensatore posto sul negativo.
Ho impostato il diaframma e poi la
messa a fuoco. Agivo come in uno stato di trance, quasi fossi sotto ipnosi.
Ho regolato il tempo di esposizione.
Credo che non mi rendessi conto
di quello che stavo facendo.
Credo di aver agito come agisce un
sonnambulo.
Mi ricordo anche di avere pensato:
“Ma dormo o sono sveglio?”
Ho preso infine il foglio di
carta e l’ho fatto passare nelle bacinelle. Come in una consueta magia, col
passare dei secondi, ho potuto intuire la tua immagine che pian piano sarebbe
comparsa.
Con la lentezza e la disperazione
acquisita negli ultimi, consapevoli movimenti, di chi è stato condannato a
morte e si trova ormai vicino al patibolo, ho preso la stampa e l’ho passata
sotto l’acqua corrente.
Non mi restava che metterla ad
asciugare.
Ho acceso la luce, ma continuavo
a tenere gli occhi chiusi.
Non so dire quanto tempo ho
aspettato.
Finalmente mi sono deciso: ho
aperto gli occhi.
Evelyn… Mio amore… Evelyn...
Ho pianto. Calde, copiose,
inconsolabili lacrime.
(N.Y., 11 maggio 1947)
Continuo a dormire tutto il tempo,
grazie alle pillole del dottor Harris.
Sia benedetto il dottor Harris!
E’ come aver trovato la strada, la scorciatoia, che mi porta dritto a lei.
Odio risvegliarmi.
Stamattina però, ero ben determinato
ad alzarmi dal letto; ho preso la foto di Evelyn e sono andato a Broadway, presso
la sede di Life, il giornale.
Che strano! Solo ora mi rendo
conto di avere scelto un giornale che si chiama Life, Vita, quasi a voler
sbattere in faccia al mondo la vita che per me, e per te Evelyn, non può non
continuare.
In qualsiasi dimensione, conscia,
inconscia, razionale o irrazionale, essa ci viene offerta.
Alla sede del giornale non
credevano ai loro occhi.
Mi hanno guardato sbalorditi
mentre me ne andavo con la mia Contax a tracolla.
Sono tornato a casa, ho preso i
sonniferi e mi sono rimesso a dormire.
(N.Y., 12 maggio 1947)
Hanno pubblicato la mia foto,
Evelyn. La mia foto di te che dormi sul tetto accartocciato della Limousine
nera, perché in realtà tu dormi.
Hanno avuto la loro esclusiva, il
loro scoop.
Io, invece, mi sono imbottito di
pillole e ti ho sognato.
Seduti al tavolino, da Heartland
Brewery, mi hai raccontato dei tuoi 23 anni.
Mi hai raccontato di essere nata
in California, di essere la sesta di sette fratelli.
Mentre parlavi, nuotavo nei tuoi
occhi azzurri.
Ho persino dimenticato il mio
caffè, lasciandolo completamente raffreddare.
Le tue labbra rosso cremisi hanno
avuto un impercettibile tremore nel momento in cui mi hai detto che, un giorno,
tua madre abbandonò te e i tuoi sei fratelli e non si fece più rivedere.
“Se non vuoi parlarne non
importa”, ti ho sussurrato con tutta la delicatezza di cui ero capace.
Hai sorseggiato di nuovo il tuo
caffè e hai continuato.
Dopo aver peregrinato in lungo e
in largo per gli States, con tuo padre e i tuoi fratelli, finalmente sei approdata
a New York.
Hai trovato lavoro e anche un
fidanzato, che abita a Easton, non lontano da qui, e il giorno prima eri stata
da lui, per festeggiare il suo compleanno.
“Dovremmo sposarci a giugno”.
Hai abbassato lo sguardo mentre
pronunciavi queste parole.
“Stamattina ho preso il treno”,
hai continuato, “e sono tornata a New York”.
“E lo sposerai?”, ti ho chiesto a
mezza voce.
Hai abbassato di nuovo lo
sguardo. Hai sorseggiato ancora una volta il tuo caffè.
(N.Y., 13 maggio 1947)
Ho letto con grande fatica l’articolo
pubblicato su Life.
Mi girava la testa e mi sentivo in
preda ad un incubo.
Dice che sei salita
all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building, dove è la piattaforma
panoramica che guarda a 360 gradi tutta la città di New York.
Che hai piegato con cura il
soprabito marrone che indossavi sopra il tailleur color pesca, posandolo sul
parapetto della balconata.
Che hai lasciato anche la tua
borsetta con alcune foto di famiglia e un taccuino nero.
Che ti sei lanciata nel vuoto.
Che nel taccuino nero era scritto
il tuo messaggio di addio.
Che il messaggio diceva:
“Non voglio che nessuno, della mia famiglia o meno, veda alcuna parte
di me.
Potete distruggere il mio corpo cremandolo?
Prego voi e la mia famiglia: non voglio nessun funerale o
commemorazione.
Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno.
Starà molto meglio senza di me.
Dite a mio padre che ho preso troppe tendenze da mia madre”.
Nessuno di loro, Evelyn, sa che
invece sei uscita dall’Empire State Building e sei venuta a prendere un caffè con
me.
Nessuno sa che abbiamo
chiacchierato insieme, comodamente seduti al tavolino dell’Heartland Brewery.
Nessuno sa che entrambi viviamo
nei miei sogni e nei sogni ci parliamo.
Nessuno lo sa, Evelyn.
Ho afferrato le pillole del
dottor Harris e ne ho mandate giù due.
Ho scelto di viver con te, anche
se in un’altra dimensione.
E in fondo, chi ha mai dimostrato
che la vita reale, la vita vera, sia quella che accade durante il nostro stato di veglia e non invece nel
profondo, recondito, misterioso abisso dei nostri sogni?
© RitaLopez
Orgoglio alle stelle!
RispondiEliminaIniziamo alla grande!
EliminaTutto il bene di questo mondo per te, Musa.
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