martedì 18 marzo 2014

Come un racconto, i miei #TwSposi


Oggi termina #TwSposi, l’ultimo progetto di riscrittura in tweet promosso da twitteratura.it. Definirlo ultimo forse è improprio, dal momento che è già in corso #TwiFavola, riscrittura di “Favole al telefono di Gianni Rodari, ed è in procinto di iniziare #Lussu, la lettura (in qualche caso rilettura) e riscrittura di “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu. Senza dire poi delle altre esperienze di twitteratura promosse da più account di Twitter, segno evidente che ormai il metodo esiste (“Questa twitteratura esiste ed è un progetto di Paolo CostaEdoardo Montenegro, e Pierluigi Vaccaneo”) e fa proseliti.
Photo Elena Tamborrino
Anche per #TwSposi la procedura è la stessa delle precedenti riscritture e non mi dilungherò a descriverla: 38 capitoli, ciascuno da (ri)leggere e riscrivere in tre giorni, a partire dal 25 novembre 2013 ad oggi, supportati dalla piattaforma di Tweetbook per la produzione, da parte degli utenti, delle storie fatte di tweet. L’elemento di novità è rappresentato, oltre che dalla presenza di Iuri Moscardi come project manager, da quella delle scuole come utenti privilegiati. L’invito infatti, all’annuncio dell’iniziativa, era rivolto agli insegnanti che avessero avuto voglia di cimentarsi con un’esperienza di twitteratura insieme ai propri alunni, riscrivendo quello che, nella storia della nostra letteratura, è IL romanzo per antonomasia, “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.
Un progetto sicuramente ambizioso che ha incontrato il favore di circa una ventina di scuole, che sono state tutor, anzi #Bravi (super-utenti che si sono volta per volta relazionati in modo più diretto con la comunità), di uno o più capitoli del romanzo.
Un altro elemento di novità rispetto ai progetti precedenti è rappresentato dalla creazione  degli account di alcuni dei personaggi del romanzo, come @TwDonAbbondio, @TwLuciaM, @TwInnominato,@TwDonRodrigo, @Tw_Renzo e così via fino a coprire anche la personificazione della peste del Seicento e dei capponi che Renzo Tramaglino porta in omaggio al dottor Azzeccagarbugli (@TwAzzeccaGarbugl).
Scendendo nel dettaglio, immagino che ciascuna scuola, ciascun gruppo di studenti, ciascun insegnante coinvolto, abbia organizzato il proprio lavoro seguendo una metodologia studiata ad hoc. Io mi sono ritrovata ad affinare mezzi, strumenti e metodi un po’ sull’onda dell’improvvisazione, che poi è diventata regola strada facendo, con un gruppo di ragazzi della @4AFM_ITES: primo passo quindi è stata la creazione di un account di classe ufficiale, con il quale seguire in modo particolare i tre capitoli che ci erano stati affidati (i capp VIII, XIV e XXIV), immediatamente dopo anche i ragazzi si sono dotati di un proprio account. Abbiamo quindi twittato per #TwSposi sia con i nostri account individuali, che con l’account ufficiale della 4^A Amministrazione Finanza e Marketing dell’ITES “A. Cezzi De Castro” di Maglie, spesso prestato al resto della classe, in sessioni di riscrittura collettiva.
Indispensabile, oltre alla mailing list, si è rivelato il gruppo #PromessiSposi4AFM creato su iniziativa dei miei ragazzi su WhatsApp: è servito per chiarire dubbi, informarsi reciprocamente del lavoro svolto. Non era programmato dall’inizio, è venuto per rispondere a esigenze immediate, si è rivelato efficace mezzo di comunicazione.
Abbiamo prodotto 920 tweet (compresi i RT) con l’account ufficiale di classe @4AFM_ITES e molte altre centinaia individualmente (probabilmente la partecipazione all'evento è stata numericamente elevata a livello individuale più che collettivo), oltre a 10 tweetbook: non conosco ancora i dati ufficiali, ma credo che la partecipazione di Aldo, Anna Laura, Carla, Daniele, Giulia, Giorgia, Giorgio, Isabella, Vanessa e Maria Vittoria sia stata massiccia e importante. Certo, gli esiti non sono stati tutti sempre adeguati, sono emerse dalle loro riscritture -sulle quali per scelta non sono intervenuta a correggere- molte incertezze a livello soprattutto morfosintattico, spesso anche semantico-lessicale e più in generale di comprensione del testo. Ma la ricaduta didattica si è sentita da subito: l’esercizio continuo alla sintesi, alla ricerca dei collegamenti, ai giochi linguistici, all’uso di detti popolari e dialettali che li ha costretti a fare inferenze con il loro vissuto, ha affinato doti che potranno solo ulteriormente confermarsi.
Il punto forte dell’esperimento è stato sicuramente il coinvolgimento delle scuole e dei ragazzi che non conoscevano Twitter e che ne hanno apprezzato le potenzialità; inoltre credo che la comunità, che ormai da anni si raccoglie intorno alla Twitteratura e al suo partner, la Fondazione Cesare Pavese, diventando sempre più numerosa e attiva, abbia dato prova di grande volontà. Tuttavia quella stessa comunità ha mostrato un aspetto che si può forse considerare una lieve criticità, a mio parere: proprio in quanto comunità coesa, dove ormai tutti più o meno si conoscono virtualmente e non, tenere nascosta l’identità degli account che si celavano dietro i bot dei personaggi di #TwSposi è stata una mossa probabilmente non indovinata. Se si è partecipato attivamente a più progetti di twitteratura, interagendo con altri utenti in un rapporto alla pari, relazionarsi con quegli stessi utenti, stavolta sotto mentite spoglie, non è stato sempre agevole, anzi spesso nel mio caso ha creato imbarazzo vero e proprio. Per questo sono stata grata a @erykaluna che in privato mi ha svelato di essere il bot di Lucia Mondella: come abbiamo avuto modo di dirci, per me sapere che mi rapportavo con lei ha contribuito a gestire l'interazione con @TwLuciaM in modo più spontaneo e semplice. In altri casi, mi sono un po' 'tenuta', soprattutto quando avevo dei sospetti sulle reali identità e magari mi sentivo a disagio. Questo credo sia un aspetto da non sottovalutare, nel caso di un prossimo esperimento del genere, dove i bot sono così numerosi e soprattutto presi all'interno della stessa comunità.
Infine, una piccola riflessione merita il romanzo: se è vero quel che si dice, e cioè che la musica è stata scritta tutta, alla fine di questa ennesima lettura de “I promessi sposi”, che ha consentito piani diversi di analisi, occhi e sensibilità rimodulati per venire incontro a ciò che il gioco chiedeva (sintesi, collegamenti, astrazione), penso che a giusta ragione si possa affermare che Alessandro Manzoni ha scritto tutto, che tutti i romanzi sono racchiusi nella sua opera: la storia, la folla, l’individuo, la fine psicologia, la descrizione dei paesaggi, i momenti lirici, il sacro e il profano, il dramma e il riso, la sottile ironia, la cronaca austera, la suspense.

NB. Mi sembra importante segnalare il manuale di Twitteratura

venerdì 7 marzo 2014

Ultima lettura: "La forza del destino" di Marco Vichi


La forza del destino

Autore: Vichi Marco
Dati: 2011, 370 p., brossura
Editore: Guanda (collana Narratori della Fenice)
 
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Il commissario Bordelli è un poliziotto atipico, un investigatore poco incline a rispettare le regole, almeno alcune. Lo abbiamo conosciuto nel primo romanzo a lui dedicato, “Il commissario Bordelli”, in cui si delinea questo personaggio di cinquantenne, ex partigiano, impenitente scapolo spesso sul punto di innamorarsi, non sempre della donna adatta a lui. E con Bordelli conosciamo una serie di personaggi che poi si ritrovano in altre sue indagini raccontate da Vichi: la ex prostituta Rosa, con la quale il commissario intrattiene un’affettuosa e complice amicizia; il Botta, cuoco sopraffino e ladro di rara perizia, specie se alle prese con serrature e affini; Dante, scienziato bizzarro, fratello dell’anziana donna il cui omicidio è al centro della prima indagine di Bordelli; l’agente sardo Piras, scrupoloso, preciso e fedele al suo capo; il dottor Diotivede, medico patologo, presenza costante a margine (e al contempo centrale, grazie alla capacità di offrire spesso spunti indiziari, che portano alla soluzione dei casi) delle inchieste di Bordelli; Totò, cuoco nella trattoria dove spesso il commissario va a mangiare, rifugiandosi nella cucina.
Le vicende poliziesche che vedono protagonista Bordelli si snodano nei primi anni Sessanta a Firenze e arrivano fino al 1967 (almeno finora), con questo romanzo che è la naturale prosecuzione di quello precedente, “Morte a Firenze”, dove si narrano le indagini per la morte violenta di un bambino, al quale il commissario giura di rendere giustizia, assicurando alla legge i colpevoli, sullo sfondo della Firenze alluvionata, nel novembre 1966. Vedremo che proprio in “la forza del destino”, le cose non andranno esattamente così, ma quasi: il commissario, lasciata la polizia per manifesta frustrazione nel sentirsi impotente davanti ai poteri occulti che vogliono insabbiare le sue indagini e lo scoraggiano in tutti i modi a proseguire, sarà più libero di continuare a indagare a suo modo, anche in maniera non ortodossa, sfidando spesso i protocolli giudiziari.
Cosa colpisce in generale dei romanzi di Vichi che hanno il commissario Bordelli come protagonista? Innanzitutto l’atmosfera, la descrizione dei luoghi: in “Morte a Firenze” in particolare, l’alluvione che mette in ginocchio la città è al centro della narrazione, diventa protagonista insieme ai personaggi che danno vita alla storia. Si sente il rumore dell’acqua fangosa che corre per le strade cittadine, si avverte l’odore di melma mescolato a quello delle perdite di combustibile oleoso, il disagio e allo stesso tempo il coraggio della popolazione fiorentina sono illustrati con grande efficacia.
In questo romanzo il paesaggio è quello delle colline circostanti Firenze, dove Bordelli compra una vecchia casa colonica, per il suo buen ritiro: la casa è piuttosto malmessa, ma ha abbastanza terreno intorno da poter occupare il tempo libero dell’ormai ex commissario in nuove attività bucoliche, oltre che alla sua ristrutturazione. Molto del racconto è dedicato alla nuova rete di conoscenze e relazioni che Bordelli costruisce per assicurarsi un soggiorno pacifico, lontano dalla città. Nonostante le apparenze di uomo serafico dedito ai piccoli piaceri della vita, il buon cibo e il buon vino insieme a qualche bella chiacchierata con i vecchi amici, Bordelli cova un’inquietudine che troverà sfogo solo nella ricerca di giustizia per il piccolo Giacomo e per Eleonora, che i lettori hanno conosciuto in “Morte a Firenze”.
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Qualche digressione distoglie dal racconto, che per quasi tutto lo svolgimento mantiene un ritmo serrato: mi riferisco in particolare alla riunione a casa di Bordelli, la sera del suo compleanno, in occasione del quale darà saggio delle sue capacità culinarie, educate dal ‘Vangelo secondo il Botta’, ricettario prezioso che il vecchio amico gli procura. In quella serata, gli amici riuniti a turno raccontano aneddoti, richiamando quasi i giovani riuniti anche loro in collina da Boccaccio nel Decameron, a narrar novelle. Si tratta di racconti che, sia pure gradevoli alla lettura, nulla hanno a che fare con l’economia della storia e di cui si fatica a comprendere la funzione narrativa: il lettore si ritrova desideroso che quelle pagine passino veloci, per riprendere il filo della narrazione principale. Ed è così coinvolgente la storia che arriva a concludere quella lasciata in sospeso in “Morte a Firenze”, da creare aspettative per un ulteriore sviluppo, in cui –ad esempio- si possa sapere dove troverà pace il cuore irrequieto di Bordelli.




lunedì 3 marzo 2014

Ultima lettura: "L'amore bugiardo" di Gillian Flynn


L’amore bugiardo

Autore: Flynn Gillian
Dati: 2013, 462 p., brossura
Editore: Rizzoli (collana Vintage)

Quando penso a mia moglie, penso sempre alla sua testa.
Alla forma che ha, per cominciare.

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Signori, questo è un thriller. Anzi, un grande thriller. Perciò non posso dire molto, anche se mentre lo leggevo (anzi, mentre lo divoravo: quasi 500 pagine in tre giorni) più volte su Twitter e su Facebook mi sono lasciata andare a commenti che erano al limite dello spoiler e questo non va bene. Ecco perché qui mi limiterò a dare qualche minimo accenno alla trama, soffermandomi sui pregi formali di un romanzo che prende il lettore dalla prima all’ultima riga (questa è un’espressione abbastanza scontata, banale, ma effettivamente rappresenta nel modo più chiaro ciò che questo libro è).
Amy e Nick sono una coppia perfetta di NYC, giovani e benestanti, affermati nella professione e nella vita; tutto è bello e semplice nella loro esistenza finché entrambi perdono il lavoro e sono costretti a trasferirsi in provincia, in quel Missouri dove Nick è nato e cresciuto. Lì si adatteranno a una nuova realtà, scialba e banale, alla quale Amy si adegua a fatica. Arrivato il giorno del loro quinto anniversario di matrimonio, la donna scompare misteriosamente e da qui comincia a svelarsi la natura vera delle personalità dei due protagonisti, ricostruibili attraverso le pagine del diario di lei, tenuto fino a poco prima della sparizione, e il racconto di lui, la cronaca degli avvenimenti seguenti la scomparsa della moglie. Ma è davvero la “natura vera delle personalità dei due protagonisti” che si svela durante la lettura? Evidentemente no e qui sta tutta la chiave del thriller, che è insieme romanzo psicologico.
La storia si basa sulla menzogna, vera protagonista della storia, e sull’alternarsi dei racconti di Amy e Nick, che narrano le vicende dal loro punto di vista, grazie anche all’efficace traduzione affidata a due distinti professionisti, Francesco Graziosi, che dà la sua voce a Lui, e Isabella Zani, che ci presenta Lei, attribuendo ai due protagonisti registri differenti, che li rendono perfettamente riconoscibili ciascuno per il proprio stile. Sarebbe interessante leggere il romanzo in lingua originale per capire come la Flynn abbia reso linguisticamente le voci narranti dei due personaggi.
Dicevo che questo è anche un romanzo psicologico: mi sono chiesta, durante il corso della lettura, come si possa descrivere in modo così preciso e minuzioso, fino alla più piccola piega, menti così complesse come sono soprattutto quelle di Amy e dei suoi genitori. Riconosco all’autrice una grande abilità e un’importante capacità di scandagliare l’animo umano fino a riconoscere nevrosi e tic, al limite dell’inquietante, soprattutto se si pensa che ciò che sembra difficile e inconsueto nella generalità delle persone, in realtà è più comune di quanto si pensi.
Questo thriller è una gara a chi è più intelligente e furbo, ingaggiata anche con il lettore che pensa di potersi riconoscere in situazioni e personalità, salvo essere smentito poche pagine dopo. Una lotta all’ultimo colpo di scena, in cui i due protagonisti si rubano la scena continuamente: nonostante la grandezza dei personaggi di Amy e Nick, anche gli altri comprimari emergono chiaramente, sia fisicamente che psicologicamente, sopra tutti la gemella di Nick, Margo, e i genitori di Amy, gli scrittori Marybeth e Rand Elliott, creatori della serie “Mitica Amy” ispirata alla loro figlia.
Una delle doti di Gillian Flynn è senza dubbio quella di essere un’ottima descrittrice: vedi tutto, gli ambienti, le persone, i loro pensieri. La scrittura è incalzante e allo stesso tempo piana, liquida e scorrevole.
Volete trascorrere un weekend immersi nella lettura perché ancora la primavera non è arrivata e non avete molta voglia di uscire? Bene, procuratevi “L’amore bugiardo” di Gillian Flynn: passeranno le ore senza che ve ne accorgiate.

domenica 9 febbraio 2014

Ultima lettura: "Via XX Settembre" di Simonetta Agnello Hornby


Via XX Settembre

Autore: Agnello Hornby Simonetta
Dati: 2013, 225 p., brossura
Editore: Feltrinelli (collana I narratori)

Palermo è la tua città.
Magnifica, incastonata come una spilla di smalto
tra il verde dei giardini di aranci  e il blu del mare.
Volevo sentirla mia, quella città in cui ero nata.
Disperatamente.

Simonetta Agnello Hornby continua ad offrirci frammenti di storia familiare, con un mosaico che, romanzo dopo romanzo, si arricchisce di tasselli importanti. Abbiamo già conosciuto in "Un filo d'olio" (Sellerio 2011) il mondo di Mosè, la tenuta di campagna a pochi chilometri da Agrigento, dove la famiglia Agnello si trasferisce d’estate, con il suo seguito di cuoche e bambinaie. E non abbiamo conosciuto nelle storie narrate dalla Hornby solamente il piccolo mondo della famiglia, ma anche la più grande tradizione siciliana, veicolata dal cibo, dalle credenze e dalle consuetudini sociali.
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Quello di cui parla anche questo libro è un mondo che si declina quasi del tutto al femminile. Nonostante la presenza del barone Agnello, padre affascinante ma distante, degli zii e dai cugini maschi, e del fedele autista Paolo, chiamato a vigilare sulla giovane Simonetta, seguendola dal marciapiede opposto quando torna da scuola con le amiche, chi emerge veramente in questi quadri di famiglia sono le donne: La madre Elena e la zia Teresa, forse più amiche che sorelle, complici custodi dei segreti dolciari di famiglia, la cugina adorata  Maria, guardata con ammirazione sempre più crescente dalla più giovane Simonetta, che ne segue gli sviluppi della vita sociale e sentimentale, la tata Giuliana, di origine ungherese, dallo spirito libero, ma perfettamente integrata in quel mondo arcaico, e altre figure satelliti tutte femminili, che arrichiscono l’affresco di questa micro società che ruota intorno alla casa di via XX Settembre.
Non c’è solo la famiglia in questa raccolta di squarci narrativi che disegnano la linea del tempo che va dall’arrivo della famiglia Agnello a Palermo da Agrigento dove era vissuta fino ad allora (“A fine agosto del 1958 ci trasferimmo a Palermo con pochi rimpianti e grandi aspettative”), fino alla partenza per l’Inghilterra di Simonetta, quindici anni dopo; c’è forse soprattutto la città, una geografia che è fatta di punti di riferimento importanti, primo tra tutti quel Monte Pellegrino che ribadisce l’appartenenza a quel posto, che la piccola Simonetta fissa con determinazione dentro di sé.
Il racconto dell’autrice si snoda quindi tra i luoghi dell’anima, che racchiudono i suoi ricordi di bambina prima e adolescente poi: le case (la loro in via XX Settembre, casa Giudice e casa Comitini, dove ci si riunisce alternativamente per il rito del caffè -“Si stava bene insieme, e il rito del caffè durava a lungo: c’era sempre qualcosa di nuovo da raccontare”- e per i pranzi imponenti di famiglia nelle feste comandate e non solo), le strade (via Maqueda, Casa Professa, viale della Libertà, Via Archimede, Via Carducci, eccetera) e le pasticcerie della città (Caflisch, Extrabar, eccetera). E poi ancora il teatro Massimo, il Biondo, Villa Deliella, il liceo Garibaldi.
L’impressione è che l’autrice abbia voluto raccogliere nero su bianco le sue memorie bambine, più per un’esigenza personale, per spirito di conservazione e di sopravvivenza: i ricordi di Simonetta Agnello non sono molto diversi da quelli che in altra epoca sono stati della Susanna Agnelli di “Vestivamo alla marinara”, romanzo autobiografico che brillantemente racconta l’alta società della prima metà del secolo scorso. Il libro affascina nella misura in cui in qualche modo si conosce Palermo, si riesce a riconoscerne il paesaggio e a ripercorrere gli itinerari raccontati. Contribuisce ad un giudizio positivo la scrittura: piana, scorrevole, piacevole alla lettura. Tuttavia resta il dubbio di quanto memorie familiari non proprie possano imprimersi nell’animo del lettore, più di altre storie narrate dalla Agnello Hornby.

giovedì 16 gennaio 2014

Ultima lettura: "Delitto alle Olimpiadi" di Paolo Foschi


Delitto alle Olimpiadi

Autore: Foschi Paolo
Dati: 2012, 169 p., brossura
Editore: E/O
 
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Mi piacciono i romanzi seriali. Mi piacciono i polizieschi. Mi piacciono i polizieschi seriali. Sarà perché mi affeziono ai personaggi, mi piace conoscerli sempre meglio nel corso di avventure nuove e finisco con il memorizzarne i tic, le piccole manie, i modi di dire o di fare. Mi è già successo con il commissario Bordelli di Marco Vichi, con il Montalbano di Camilleri, con l’avvocato Malinconico di Diego De Silva e con l’avvocato Guerrieri di Carofiglio.
Igor Attila è un ex puglie, medaglia d'argento alle Olimpiadi di Seul del 1988, suo eterno rimpianto perché in realtà avrebbe meritato l’oro se non gli fosse stato ‘scippato’ per un atto di ingiustizia sportiva. Sarà per questo che occuparsi di illeciti sportivi e di questioni criminose legate al mondo dello sport diventa quasi naturale: con lui, commissario atipico che in ufficio si sfoga tirando pugni ad un sacco da box e arpeggiando con la chitarra elettrica, una squadra di ex atleti più o meno sfortunati, arruolatisi in polizia, forma la Sezione crimini sportivi della questura di Roma.
Questo di “Delitto alle Olimpiadi” è il primo mistero con il quale la squadra coordinata dal commissario Attila si misura: Marinella Paris, atleta della nazionale in partenza per le Olimpiadi di Londra, viene uccisa sulla spiaggia di Ostia, durante il ritiro della squadra. Nessun sospettato, nessuna arma del delitto, nessun movente, solo molti indizi che portano Igor a Londra e alla soluzione del giallo, grazie ad intuizioni rapide e fortuite e alla collaborazione preziosa dei suoi uomini che lo aiutano a distanza. Al di là della trama, ben costruita e sempre incalzante, come Foschi dimostra di saper fare anche nelle avventure successive di Attila, del romanzo conquista proprio il personaggio protagonista, commissario un po’ scorbutico ma dall’animo romantico, capace di canticchiare canzoni d’amore pensando a Titta e di perdersi nel Calvados, addormentandosi vestito.
Ecco, Titta: ci sarebbe molto da dire su questo personaggio, evocato continuamente da Igor. Che Titta sia il diminutivo tradizionale per il nome Giovan Battista, può non essere intuitivo: su questo a mio parere gioca Foschi, che solo alla fine del romanzo svelerà, complice un incontro casuale in un ristorante, che l’amor perduto di Igor è un uomo. Non cambia nulla, le dinamiche del rapporto in crisi sono prevedibili, Igor ripercorre continuamente i motivi dell’allontanamento annunciato -e poi concretizzato- dal suo compagno e sono quelli che possono mettere in crisi qualsiasi coppia. Vorremmo forse Titta più presente, a imporre anche con la fisicità il suo essere, anche per smentire Igor che lo fa emergere nei ricordi in modo un po’ isterico.
Confermo la sensazione che ho avuto leggendo l’ultima delle avventure di Igor Attila, che ho già recensito qui: lo stile veloce e asciutto di Foschi, giornalista e sportivo, la sua scrittura lineare e senza fronzoli, i personaggi che ha saputo creare, resistendo a qualsiasi tentazione macchiettistica, conquistano il lettore e lo portano alla conclusione dell’indagine con il desiderio di leggere la successiva.

giovedì 2 gennaio 2014

Ultima lettura: "Giallo di zucca" di Gaia Conventi


Giallo di zucca

Autore: Conventi Gaia
Dati: 2013, 176 p., brossura; ePub 859,8 KB
Editore: Betelgeuse
Voi non conoscete mio cugino,
 e forse non vi rendete conto della fortuna che avete.
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Ha ragione  Simona Scravaglieri quando dice che “Giallo di zucca” è difficile da classificare, specie se ‘ingannati’ dal risvolto di copertina che parla di giallo all’inglese che “rispetta tutti i canoni del genere ma non ha i vincoli del tipico giallo inglese che ha fatto scuola ad una marea di imitatori”, inserendosi piuttosto nella tradizione giallistica italiana, incentrata sul mistero. È però su quest’ultima considerazione che non mi trovo d’accordo con Simona: se penso al giallo all’italiana, al poliziesco, penso al Montalbano di Camilleri o alle indagini dei vecchietti del BarLume di Malvaldi (che hanno solo un breve prologo che ti fa riprendere familiarità con i personaggi seriali), per non dire dei romanzi di Scerbanenco, di De Angelis o di Fruttero&Lucentini, dagli incipit istantanei sul cadavere ancora caldo. E penso quindi a gialli che ti introducono immediatamente nel mistero, che ti presentano il morto da subito, che direttamente ti fanno entrare nell’indagine (“Chi avrebbe potuto immaginare che nel museo degli orrori della casa di mode O’Brian giacesse un cadavere?” da Il mistero delle tre orchidee di Augusto De Angelis; “Il martedì di giugno in cui fu assassinato, l’architetto Garrone guardò l’ora molte volte” da La donna della domenica di Fruttero&Lucentini; “Sì, praticamente sono stata io a trovare il corpo della donna nel fosso e a chiamare i carabinieri col cellulare senza pensarci due volte” da Donne informate sui fatti di Carlo Fruttero, solo per citare alcuni esempi): qui invece dobbiamo aspettare il terzo capitolo perché Luchino, un fotografo della Scientifica che vive a Milano ma è di origini ferraresi, venga a conoscenza da uno strillo del Carlino Ferrara di un morto impiccato in una libreria della sua città natale. E solo al capitolo 21 il protagonista arriva sul luogo dove si è consumato quello che apparentemente è un suicidio, ma che si rivelerà un omicidio che si va a sommare a quelli di una paninara e della sua socia in affari, nonché alla morte violenta di una giovane, delitti tutti legati tra di loro. Dalla metà del libro in poi le vicende si fanno più convulse e coinvolgenti, come si chiede a un vero giallo; nel frattempo abbiamo fatto conoscenza con Poirot, un pastore belga che ama la Ferrarelle e i documentari di Animal Planet, quasi una persona come il cane Sansone, un alano in realtà, creatura a fumetti dello statunitense Brad Anderson, e con gli zii Girondi di Ferrara, proprietari di una libreria storica in città e genitori di Pierfi, cugino “spento da quando è venuto al mondo”. Questi sono i protagonisti di “Giallo di zucca”, ben più dei morti ammazzati e dell’assassino, insieme alla città di Ferrara, che fa da sfondo con il suo paesaggio di monumenti, piazze, strade e Palio, e abitudini tipiche della provincia.
La scrittura di Gaia Conventi, non nuova al genere giallo e blogger di Giramenti(“blog cattivo che non fa sconti di fine stagione”) in cui si occupa di critica letteraria, è piacevole ma meno divertente di quando sarcasticamente affonda le unghie sui poveri ‘tramisti’ su cui si imbatte in 
Yahoo Answers.
Una prosa semplice che si compiace dei particolari pittoreschi su personaggi e luoghi, gradevole ma non travolgente e intrigante come mi aspettavo da un romanzo che doveva fare del mistero la sua cifra essenziale e che invece si perde un po’ nella descrizione del rapporto tra il protagonista e il suo cane, compreso di passeggiate al parco con amicizia stretta tra guinzagli sentimentalmente affini con Mary e la sua cagnetta Dolly (che fa molto ‘carica dei 101’, a dire il vero), e la famiglia dei librai Girondi con le loro bizzarrie.
Il mio giudizio risente sicuramente di aspettative molto alte, andate un po’ deluse: poiché credo di conoscere gli standard della Conventi e quello che lei per prima desidera trovare in una trama (basta fare un giretto nel suo blog), pensavo di leggere un giallo coinvolgente dall’inizio, arricchito da una vena spiritosa che invece, pur presente, mi è sembrata affaticata e faticosa. Sicuramente “Giallo di zucca” è un bell’omaggio alla città di Ferrara, dove l’autrice ha vissuto per anni, un po’ meno al genere giallo, almeno in questa prova: invito comunque a leggerlo e magari a discutere la mia opinione, che non vorrei viziata dalla mia passione per il genere poliziesco tout court.

giovedì 26 dicembre 2013

Ultima lettura: "La cena di Natale" di Luca Bianchini


La cena di Natale di “Io che amo solo te”

Autore: Bianchini Luca
Dati: 2013, 183 p., brossura
Editore:  Mondadori (collana Libellule)

«Mamma mè… nevica» disse, e per un attimo tornò bambina.
Si ricordò di quell’anno in cui la scuola aveva chiuso una settimana
e lei se n’era restata in casa a guardare la finestra dicendo:
«Ma al mare non si appiccica».

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Che la Puglia sia entrata nel cuore di Luca Bianchini è ormai chiaro a tutti. Si capisce già dalla curiosità attenta con cui in “Io che amo solo te” ha narrato i preparativi di una tipica cerimonia nuziale pugliese, con quel misto di tradizione e trash barocco già a partire dal servizio fotografico comprensivo di filmino prematrimoniale, per finire al menù del ricevimento, passando dalle prove dell’abito e del trucco-e-parrucco della sposa.
Per quanto Bianchini dica che i due romanzi possono essere letti indipendentemente l’uno dall’altro e che il secondo non è da intendersi come sequel del primo, in sostanza sono complementari e ne “La cena di Natale” i personaggi, già compiuti in “Io che amo solo te”, qui trovano un’ulteriore progresso: Ninella, nonostante la nuova tinta ‘biondo Kidman’ clamorosamente sbagliata da Lucia Coiffeur, è sempre più consapevole della sua autonomia di scelta; Matilde, eterna rivale, si mette in competizione indirettamente con Ninella, sfidando addirittura la nuora Chiara, alla prova del suo primo pranzo di Natale; Orlando, che abbiamo conosciuto insicuro e fragile nel suo amore impossibile per l’Innominato, qui acquista fiducia  e autorevolezza; don Mimì, diviso tra la moglie e la donna della sua vita, è sempre più confuso; Chiara e Damiano vivono un’evoluzione del loro rapporto, ignaro per lei, consapevole per lui, colpevole di un tradimento che potrebbe portare sviluppi tragici per la loro vita matrimoniale. Sullo sfondo continuano a muoversi i personaggi che già conosciamo e che qui hanno l’occasione di uscire più compiutamente: la signora Labbate, regina di Mondo Mocassino, ormai amica di Ninella e intimamente solidale con lei; Nancy, ‘Aretha Franklin del Sudest barese’, che ha ripreso i chili persi in occasione del matrimonio della sorella ed è ancora alle prese con la sua verginità; la zia Dora sempre più bizzarra nel suo sentirsi estranea ormai da Polignano, ma in realtà intrinsecamente legata al paese che le ha dato i natali.  E poi Mariangela, Pascal, lo zio Modesto…
Bianchini racconta con divertito stupore le nevrosi e le manie della provincia: lo shatush, il Bimby, le luminarie delle feste, il supplì con la cozza tarantina incorporata, i gioielli da esibire insieme allo status economico, i pranzi e le cene da organizzare in un tripudio di ostentazione. E il divertimento di Bianchini diventa spasso per il lettore, che si riconosce (anzi no, riconosce ‘gli altri’) e di quei tic sorride, accompagnato da una prosa curata e semplice.
La Puglia e le sue tradizioni contaminate dalla TV sono state una miniera di idee per l’autore che dice “non sarei mai riuscito a riprendere in mano Ninella e don Mimì, se non fossi stato investito da un’onda gigante di affetto da parte dei lettori”: credo che tutti noi lettori pugliesi, che abbiamo incontrato più volte Luca nel suo Gaga-tour di promozione, abbiamo fornito materia sufficiente per aiutarlo a raccontare ancora di questa ultra famiglia meridionale, stretta tra il mare di Polignano e le Murge dell’entroterra, in mezzo al profumo di focaccia barese e di cozze gratinate, di pittule e di brodo di Natale.