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mercoledì 17 maggio 2017

#MattiaTw e #AusterTw, letture e riletture con TwLetteratura

Parte domani il Salone del Libro di Torino e anche quest’anno TwLetteratura avrà il suo spazio di confronto con chi nel corso dell’anno (intendendo per anno quello scolastico) ha partecipato ai progetti dedicati alle scuole e anche con tutti gli utenti che dal loro account cinguettano sulle proposte dei giochi letterari della comunità fondata da Paolo Costa, Edoardo Montenegro e Pierluigi Vaccaneo. 
Nemmeno quest’anno riuscirò a essere a Torino in questo scorcio di settimana che si preannuncia davvero ricca di appuntamenti interessanti al Lingotto, un po’ perché i collegamenti con la Puglia non sono né semplici né economici (ma questo lo dico sempre) e un po’ perché questo è un periodo davvero molto intenso, fatto principalmente di incombenze che riguardano il lavoro. 
Nonostante ciò, approfitto degli appuntamenti che TwLetteratura ha fissato con i suoi followers per raccontare a distanza delle letture e delle riscritture da me portate a termine nella stagione invernale, poche rispetto ai progetti che sono stati proposti in quantità e varietà. Quelle che ho operato io sono scelte fatte nel ventaglio di più proposte che la comunità di TwLetteratura ha presentato alle scuole e agli altri utenti di Twitter: un progetto legato a Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, con la partecipazione di Fondazione Cariplo, e la lettura social in contemporanea di In the Country of Last Things di Paul Auster e de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, il primo dei quali da leggere e commentare in lingua originale, in collaborazione con Bocconi Arts Campus. Gli hashtag seguiti sono stati rispettivamente #MattiaTw e #AusterTw. 
Per quanto riguarda Pirandello, per me è stata una rilettura a distanza di oltre trent'anni (l’edizione è sempre quella, Oscar Mondadori -ristampa dell’aprile 1982, ero studentessa liceale-) per ritrovare il gioco delle parti, le maschere, ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, "la goffa, incerta metafora di noi". Nell'Avvertenza sugli scrupoli della fantasia, la nota a conclusione del romanzo, troviamo la sintesi del pensiero pirandelliano, ancora presente e attuale. Un piacere che si rinnova ogni volta che incontro Pirandello, che continuo a trovare moderno, capace di insinuare dubbi e suggerire riflessioni sulla condizione dell’uomo nella società, in famiglia, nel rapporto con gli altri. 
Photo Elena Tamborrino
 La lettura condivisa di uno dei primi romanzi di Pirandello, certamente tra i più letti di sempre, è rientrata in un progetto che TwLetteratura ha proposto alle scuole in collaborazione con Fondazione Cariplo, interessata a studiare l’impatto che il metodo ha sulla didattica laboratoriale, innovativa, che tanti docenti applicano da qualche anno in molte scuole italiane -e non solo- di ogni ordine e grado. 
Non so quanto i lettori più giovani abbiano apprezzato questa lettura e in genere amino i romanzi di Pirandello, a differenza delle novelle che hanno effetto più immediato e piacciono molto: i miei alunni hanno decisamente faticato, forse anche per un calendario dettato da specifiche esigenze di ricerca da parte della Fondazione Cariplo, che ha dilatato una lettura che invece, a mio modesto parere, doveva essere compressa in un periodo molto più breve di quello previsto dal progetto. Tuttavia non sono mancati momenti di scambio e di confronto sulla personalità del protagonista, sulle occorrenze della vita, sulla necessità di essere riconoscibili agli altri, qualunque posto si occupi nella società. 
Photo HelenTambo on Instagram
La seconda proposta di TwLetteratura, svincolata dalla scuola, mi ha visto fare la scelta di leggere In the Country of Last Things nella traduzione di Monica Sperandini, (Il paese delle ultime cose, Guanda 1996): in realtà volevo solo l'occasione, per una forma di curiosità verso Paul Auster, del quale non avevo mai letto nulla in precedenza. 
Si tratta di un romanzo distopico che racconta, come in una lunga lettera, un viaggio ai limiti dell'umanità nel "paese delle ultime cose", dove è impresa titanica conservare integri la capacità di provare sentimenti e di tenere lontana la natura ferina che emerge nei momenti di disperazione. Nonostante la scrittura fluida, molto scorrevole, ho faticato a entrare nella storia e a penetrare nei suoi significati allegorici, non ho provato empatia nei confronti di alcun personaggio, men che meno verso la voce narrante, Anna, che descrive il periodo trascorso in questo mondo ai limiti, alla ricerca del fratello giornalista scomparso. Il limite è senz’altro mio, questo libro in realtà è considerato uno dei capolavori di Auster –al quale però non so se offrirò un’altra opportunità con me- e la traduzione di Sperandini è estremamente curata e capace di suggerire impressioni potenti. 
Sarebbe stato interessante seguire anche la lettura parallela del romanzo di Dino Buzzati, che però ho letto poco tempo fa (ne ho parlato qui), troppo poco per avere voglia di rileggerlo a così breve distanza: le riletture hanno senso se, come si è trattato con Pirandello, il nuovo incontro ci trova cambiati, cresciuti, con occhi che sanno vedere ciò che magari da più giovani non si potevano scorgere. 
A distanza seguirò gli eventi del SalTo2017 legati a TwLetteratura, in attesa di nuovi progetti e nuove idee. Nel frattempo medito di riorganizzare le mie abitudini di lettrice compulsiva.

venerdì 3 febbraio 2017

"Ore 10, lezione di Fedez (e Rovazzi)" di Elvio Calderoni

 
Photo Vanity Fair

Parlare ai ragazzi, risultare credibili. 
Accoglienti per poi entrare, con loro, nei fenomeni della contemporaneità, al centro. 
Entrare, quindi, nelle loro stanze, accomodarsi sui loro sogni, migliorarli, migliorarli, migliorarli. 
Inserire nel programma, accanto a Dante, Leopardi e all'analisi logica, l'analisi del testo di VORREI MA NON POSTO è una necessità complessa, un imperativo di antipurismo, atto non a consacrare nessuno o ad abbassare ogni livello, ma una sorta di captatio benevolentiae più eversiva del contenuto stesso dei brani di Fedez (e Rovazzi ) che sono assai più eversivi di quanto un orecchio superficiale potrebbe credere. 
E tra le orecchie superficiali potremmo inserire, a buon diritto, quelle dei ragazzi non opportunamente guidati. 
Fedez non è un nemico da abbattere, ma un idolo con cui fare i conti. 
Se analizzassimo in classe (seconda media ) Caparezza non sortiremmo lo stesso effetto. Dobbiamo invece analizzare chi popola i sogni dei ragazzi, non chi parla a un pubblico già coltivato, smontare, pezzo per pezzo, frase per frase, contenuto e forma (ricca, dichiariamolo subito, ricca ) del pezzo. Trattarlo come nell'ora precedente abbiamo trattato Dante: struttura, rime, metro, lessico, area semantica, figure retoriche, contenuto, extratesto. Fedez (ok, non solo lui, tutto il mondo rap ma il primo interesse è arrivare velocemente al risultato!) gioca con le figure retoriche di suono mostrando una vena compositiva non sciocca: calembour, paronomasie, allitterazioni, figure etimologiche, nuove locuzioni ( potremmo azzardare gli hapax!), e fin qui nulla di particolarmente riflessivo in senso eversivo. La vera partita si giocherà con il contenuto! “Ogni ricordo è più importante condividerlo che viverlo” è la frase chiave che fotografa, sintetizzandolo, il vuoto filtrato dallo schermo che dimora questi tempi, li velocizza, li consuma, provocando mostri e nevrosi, vizi e incapacità relazionali. Forse l'hanno detto in molti, anzi certamente, ma nessuno così e nessuno così “dentro” questo sistema, tanto da rischiare la scarsa credibilità. Ma l'ambiguità di Fedez (e di Rovazzi) è la sua forza, molta autoironia e una buona dose di incoerenza tali da non allontanare le contraddizioni adolescenziali. Il linguaggio è il loro: selfie, porno, i phone, blog, post, e passaggi portatori di una qualche densità: 
“E se lei t'attacca un virus 

Basta prendersi il Norton 

Tutto questo navigare senza trovare un porto 

Tutto questo sbattimento per far foto al tramonto 

Che poi sullo schermo piatto non vedi quanto è profondo"
Dunque? Demonizzare questi contenuti ? Ignorarli? Parliamone, invece. Smontiamoli se è il caso, approfondiamoli, sfondiamo cover e schermi piatti, dimostrando ai ragazzi che sotto il tatuaggio può esserci un mondo. Non sempre. 
Ma la possibilità concediamogliela. 
E concediamocela, senza perdere il treno della contemporaneità. 
La cattedra ha l'obbligo morale della puntualità e chi fosse preoccupato di Fedez che invade la scuola, ebbene, è l'esatto contrario: è la scuola che, armi e bagagli, invade Fedez. 
Una rivoluzione copernicana? 

©Elvio Calderoni

Soundtrack: "Vorrei ma non posto" di J-AX & Fedez

sabato 7 novembre 2015

#NidiDiRagno: ancora social reading con Italo Calvino e TwLetteratura


#NidiDiRagno: ancora social reading con Italo Calvino e TwLetteratura


Ora Pin è solo tra le tane dei ragni
e la notte è infinita intorno a lui
come il coro delle rane.

Ci sono libri che diventano i tuoi libri, quelli che da un certo momento in avanti ti accompagneranno per tutta l’esistenza, quelli che ti porterai sempre dietro, di trasloco in trasloco, di casa in casa, di vita in vita.
Allo stesso modo ci sono scrittori che diventano i tuoi preferiti, forse anche per caso, perché hai incontrato sul tuo cammino di formazione quelli e non altri, che potevano diventare anche loro i tuoi preferiti e che probabilmente resteranno occasioni perse.
Photo HelenTambo on Instagram
Diventano i tuoi preferiti magari per combinazione, ma poi per scelta, perché li cerchi, continui a leggerli, alla fine sai quasi tutto di loro e delle loro opere, di quello che dicevano, di quello che pensavano. E non a caso parlo di loro al passato, perché possiamo avere certamente tra i nostri autori preferiti anche scrittori contemporanei viventi, ma quando penso alla mia formazione in particolare, io penso a una certa letteratura, condensata soprattutto tra gli anni Quaranta e Sessanta del secolo scorso, con una specifica concentrazione sul Neorealismo. Per farla breve, ognuno ha le sue fissazioni e io sono un po’ fissata con Vittorini, Pavese, Fenoglio, Moravia, Cassola, Pratolini, Calvino e così via, solo per citare qualche nome tra i tanti possibili.
La scuola ha avuto in questo un ruolo decisivo, almeno nel mio caso: più volte ho avuto modo di dirlo, più volte mi sono dichiarata studentessa fortunata che ha fatto incontri fortunati con insegnanti eccezionali, che hanno rafforzato una naturale passione per la lettura, nata in famiglia prima che altrove, favorendo la conoscenza di autori importanti da inseguire, leggere e fare propri, in solitudine.
Italo Calvino è senza dubbio uno dei miei scrittori preferiti; vorrei dire che è il mio preferito, se non temessi di far torto ad altri che più o meno allo stesso modo mi appartengono. Ma con Calvino è nata subito un’intesa che si è giocata molto sulla possibilità di fantasticare indotta dalla lettura della trilogia de “I nostri antenati”, alle scuole medie: “Il barone rampante” è stato il primo romanzo di Calvino che ho letto a scuola, per l’ora di narrativa (si fa ancora alle medie?), e poi da sola ho completato la trilogia con “Il visconte dimezzato” e “Il cavaliere inesistente” perché ormai la febbre mi era venuta. Ripensavo a quello stralunato di Marcovaldo di cui mi avevano letto qualche racconto alle elementari e ritrovavo i nomi di ispirazione medievale e le situazioni surreali che tanto mi avevano colpito da ragazzina: da adulta le avrei trovate ancora nelle descrizioni che Marco Polo fa delle città invisibili, incontrate nei viaggi attraverso l’immenso impero di Kublai Kan. 
A diciassette anni leggo per la prima volta, e su consiglio della mia insegnante di Italiano, “Il sentiero dei nidi di ragno”, il primo romanzo di Italo Calvino, scritto e pubblicato nel 1947, quasi all’indomani della Liberazione, a bocce ferme ma non troppo rispetto a quella stagione politica e culturale tanto carica di significati. Quella fu un’epoca fervida di scrittori che volevano e sentivano di dover raccontare quello che avevano visto e vissuto: Maria Bellonci, nella Prefazione a "Tempo di uccidere"  di Ennio Flaiano, vincitore del primo Premio Strega proprio nel 1947, dice che quell’anno fu “buono per i libri e anche per gli scrittori; sebbene questi ultimi se ne siano accorti solo più tardi”. In effetti quello fu l’anno in cui sugli scaffali delle librerie si trovava “La romana” di Alberto Moravia accanto a “Il compagno” di Cesare Pavese, a “Malaria di guerra” di Enrico Pea, a “Cronache di poveri amanti” di Vasco Pratolini. E appena due anni prima, a due mesi dal 25 aprile, era uscito “Uomini e no” di Elio Vittorini, mentre due anni dopo Renata Viganò avrebbe pubblicato “L’Agnese va a morire”. Tutti volevano scrivere la guerra, la Resistenza, la vita nelle città e sulle montagne, il mercato nero, le miserie umane, gli atti eroici e le vigliaccherie, il dolore e la speranza. Calvino lo fece in modo diverso dagli altri, con una scelta che poneva il suo romanzo a margine della Storia: per non sentirsi in soggezione avrebbe affrontato il tema “di scorcio”, attraverso gli occhi di un bambino che gioca a fare il grande, in un gioco più grande di lui. E probabilmente questa è stata la cifra caratteristica di un romanzo immortale che può parlare a tutti, ai più piccoli come ai grandi, in una dimensione che Pavese per primo definì ‘fiabesca’, come d’altronde è quasi tutta la produzione di Calvino.
Sono sicura che in quello che ho scritto finora molti lettori si ritroveranno, perché Italo Calvino per molti della mia generazione è stato colonna portante nel processo di costruzione del proprio sapere.
Photo HelenTambo on Instagram
Oggi, a distanza di oltre trenta anni e dopo averlo sfogliato e risfogliato nel corso del tempo, riprendo la lettura de “Il sentiero dei nidi di ragno” e lo faccio con i miei alunni prima di tutto, con la speranza e la curiosità di vedere che effetto farà su di loro, dopo che abbiamo cominciato un percorso sulla letteratura neorealista che ci ha già visto leggere nelle scorse settimane "L'Agnese va a morire" di Renata Viganò. E lo faccio con la comunità di TwLetteratura, che ha accolto con entusiasmo la mia proposta e mi ha offerto tutto il supporto organizzativo per il lancio della riscrittura di #NidiDiRagno, che spero coinvolgerà molti utenti di Twitter e molte scuole, in una rete grandissima senza obblighi formali né protocolli da seguire, se non il rispetto di un calendario e delle poche e semplici regole del gioco, che trovate qui.
Sarà il rinnovarsi dell’incontro con Pin e Cugino e del Comandante Kim. Un incontro che si rinnova e che mi trova emozionata, in attesa di scoprire cosa troverò ancora tra le righe di questo romanzo, nelle parole dei suoi protagonisti, nel paesaggio che Calvino aveva a sua disposizione, perché era fatto dei suoi luoghi, e che aveva bisogno di popolare con figure epiche tra Storia e storie.
Appuntamento quindi a lunedì 9 novembre con #NidiDiRagno.

venerdì 16 ottobre 2015

Ultima lettura: "Scomparso" di Ferdinando Albertazzi


Scomparso

Autore: Albertazzi Ferdinando
Dati: 2015, 113 p., rilegato
Editore: Mondadori Electa (collana ElectaYoung)

È scomparso, chissà perché e dove.
Fine della storia.
Invece è proprio adesso che la storia comincia.

Con queste parole termina il primo capitolo di questo breve romanzo che racconta della scomparsa del sedicenne Bobo e delle affannose ricerche che coinvolgono sua madre Ivana, il suo migliore amico, nonché compagno di scuola, Diego e il commissario Tarcisio Zanella, “un friulano imponente cresciuto a polenta e grappa”. Il padre di Bobo è assente nel racconto (se non marginalmente ricordato e solo perché si trova in viaggio nell’altra parte del mondo) e anche nella vita di Bobo.
Photo HelenTambo on Instagram

La tradizionalissima struttura di questa famiglia (papà, mamma e un figlio, come quasi impongono i nostri tempi, in cui fare figli e soprattutto seguirli è diventato un lusso e anche un peso), la tipologia dei genitori (quelli che fanno gli amiconi, che stanno sempre a inseguire la gioventù che sfugge inesorabilmente dalle mani e non si decidono mai a crescere davvero), la scuola e alcuni insegnanti, piccoli detentori di potere (piccolo anche quello, in grado tuttavia di demolire le personalità in formazione degli adolescenti), rendono un’immagine chiara del contesto in cui matura la sparizione del ragazzo.
Dopo le prime ventiquattro ore in cui nessuno si preoccupa del fatto che Bobo non sia rientrato a casa dopo le lezioni, dal momento che ogni tanto –senza avvisare- si allontanava pernottando fuori casa, Ivana denuncia la scomparsa del figlio.
Il racconto si articola in capitoli in cui la voce narrante è l’amico Diego che parla in prima persona, coinvolto fin dal primo momento nelle indagini, e altri in cui un narratore esterno racconta il susseguirsi degli eventi.
Il commissario Zanella si dimostra uomo pratico e capace, riesce a inquadrare subito le persone con cui ha a che fare, la frivola e infantile Ivana e il reticente Diego. La soluzione al giallo sarà più vicina di quanto si pensi, e allo stesso tempo imprevedibile e capace di tenere il lettore in sospeso fino all’ultima pagina.
Ma al di là della storia, misteriosa e quindi particolarmente intrigante, sono altri gli aspetti che di questo romanzo di Ferdinando Albertazzi (autore specializzato in letteratura noir per ragazzi e della serie “Camilla” per i tipi de “Il Battello a Vapore”, curatore di una rubrica su “Tuttolibri, il settimanale de “La Stampa”, dedicata alle letture per i giovani) mi hanno colpito. Forse proprio per la frequentazione dell’immaginario adolescenziale che ha caratterizzato sempre la produzione di Albertazzi, e per il fatto che si è sempre rivolto al mondo dei bambini e dei giovani, la sua capacità di indagare in quella che è la misteriosa (per gli adulti) psiche dei ragazzi offre al lettore la possibilità di riflettere su tanti aspetti della società contemporanea, sul rapporto genitori-figli, tema da sempre indagato ma stavolta con la variante dei genitori che sono più figli dei figli, sulla necessità che a volte i nostri ragazzi hanno di richiedere attenzione. E il racconto si snoda fluido, facendoci scoprire modi di vedere la realtà che ruota intorno agli adolescenti, dal loro punto di vista: è un libro che piacerà ai ragazzi, ma che sarà di stimolo a molti adulti.
Una sola nota stonata: a p. 76, nella descrizione fisica di Luigi Raffaele Carta, collega sardo del commissario Zanella, si parla di “sopracciglia cispose”; voglio sperare che le sopracciglia del buon Carta, siano solo cespugliose.
ElectaYoung è una nuova collana della casa editrice Mondadori Electa che dedica ai lettori adolescenti romanzi che “spaziano dal fantasy al thriller, dall’avventura al paranormal romance, dal diario intimo al racconto d’avventura”: è un marchio che al suo esordio il 22 settembre scorso è uscito con quattro titoli che destano interesse per tematiche e contesti. “Scomparso” in particolare ferma l’attenzione sulle irrequietezze dei ragazzi e allo stesso tempo lancia messaggi di speranza per una gioventù capace di prendere in mano la propria vita.

domenica 22 marzo 2015

Sul comodino: "Uno, nessuno e centomila" di Luigi Pirandello


Uno, nessuno e centomila

Autore: Pirandello Luigi
Dati: 2003, 190 p., rilegato; I ediz. Bemporad, Firenze 1926
Editore: Rizzoli - Corriere della Sera (collana I Grandi Romanzi Italiani)

Appena mi tocco, mi manco

Sono grata al lavoro che faccio per le possibilità che continuamente mi offre di leggere, rileggere, scoprire e riscoprire autori della nostra storia letteraria che forse molti relegano tra i ricordi studenteschi, senza avere più il desiderio di tirarli fuori dalla naftalina.
E invece i Grandi Scrittori non dormono solo nei manuali di storia della letteratura -analizzati, sezionati, interrogati, scomposti-, ma continuano ad aspettare quei lettori che, per caso o per volontà, abbiano ancora voglia di prendere in mano uno dei loro libri, in edizione integrale e non commentata.
Photo HelenTambo on Instagram

Quest’anno sto sperimentando #unlibroalmese con i miei ragazzi, a scuola: una selezione di libri che leggiamo nell’arco del mese, ognuno con i suoi ritmi e i suoi tempi, e che ‘riscriviamo’ su Twitter, seguendo il metodo TwLetteratura. Tra i libri scelti per coprire l’intero anno scolastico, stiamo leggendo in questo mese di marzo “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello e la cosa forse più stupefacente è che non è stato un titolo proposto da me, l’insegnante, ma da una studentessa, una ragazza di diciotto anni. Non so da dove le sia venuto questo desiderio, cosa sapesse di Pirandello e di questo romanzo, che dello scrittore siciliano, premio Nobel per la Letteratura nel 1934 è stato l’ultimo.
Non voglio dire della storia di Vitangelo Moscarda nulla che non si possa trovare sui libri di letteratura, su Wikipedia o sui siti specializzati, se non che, sintetizzando al massimo, si tratta della lucida e spietata analisi che un uomo, Moscarda appunto, fa di se stesso in quanto scomponibile in tanti Moscarda-Vitangelo-Gengè quanti sono gli sguardi che si posano su di lui, a partire dal suo stesso, guardandosi allo specchio. L’analisi è lucida, ma sfocerà nella follia, quando il protagonista comprenderà che quello stato è l’unico in cui si sente consapevole e libero (ricordando in questo le novelle “La carriola” e “Il treno ha fischiato”, solo per citarne un paio dove il tema della follia come fuga dalla realtà è centrale).
Ciò che in questa lettura mi sta piacevolmente sorprendendo sono le frasi che incontro e che mi fanno pensare a situazioni che mi si presentano con una certa frequenza, in questo periodo
; sarà forse perché quando leggiamo un romanzo abbiamo sempre bisogno di trovare agganci con il nostro vissuto, fatto è che mai come adesso considero una fortuna leggere questa storia.
L’intransigenza che spesso proviamo verso gli altri, più che per noi stessi (mentre è proprio verso di noi che dovremmo essere più severi), si ritrova nelle osservazioni a proposito degli atti compiuti: "quando un atto è compiuto, è quello”, compiamo un’azione che è solo una delle tante che potremmo compiere, vi restiamo agganciati e veniamo per quella giudicati da altri
ed è profondamente ingiusto essere giudicati per un gesto, una battuta, una leggerezza delle tante che potremmo compiere in buona fede. Il problema è che non siamo mai disposti a riconoscere la buona fede negli altri, quanto invece vogliamo che ci sia riconosciuta la nostra.
Moscarda è pazzo perché ne ha coscienza. E gli altri? Tutti quelli che percorrono la stessa strada strada? Si dicono savi, dice Pirandello, non hanno la consapevolezza di non essere quello che credono di essere.
Succede spesso. Ma quanto Pirandello dovremmo leggere tutti noi, che pensiamo di essere gli unici ad aver ragione?

NB: l’edizione a cui fa riferimento la scheda in apertura è quella edita dalle edizioni Rizzoli-Corriere della Sera, per la bellissima collana “I Grandi Romanzi Italiani”, pubblicata ormai più di dieci anni fa, ed è quella che sto effettivamente leggendo.

lunedì 28 aprile 2014

Ultima lettura: "Cosa vuoi fare da grande" di Ivan Baio e Angelo Orlando Meloni


Cosa vuoi fare da grande

Autore: Baio Ivan- Meloni Angelo Orlando
Dati: 2013, 172 p., brossura; disponibile in formato ePub
Editore: Del Vecchio Editore (collana Formelunghe)

Solo gli uomini le sparano grosse e covano sogni
 e studiano tutta la vita
anche se sanno che i sogni sono fragili,
le notti lunghe e solitarie,
gli amori un affare per pochi.

A volte essere una lettrice disordinata è un grosso svantaggio, soprattutto per i libri. Passare da un classico come Simenon a due quasi esordienti come Ivan Baio e Angelo Orlando Meloni (Baio mi pare di capire che sia alla sua prima prova narrativa, mentre Meloni è autore di un altro romanzo, “Io non ci volevo venire qui”, che a questo punto dovrò leggere) può lasciare spazio a qualche disorientamento.
Passare soprattutto da un genere di romanzo finemente psicologico a uno surreale e grottesco che fa l’analisi psicologica sì, ma ad un intero sistema sociale, è veramente un salto nel vuoto per chi legge e per chi è letto (dopo Simenon, in questo caso). Insomma, mal gliene incolse al duo Baio-Meloni, verso i quali per tre quarti del loro libro ho nutrito sentimenti discordanti, tendenti soprattutto allo sfavorevole.
Photo HelenTambo on Instagram

Intanto, di che si tratta: Volkan Kursat Bayraktar, un giovane (e sfigato, ma bravissimo) studente turco al prestigioso Massachusetts Institute of Technology, aspirante ingegnere, inventa il futurometro, aggeggio avveniristico in grado di stabilire quale possa essere il destino degli studenti, in base alle loro attitudini, misurate su parametri imperscrutabili. A dieci anni dall’esordio, il futurometro ha rivoluzionato l’esistenza di Volkan, diventato ormai ricchissimo, e la naturale evoluzione della società. La scuola elementare Attilio Regolo viene selezionata dal Ministero dell’Istruzione Privata e Pubblica per la sperimentazione in Italia della macchina che cambierà la vita dei suoi piccoli alunni. Così, in un tripudio di fanfare, buffet, striscioni, cori organizzati, mise improbabili, sfilano la direttrice della scuola, le mamme, alcuni diabolici bambini, i bidelli: in mezzo a tutti, Gianni e Guido, amici per la pelle, ragazzini ai margini, eroi involontari di un evento al limite dell’incredibile.
Divertimento e fastidio per qualche forzatura di troppo si sono alternati in crescendo: in 109 pagine di ebook, le 172 pagine della brossura, sono concentrati troppi nomi (tutti fin troppo fantasiosi come Dagoberto Domenicani, Onofrio Ora, Gemma Tuttacani, Giangiglio, Aldomarco, Grammazio, Edo Doni ecc. ecc.), troppe catastrofi descritte con toni apocalittici alla Ammaniti al massimo della sua ispirazione splatter (senza essere Ammaniti al massimo della sua ispirazione splatter), troppe scene che si accavallano e che rischiano di confondere il lettore.
A quasi tre quarti della lettura ho cominciato però a intravedere qualcosa di meno scontato del voler essere a tutti i costi divertenti: fino a quel momento mi ero immaginata i due autori al lavoro, un po’ stravaccati sul divano, a immaginare le scene e a fare a chi la spara più grossa, più apocalitticamente divertente, più grottesca, a fare a chi si inventa i nomi più strampalati, le descrizioni più trash, le battute più cinicamente spiritose. Sicuramente le cose non sono andate così, magari Baio e Meloni hanno lavorato più professionalmente da come li ho pensati, forse a distanza, scambiandosi file di confronto, scrivendo versioni diverse delle stesse scene per poi decidere quale promuovere: insomma, non ho idea di quale sia stata la genesi di questo romanzo, ma per quasi tutto il tempo della lettura i due autori me li sono immaginati così, un po’ stravaccati, sia pure attenti ad una forma assolutamente ineccepibile, snella, veloce, con una grande cura per il lessico. Poi, ripeto, qualcosa è cambiato, e ho cominciato a vederli seduti a tavolino, uno di fronte all’altro, seriamente impegnati a trovare la forma migliore per raccontare una storia di emarginazione sconfitta, una storia in cui non solo è la scuola ad essere protagonista (una scuola un po’ patetica, che pensa che l’innovazione tecnologica sia la panacea di tutto e che rischia di trascurare le persone, specie le più difficili), la storia di un’invenzione inutile, quella con la quale si pensa di poter predire il futuro ai nostri alunni.
Le perplessità che avevo all’inizio si sono dissolte: scegliere di parlare di scuola in modo così surreale, ponendo l’attenzione su quelli che sono davvero i suoi problemi, è stato coraggioso. Non so quanto questo coraggio sia consapevole nei due autori, ma intanto il risultato è questo: un romanzo breve, onirico al limite dell’incubo fantascientifico, eppure così vicino ad una paradossale realtà.

martedì 18 marzo 2014

Come un racconto, i miei #TwSposi


Oggi termina #TwSposi, l’ultimo progetto di riscrittura in tweet promosso da twitteratura.it. Definirlo ultimo forse è improprio, dal momento che è già in corso #TwiFavola, riscrittura di “Favole al telefono di Gianni Rodari, ed è in procinto di iniziare #Lussu, la lettura (in qualche caso rilettura) e riscrittura di “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu. Senza dire poi delle altre esperienze di twitteratura promosse da più account di Twitter, segno evidente che ormai il metodo esiste (“Questa twitteratura esiste ed è un progetto di Paolo CostaEdoardo Montenegro, e Pierluigi Vaccaneo”) e fa proseliti.
Photo Elena Tamborrino
Anche per #TwSposi la procedura è la stessa delle precedenti riscritture e non mi dilungherò a descriverla: 38 capitoli, ciascuno da (ri)leggere e riscrivere in tre giorni, a partire dal 25 novembre 2013 ad oggi, supportati dalla piattaforma di Tweetbook per la produzione, da parte degli utenti, delle storie fatte di tweet. L’elemento di novità è rappresentato, oltre che dalla presenza di Iuri Moscardi come project manager, da quella delle scuole come utenti privilegiati. L’invito infatti, all’annuncio dell’iniziativa, era rivolto agli insegnanti che avessero avuto voglia di cimentarsi con un’esperienza di twitteratura insieme ai propri alunni, riscrivendo quello che, nella storia della nostra letteratura, è IL romanzo per antonomasia, “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.
Un progetto sicuramente ambizioso che ha incontrato il favore di circa una ventina di scuole, che sono state tutor, anzi #Bravi (super-utenti che si sono volta per volta relazionati in modo più diretto con la comunità), di uno o più capitoli del romanzo.
Un altro elemento di novità rispetto ai progetti precedenti è rappresentato dalla creazione  degli account di alcuni dei personaggi del romanzo, come @TwDonAbbondio, @TwLuciaM, @TwInnominato,@TwDonRodrigo, @Tw_Renzo e così via fino a coprire anche la personificazione della peste del Seicento e dei capponi che Renzo Tramaglino porta in omaggio al dottor Azzeccagarbugli (@TwAzzeccaGarbugl).
Scendendo nel dettaglio, immagino che ciascuna scuola, ciascun gruppo di studenti, ciascun insegnante coinvolto, abbia organizzato il proprio lavoro seguendo una metodologia studiata ad hoc. Io mi sono ritrovata ad affinare mezzi, strumenti e metodi un po’ sull’onda dell’improvvisazione, che poi è diventata regola strada facendo, con un gruppo di ragazzi della @4AFM_ITES: primo passo quindi è stata la creazione di un account di classe ufficiale, con il quale seguire in modo particolare i tre capitoli che ci erano stati affidati (i capp VIII, XIV e XXIV), immediatamente dopo anche i ragazzi si sono dotati di un proprio account. Abbiamo quindi twittato per #TwSposi sia con i nostri account individuali, che con l’account ufficiale della 4^A Amministrazione Finanza e Marketing dell’ITES “A. Cezzi De Castro” di Maglie, spesso prestato al resto della classe, in sessioni di riscrittura collettiva.
Indispensabile, oltre alla mailing list, si è rivelato il gruppo #PromessiSposi4AFM creato su iniziativa dei miei ragazzi su WhatsApp: è servito per chiarire dubbi, informarsi reciprocamente del lavoro svolto. Non era programmato dall’inizio, è venuto per rispondere a esigenze immediate, si è rivelato efficace mezzo di comunicazione.
Abbiamo prodotto 920 tweet (compresi i RT) con l’account ufficiale di classe @4AFM_ITES e molte altre centinaia individualmente (probabilmente la partecipazione all'evento è stata numericamente elevata a livello individuale più che collettivo), oltre a 10 tweetbook: non conosco ancora i dati ufficiali, ma credo che la partecipazione di Aldo, Anna Laura, Carla, Daniele, Giulia, Giorgia, Giorgio, Isabella, Vanessa e Maria Vittoria sia stata massiccia e importante. Certo, gli esiti non sono stati tutti sempre adeguati, sono emerse dalle loro riscritture -sulle quali per scelta non sono intervenuta a correggere- molte incertezze a livello soprattutto morfosintattico, spesso anche semantico-lessicale e più in generale di comprensione del testo. Ma la ricaduta didattica si è sentita da subito: l’esercizio continuo alla sintesi, alla ricerca dei collegamenti, ai giochi linguistici, all’uso di detti popolari e dialettali che li ha costretti a fare inferenze con il loro vissuto, ha affinato doti che potranno solo ulteriormente confermarsi.
Il punto forte dell’esperimento è stato sicuramente il coinvolgimento delle scuole e dei ragazzi che non conoscevano Twitter e che ne hanno apprezzato le potenzialità; inoltre credo che la comunità, che ormai da anni si raccoglie intorno alla Twitteratura e al suo partner, la Fondazione Cesare Pavese, diventando sempre più numerosa e attiva, abbia dato prova di grande volontà. Tuttavia quella stessa comunità ha mostrato un aspetto che si può forse considerare una lieve criticità, a mio parere: proprio in quanto comunità coesa, dove ormai tutti più o meno si conoscono virtualmente e non, tenere nascosta l’identità degli account che si celavano dietro i bot dei personaggi di #TwSposi è stata una mossa probabilmente non indovinata. Se si è partecipato attivamente a più progetti di twitteratura, interagendo con altri utenti in un rapporto alla pari, relazionarsi con quegli stessi utenti, stavolta sotto mentite spoglie, non è stato sempre agevole, anzi spesso nel mio caso ha creato imbarazzo vero e proprio. Per questo sono stata grata a @erykaluna che in privato mi ha svelato di essere il bot di Lucia Mondella: come abbiamo avuto modo di dirci, per me sapere che mi rapportavo con lei ha contribuito a gestire l'interazione con @TwLuciaM in modo più spontaneo e semplice. In altri casi, mi sono un po' 'tenuta', soprattutto quando avevo dei sospetti sulle reali identità e magari mi sentivo a disagio. Questo credo sia un aspetto da non sottovalutare, nel caso di un prossimo esperimento del genere, dove i bot sono così numerosi e soprattutto presi all'interno della stessa comunità.
Infine, una piccola riflessione merita il romanzo: se è vero quel che si dice, e cioè che la musica è stata scritta tutta, alla fine di questa ennesima lettura de “I promessi sposi”, che ha consentito piani diversi di analisi, occhi e sensibilità rimodulati per venire incontro a ciò che il gioco chiedeva (sintesi, collegamenti, astrazione), penso che a giusta ragione si possa affermare che Alessandro Manzoni ha scritto tutto, che tutti i romanzi sono racchiusi nella sua opera: la storia, la folla, l’individuo, la fine psicologia, la descrizione dei paesaggi, i momenti lirici, il sacro e il profano, il dramma e il riso, la sottile ironia, la cronaca austera, la suspense.

NB. Mi sembra importante segnalare il manuale di Twitteratura