mercoledì 22 maggio 2013

Ultima lettura: "Nata in una casa di donne" di Cetta De Luca


Nata in una casa di donne

Autore: De Luca Cetta
Dati: 2013, 104 p., brossura
Editore: L'Erudita (collana L'urgente)

Voi siete nati insieme […] amatevi l’un l’altro,
ma non fatene una prigione d’amore
(Khalil Gibran, Il Profeta)

Tre parti per una storia vera (le origini - l’età di mezzo - gli anni delle luci e delle ombre), ciascuna introdotta da versi di Gibran e Tagore: versi evocativi di affetto e amore, passato e futuro, gli ingredienti principali della vicenda umana di Teresina e Giorgio. La loro è una storia semplice, comune, quella di una famiglia come tante, nata e cresciuta alla fine degli anni Cinquanta, negli anni del benessere economico, negli anni in cui era facile realizzare sogni ed ambizioni. In particolare quelli di Teresina, partita dalla Calabria carica di voglia di riscattare la sua condizione di povera ragazza del sud, quasi incapace di parlare in italiano ma desiderosa di recuperare terreno, come solo i cavalli di razza sanno fare. Intorno a questa figura femminile forte, volitiva, un po’ capricciosa e determinata si snoda la storia della famiglia. Intanto un marito ‘un po’ femmina’ perché circondato da femmine, rassegnato quasi ad essere un comprimario, ma decisamente centro di interesse della figlia Lucia, che vuole a tutti i costi piacergli, desidera che lui sia orgoglioso, che ne approvi scelte e perdoni errori. Poi quattro figlie, diverse e complementari, in una comunità solidale ma anche divisa da caratteri e attitudini diverse, che portano ciascuna il proprio fardello di esperienze anche dolorose, che le faranno crescere in fretta, all’ombra di mamma Teresina, assolutista e protagonista.
La narrazione si snoda attraverso due generazioni (genitori e figlie), che si aprono ad una terza, quella dei nipoti e del futuro (Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti, Khalil Gibran), di decennio in decennio, tra trasferimenti, amicizie, amori, ribellioni: ogni decennio è introdotto da un breve sommario che riassume i fatti e i personaggi che hanno caratterizzato il periodo e che fanno da sfondo storico alle vicende di questa casa di donne. Alla fine del romanzo, quasi ad attenderci alla chiusura del cerchio, troviamo Giorgio, il babbo quasi invisibile e distratto, schiacciato dalla personalità prorompente della moglie Teresina e dalle sue quattro piccole donne. E la figura di Giorgio si riscatta, questo libro è per lui, che, se non ci fosse stato, nessuno e niente ci sarebbe stato, nemmeno quella moglie tanto bella e tanto prepotente (Nella mia vita/ ho amato, cuore e anima,/luci ed ombre della terra, Rabindanath Tagore) .
La scrittura di Cetta De Luca è semplice, piana ma anche evocativa di sentimenti complessi, pensieri difficili, articolati. Non solo narrazione, ma anche scavo interiore, trasudante emotività, di chi quegli anni li ha visti, avendone vissuto speranze e delusioni e ancora aspettative. Un libro scritto con amore e per amore, con la certezza che anche gli errori paghino, non si pagano e basta.

domenica 5 maggio 2013

Frequentando salotti letterari: "Confidenziale" di Raffaele La Capria


Confidenziale. Lettere dagli amici

Autore   : La Capria Raffaele
Dati: 2011, 150 p., brossura
Editore: Il Notes Magico (collana La biblioteca di Mercurio)


Mi piacciono le lettere e tra i tanti generi letterari che da sempre prediligo c’è il romanzo epistolare. Con questo spirito mi sono accostata a “Confidenziale. Lettere dagli amici” di Raffaele La Capria, conoscendo l’autore quasi solo per fama, ma avendone letto spesso i suoi elzeviri sulle pagine del Corriere della Sera, mai i suoi libri. Leggere questa raccolta di lettere, di e per La Capria, e pensare di dover colmare questa lacuna è stato immediato. E ancora di più mi è sembrato un felice incontro con lo scrittore napoletano, quello fatto attraverso le pagine di questo libretto elegante, perché mi ha permesso di conoscere parte della sua produzione attraverso le parole di chi i suoi libri li ha molto amati. Subito ho avuto voglia di conoscere la storia di Giovanni e Kiki in “Un amore al tempo della Dolce Vita” e ancora la storia di una convalescenza e di un ritorno alla vita, quelli di La Capria stesso, narrati in “A cuore aperto” e via con gli altri titoli che tornano ripetutamente nelle lettere dei suoi amici. Leggendo questi schizzi di vita vissuta ho ripensato alla Napoli che ho sperimentato io, alla città che mi piace, anche se non ne so i più profondi segreti che sono un napoletano forse può conoscere; ho immaginato le stanze di Palazzo Donn’Anna, percorse dallo scrittore ragazzino e dai fantasmi gloriosi che le hanno abitate prima della sua famiglia. Insomma, sono entrata nell’esistenza e nei luoghi che appartengono a La Capria, tenendomi un po’ in disparte e osservando attenta ciò che le sue parole e quelle dei suoi corrispondenti mi hanno svelato.
Ma non sono stati solo questi aspetti a colpirmi, perché questa raccolta di lettere è ricchissima di stimoli, di spunti di riflessione. Ad esempio sull’umiltà con la quale l’autore sente il mestiere di scrittore: a proposito di Silvio Parrella, curatore del volume dei Meridiani a lui dedicato, esprime la sua riconoscenza per averlo aiutato a capire meglio quelle che aveva scritto nel corso degli anni. Ho trovato particolarmente interessante la lettera di Alfonso Berardinelli, in cui si trova un appunto sulla critica letteraria: “Mi piace scrivere critica. Ma deve esserci qualcosa da criticare, qualcosa che risvegli il dèmone dialettico con i suoi movimenti polemici, distruttivi, sempre un po’ bellici. A me l’apologia non riesce bene”, illuminante per chi scrive recensioni per il puro piacere di farlo, negli spazi privati dei propri blog (che diventano pubblici, altrimenti non avrebbero motivo di esistere), non per mestiere quindi, e si interroga continuamente su ciò che fa e sul perché lo fa.
Infine, ma non alla fine, anche solo scorrere la lista dei nomi delle persone che hanno scritto e scoprirvi personalità famose, illustri, di estrazioni diverse, di età così distanti a volte ma così vicine in una comunità di sentire, arricchisce e fa sentire parte di qualcosa di appunto molto confidenziale. E quindi Alberto Arbasino, Pupi Avati, Erri De Luca, Giosetta Fioroni, Pietro Citati, Piergiorgio Bellocchio, Giorgio Napolitano, Anna Maria Ortese, Sandro Veronesi, Dino Risi, Lina Wertmüller, Andrea Zanzotto solo per citarne alcuni: da tutti e per tutti, parole piene di affetto, stima, storia, curiosità. Una raccolta di lettere così privata (alcune sono riprodotte in copia anastatica) che renderla pubblica è stato un grande regalo che La Capria ha fatto ai suoi lettori, che in questo modo sono potuti entrare in un mondo eccezionale, altrimenti precluso. Si rendono pubbliche le proprie lettere? Credo proprio di sì, se ognuna di esse è una piccola opera letteraria che può andare a beneficio di tutti quelli che vorranno leggerla. La soluzione forse l’ha offerta lo stesso La Capria, quando sollecitato da Umberto Silva a cercare le lettere dei suoi amici per una pubblicazione presso Il Notes Magico, dopo averle trovate disse "Ho qualche dubbio, ma se si sono fatte trovare è perché forse vogliono uscire alla luce".
Un’ulteriore merito va quindi alle edizioni Il Notes Magico: grazie al salotto virtuale di Tempoxme_libri, non è la prima volta che mi capita tra le mani un loro libro (il primo è stato “Mozart” di Paolina Leopardi) e quindi non è la prima volta che apprezzo l’eleganza delle loro pubblicazioni, la grafica essenziale, le copertine raffinate e le scelte editoriali audaci e allo stesso tempo misurate, adatte ad un pubblico dal palato molto fine.

mercoledì 1 maggio 2013

Ultima lettura: "Voglio guardare" di Diego De Silva

 
Voglio guardare
Autore   : De Silva Diego.
Dati: 2002, 184 p., brossura
Editore: Einaudi (collana L’arcipelago Einaudi)

cazzotti nello stomaco a cui non si può/vuole sottrarsi.
Bellissima prosa. #chevelodicoaffà
(dal mio Twitter)

Diego De Silva è l’inventore dell’avvocato Vincenzo Malinconico. E quelle di Malinconico sono un certo tipo di storie, scritte in un certo stile riconoscibile e inconfondibile, che non prescinde dal personaggio: l’avvocato Malinconico non si può raccontare che così.
Anche il protagonista di “Voglio guardare” è un avvocato, Davide Heller, giovane, affermato, elegante, sicuro di sé e con un segreto. Questo segreto, per un caso, metterà sulla sua strada Celeste, un’adolescente dalla vita guasta. Sono personaggi distanti, diversi, con una sottile perversione che li accomuna. Ma se è abbastanza chiara quella dell’uomo, non altrettanto si può dire per la sedicenne, misteriosa e inquieta. I due poli si attraggono in un legame, non cercato e non voluto, fatto di tensione che sale e che avvolge il lettore come in una spirale di cui si vuole vedere l’origine e la fine. Il titolo, “Voglio guardare”, potrebbe essere la sintesi di questa intesa e forse suggerire come si declinerà l’intesa tra i due, ma fa troppo orrore immaginarlo, quindi il lettore non ci pensa e resta spiazzato quando questa frase la incontra, pronunciata dalla ragazza. E così pensa che sia tutto chiaro, che da quel momento in avanti è quasi scontato non come andrà a finire la vicenda, ma quanto meno come potrebbe ancora svolgersi. Invece non è così e De Silva ci offre uno sviluppo sorprendente, che tiene avvinto chi legge via via che le pagine scorrono e non si vogliono lasciare.
Non è un giallo, o forse sì. Credo in realtà che sfugga alle definizioni, che sia tanti romanzi in uno nonostante la brevità. Come accade ad altri romanzi di Diego De Silva (“Certi bambini” ad esempio, o "Mancarsi")
Qui torno da dove sono partita. Ci sono i romanzi della serie di Malinconico e ci sono gli altri romanzi di De Silva. E questi romanzi raccontano ugualmente (e diversamente dai primi) certe storie in un certo modo, con uno stile riconoscibile e inconfondibile. E questi sono i romanzi che sono pugni allo stomaco, che ti costringono ad andare avanti, a non far finta di non vedere cosa ci può essere ai margini di una società che ai più è sconosciuta, ma che non è poi così lontana da noi. Perché i mostri, i sub-umani, sia quelli perbene sia quelli brutti sporchi e cattivi, degradati, come quelli di Scola o di Ciprì e Maresco, sono più comuni di quelli che immaginiamo.

giovedì 25 aprile 2013

Ultima lettura: "Il killer delle maratone" di Paolo Foschi


Il killer delle maratone

Autore   : Foschi Paolo
Dati: 2013, 171 p., brossura

Editore: E/O (collana Originals)

Non conoscevo Igor Attila e ho letto della sua terza inchiesta senza sapere chi fosse. Mi mancavano quindi i fondamentali: che sembianze ha, che poliziotto è, come si è formata la squadra crimini sportivi che dirige da commissario, che vita ha. Così per alcuni aspetti mi sono avvalsa della mia fantasia (quindi Igor Attila, non fosse altro che per il nome, secondo me porta sottili baffi alla tartara, non è altissimo e si rasa i pochi capelli che gli sono rimasti, veste un chiodo un po’ datato e ha occhi profondissimi, scuri), per altri le vicende narrate aiutano a recuperare alcune informazioni sui collaboratori del commissario (un drappello di ex atleti falliti –Attila stesso è un ex puglie- appositamente reclutati nella sezione della questura che si occupa di crimini consumati in ambito sportivo), sulla sua vita privata (un amore diverso e tormentato, una moto con cui ama sfrecciare in libertà) e professionale (il suo essere un poliziotto fuori dagli schemi, anticonformista e insofferente).
La storia: un killer seriale diventa l’incubo dei podisti, uccide nel corso di tre gare su strada a Roma, Cosenza e Genova, utilizzando un’arma sofisticata, una balestra leggerissima e spietatamente precisa che rappresenta la firma dell’assassino e la pista che porterà Attila, casualmente, allo scioglimento del rompicapo. La soluzione del caso passa attraverso le incomprensioni dei superiori, che arrivano a sollevare dall’incarico il commissario e la sua squadra (che però procedono con indagini nascoste e parallele fino al successo finale): una complicazione che si aggiunge alla vita già abbastanza scoordinata di Igor. Il lettore si fa prendere dalle vicende personali del protagonista, lo accompagna nelle trasferte di lavoro, negli scontri soffocati con l’innovativa aiutante che gli si affianca nelle indagini fino a sostituirlo, è con lui in ospedale, dove Titta - il suo ex compagno- combatte per sopravvivere ad un incidente d’auto.
E il racconto delle vicende private di Igor offre a Foschi l’opportunità di trattare argomenti di stretta attualità, dalla spending review, ai diritti non riconosciuti delle coppie omosessuali, ai poteri politici spesso solo di facciata, incarnati dal magistrato Silvio David, elevato agli onori del Parlamento, e dai suoi duetti con il questore.
Igor Attila non è un eroe, o almeno non lo è canonicamente: lo percepiamo vicino, impulsivo, fragile anche, intuitivo ma consapevolmente low profile, in attesa di arrivare pazientemente a ricomporre il mosaico di cui ha raccolto tutte le tessere in apparenza scollegate, grazie anche alla sua squadra, che sembra muoversi in modo scombinato e che invece è assai dinamica e produttiva.
Lo stile di Foschi è asciutto e rapido: sintassi essenziale, frasi brevi, anche nominali, dialoghi serrati alternati a brevi riflessioni introspettive del protagonista, sempre in bilico tra ciò che gli si chiede e ciò che lui sente di voler fare.
Come tutti i gialli, anche da questo non ci si separa volentieri finché non si arriva alla soluzione, benché non sia solo la curiosità di conoscere l’identità dell’assassino a tenerci attaccati alle pagine: la simpatia per i personaggi, lo sfondo in cui si muovono, la partecipazione emotiva alle vicende del protagonista, gli elementi che man mano si raccolgono e delineano una storia che il lettore logicamente prova a dedurre nelle sue conclusioni, sono i motivi per leggere questo romanzo e per desiderare di recuperare le puntate precedenti, se non si ha avuto già l’occasione di conoscere Igor Attila e la Sezione crimini sportivi che coordina.

PS. Ho finito di leggere questo romanzo ai primi di aprile, ben prima della strage alla maratona di Boston del 15 aprile 2013. Per vari motivi non ho scritto subito la recensione e farlo nei giorni immediatamente successivi alla tragedia mi sembrava stonato. In realtà, per quanto turbamento possa provocare scrivere di una fiction mentre si è consumato un dramma reale, si tratta pur sempre di un’opera di fantasia: mai l’autore avrebbe potuto immaginare che una gara bella come la maratona sarebbe stata macchiata un giorno di sangue vero e non di succo di pomodoro.

mercoledì 24 aprile 2013

Bollicine


Osservava le bollicine risalire verso il bordo del calice. Era un bianco frizzante, e allo stesso tempo secco, prepotente. Scendeva freddissimo in gola, lasciando tra lingua e palato una sensazione di asciutto asprigno che compensava la delicatezza della carne bianca di quella spigola di mare che Stefano stava minuziosamente scarnificando dalla lisca. Non aveva mai visto mangiare del pesce con tanta attenzione, con tanta eleganza anche mentre ne succhiava la testa, con tanto gusto: non era solo buon appetito, si trattava piuttosto di una forma di amore verso il cibo, anzi, verso quel cibo. Lo stesso amore che non aveva dimostrato a lei, nonostante premesse e promesse.

Elettra invece cincischiava nel piatto, aveva assaggiato solo un filetto superiore della sua spigola, quello esterno, compatto, che era riuscita a staccare senza che rimanessero spine nella polpa. E adesso guardava le bollicine che si rincorrevano in quel bicchiere di vino, fino a fermarsi a morire in superficie. Partivano dal fondo e scivolavano sulle pareti di vetro scontrandosi tra loro, rompendosi e dileguandosi quando non riuscivano a raggiungere l’aria. Esattamente quello che sentiva succederle dentro: da settimane aveva smesso di mangiare e di dormire, incapace di pensare ad altro che all’arrivo di lui, dopo una vita che non si vedevano. E l’attesa si era caricata di aspettative, progetti, rimorsi, ripensamenti, incoscienza, paura e poi ancora di convincimenti, di ansie, di desiderio. Si era sbriciolato tutto, dopo che Stefano le aveva detto chiaramente che non poteva essere, che si era sbagliato, che non poteva portarla con sé, che non c’era spazio per lei nella sua vita, lui doveva tornare al suo lavoro, a troppi chilometri di distanza perché si potessero ancora rivedere: quegli stessi chilometri che, all’andata, aveva comunque scavalcato con impazienza.

Elettra studiava quelle bollicine e ogni tanto portava alle labbra il calice, sorseggiando lenta e assaporando quel sapore pungente. L’unico suo interesse era il rimescolio del vino ogni volta che Stefano le rimboccava il bicchiere, attento a che non rimanesse vuoto e continuando a mangiare e a parlare. Così, come se nulla fosse successo in quella mattina, a partire dal suo arrivo in aeroporto, fino alla sistemazione in albergo, fino a quando l’aveva presa tra le braccia e poi ancora si erano addormentati, lui stanco da due notti insonni, per poi alzarsi e andare a mangiare in quel ristorante consigliato dal tassista. Come se non avesse appena finito di dirle che no, lui tornava da dove era venuto, che gli dispiaceva ma era andata così, in fondo non era colpa di nessuno. E poi aveva cominciato a parlare di tutto il resto, del lungo tempo che li aveva separati, delle comuni conoscenze, di quelle lacrime che li avevano uniti, tanti troppi anni prima, in una tragedia di cui conservavano gelosa memoria ma che avevano vissuto da separati, potendoselo dire solo ora.

Rabbia, dolore, impotenza, domande si rincorrevano, si rimescolavano, si frantumavano dentro di lei come le bollicine di quel bianco frizzante, e allo stesso tempo secco, prepotente.
Finirono di pranzare: lui in una specie di euforia dovuta certamente al pesce e al vino freddo che avevano riempito, insieme a mille inutili discorsi, quello spazio di tempo -l’ultimo?- trascorso insieme; lei in un limbo in cui si sentiva inconsistente, vuota di parole e pensieri.
Si avviarono verso l’albergo di lui. Elettra sapeva quello che sarebbe successo, complice quel vino malandrino: sarebbe stato solo quello che lui aveva elegantemente definito un ‘ciulino’, però aveva bevuto quel bianco frizzante, non tanto, ma quel che bastava per dimenticarsi di quel che avrebbe voluto realmente da Stefano, o almeno per fare finta di non pensarci più.
Poi lo avrebbe accompagnato al suo aereo, quello che non avrebbe dovuto prendere prima dei tre giorni che le aveva promesso in regalo: ne avevano consumato solo uno, sufficiente per decidere che era stato solo un capogiro.

NB. “Bollicine” ha partecipato nel 2007 al concorso “Letti in un sorso” promosso dalla Santa Margherita S.p.A., aggiudicandosi la pubblicazione come ‘racconto del giorno’. Appare anche nel blog Inoltre di Saverio Simonelli, che ringrazio per la squisita ospitalità.

mercoledì 17 aprile 2013

Frequentando salotti letterari: "Partigiano Inverno" di Giacomo Verri


Partigiano Inverno

Autore: Verri Giacomo
Dati: 2012, 240 p., brossura
Editore: Nutrimenti (collana Greenwich)



... Diretti come certe littorine all'entropia emmoragica delle verità.


A volte capitano letture che ci lasciano perplessi, che non riescono a conquistarci, o che più semplicemente non ci piacciono e non ne salviamo niente. I motivi possono essere vari: la storia non ci appassiona, è scritta male, lo stile non ci attira. La colpa non è di nessuno, spesso è solo questione di gusti, difficilmente un romanzo è assolutamente bello o assolutamente brutto per tutti.
Il caso di questo romanzo di Giacomo Verri è particolare. Il titolo promette una storia che si intravede come continuatrice di una tradizione che nel neorealismo ha visto la sua espressione maggiore e ci si aspetta che l’autore abbia fatto proprie le lezioni dei racconti di Resistenza fatti da Calvino, Cassola, Fenoglio, Pavese (che però di quegli anni difficili sono stati protagonisti). Giacomo Verri invece è giovanissimo e quella Storia può solo averla studiata a scuola e sentita narrata da un nonno. In realtà l’occasione gli viene dalla notizia di un romanzo, che però non ha mai visto la luce, di tale Remo Agrivoci, il quale avrebbe voluto scrivere una storia vera -a lui contemporanea- e aveva annunciato di essere in procinto di farlo. Verri bene lo spiega nella postfazione a “Partigiano Inverno”:  fa sua l’intenzione di Remo e scrive al suo posto. Probabilmente però ha tradito quello che doveva essere il primo narratore di questa storia: se Agrivoci avesse scritto il suo romanzo, forse la sua voce sarebbe stata somigliante a quelle di Calvino, Cassola, Fenoglio o Pavese, ma siamo nel campo delle ipotesi e questo non lo sapremo mai.
Abbiamo questo romanzo, di questo giovane scrittore, che ha colto l’occasione per fare un esperimento stilistico che però paradossalmente rappresenta il più grande limite della sua opera.
Intanto la storia: siamo in Valsesia nel dicembre del 1943, Natale si avvicina e Italo prepara il suo presepe, aiutato dal nipote Umberto, dieci anni. Jacopo, un giovane partigiano, vive la sua Resistenza a fianco del comandante Cino, sulle montagne. Questi sono i tre protagonisti le cui vicende si intrecciano tra il sogno del piccolo Umberto di unirsi un giorno ai partigiani, la scelta di Jacopo di vivere la Storia in prima persona e l’affronto di un arresto immotivato per il maturo Italo. In realtà questa storia l’ho desunta della lettura della sinossi del libro: avendo letto la versione in ebook, nessun risvolto di copertina mi ha aiutato a orientarmi sul tipo di trama che avrei incontrato, quindi mi sono affidata al solo titolo.
Ho cominciato a leggere, ma immediatamente mi sono scontrata con una lingua ostica, volutamente criptica, ricercata, ardua, provocatoria: dire che la lingua in “Partigiano Inverno” è usata in modo ardito equivale a usare un eufemismo. Il lessico si fa sempre più complesso; all’inizio le parole ‘difficili’ sono in una quantità quasi accettabile, sembrano dare ricercatezza al testo, via via che si procede nella lettura, aumentano in un climax sempre più ripido e faticoso. Mi sono ritrovata concentrata più sulle parole (che andavo appuntando su un foglio) che sulla storia, di cui non stavo capendo granché (e questo a scapito della storia stessa). Qui c’è di tutto: dialetto, lessico familiare, arcaismi, hapax, neologismi, tecnicismi che distraggono il lettore e lo allontanano dalle vicende narrate. L’autore si compiace di involversi in un esercizio stilistico di cui però non si comprende lo scopo: il romanzo sfugge a qualsiasi definizione e forse è questo l’obiettivo di Verri, non farsi incasellare in un genere. Espressioni come piede sifulo, sogni ustolati, bogomili, onninamente, stissa di ruggine, non aiutano la storia, dalla quale si finisce con l’allontanarsi, senza riuscire a partecipare di vicende umane che invece tanto potrebbero appassionare il lettore.
Può essere che il fatto di non essere riuscita a farmi prendere dalla musicalità dell’insieme sia un mio limite, anzi sicuramente lo è, però penso anche che un libro, una storia, sia scritto per chi lo leggerà, quindi anche per me che l’ho acquistato.
Inoltre ho pensato all’immediata ricaduta sul lettore ‘debole’, sui giovani di cui lamentiamo la scarsa attitudine alla lettura: se in Italia legge solo una persona su due (e parliamo di poco più di una decina di libri all’anno per essere considerati lettori ‘forti’, quando in Germania ce ne vogliono una cinquantina), proporre ai ragazzi una lettura del genere significa disamorarli completamente, respingerli. Un esempio su tutti: l'espressione termopili valsesiane è, secondo me, fortemente selettiva, poichè oggi, con la storia che si fa a scuola, le Termopili si incontrano forse una sola volta (se, pure), un giovane non capisce la citazione.
Il sospetto che questo esercizio di stile resti fine a se stesso è fortissimo: frasi come cunato dal ramificare lento della voce avuncula, cioè ‘cullato dalla voce dello zio’, tolgono efficacia alla scena, che invece è semplicissima, intima, familiare e non richiede alcun preziosismo lessicale per essere descritta. Si sfiora il ridicolo in espressioni come piedi sorbettati invece che ‘congelati’, alla ricerca forse dell’effetto sorprendente: a chi giova tanta leziosità?
Questo libro va al di là delle intenzioni stesse del suo autore: è un libro che innamora o che si fa odiare. L’ho letto fino in fondo, contravvenendo al terzo dei diritti imprescrittibili del decalogo di Pennac, cioè quello di non finire un libro, perché volevo vedere fino a che punto la sfida tra scrittore e lettore si spingeva, fino a che livello l’asticella si sarebbe alzata. Il risultato finale è che mi sono sentita svuotata, affaticata, delusa da un esercizio di lettura inutile. Peccato.



martedì 9 aprile 2013

Esiste il #LettoreIdeale?




Tutto è cominciato dalla lettura faticosa del romanzo “Partigiano Inverno” di Giacomo Verri e dallo scambio di battute che ho avuto con l’autore nel forum del salotto letterario di  TempoXme.
Ho avanzato alcune perplessità sul preziosismo lessicale del suo romanzo, che mi costringeva a concentrarmi più sulle parole che sulla storia, chiedendomi quanto questo facesse bene alla storia stessa e, sottolineando la provocatorietà della scrittura di Verri, concludevo “penso anche che un libro, una storia, sia scritto per chi lo leggerà, quindi anche per me.” Verri ha allora delineato il suo Lettore Modello: “mi piacerebbe che il mio Lettore Modello fosse volenteroso, e avesse voglia di leggere anche due volte il testo. La prima volta usando della musicalità delle parole, e poi cercando altro.”
Tralasciando l’aspetto che riguarda la volontà del lettore (esiste un lettore non volenteroso?), dal momento in cui ho letto questa risposta, ho cominciato a interrogarmi sull’esistenza di un lettore ideale, o modello che dir si voglia. C’è davvero? Anzi, deve esserci per chi scrive? Premesso che l’esistenza di un Lettore Ideale presupporrebbe anche l’esistenza teorica e contemporanea di uno Scrittore Ideale, di un Editore Ideale e di un Libro Ideale, la prima risposta che mi sono data è no: non può esserci un fruitore ideale, uno scrittore può pensare di rivolgersi ad un target di lettori specifico per fasce di età o di genere letterario, ma un testo letterario è un’opera creativa, un’espressione artistica, e in quanto tale non può sopportare paletti, limiti, condizioni. Tuttavia è anche vero che, per quanto una narrazione sia un’opera d’arte libera, in qualche modo deve poter incontrare il favore dei lettori, altrimenti rischia di restare una manifestazione fine a se stessa, sterile, magari incompresa, sicuramente poco divulgata.
Ho girato il quesito ai lettori, agli scrittori, ai bookbloggers tra i miei conoscenti, su Twitter e Facebook,  e quelli che seguono sono i pareri raccolti.

Simona Scravaglieri (‏@LeggendoLibri) riporta la definizione di Cesare Segre: il Lettore Ideale è quello che vede esattamente lo scritto come l'autore. “Per Nabokov è un Ri-Lettore!” (‏@tempoxme_libri), insomma un po’ come vorrebbe Giacomo Verri.
Per alcune delle persone consultate, il Lettore Ideale sembra esistere ed è semplicemente quello che “che sostiene la filiera… “ (Daniele Bergesio), “colui che legge” (Arturo Robertazzi), “legge tutto, con spirito critico” (Angela Leucci) e ha “capacità di evadere” (‏@CLetteraria). Inoltre è “attento alla lingua, non antologizza ma tende a monografizzare, curioso non solo delle parole dello scrittore ma anche di quel che c'è dietro (vita, mondo, background, faccia)” (Elvio Calderoni), “si nutre di libri: acqua e cibo non bastano” (Lucia Rupolo), è “Empatico/Simpatico, esiste nel cuore dello scrittore” (@atrapurpurea), “sa ascoltare dimenticando se stesso” (Gea per LibriamoTutti). Per ‏@luisanna_ardu “è atto di #libertà. Legge tanto, tutto e dovunque.”
Nicola Lecca sostiene che “il lettore ideale è quello che si abbandona al tuo libro senza pregiudizi.” Per Cetta De Luca “forse #lettoreideale è chi legge senza pensare di scrivere” (domanda mia: allora uno scrittore difficilmente sarà un Lettore Ideale?). 

Qualche volta il Lettore Ideale è una persona reale: ad esempio per ‏@m_isa451 è suo marito “i libri glieli compro io (è pigro) ma poi li legge tutti fino in fondo. Io no, se non mi vanno.” Ma può anche essere un’illusione: per ‏@letteratu e ‏@RockBogdanovich “I lettori sono personaggi immaginari... creati dalla fantasia degli scrittori(cit)”, un “sogno d'autore”.

Il gruppo di coloro che sostengono l’inesistenza del Lettore Ideale così argomentano: “non esiste il Lettore Ideale. Potrebbe esistere l'editore ideale che, leggendo, il lettore determina un gusto, creando il lettore, forse, ideale.” (Pierluigi Vaccaneo); “mentre per il lettore può esistere uno scrittore ideale, non può essere vero il contrario. Lo scrittore attende il lettore, chiunque esso sia, poi si augura anche di averlo convinto, in modo da capitalizzarne l'attenzione anche per opere future. Lo scrittore sa che può indirizzarsi verso un certo tipo di lettori ma il meccanismo di approccio da parte del fruitore finale é estremamente complesso e, fra i tanti nessi, non esclusa l'influenza dei media, c'è anche quello più magico che é l'incontro del tutto casuale.” (Lorenzo De Donno). Per Paolo Merenda non esiste “un lettore ideale in senso assoluto, ma un lettore ideale per ogni genere. Ogni genere, a mio parere, tocca determinate corde dell'anima, e solo se il lettore le ha e si lascia attrarre diventa ideale.” Neanche per Paolo Foschi esiste il Lettore Ideale: “Nella cultura, come del resto in natura, la diversità è ricchezza”

Più articolata, da filosofo del linguaggio, è l’opinione di Marco Trainito: “Il lettore ideale, proprio perché ideale, non esiste: è un ideale regolativo. Però ci sono lettori che possono tendervi all'infinito. Chi ci prova, secondo me, è colui che usa il testo come pre-testo per fargli dire non tutto quello che si vuole ma tutto ciò che la fusione degli orizzonti (quello del lettore e quello del testo, non necessariamente coincidente con quello dell'autore) può generare in termini di senso. Il testo, insomma, dev'essere in grado di specificare alcune interpretazioni lecite tra le innumerevoli che il lettore è spinto a produrre iperattivamente a seguito della stimolazione cognitiva indotta dall'atto di leggere.”

Alla fine di questa piccola indagine resto convinta del fatto che non si possa immaginare l’esistenza di un Lettore che corrisponda esattamente alle aspettative dello Scrittore.  Semmai è il contrario: la mia libertà di Lettore deve incontrare la libertà dello Scrittore. Se questo accade e da questo incontro scaturisce un interesse, magari condiviso da altri lettori, allora quello Scrittore, nella sua autonomia creativa, avrà creato un motivo per essere amato, seguito, letto ancora. Il che non significa che sia uno Scrittore Ideale, ché nemmeno quello esiste.

Oppure il Lettore Ideale è il mio gatto.