domenica 20 ottobre 2013

Ultima lettura: "Marina Bellezza" di Silvia Avallone


Marina Bellezza

Autore   : Avallone Silvia.
Dati: 2013, 509 p., rilegato; ePub con DRM 3,1 MB
Editore: Rizzoli (collana Scala italiani)

“È il momento di guarire, si disse Andrea, di diventare adulti”


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#MarinaBellezza alla fine della prima parte toglie il fiato. Partito in sordina, diventa travolgente”: questo è ciò che pensavo e scrivevo su Twitter, dopo la lettura delle prime duecento pagine, quelle della sezione “Far West” (cui seguono “Parte seconda: Cowboy vs Cinderella” e “Parte terza: Eldorado”). Fino a quel momento ero andata avanti confidando nella bontà della storia e in personaggi che già mi sembravano ben disegnati, ma solo dopo quelle prime duecento pagine, il romanzo è decollato, trascinandomi come non mi accadeva da tempo.
Marina e Andrea sono giovani e fanno una scommessa con la vita; vanno però in direzioni opposte, lei verso la sperata carriera di cantante, supportata da concorsi e partecipazioni a talent show, lui alla ricerca delle radici e dell’essenziale per poter confidare in un futuro concreto, di duro lavoro sulla montagna. Lei, incapace di vivere senza l’apprezzamento altrui, lui che viceversa quel consenso lo rifugge, sono agli antipodi per carattere e aspirazioni, si attraggono e si respingono continuamente: il loro è un amore inesorabile, a tratti distruttivo eppure capace di energia positiva, a tratti ottimista.
Quando è così, quando puoi pensare che adesso le cose si mettono bene, che la felicità potrebbe essere a portata di mano, tifi per Andrea, che dei due nel rapporto sembra il più dipendente, capace di accettare per amore ciò che più detesta (i centri commerciali affollati dove lei si esibisce, lo showbiz al quale Marina invece aspira con tutte le sue forze, l’imperfezione della vita alla quale lei lo costringe, la precarietà che accompagna i loro incontri), anche se poi, nel momento in cui ciclicamente accade il diluvio tra loro, speri solo che Andrea guarisca da lei o che lei guarisca da se stessa. Allo stesso modo non riesci a tenere per lei, perché Marina è irritante ed egoista, è una che gioca a nascondino, è una di quelle persone che “non cambiano perché non possono cambiare. Le persone come Marina non appartengono a nessuno, perché non riescono ad appartenere nemmeno a loro stesse”. E a lei Andrea dice «Tu fai le cose così: perché ti va di farle. Non t’interessano le conseguenze, non t’interessano gli altri…». Intanto però ti fa tenerezza, nella sua ostinazione.
Insomma, in questa storia è facile parteggiare, è facile lasciarsi trasportare, patire e compatire. Un pregio non di poco, in un momento in cui leggere storie che veramente raccontino qualcosa è sempre più difficile. A questo si aggiunge una scrittura fluida e coinvolgente, una sintassi piana e incisiva: le parole si strutturano in costruzioni pulite, non c’è un momento in cui ti chiedi cosa vogliano dire, quale sia il significato nascosto tra le righe. Tutto è lì, facile, quindi puoi concentrarti su Andrea e Marina, sulle loro famiglie diversamente stortignaccole, ma disastrate allo stesso modo, sulle frustrazioni di Elsa, la ex compagna di liceo di Andrea, dottoranda di ricerca senza un futuro possibile. Puoi concentrarti sugli amici di Andrea, quelli che assisteranno alla sua rovina e alla rinascita, su Donatello, improbabile agente di spettacolo, sulle vacche grigie sulle quali si concentrano le speranze di un giovane che, in un momento così critico per l’economia, decide di puntare sul passato di suo nonno, sulle montagne.
La fine del romanzo ti lascia interdetto a chiederti quale sia la direzione giusta per questi personaggi, quale sia la scelta che Marina sembra fare, fino a quando durerà, se durerà. Marina Bellezza ha tiranneggiato per oltre cinquecento pagine e lo fa fino in fondo, quando ormai pensi che non può succedere null’altro. E invece…
“@Exlibris2012: Saluto a malincuore #MarinaBellezza di Silvia #Avallone, bravissima a disegnare un personaggio grandioso, una specie di bisbetica domata”

sabato 12 ottobre 2013

Come quando


Come quando ti tagli le unghie cortissime. Perché si è spezzata quella del pollice e allora devi per forza accorciarla e poi, non si capisce come, si spezza anche quella dell’indice e neanche fosse un’epidemia, ti sembra che tutte siano lunghe in modo irregolare, antiestetico. Provi a togliere lo smalto con il solvente, pensi che magari te le puoi limare, portarle tutte alla stessa lunghezza, non troppo né poco, una cosa giusta, sobria. E magari provare a mettere lo smalto color avorio, quello per la french, che poi sembra che hai su quello trasparente, fa molto fine. Poi, mentre sei lì a passare la lima di cartone, quella con la carta vetro, sottile da un lato e sottilissima dall’altro, decidi di ricominciare da zero, prendi il tronchesino e tagli le unghie dritte, come se le tue fossero mani di uomo. Perché pensi che così puoi cominciare dal nuovo, da zero appunto, come se non fossero mai state rosse ad adornare, in perfetti ovali, le punte delle tue dita.

Come quando decidi che vuoi cambiare tutto e cominci col fare ordine in quel cassetto dove per anni hai ficcato tutto quello che non trovava posto altrove, tutto quello che non aveva proprio per niente un posto: non avevi previsto che per le pile, i lacci per le scarpe, gli elastici, le ricevute, i santini che hai preso in chiesa, i pacchetti di chewingum cominciati, le matite spuntate, le biro consumate, che non vuoi buttare perché ti piacciono e poi non sai dove differenziarle perché sono fatte di plastica ma anche di metallo, ci dovesse essere un posto preciso. E così hai buttato tutto lì, in quel cassetto, che ora pretendi di svuotare per fare pulizia e per scoprire che il tempo non ti basta e così rimetti tutto dentro e chi s’è visto, s’è visto, sarà per un’altra volta.

Come quando scorri la rubrica dei contatti sul tuo cellulare e sai che molti di quei nomi ormai è inutile tenerli in memoria, ché è solo una memoria virtuale, mentre la tua, quella vera, non conserva altro che immagini sbiadite, discorsi lisi, risate consumate e soprattutto ormai inutili. E allora pensi che puoi cominciare da lì, che forse devi cancellare qualcuno di quei nomi, che forse tra quelli c’è chi lo ha già fatto con il tuo e cancellandoti il nome ti ha eliminato dalla sua vita e tu non lo sai. Quindi è una prova di forza, pensi che non sia necessario portarsi sempre dietro un fardello di passato, che i tuoi ricordi non servono più, non sono nemmeno tanto vividi ormai, a che ti servono?

Insomma, è come quando decidi che, arrivata a un certo punto, devi riprenderti la vita, devi cambiare registro e voltare pagina, tirare un’altra volta il dado e vedere cosa esce. Ma poi, come quando è Capodanno e vuoi buttare le cose vecchie e ti metti le mutande rosse ché porta bene e indossi qualcosa di nuovo, ti accorgi che, passato appena un po’ di tempo, quello che serve per abituarsi, il nuovo è già vecchio e di quello che hai cominciato, è già ora di sbarazzarsi.

NB. Questo racconto è apparso già nel blog di Saverio Simonelli Inoltre: grazie a Saverio per la squisita ospitalità.

martedì 8 ottobre 2013

Ultima lettura: "Cate, io" di Matteo Cellini


Cate, io

Autore: Cellini Matteo
Dati: 2013, 216 p., rilegato
Editore: Fazi (collana Le strade)

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Il compleanno dei diciotto anni è la tappa più attesa per un adolescente. Non è così per Caterina, altrimenti Cate, la protagonista del romanzo d’esordio di Matteo Cellini, vincitore del Campiello Opera Prima 2013.
Caterina è obesa in un famiglia di obesi, dove ha un posto e sa di esistere come Caterina, appunto. Fuori dalla sua casa invece è una non persona, così si definisce, ed ogni volta è Cate-ciccia, Cater-pillar, Cate-bomba. Caterina si attrezza ed esce ogni giorno a fare la guerra, vedendo in tutti dei nemici nati apposta per prenderla in giro: ecco perché non salta un giorno di scuola, per essere sicura che in sua assenza non si parli di lei. Ma arriva il momento in cui di lei si deve parlare per forza, perché arriva il suo diciottesimo compleanno e dovrà essere festeggiato come tutti quelli dei compagni di scuola che l’hanno preceduta: stesso locale, stesse pizzette, stessa musica e stessa scelta del vestito per la festa. Già, il vestito per la festa, la farsa, la finzione, il simbolo di ciò che deve fingere di essere e che non si sente di essere, un’adolescente come un’altra. Sarà rosso, così si vede meglio. Un incubo.
In effetti Caterina non è un’adolescente come un’altra e non tanto perché è obesa, o meglio, non solo perché è obesa, ma perché questa sua condizione l’ha fatta diventare un’acuta osservatrice della realtà che la circonda e di cui analizza spietatamente e sarcasticamente tic, vizi, eccessi, sempre però dal suo punto di vista, che è viziato da uno sguardo fin troppo disincantato, che a volte non vuole vedere ciò che è evidente, ad esempio l’amicizia e l’affetto di Anna, la sua compagna, quella che sale ogni mattina con lei le scale dell’edificio scolastico. E se Caterina è ogni volta Cate-ciccia ,Cater-pillar o Cate-bomba, anche lei ha soprannomi cattivi per gli altri: Anna è l’Annoievole, Antonella è Analfabeta, Giulio l’Amante (perché sempre innamorato e mai corrisposto). Insomma, anche Caterina è feroce e non solo con se stessa.
La vita di Caterina scorre tra lezioni e casa, attraverso il rapporto che ha con i genitori, i fratelli, la nonna con la quale condivide letture impegnative, la Prof. Mazzantini, Anna e infine Giacomo, che rappresenterà la sorpresa e il riscatto di questa ragazzina difficile ed esigente.
A Matteo Cellini va il merito di aver saputo mettersi negli ingombranti panni di Caterina, dando voce ai suoi pensieri e alle sue azioni, talvolta disperate: la descrizione dell’attacco bulimico che sorprende Cate (e sorprende soprattutto il lettore per la sua violenza) ha qualcosa di drammaticamente verosimile, che disturba e allo stesso tempo attrae, come se non ci si volesse fermare, per sapere fino a che punto una crisi autodistruttiva del genere può arrivare. Tuttavia non si può passare oltre alcune sinestesie, similitudini e metafore improbabili, per non dire di alcune costruzioni sintattiche ardite, delle quali Cellini sembra compiacersi: frasi come “il caffè macchia l’aria di un odore forte come un cane dalmata” o “mando in frantumi il piano regolatore della notte” lasciano interdetti a chiedersi cosa significhino.
“Cate, io” è un libro che si legge facendo un po’ di fatica, che stenta a decollare, che non riesce a coinvolgere per l’assenza di azione, fino a quando un avvenimento e due cominciano a ‘fare storia’ e allora ci si fa prendere e si arriva in fondo, con la consapevolezza raggiunta che questa storia un significato ce l’ha, anche se è difficile da trovare.


mercoledì 2 ottobre 2013

Ultima lettura: "L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore" di Michela Marzano


L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore

Autore: Marzano Michela
Dati: 2013, 206 p., brossura; 285,6 KB, ePub
Editore: UTET

"L'amore non dà tregua. È esigente.
 E basta un attimo per restare con il guscio vuoto 
di tutto quello che si è perso"

“L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore” è il nuovo libro di Michela Marzano, giovane filosofa, direttore del dipartimento di Scienze sociali alla Sorbona, che ha sollevato all’inizio della mia lettura non poche perplessità. Non perché non mi piacesse, ma semplicemente perché mi aspettavo altro. Mi aspettavo il classico saggio sull’amore, probabilmente sulla scorta della fama della Marzano, studiosa della Normale di Pisa, giovanissima affermata docente universitaria, commentatrice de La Repubblica e deputato del PD.
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Invece scopro che, rinunciando sempre al tono cattedratico e austero che spesso il saggista assume, già in precedenza l’autrice si era misurata con tematiche complesse come le dinamiche di oppressione femminile e sudditanza al potere maschile (“Sii bella e stai zitta. Perché l'Italia di oggi offende le donne”, Mondadori 2010) o come l’impatto che il consumo della pornografia ha sulle giovani generazioni (“La fine del desiderio”, Mondadori 2012), o ancora come il senso e il valore della fiducia negli altri nella società di oggi (“Avere fiducia. Perché è necessario credere negli altri”, Mondadori 2012). E scopro anche che Michela Marzano non è nuova al raccontarsi. Lo ha fatto anche con “Volevo essere una farfalla” (Mondadori, 2011), dove affronta il tema dell’anoressia mentale, a partire dalla sua esperienza.
A questo punto non è stato difficile comprendere il motivo per cui l’autrice sceglie di parlare d’amore utilizzando la sua storia personale come paradigma e partendo da Emily Dickinson, poetessa statunitense tra i maggiori lirici del XIX secolo, votata ad un amore platonico e infelice che le occuperà tutta la vita, della quale cita “Che l’amore sia tutto quel che c’è”.
Alla mia generazione non sono mancate le letture giovanili sul tema dell’Amore: Erich Fromm con “L’arte di amare” e Alberoni con “Innamoramento e amore” sono stati forse gli autori e le opere più letti e più discussi degli anni Ottanta; inoltre, da altre recenti letture in cui è citato, scopro che un po’ di argomenti di confronto sarebbero derivati anche da quel “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes, che solo adesso mi appresto a leggere, insieme ad ”Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi” di Zygmunt Bauman, tanto per citare un testo più recente, presente nella bibliografia consultata dalla Marzano. E nella bibliografia di “L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore” sono presenti titoli di saggistica (i già citati Fromm, Barthes e Bauman , ma anche Marx, Kierkegaard, Nietzsche, Pascal) accanto ad autori di poesia e di narrativa (La Dickinson che ha suggerito il titolo a questo libro, Pavese, Stendhal, Valéry, Buzzati, Carrol), segno che Marzano ha trovato stimoli per la riflessione sul tema sia presso i filosofi che presso gli scrittori, cercando ovunque sostegno alle proprie teorie. Tuttavia Marzano trova che le numerose pubblicazioni filosofiche spesso non soddisfino pienamente l’esigenza di sapere di più dell’amore, che si limitino quasi esclusivamente alle distinzioni tra eros, philia e agape e che non abbiano le parole (o il coraggio) di dire semplicemente “che l’amore è l’unico rischio che vale la pena correre”.
Le sue teorie partono quindi principalmente dalla sua esperienza diretta, che racconta qui senza falsi pudori, aprendosi completamente e sviscerando reazioni, pensieri, dolori.
Ho quindi pensato di partire dalle note al libro che ho evidenziato sul mio ereader e sulle perplessità che mi venivano procedendo nella lettura. Perplessità che avevano origine dalla domanda “ma si può pretendere di parlare dell’amore in senso generico, pensando che la propria esperienza possa essere assunta da tutti come insieme di tratti universali”? e che erano destinate a sciogliersi, conclusa la lettura. Perché in effetti, se si parte da ciò che si sa bene perché si è vissuto, si troverà sempre qualcuno che si riconoscerà in ciò che si racconta.
Così Michela Marzano parte dai sogni di bambina, presto infranti contro il muro delle ferite, delle disillusioni, delle perdite. Procede con l’analisi dei comportamenti che è più facile assumere, coltivando aspettative destinate a restare deluse (”Forse non ci si dovrebbe aspettare proprio niente, visto che le cose più belle accadono sempre all’improvviso”) e recriminazioni che non portano nulla (“Perché lui non c’è. Oppure c’è, ma non ascolta. Oppure ascolta, ma non capisce”: quante donne non l’hanno mai pensato del proprio uomo? Ma “noi donne siamo spesso ridicole. Talvolta patetiche”). Continua, Michela Marzano, con l’esaminare l’immaginario, le lenti deformanti con le quali l’amante vede l’amato, con la paura della perdita che tiene vivo un rapporto (“Ed è proprio quando non si ha più paura di perdere la persona amata, che l’amore si spegne” e forse è vero, ma sarebbe bello poterne discutere: la provocazione, lanciata su Twitter durante la lettura, ha sollevato un piccolo dibattito), con le zone d’ombra che ogni rapporto amoroso porta con sé.
Un aspetto estremamente interessante riguarda il dissenso, la possibilità di riconoscere all’altro il diritto di mandarci a quel paese ogni tanto, perché ciò non toglie nulla all’amore che prova per noi. E ancora quella capacità, credo prettamente femminile, di piegarsi alle esigenze di libertà dell’uomo, di accontentarsi anche delle briciole del tempo che lui può dedicarci (“Lo guardo in silenzio mentre il cuore impazzisce dentro. Un silenzio lungo un’eternità. Prima di dirgli che mi accontento di poco. Che va bene lo stesso. Che sto bene anche da sola.”).
L’autrice passa in rassegna i suoi dubbi, i suoi timori e le sue insicurezze di giovane adulta che si interroga anche sulla maternità, sull’amore di una madre per il proprio figlio, con una domanda ricorrente: “Ma se poi ho un figlio mi devo alzare presto per accompagnarlo a scuola, vero?”, come se non avere voglia di farlo possa diventare motivo di disapprovazione da parte degli altri.
La scrittura di Michela Marzano avanza linearmente, a seguire il flusso delle riflessioni, che si affacciano alla mente conseguentemente l’una all’altra. Torna sui concetti, come se ci ripensasse via via che si presentano nuovi aspetti da sviscerare. E questa giustapposizione di pensieri procede per frasi nominali, brevi e contrapposte come idee puntuali alle quali dare voce immediata, senza studiarne troppo la resa retorica, anzi, senza alcuna retorica, semplicemente mettendosi a nudo e facendosi riconoscere.

mercoledì 18 settembre 2013

Ultima lettura: "I baci di una notte" di Antonella Boralevi


I baci di una notte

Autore: Boralevi Antonella
Dati: 2013, 255 p., rilegato
Editore: Rizzoli (collana Rizzoli Best)

 "Questa è dunque La Montagna. 
Queste macchie nere nere che ti schiacciano. 
Questi pietroni che avanzano fin sulla strada. 
Questa notte gigantesca. Eppure, lei non ha paura."

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I ricchi hanno nomi altisonanti e ricercati, ad esempio Sigieri. O Drusilla, come la madre di Sigieri, appunto. O addirittura Altagrazia, come l’anziana cameriera che ha cresciuto Sigieri: sarà pure una cameriera, ma è cameriera di ricchi, quindi ha un nome da ricca, altisonante e ricercato. I ricchi si accorciano vezzosamente i nomi altisonanti e ricercati che portano, infatti Sigieri lo chiamano Sigi e i suoi amici ricchi sono tutto un profluvio di Ele, Bea, Filo, Marti, Dile e via abbreviando.
I povericristi hanno nomi modesti, magari ereditati da qualche nonno, nomi di famiglia che si appiccicano ai bambini come etichette, marchi di fabbrica e segnali di appartenenza, come Santina. Oppure si chiamano in modo esotico come Gessica, ma con la G, perché è più italiano. Qualche volta anche i povericristi usano i diminutivi, come per Tore, che veramente sarebbe Salvatore, ma è lungo e quindi va bene Tore.
I ricchi non si sa bene cosa facciano nella vita oltre ad essere ricchi. Probabilmente vivono di rendita, ci sarà chi lavora per loro, sicuramente i giovani ricchi si annoiano, anche quando si divertono.
I povericristi fanno gli inservienti in una popolare catena di fast food, oppure le sciampiste. Come Santina e Gessica, tanto per dirne due a caso. Tore ancora è piccolo, è il fratellino di Santina e deve ancora andare a scuola.
I ricchi si spostano quasi sempre solo per piacere, ma lo fanno con la loro noia altezzosa, ripetendo luoghi e gesti e riti, tramandandoseli per generazioni, inutilmente.
I povericristi spesso lasciano il loro paese al sud, ad esempio Termini Imerese di sole e di mare, e vanno a lavorare a Cernusco sul Naviglio, al nord.
Qualche volta i povericristi hanno una botta di culo e il parroco li porta in gita. Sulla neve. A Cortina. Dove vanno i ricchi di solito. A Cortina si chiude il cerchio di qualche storia. Ad esempio di questa storia, raccontata in “I baci di una notte”.
Gli ingredienti del nuovo romanzo di Antonella Boralevi, giornalista, sceneggiatrice e scrittrice al suo diciassettesimo libro, sono questi, pochi e incisivi.
All’inizio della lettura sembra tutto un po’ stereotipato: la faccenda dei nomi, mamma Drusilla che non può che dormire avvolta in sete e pizzi, Santina che non può che avere le unghie rosicchiate, i sederi alti e i pancini scoperti delle varie Sofi, Bea, Ele, le amiche di famiglia che sembrano tutte delle martamarzotto vestite nei tradizionali dirndl bavaresi, Gessica che invece –poveracrista come Santina- è un po’ cicciotta. La storia procede così, descrivendo parallelamente mondi distanti, che per un caso, nei tre giorni della vigilia di fine anno, a Cortina (e Boralevi dice che Cortina era perfetta per immaginare questa storia, quando ha cominciato a immaginarla e poi a scriverla), sono destinati a toccarsi appena. Ma per quel poco che si toccano, rovesciano tutte le situazioni fino a quel momento costruite nella narrazione. L’incontro casuale tra il giovane smagato Sigieri e l’ingenua, sprovveduta Santina fa da detonatore per una vicenda che, da quel momento in avanti, procede a precipizio come una valanga (siamo sulla neve, in un rifugio alpino, la notte di Capodanno, isolati dal mondo), lasciandoci in fondo senza fiato, con il cuore oppresso dagli avvenimenti e le tante domande su come sarebbe potuta andare se…
“I baci di una notte” è così: un romanzo che all’inizio può dare l’impressione di essere un po’ lezioso, anche scontato, per poi sorprendere e travolgere.
La prosa di Antonella Boralevi è fluida, lo stile è minimalista, frasi brevi, dialoghi serrati, descrizioni attente ai particolari, tutti necessari per portare il lettore lì, in quelle stanze, a vedere quelle persone, a sentire le loro parole. Come capita a Santina e Gessica, sedute a un tavolino appartato, vicino alla toilette, spettatrici inconsapevoli di essere fatalmente volte a diventare protagoniste, a oscurare figure slanciate appena coperte, orecchini tintinnanti, boccoli biondi, fuoristrada, champagne e vizi.

lunedì 9 settembre 2013

Ultima lettura: "L'importo della ferita e altre storie" di Pippo Russo


L’importo della ferita e altre storie

Autore: Russo Pippo
Dati: 2013, 300 p., brossura
Editore: Clichy

Se volete sapere come nascono certi fenomeni letterari, non leggete questo libro perché non trovereste una risposta. In compenso potreste sapere perché certi fenomeni letterari non hanno ragione di essere, e questo è decisamente più interessante.
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“L’importo della ferita e altre storie” è un saggio che analizza con scrupolo e severo metodo i romanzi di alcuni scrittori italiani di bestseller, per dimostrare in che modo proprio quegli elementi che si vorrebbero far passare come particolarità stilistiche e vezzi d’autore siano in realtà le fondamenta di bluff colossali. Un saggio sui generis però, un saggio divertente da leggere, che va ad incrementare questo filone di saggistica abbordabile anche da lettori non specialisti, un po’ come la "Fenomenologia di YouPorn" di Stefano Sgambati (con i dovuti distinguo, non fosse altro per l'argomento).
Quello di Pippo Russo (sociologo e giornalista) è un approccio alla lettura diverso da quello determinato dal puro diletto: si legge per leggere e si legge per analizzare.
Non c’è maggiore leggerezza o superficialità nel primo criterio di avvicinamento ad un testo, cioè quello finalizzato al piacere, c’è semmai una predisposizione a lasciar scorrere sotto gli occhi le trame, anche quando presentano situazioni inverosimili o contraddittorie, una tendenza a farsi prendere dal ‘capirò senz’altro andando avanti’, anche se poi invece si va avanti ma si dimentica di tornare indietro a controllare cosa non ci tornava. Però è anche vero che ti senti un po’ stupido, dopo aver preso atto che ciò che avevi fatto fluire nella testa quasi senza accorgetene, era pieno zeppo di errori grossolani, improprietà lessicali, incongruenze nella storia. E ti chiedi “ma come ho fatto?”: Pippo Russo la chiama ‘cecità selettiva’, riferendosi in particolare alle cosiddette volette, le lettrici fedeli di Fabio Volo, ma il fenomeno si estende a tutti gli affezionati lettori degli autori da lui presi in considerazione. Questa non vuole essere una giustificazione, solo una constatazione.
Se invece leggi per analizzare, segui necessariamente un certo protocollo, esamini dei parametri, misuri il testo. Con questo scopo Pippo Russo si è fatto carico della lettura dell’opera omnia di sette scrittori (forse lo devo mettere tra virgolette? No, dai…) per sette capitoli, suddivisi per tipologia: Giorgio Faletti, Fabio Volo e Federico Moccia per i ‘libro-panettonisti’, Pupo e Giuliano Sangiorgi per i narratori improvvisati, Antonio Scurati e Alessandro Piperno per la categoria ‘premiati’ (per cui poi è facile che emergano domande del tipo “Premiati, ma perché?”, “Ma chi sono i giudici?”, “Ma i libri almeno li leggono?” e via dicendo…).
Il metodo adottato da Russo è empirico: dopo un’introduzione in cui esprime il suo giudizio estetico, quindi soggettivo, da lettore comune (che non significa sprovveduto), passa all’analisi rigorosa dei testi in esame, da cui fa emergere i limiti sul piano strettamente linguistico e su quello testuale.
Solo per fare un esempio, nei lunghissimi romanzi di Faletti troviamo disseminata una quantità di errori morfosintattici da chiedersi in cosa consista il lavoro dell’editor oggi, se poi sfuggono certe enormità (per non parlare delle capacità dello scrittore, tanto per non addossare tutta la colpa al lavoro mancato di editing). Altro discorso riguarda la retorica di tante espressioni iperboliche che, spalmate su tante pagine – in una media di 500 a romanzo-, possono anche sembrare un vezzo e non ci si fa caso più di tanto: se però certe immagini si leggono concentrate, così come le ha raccolte appositamente Pippo Russo, ne emerge chiaramente l’assurdità.
Stessa osservazione per Fabio Volo, sempre per fare l’esempio di uno scrittore (anzi un diciamo-così-scrittore) tanto amato quanto criticato: i motivi che ne hanno decretato il successo -e che fanno sdilinquire le succitate volette- sono paradossalmente il primo limite dei suoi romanzi. La domanda, come si dice con un trito luogo comune, sorge spontanea: Volo ama davvero le donne (perché questo è il motivo su cui fa leva, quello di ‘io le donne le capisco veramente’)? Vorrebbe farci credere di sì, invece probabilmente no.
Anche nel caso di Volo, i leit motiv (turbolenze gastrointestinali, il binomio cesso/sesso, teorie sul cunnilingus, corredate da considerazioni sulla setosità del pelo pubico) che vorrebbero far passare l’autore come un simpaticone senza peli sulla lingua (beh... insomma, è una metafora!), che non si vergogna di parlare senza farsi troppi problemi delle cose ‘naturali’, in realtà, letti tutti insieme nel libro di Russo, producono il sobbalzo interiore del lettore che “sì vabbè, non ci avevo mai fatto caso ma in effetti fa abbastanza schifo e poi chissenefrega dei problemi intestinali del protagonista!”.
Insomma, Russo costringe all’esame di coscienza.
Su tutto l’encomiabile lavoro di Pippo Russo, emerge un aspetto molto interessante, di cui gli sono personalmente molto grata: essendomi sempre battuta per il diritto di critica solo previa conoscenza di ciò che si critica (che sembra una banalità ma non lo è, perché spesso per alcuni la stroncatura è a priori, sulla base di pregiudizi), la puntualizzazione a p.147 (che non riporto né sintetizzo, così ve la andate a leggere) è un punto fermo contro certi snobismi pseudointellettuali. Come dire, se volete schifare qualcosa, almeno bevetene l’amaro calice fino in fondo.
Un lampo di genio è il titolo di questo saggio, mutuato dall’iperbolico (nemmeno a dirlo) Giorgio Faletti: come si può restare indifferenti all’importo della ferita?

giovedì 5 settembre 2013

Da “Paesi Tuoi” a #PaesiTuoi: Cesare Pavese e non solo


Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo
che appartengono così a qualcuno,
che qualcuno ha nel sangue
e nessun altro li sa.
(Il diavolo sulle colline in “La bella estate”, cap. 9)

Photo Elena Tamborrino by iPhoto
Da “Paesi Tuoi” di Cesare Pavese a #PaesiTuoi in 140 caratteri: questa è stata la nuova esperienza di Twitteratura che ha impegnato la comunità che nel tempo è cresciuta intorno alla Fondazione Pavese, promotrice di riletture e riscritture ai tempi di Twitter. Dei precedenti esperimenti ho già detto  qui, mi preme adesso solo sottolineare come questo tipo di attività abbia nel tempo dato vita ad una comunità sempre più vivace: da evento di nicchia con la riscrittura di “La luna e i falò” (54 riscrittori per poco più di 5000 tweet originali) siamo al vero e proprio fenomeno, arrivando a contare 270 riscrittori per i “Dialoghi con Leucò” (circa 24.000 tweet originali, confermati, con un leggero incremento, nella successiva esperienza legata agli “Scritti corsari” di Pier Paolo Pasolini).
“Paesi Tuoi” è il primo romanzo di Cesare Pavese, scritto e pubblicato tra il 1939 e il 1941: narra del meccanico torinese Berto che, dopo un periodo di detenzione, segue il suo compagno di cella Talino al paese natio, dove troverà un lavoro e forse anche l’amore, se non che la tragedia incombe su Talino e la sua famiglia, a spazzare le illusioni di tutti i protagonisti della storia. Ma “Paesi Tuoi” è stato soprattutto l’occasione per tracciare una nuova geografia dei luoghi del cuore, la geografia dei propri paesi, descrivendone in tweet direzioni, partenze, arrivi, origini e destinazioni. Quindi un modo diverso di rivisitare l’opera di Pavese, non più solo riscrittura del romanzo, ma anche vera e propria scrittura della propria storia, quella che ciascuno dei partecipanti ha condiviso con gli utenti di Twitter che hanno seguito l’hashtag #PaesiTuoi. Il progetto è stato presentato a Santo Stefano Belbo, città natale di Cesare Pavese, il 4 agosto 2013, in occasione del Pavese Festival 2013 e l’attività svolta fino al 25 agosto è condensata oggi in 37 tweetbook, consultabili sul sito twitteratura.it : domani 6 settembre 2013, nell’ambito dell’edizione 2013 del festival Parolario di Como, a Villa Olmo verrà premiato il tweetbook migliore tra quelli prodotti dalla comunità dei partecipanti, a giudizio di una giuria composta da UTET, Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura e Parolario.
Indipendentemente da quello che sarà il risultato finale, da chi sarà il vincitore di questa singolar tenzone, questa esperienza è servita soprattutto per conoscerci meglio tra noi twitteri, a volte anche per fare i conti con la nostra coscienza, con i nostri ricordi: un modo per mettere ordine nel groviglio della memoria, nel romanzo della nostra vita.

Per saperne di più:
Il mio tweetbook: