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lunedì 12 giugno 2017

"Pastorale americana" di Philip Roth

Riattaccò sopra la scrivania il ritratto senza vetro di Conte e poi, 
come se ascoltare persone che ciarlavano di questo o di quello 
fosse il compito assegnatoli dalle forze del destino, 
lasciò l’inferno in cui si era avventurato 
per tornare alla solida e metodica buffonata della cena. 
Era tutto ciò che gli restava per non perdere il controllo: una cena. 
L’unica cosa cui poteva aggrapparsi 
mentre la grande impresa che era stata la sua vita 
continuava a sfrecciare verso la distruzione: una cena. 
E alla terrazza illuminata dalle candele fece doverosamente ritorno, 
sempre portando con sé tutto ciò che non riusciva a capire. 

Per IBS, questo è il romanzo più venduto di Philip Roth, seguito da "Lamento di Portnoy" e “La macchia umana”: non so se questo è vero, di sicuro credo che sia arrivato il tempo di riprendere “La macchia umana”, interrotto non ricordo per quale motivo anni fa, forse solo perché facevo fatica a leggerlo. 
Quel che ho capito, anche da quest’ultima lettura, è che leggere Roth non è proprio una passeggiata di salute e forse è in questo che risiede la resistenza ad affrontarne anche i titoli più celebrati. So anche però che leggere Roth è esperienza fortemente coinvolgente, che costringe a fare i conti con il proprio modo di vivere alcune situazioni emotive, che non hanno nulla di eccezionale perché magari sono comuni, ma che nel modo in cui sono descritte e narrate diventano uniche e riconoscibili come nostre. 
Insomma, credo che leggere certi romanzi, ad esempio questo, getti una luce sulla vita -sulla propria e su quella degli altri- che poi costringe a riflettere su alcuni temi in particolare: qui direi, sul senso del dovere e sull’essenza dell’amore paterno. 
Questo romanzo, pubblicato nel 1997 (in Italia, da Einaudi nei Supercoralli, l’anno successivo) è il primo della cosiddetta trilogia di Nathan Zuckerman, il narratore alter ego di Roth, che apparirà anche in “Ho sposato un comunista” (1998) e nel già citato “La macchia umana” (2000). 
Il protagonista è Seymour Levov, detto lo Svedese, uomo apparentemente incrollabile, la cui vita perfetta fatta di successo nel lavoro, bellezza, ricchezza, virtù e amore, si sgretola davanti al disastro causato dalla sedicenne figlia Merry, grassottella e balbuziente, che mette una bomba nell’ufficio postale di Newark, avendo sposato la causa di un’associazione terroristica di estrema sinistra, negli anni in cui gli Stati Uniti sono impegnati nella guerra del Vietnam. L’attentato dinamitardo compiuto da Merry diventa la cerniera che divide il tempo dello Svedese e di sua moglie Dawn, ex reginetta di bellezza del New Jersey, perché dopo la bomba e la fuga della ragazza, nulla sarà più come prima e da quel momento in poi sarà un susseguirsi di “dopo”. 
L’attività imprenditoriale di Seymour, la produzione di guanti in pelle della Newark Maid, piccola fabbrica in rapida espansione fondata da suo padre, è la metafora della perfezione e del dovere, del sentimento di responsabilità: ogni piccolo dettaglio di un guanto, dal tipo di pellame scelto, dal taglio dei pezzi e dalle sfumature di colore che devono armonizzarsi, da ogni minima cucitura, dalla misura e dalla morbidezza, rappresenta un tassello imprescindibile che porta alla massima realizzazione nel lavoro, come nella vita. Nessuna imperfezione è concessa, ogni coppia di guanti è un gioiello di accuratezza, l’aspirazione agli obiettivi più alti è il faro che guida ogni azione dello Svedese, intriso di senso del dovere fino al midollo, “naturalmente rispettoso”, che precipita nell’abisso del dolore più cupo lì, dove l’azione criminale di Merry incontra il suo amore incondizionato. Tutto il romanzo ruota sulle domande che lo Svedese si fa, sul tentativo di comprendere cosa sia successo a Merry, e quindi alla loro famiglia, con dolore e con rabbia. Dietro la vita perfetta di Seymour si accumulano scorie: la figlia “imperfetta”, ma anche -e forse proprio per questo- amatissima, così diversa dai suoi bellissimi e seducenti genitori, e gli inciampi della vita che portano Dawn, così tenace e capace di tenere testa a quello che sarebbe diventato suo suocero (che aveva contrastato la relazione tra suo figlio e quella ragazza cattolica che “non era mai stata così testarda come quando voleva far dimenticare il suo ruolo di ex regina di bellezza” e si era poi messa in testa di allevare mucche e tori), a scegliersi un amante che è l’opposto del suo affascinante marito. Succede anche a lui, a Seymour di prendersi un’amante, e sarà anche questa faccenda una macchia che si andrà ad aggiungere al resto delle disfatte e che però non intaccherà la forza del suo desiderio di essere coppia ancora con Dawn, nonostante tutto e perché per lui la vita senza di lei è inconcepibile. 
L’altro grande tema che io vedo in “Pastorale americana” è quello dell’amore paterno, che per me resta un mistero. Riferendomi alla genitorialità naturale, non adottiva, mi sono sempre chiesta di cosa è fatto l’amore di un padre; se è quasi scontato capire di cosa è fatto fisicamente, visceralmente, quello di una madre che ha portato in grembo un figlio e quindi lo sente per legge di natura parte della propria carne, in cosa si sostanzia quello di un padre? Di cosa è fatto, come un uomo riconosce un figlio, a parte le possibili somiglianze? Roth, attraverso la figura di Seymour Levov si avvicina a farlo capire: lo Svedese sente che Merry ha bisogno di lui, soprattutto nella latitanza, la vuole riportare a casa, forse più di quanto lo desideri sua moglie Dawn e in questo risiede la straordinaria figura di padre che ha fallito, pur amando la propria figlia alla disperazione e sentendola parte di sé. 
Ho trovato questo romanzo molto toccante, ho sofferto per quella richiesta di perfezione che la vita rivolge a Seymour, per il quale mi sono commossa, riconoscendo i limiti imposti dalle convenzioni sociali, che poi sono la prigione, spesso dorata, di molti di noi. 

 
Photo HelenTambo on Instagram


Pastorale americana 
Autore: Philip Roth 
Traduzione: Vincenzo Mantovani 
Dati: 2013, 458 p., brossura; 
Editore: Einaudi (collana Super ET); 
Prezzo: € 14,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelle

giovedì 26 maggio 2016

Ultima lettura: "Per sempre" di Piergiorgio Pulixi


Mazzeo trattenne il fiato.
sapeva che in quel momento si stava decidendo il suo destino
e quello di tutte le persone che amava.
Come in una partita a poker
aveva puntato tutto ciò che aveva su quella mano.
Tutto.


Come è possibile amare un eroe negativo? È quello che mi sono chiesta quando ho letto il primo romanzo di Piergiorgio Pulixi con Biagio Mazzeo come protagonista, nel momento in cui ho inquadrato il personaggio, che avevo sfiorato appena su Svolgimento e che mi aveva affascinato, anche se non ne avevo immediatamente compreso la portata e la forza.
D’altra parte, che Pulixi fosse uno scrittore di grande intensità narrativa, capace di tenere il lettore avvinto alla storia fino all’ultima parola dell’ultima pagina, lo avevo capito benissimo con "L'appuntamento", quindi leggere la saga poliziesca che ha come protagonista questo poliziotto spietato e insieme sensibile, corrotto ma con un suo senso dei valori, è stata una scelta cercata.
E allora… Biagio Mazzeo è un poliziotto della Narcotici, colluso volta per volta con la malavita organizzata per necessità contingenti; gestisce la Famiglia, una banda molto unita composta da colleghi corrotti come lui e che con lui dividono lo stesso stile di vita, in una grande città non meglio identificata, che viene chiamata la Giungla e della quale hanno il pieno controllo.
Nei tre romanzi pubblicati per le edizioni e/o tra il 2012 e il 2015, Mazzeo e la sua banda sono i protagonisti di una guerra senza confine che li vede prima contrapposti al clan legato al movimento di liberazione della Cecenia, il cui capo Sergej Ivankov diventa una vera e propria ossessione per Biagio, poi alla ‘ndrangheta calabrese con cui si contendono il traffico di droga e di capitali sporchi; a cornice delle vicende sanguinose, che si susseguono senza soluzione di continuità in una escalation di fatti cruenti, ci sono i rapporti con i superiori, tra i quali è difficile distinguere il confine tra lecito e illecito, tra metodi di indagine legittimi e abusi di potere.
Pulixi si muove disinvoltamente in una scrittura complessa sul piano della gestione dei vari fili della matassa di una vicenda che ha come perno fondamentale la Famiglia, e che allo stesso tempo è agile, ricca di sequenze dialogiche che la fanno sembrare una sceneggiatura. La suspense è continua e i cambi di scena repentini, ci si sposta da un set all’altro dell’azione come davanti a uno schermo in cui non si vede dissolvenza, ma solo netti contrasti tra tinte fosche.
Volutamente non mi soffermo in particolare sull’ultimo dei tre romanzi letti, “Per sempre”, nella convinzione che il personaggio di Mazzeo cresca in modo graduale, pur irrompendo già nella prima storia e arrivando a giganteggiare nel terzo episodio. Per questo trovo leggere i romanzi in ordine, anche se l’Autore richiama sempre le vicende precedenti in modo da rendere chiaro il percorso avviato con “Una brutta storia”; lo considero un buon modo per seguire coerentemente il protagonista anche nelle vicende più intime, nelle tracce che la storia che vive lascia nel profondo della sua anima e che sono prodromi delle sue scelte esistenziali. Gli ingredienti sono i classici del noir: soldi, potere, violenza, droga, corruzione, prostituzione. Ma dentro c’è anche sentimento: amicizia, passione, amore e addirittura tenerezza, quella ad esempio che Biagio prova per Nicky, la figlia adolescente di Santo Spada, suo mentore morto in un’azione di guerriglia urbana, che Mazzeo prende sotto la sua tutela.
Non so cosa affascina di Biagio Mazzeo e di tutti i coprotagonisti della saga: personaggi forti, dalla personalità decisa, con ruoli definiti, ma comunque maledetti, assolutamente negativi. Me lo sono chiesto tutte le volte che, dovendo fare altro, interrompevo a malincuore la lettura: non mi sono data risposta, che non risieda nella straordinaria capacità di coinvolgimento che si deve all’inventiva dell’Autore.
Mentre scrivo è già uscita da pochi giorni la quarta storia della Famiglia e già i lettori affezionati sanno che si tratta dell’ultima avventura di Biagio Mazzeo, che il suo creatore saluta definitivamente: è difficile pensare ad una parabola discendente per il poliziotto più complicato che si possa immaginare, mi piace pensare che uscirà di scena in modo plateale.
Aspetto di leggere “Prima di dirti addio”, ma già mi dispiace pensare che non incontrerò più gli occhi di ghiaccio di Biagio Mazzeo.
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Per sempre
Autore: Piergiorgio Pulixi
Dati: 2015, 285 p., brossura; ePub con DRM 1 MB
Editore: E/O (collana Sabot/age)
Prezzo: € 16,50 (eBook € 7,99)
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

giovedì 6 agosto 2015

Ultima lettura: "Sembrava una felicità" di Jenny Offill


Sembrava una felicità

Autore: Offill Jenny
Traduttore: Novajra Francesca
Dati: 2015, 162 p., brossura; ePub 403,1 KB
Editore: NN Editore (collana La stagione)

Perché hai rovinato la mia cosa preferita?

“I buddisti dicono che si può conquistare la saggezza con la comprensione delle tre caratteristiche: la prima è l’assenza del sé, la seconda è l’impermanenza delle cose, la terza è la natura insoddisfacente dell’esperienza comune.”
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In queste righe forse c’è tutta l’essenza di “Sembrava una felicità”, romanzo di Jenny Offill per la neonata casa editrice NN. Un romanzo che racconta una storia comune, quella di un’infelicità repressa, che cerca continuamente una via d’uscita senza trovarla veramente, perché la vita è fatta così, più di insuccessi che di veri successi. Nei sentimenti questo è ancora più evidente e la protagonista, che all’inizio e alla fine parla in prima persona -ma nella gran parte della narrazione in terza persona è “la Moglie”-, lo delinea chiaramente in un flusso di coscienza interrotto solo da citazioni che vanno da Rilke a Dickinson, da Singer a Orazio, da Coleridge a Martin Lutero, da Kant a Darwin e molti altri ancora, tra prosa e poesia, filosofia e psicologia e scienza e economia domestica, come se tra gli autori del passato si potessero trovare le risposte.
Intanto non c’è nulla che resti davvero per sempre o almeno nella maniera perfetta che, per convenzione sociale nel caso del matrimonio, ci si aspetta; e siamo destinati a essere insoddisfatti anche quando pensiamo di agire per il nostro bene, legandoci a un’altra persona.
Questa quindi è la storia di una Moglie che divide faticosamente le sue giornate tra una Figlia piccola e un Marito; non ha forse una spiccata propensione verso la famiglia, tuttavia questa a un certo punto della sua vita è diventata centrale, in un ‘teatro dei sentimenti’ che resteranno feriti dalle incertezze, dagli incidenti, dai dubbi e dalle delusioni.
Il racconto è una vivace analisi, a tratti anche ironica, dei sentimenti che la protagonista prova nei confronti del Marito, della Ragazza con la quale lui la tradisce, dell’idea stessa dell’adulterio, in senso assoluto.
Particolarmente interessante è la nota del traduttore, in appendice: in poche pagine Francesca Navajra spiega -meglio di come potrebbe farlo chiunque- lo stile della Offill, che nella traduzione ha cercato di rispettare, nell’apparente immediatezza dei pensieri che fluiscono in libertà tra detto e non detto. La Navajra definisce questo romanzo uno ‘zibaldone di pensieri’, in cui è stato laborioso rendere la frugalità della forma originale.
Intenso e frammentario, questo romanzo è un colpo alla coscienza di coppia, mette malinconia ma invita alla riflessione in ogni pagina, in ogni immagine che la protagonista offre allo sguardo del lettore, che tende così a riconoscere situazioni e a interrogarsi sul proprio vissuto.
Alla fine della lettura, quello che pensi è che il matrimonio sia un contratto sociale che nulla ha a che fare con la natura umana, nonostante le parole del rabbino: “Tre cose hanno il sapore del mondo che verrà: il sabato, il sole e l’amore coniugale.”

sabato 23 agosto 2014

Ultima lettura: "La metà di niente" di Catherine Dunne


La metà di niente

Autore: Catherine Dunne
Dati: 2006, 304 p., brossura, 16 ed., ePub con DRM 371,9 KB
Editore: Guanda (collana Narratori della Fenice)

In principio c’è una famiglia.
Non è niente di eccezionale, è una famiglia normalissima,
proprio come la vostra e la mia

Pubblicato in Italia la prima volta da Guanda nel 1998, negli anni questo romanzo è stato più volte proposto all’attenzione del pubblico, anche dalle edizioni TEA, fino alla versione digitale del 2011 e ancora fino al 2014, in edizione economica ancora una volta TEA. Segno che si tratta di un romanzo di successo, che nel tempo ha incontrato i favori di un pubblico, immagino prevalentemente femminile dato il tema, che si è identificato con una storia tanto comune (e per questo sempre attuale) quanto amara. Il dolore della protagonista Rose, casalinga dalla vita metodica e regolare, devota a un marito che da un giorno all’altro la pianta in asso per scappare con un’amica di famiglia, si trasforma in riscatto, in possibilità di affermazione anche sociale.
La fatica di Rose, costretta a reinventarsi e scoprire in sé risorse insospettabili, diventa rivincita ed è inversamente proporzionale alla disfatta di suo marito Ben: quanto lei all’inizio della vicenda è piccola, dimessa, sopraffatta dagli avvenimenti che la colgono del tutto inaspettatamente mentre lei è al colmo della sua vita ordinaria, per poi emergere da quell’esistenza anonima in tutta la sua forza che la fa giganteggiare, tanto lui –all’inizio arrogante e tronfio nella sua nuova esistenza introdotta dal più banale “Rose, dobbiamo parlare”- diventa misero e insignificante nel corso della storia.
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Quello che piace nella storia di Rose e dei suoi tre figli, credo che sia proprio l’idea di speranza e di rivincita: se è vero che dal letame nascono i fior, la vicenda narrata dalla Dunne è esemplare, perché offre la prospettiva del riscatto e del miglioramento, quello che ti fa pensare che se la tua vita è banale e noiosa -ma tutto sommato accettabile soprattutto perché non hai mai pensato che potesse essere diversa- un evento disastroso può essere l’input per il cambiamento.
La storia si svolge a Dublino, il teatro principale è la casa che Rose e Ben hanno diviso con i loro figli Damien, Brian e Lisa, fino a lunedì 3 aprile 1995. Un prologo illustra la vita di questa famiglia anonima, in cui si va avanti per forza di inerzia, come accade a molte altre famiglie sparse nel mondo (per cui l’Irlanda o altrove non fa differenza). Le quattro parti in cui si articola il racconto racchiudono un periodo che va da quella data all’epilogo di sabato 6 aprile 1996, un anno esatto dopo l’abbandono di Ben. Si tratta di una specie di diario, in cui nelle prime due parti si intervallano lunghi flashback, anche questi datati dal giugno 1972 (il primo incontro e l’amore tra i due) al 31 marzo 1995 (la vigilia della catastrofe familiare), che ricostruiscono la quotidianità di Rose, annullata totalmente appresso alle ambizioni del marito e allo stesso tempo impegnata a dimostrare a lui e a se stessa la piena efficienza nell’affrontare le esigenze familiari, casalinghe, e lavorative di lui.
Nel diario, in terza persona, sono scrupolosamente annotati tutti i cambiamenti, gli avvenimenti, i problemi e le soluzioni: trovano spazio i figli, compresi tra i diciassette e i tre anni -il che significa un ventaglio di situazioni disparate-, le amiche di sempre e una suocera solidale. Ma soprattutto trova spazio la consapevolezza che Rose acquista di sé, la coscienza dell’essere stata fino a quel momento non la metà di una coppia, ma la metà di niente, e quindi la determinazione con cui affronta la sua nuova vita, potendo contare su una nuova se stessa.
Una bella iniezione di fiducia nel futuro per tutte le donne che pensano che la vita sia tutta qua e che magari da vent’anni, come è stato per Rose, “hanno un ratto in fondo alla gola”.

domenica 9 febbraio 2014

Ultima lettura: "Via XX Settembre" di Simonetta Agnello Hornby


Via XX Settembre

Autore: Agnello Hornby Simonetta
Dati: 2013, 225 p., brossura
Editore: Feltrinelli (collana I narratori)

Palermo è la tua città.
Magnifica, incastonata come una spilla di smalto
tra il verde dei giardini di aranci  e il blu del mare.
Volevo sentirla mia, quella città in cui ero nata.
Disperatamente.

Simonetta Agnello Hornby continua ad offrirci frammenti di storia familiare, con un mosaico che, romanzo dopo romanzo, si arricchisce di tasselli importanti. Abbiamo già conosciuto in "Un filo d'olio" (Sellerio 2011) il mondo di Mosè, la tenuta di campagna a pochi chilometri da Agrigento, dove la famiglia Agnello si trasferisce d’estate, con il suo seguito di cuoche e bambinaie. E non abbiamo conosciuto nelle storie narrate dalla Hornby solamente il piccolo mondo della famiglia, ma anche la più grande tradizione siciliana, veicolata dal cibo, dalle credenze e dalle consuetudini sociali.
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Quello di cui parla anche questo libro è un mondo che si declina quasi del tutto al femminile. Nonostante la presenza del barone Agnello, padre affascinante ma distante, degli zii e dai cugini maschi, e del fedele autista Paolo, chiamato a vigilare sulla giovane Simonetta, seguendola dal marciapiede opposto quando torna da scuola con le amiche, chi emerge veramente in questi quadri di famiglia sono le donne: La madre Elena e la zia Teresa, forse più amiche che sorelle, complici custodi dei segreti dolciari di famiglia, la cugina adorata  Maria, guardata con ammirazione sempre più crescente dalla più giovane Simonetta, che ne segue gli sviluppi della vita sociale e sentimentale, la tata Giuliana, di origine ungherese, dallo spirito libero, ma perfettamente integrata in quel mondo arcaico, e altre figure satelliti tutte femminili, che arrichiscono l’affresco di questa micro società che ruota intorno alla casa di via XX Settembre.
Non c’è solo la famiglia in questa raccolta di squarci narrativi che disegnano la linea del tempo che va dall’arrivo della famiglia Agnello a Palermo da Agrigento dove era vissuta fino ad allora (“A fine agosto del 1958 ci trasferimmo a Palermo con pochi rimpianti e grandi aspettative”), fino alla partenza per l’Inghilterra di Simonetta, quindici anni dopo; c’è forse soprattutto la città, una geografia che è fatta di punti di riferimento importanti, primo tra tutti quel Monte Pellegrino che ribadisce l’appartenenza a quel posto, che la piccola Simonetta fissa con determinazione dentro di sé.
Il racconto dell’autrice si snoda quindi tra i luoghi dell’anima, che racchiudono i suoi ricordi di bambina prima e adolescente poi: le case (la loro in via XX Settembre, casa Giudice e casa Comitini, dove ci si riunisce alternativamente per il rito del caffè -“Si stava bene insieme, e il rito del caffè durava a lungo: c’era sempre qualcosa di nuovo da raccontare”- e per i pranzi imponenti di famiglia nelle feste comandate e non solo), le strade (via Maqueda, Casa Professa, viale della Libertà, Via Archimede, Via Carducci, eccetera) e le pasticcerie della città (Caflisch, Extrabar, eccetera). E poi ancora il teatro Massimo, il Biondo, Villa Deliella, il liceo Garibaldi.
L’impressione è che l’autrice abbia voluto raccogliere nero su bianco le sue memorie bambine, più per un’esigenza personale, per spirito di conservazione e di sopravvivenza: i ricordi di Simonetta Agnello non sono molto diversi da quelli che in altra epoca sono stati della Susanna Agnelli di “Vestivamo alla marinara”, romanzo autobiografico che brillantemente racconta l’alta società della prima metà del secolo scorso. Il libro affascina nella misura in cui in qualche modo si conosce Palermo, si riesce a riconoscerne il paesaggio e a ripercorrere gli itinerari raccontati. Contribuisce ad un giudizio positivo la scrittura: piana, scorrevole, piacevole alla lettura. Tuttavia resta il dubbio di quanto memorie familiari non proprie possano imprimersi nell’animo del lettore, più di altre storie narrate dalla Agnello Hornby.

mercoledì 22 maggio 2013

Ultima lettura: "Nata in una casa di donne" di Cetta De Luca


Nata in una casa di donne

Autore: De Luca Cetta
Dati: 2013, 104 p., brossura
Editore: L'Erudita (collana L'urgente)

Voi siete nati insieme […] amatevi l’un l’altro,
ma non fatene una prigione d’amore
(Khalil Gibran, Il Profeta)

Tre parti per una storia vera (le origini - l’età di mezzo - gli anni delle luci e delle ombre), ciascuna introdotta da versi di Gibran e Tagore: versi evocativi di affetto e amore, passato e futuro, gli ingredienti principali della vicenda umana di Teresina e Giorgio. La loro è una storia semplice, comune, quella di una famiglia come tante, nata e cresciuta alla fine degli anni Cinquanta, negli anni del benessere economico, negli anni in cui era facile realizzare sogni ed ambizioni. In particolare quelli di Teresina, partita dalla Calabria carica di voglia di riscattare la sua condizione di povera ragazza del sud, quasi incapace di parlare in italiano ma desiderosa di recuperare terreno, come solo i cavalli di razza sanno fare. Intorno a questa figura femminile forte, volitiva, un po’ capricciosa e determinata si snoda la storia della famiglia. Intanto un marito ‘un po’ femmina’ perché circondato da femmine, rassegnato quasi ad essere un comprimario, ma decisamente centro di interesse della figlia Lucia, che vuole a tutti i costi piacergli, desidera che lui sia orgoglioso, che ne approvi scelte e perdoni errori. Poi quattro figlie, diverse e complementari, in una comunità solidale ma anche divisa da caratteri e attitudini diverse, che portano ciascuna il proprio fardello di esperienze anche dolorose, che le faranno crescere in fretta, all’ombra di mamma Teresina, assolutista e protagonista.
La narrazione si snoda attraverso due generazioni (genitori e figlie), che si aprono ad una terza, quella dei nipoti e del futuro (Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti, Khalil Gibran), di decennio in decennio, tra trasferimenti, amicizie, amori, ribellioni: ogni decennio è introdotto da un breve sommario che riassume i fatti e i personaggi che hanno caratterizzato il periodo e che fanno da sfondo storico alle vicende di questa casa di donne. Alla fine del romanzo, quasi ad attenderci alla chiusura del cerchio, troviamo Giorgio, il babbo quasi invisibile e distratto, schiacciato dalla personalità prorompente della moglie Teresina e dalle sue quattro piccole donne. E la figura di Giorgio si riscatta, questo libro è per lui, che, se non ci fosse stato, nessuno e niente ci sarebbe stato, nemmeno quella moglie tanto bella e tanto prepotente (Nella mia vita/ ho amato, cuore e anima,/luci ed ombre della terra, Rabindanath Tagore) .
La scrittura di Cetta De Luca è semplice, piana ma anche evocativa di sentimenti complessi, pensieri difficili, articolati. Non solo narrazione, ma anche scavo interiore, trasudante emotività, di chi quegli anni li ha visti, avendone vissuto speranze e delusioni e ancora aspettative. Un libro scritto con amore e per amore, con la certezza che anche gli errori paghino, non si pagano e basta.