Accabadora
Autore: Murgia Michela
Dati: 2014, 166 p., brossura;
prima ed. 2009
Editore: Einaudi (collana Super
ET)
Le colpe, come le persone,
iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge.
L'ho letto voracemente, incantata da una storia d'altri
tempi eppure neanche troppo lontana, trovandolo bello e commovente. Gli ho dato
una valutazione di cinque stelle su Goodreads, trascurando una riflessione più
profonda a cui mi sono dedicata in un momento successivo al primo entusiasmo, a
lettura appena conclusa.
Come nessuno nasce da solo ma ha bisogno di chi lo aiuti a
venire al mondo, a uscire dal ventre materno, a farsi recidere il cordone
ombelicale, allo stesso modo abbiamo bisogno di aiuto per andarcene all’altro
mondo e per farlo serve innanzitutto che non ci sia niente e nessuno a
trattenerci. Lo sa bene Bonaria Urrai, che aiuta chi se ne deve andare a slacciare
gli ultimi legami con la terra, per alcuni matrigna.
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Photo HelenTambo on Instagram |
E a proposito di ‘terra matrigna’, al concetto di maternità
è legata buona parte del romanzo, che vede la vecchia Tzia Bonaria, la sarta di
Soreni, prendere con sé la piccola Maria, togliendola da un ambiente familiare
deprivato e dandole cibo e istruzione, oltre a un forte affetto autentico,
solido e privo di fronzoli. Fili'e anima,
così si chiamava chi veniva adottato senza tribunali dei minori e senza carte
bollate che lo sancissero: Bonaria per Maria sarà una madre severa e attenta,
sia pure rispettosa della sua individualità.
Bonaria Urrai non è solo madre di Maria, ma è l’ultima madre per tanti, la femina abbacadora (o femina agabbadòra, dal sardo s'acabbu, "la fine"), cioè la donna che si metteva a disposizione per uccidere gli anziani ormai prossimi alla morte, in una forma di eutanasia pietosa fuori dalle leggi umane e religiose. Questo Maria non lo capisce subito, ma ad un certo punto comincerà a mettere insieme alcuni indizi, alcuni movimenti notturni, alcuni comportamenti misteriosi che le sveleranno la vera natura della donna che amorevolmente l’ha cresciuta.
Bonaria Urrai non è solo madre di Maria, ma è l’ultima madre per tanti, la femina abbacadora (o femina agabbadòra, dal sardo s'acabbu, "la fine"), cioè la donna che si metteva a disposizione per uccidere gli anziani ormai prossimi alla morte, in una forma di eutanasia pietosa fuori dalle leggi umane e religiose. Questo Maria non lo capisce subito, ma ad un certo punto comincerà a mettere insieme alcuni indizi, alcuni movimenti notturni, alcuni comportamenti misteriosi che le sveleranno la vera natura della donna che amorevolmente l’ha cresciuta.
Il racconto di Murgia mette insieme una storia di tradizioni
antiche, fatte di riti e cibo e credenze e superstizioni. Ci consegna una
Sardegna arcaica, incastonata in un tempo tra gli anni Cinquanta e Sessanta e
tuttavia apparentemente immobile: sembra che in quell’angolo sperduto
dell’isola il tempo si sia fermato, sempre uguale a se stesso, con il solo
avvicendarsi delle stagioni, di vendemmia in vendemmia.
Tra la Sardegna aspra, rozza e arretrata di Grazia Deledda e quella magica di Salvatore Niffoi, l’Autrice presenta la sua terra caricandola di un’ambientazione chiusa e ostile, forse fedele alla natura di un popolo generoso eppure diffidente, schiacciato nel momento storico in cui è ambientato “Accabadora”, tra civiltà pastorale e sviluppo dei consumi; allo stesso tempo la priva dell’elemento più naturale e spontaneo, la lingua materna, relegata qui al solo lessico del cibo e di qualche aspetto più strettamente etnografico. Proprio questa scarsa aderenza al realismo linguistico, che forse l’argomento e l’ambientazione avrebbero imposto, giustifica il giudizio di chi conosce bene la Sardegna e non vi si è riconosciuto.
Tra la Sardegna aspra, rozza e arretrata di Grazia Deledda e quella magica di Salvatore Niffoi, l’Autrice presenta la sua terra caricandola di un’ambientazione chiusa e ostile, forse fedele alla natura di un popolo generoso eppure diffidente, schiacciato nel momento storico in cui è ambientato “Accabadora”, tra civiltà pastorale e sviluppo dei consumi; allo stesso tempo la priva dell’elemento più naturale e spontaneo, la lingua materna, relegata qui al solo lessico del cibo e di qualche aspetto più strettamente etnografico. Proprio questa scarsa aderenza al realismo linguistico, che forse l’argomento e l’ambientazione avrebbero imposto, giustifica il giudizio di chi conosce bene la Sardegna e non vi si è riconosciuto.
Ma a chi come me della Sardegna ha un’immagine forse
stereotipata ma comunque affascinante, questo romanzo può piacere molto.
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