venerdì 13 febbraio 2015

Ultima lettura: "La strage dei congiuntivi" di Massimo Roscia


La strage dei congiuntivi

Autore: Roscia Massimo
Dati: 2014, 321 p., rilegato
Editore: Exòrma (collana Narrativa)

I libri costano, i libri sono capricci di carta,
i libri sono ammassi di inchiostro e cellulite,
i libri sono spese inutile, i libri non portano voti.

L’assessore all’istruzione e alle politiche culturali di una località non meglio identificata muore per trauma cranico, procuratogli da violenti colpi inferti con un tronco di olivo. Bill Gross Donkey, così si chiamava l’ormai ex assessore, stava tornando a casa dopo aver partecipato a un convegno filosofico, durante il quale aveva sfoggiato un eloquio degno dell’essere “zotico, ignorante, illetterato” quale, buonanima, era.
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La sua arrogante e volgare non-lingua, il suo offendere e maltrattare l’italiano (perché, nonostante la località oscura in cui la vicenda si svolge e i nomi dei personaggi non riferibili a nessuna cultura identificabile con precisione, è di lingua italiana che si parla) gli è costata la pelle: un manipolo di vendicatori che hanno preso in prestito i nomi di famosi grammatici dell’antichità[1], ha fatto giustizia. E Gross Donkey è solo la prima vittima di un disegno che è insieme salvifico e criminale: il gruppo di giustizieri si muoverà controcorrente, con il disprezzo dovuto non solo a chi bistratta la lingua, ma anche a chi non la difende, a chi si rassegna, a chi non reagisce se non con qualche espressione di disgusto e poi gira la testa dall’altra parte.
Ogni capitolo è introdotto dal suo numero, a sua volta definito dai grammatici sodali: per ogni numero, dall’Uno al Quattordici, un’affascinante descrizione che ne esalta la perfezione e il significato più o meno recondito.
Il testo è poi corredato da un apparato di note a piè di pagina, il che è insolito in un romanzo (succede con autori come David Foster Wallace, che in “Infinite Jest” di oltre mille pagine, ne ha comprese cento di sole note, in fondo) e deve trovare ben disposto il lettore (ma questo è un parere assai opinabile, lo so bene).
Si è trattato di una lettura promossa nell’ambito delle #letturecondivise su Twitter, sull’onda della curiosità all’indomani della Fiera della piccola e media editoria di Roma “Più Libri Più Liberi” (4-8 dicembre 2014) e che si è svolta anche con momenti di confronto acceso tra i partecipanti al gruppo di lettura. Se un libro fa discutere significa che sta comunicando con i suoi lettori: la mia copia è completamente squadernata, piena di sottolineature e angoli ripiegati, è insomma molto sofferta.
A me ha ispirato sentimenti contraddittori. Mi sono sentita a volte irritata dal continuo ricorso a note esplicative, che spesso mi distraevano e a mio parere avevano un’utilità relativa: è
chiaro che, se si fa una citazione, o il lettore la riconosce oppure non la riconosce e va avanti comunque, aiutato dal contesto. Questo continuo rimarcare da dove viene cosa, secondo me, viola il patto con il lettore, che ha il diritto di seguire il narratore in un modo o in un altro, ed è anche un po' provocatorio perché è come dare per scontato che il lettore non abbia letto quello che ha letto l’Autore, che quindi sente di dover aiutare lo sprovveduto nella decodifica delle citazioni più o meno palesi. Mi sono scoperta a provare alternativamente esaltazione per le trovate narrative e irritazione per alcune precisazioni tanto superflue (a mio parere) quanto pedantesche.
Tra le pagine più belle – ce ne sono tante- ce n’è una dedicata all’elogio della ripetizione, che “non è soltanto una tecnica mnemonica, ma un’operazione basilare della conoscenza”[2].
Ho trovato la lettura di “La strage dei congiuntivi” stimolante ma anche molto impegnativa e, invertendo l’ordine degli aggettivi quasi a cercare una gerarchia, impegnativa ma anche stimolante. Intendo ribadire con questo che si tratta di un libro nella cui lettura si avvicendano curiosità, attenzione parossistica, divertimento, soggezione: ogni volta che lo lasci e riprendi, ci metti un po' a rientrare in sintonia con la scrittura di Massimo Roscia, che è preziosa, ricercata, pignola (e meno male!).
Credo sia un esperimento molto spinto e interessante, capace di mettere alla prova il lettore anche più motivato e competente.
Ma si tratta anche e decisamente di un libro che contiene verità ovvie e tuttavia dimenticate da chi maltratta l'italiano: il problema è che proprio chi non è abituato a porre attenzione a come parla e come scrive, chi non ha cura della propria lingua e non è interessato alla sua difesa dagli oltraggi continui che nell’uso comune le vengono inferti, questo libro probabilmente non lo leggerà mai. E questo è un gran peccato.




[1] I nomi dei grammatici e filosofi della Grecia antica, utilizzati dai componenti del sodalizio di giustizieri della lingua come pseudonimi, sono: Cratete di Mallo, grammatico e filosofo della scuola di Pergamo, Partenio di Nicea, poeta oltre che grammatico anch’esso, Asclepiade di Mirlea, grammatico e primo commentatore dell’Odissea e forse anche dell’Iliade, Eutichio Proclo grammatico e istitutore di Marco Aurelio, Dionisio Trace grammatico e filologo di origine alessandrina.
[2] Al tema della memoria Umberto Eco dedica una lettera al nipote, che si può leggere qui, nonché "Mnemotecniche e rebus", Guaraldi Editore 2013, excursus storico sulle tecniche più industriose adottate fin da tempi più remoti per esercitare la memoria.

lunedì 9 febbraio 2015

Ultima lettura: "Ti strappo e ti getto in pasto ai cani" di Alessio Viola


Ti strappo e ti getto in pasto ai cani

Autore: Viola Alessio
Dati: 2014, 132 p., brossura
Editore: CaratteriMobili (collana Molecole)

Un fottuto tumore, nel più fottuto, stupido, imbarazzante, ridicolo posto
 in cui potesse andare ad annidarsi in un uomo, nella ridicolissima prostata,
che solo a nominarla sembra che non ci possa essere niente di serio
riconducibile a quella specie di patata spugnosa
nascosta dietro l’uccello di ogni uomo

È lo stesso autore che definisce questo romanzo un racconto-esorcismo, quello che si fa per allontanare qualcosa che si teme, dopo esserci andato molto vicino.
Si parte da una circostanza vissuta realmente, un momento autobiografico, la scoperta di una malattia reale e fortunatamente sconfitta; l’introduzione spiega il perché di questo libro, questo cucire cose già scritte, le riflessioni a margine, i momenti anche solo immaginati e quelli vissuti davvero. Durante la lettura poi ti chiederai quanto di reale c’è nel racconto, se l’impressione che hai è quella di conoscere e avvicinarti ai personaggi, tutti, come se facessero parte della tua vita.
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Una prima breve parte del libro è dedicata al racconto delle indagini cliniche, della diagnosi e soprattutto della reazione che il protagonista ha alla scoperta della malattia -un cancro alla prostata- e alle informazioni di tutto ciò che da quel momento potrà succedergli. Ed è una reazione fatta di sudore e di urla scomposte in macchina e in solitudine, per lasciare uscire la paura.
La paura viene dalle parole, sono loro a spaventare, quelle che sentiamo ‘brutte’ come è brutta la parola ‘carcinoma’: occorrerebbe una rotazione delle parole, “un loro uso diverso e alternativo” (p.19), un turn over che le spogli della loro capacità di destabilizzare.
Diverso effetto farebbe sentirsi dire “hai un amore che ti cresce dentro”, sarebbe tutto forse più sopportabile, invece di ricevere un'informazione asettica e professionale del fatto che dentro hai qualcosa sì, ma si chiama cancro: il potere della parola, eh?
Viola dedica pagine importanti alla necessità della prevenzione per evitare l’incontro con la malattia, quell’incontro che può essere fatale se non sorpreso in tempo, mentre sta già rodendoti dentro: quando il suo protagonista però si trova faccia a faccia con quella cosa che gli è cresciuta dentro, addosso a “quella specie di patata spugnosa nascosta dietro l’uccello di ogni uomo”, con quel male che vorrebbe strappare e gettare in pasto ai cani (e sarà Leonardo, il robot della sala operatoria a farlo), deve fare i conti con quello che succederà dopo che ha saputo.
Riprende la narrazione. Il tumore è operabile, quindi c'è la lunga, ragionata disamina del consenso da dare prima di finire steso su un gelido lettino operatorio: su quale organo si interviene, quale può essere l’approccio chirurgico più opportuno, le opzioni terapeutiche successive (ché l’intervento non può bastare, a volte), cosa succede normalmente al paziente durante l’operazione, come sarà il risveglio, quali saranno le conseguenze e le possibili complicanze, arrivando infine alla parola ‘morte’, che pure va messa in conto.
Il racconto del prima si interrompe bruscamente sulla parola ‘buio’: la tensione che è andata in crescendo mentre il lettore accompagnava il protagonista fino al tavolo operatorio è destinata a stemperarsi, a perdersi nel paesaggio che fa da cornice all’ultimo viaggio che l’uomo ha pianificato in ogni momento. Le protagoniste della seconda parte del libro sono le cinque donne della sua vita, quelle importanti, quelle che si sono avvicendate –e qualche volta sovrapposte- al suo fianco.
Mara e Dolores, le prime, legate da un’antica amicizia, poi separate da lui che si era insinuato tra loro, ritrovatesi adesso, non senza iniziale imbarazzo. Il confronto può essere crudele, o almeno doloroso. Invece i ricordi scivolano, sia pure con qualche frizione, ciascuna consegna all’altra pezzi di Lui, frammenti sconosciuti si rivelano a loro che pensavano di conoscerlo bene (“era quello che era per tutte noi” p.81).
 E poi arrivano Ulrike, e Nilde e Margherita, tutte diverse, tutte ‘ragazze’, le sue. Un social network ha fatto il miracolo di farle incontrare, secondo un disegno ordito dall’uomo, che prima di lasciarle per sempre ha fatto in modo che entrassero in contatto tra loro, che si riconoscessero in qualche modo, per prepararsi all’incontro.
Tante donne ne fanno una, dalle mille sfaccettature. E l’uomo che ha fatto un pezzo di strada con ciascuna di loro, ha mostrato pezzi di sé, diversi o coincidenti. Come in un caleidoscopio, tutto si combina a formare figure sempre nuove. Le cinque donne hanno risposto a una specie di convocazione, si passano adesso il turno di parola, ci restituiscono il ritratto a tratti contraddittorio di un uomo che ha lasciato dietro di sé amore e canzoni, quelle che vuole che vengano suonate al suo funerale.
Oltre ai dialoghi, realistici e impietosi anche, ci sono gli sguardi e i vestiti, le risate e le lacrime. 
E Savelletri, che non è meno protagonista dei personaggi del romanzo, personaggio lei stessa con la sua chiesetta sul mare, i suoi bar, i ritrovi dei pescatori, i ricci e gli aperitivi, la salsedine che si attacca alla pelle, con la terra rossa degli uliveti a ridosso del mare.
Bisognava stare attenti alla retorica spicciola, quella che –traditrice!- è sempre pronta a far sbavare il disegno narrativo. Alessio Viola ci è riuscito bene, consegnandoci un ritratto asciutto ed essenziale di un uomo fatto di ciò che ha lasciato a ognuna delle sue donne.
Ultima notazione: il libro è disseminato di titoli di canzoni, quelle che hanno accompagnato la vita del protagonista nei momenti condivisi con le sue donne. Ne ricordo qui solo una: "Mind Games" di John Lennon, perché a me fa venire i brividi.

domenica 1 febbraio 2015

Ultima lettura: "God save the drag queen" di Sara Perro

God save the drag queen
Dall'officina al palco, un viaggio memorabile tra arte, piume e paillettes

Autore: Perro Sara
Dati: 2015 (in uscita il 9 febbraio), formato Kindle 2664 KB lunghezza stampa 29 pp.
Editore: Zandegù

Non basta fare la drag, bisogna esserlo.

Lo scopo di questa inchiesta è quello della narrazione di un mondo scintillante di lustrini, ma compresso anche nelle contraddizioni con le quali la vita degli uomini incontrati da Sara Perro, giovane giornalista freelance, è costretta a confrontarsi, tra pregiudizi sociali e accettazione familiare, tra segreti e espressioni manifeste.
Nel suo reportage dal mondo delle drag queen italiane, l’Autrice presenta le vite comuni, le aspirazioni, i desideri, le difficoltà di uomini che hanno scelto di essere drag, cioè intrattenimento, simpatia e compagnia. Come bene ci dice, una drag “è un clown moderno: cancella i suoi lineamenti, indossa parrucche colorate, abiti sgargianti, infila scarpe improponibili e fa battute per divertire” e soprattutto è ben lontano dal proporsi come donna, ma semmai come caricatura femminile.
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Proprio per capire cosa sia una drag queen è utile quindi sapere cosa non è: non un travestito che sceglie l’abito femminile, quindi la forma, per emulare ciò che vorrebbe essere, non un uomo che esaspera una femminilità artefatta per scopi sessuali, ma una maschera costruita e indossata con somma cura e con scopi artistici.
Barbie Bubu, Kelly Clackson e Maga Mela sono le drag che la Perro ha incontrato per raccontare questo universo sconosciuto ai più, o quanto meno percepito in modo approssimativo e superficiale.
Definire “God save the drag queen” un viaggio memorabile mi sembra un po’ pretenzioso e non perché non sia una buona descrizione di quella che è una parte del panorama italiano del fenomeno drag, ma perché appunto tratta solo qualche aspetto di un argomento che merita senz’altro ulteriori approfondimenti, alla luce delle tante implicazioni che una scelta artistica del genere ha insite.
Una lettura gradevole e veloce, in uscita a giorni per le edizioni Zandegù, che lascia molte domande e spunti di riflessione.

lunedì 26 gennaio 2015

Ultima lettura: "Il giovane Holden" di J.D.Salinger


Il giovane Holden

Autore: Salinger Jerome David
Dati: 1961, 248 p., trad. di Adriana Motti; 2014, 251 p., trad. di Matteo Colombo, brossura
Editore: Einaudi Editore (1961 collana Gli Struzzi; 2014 collana Super ET)

Mi fanno impazzire i libri
che quando hai finito di leggerli
e tutto quel che segue
vorresti che l'autore fosse il tuo migliore amico,
per telefonargli ogni volta che ti va.
(ed. 2014)

Passo in rassegna i tweet con i quali ho commentato la mia lettura de “Il giovane Holden”, raccolti in un tweetbook. Mi aiuta a ricostruire parte dei pensieri che mi hanno accompagnato nel breve periodo impiegato a leggere questo libro di culto, definito classico romanzo di formazione, popolare fin dalla sua pubblicazione nel 1951 con il titolo “The Catcher in the Rye”, che se ha una potenza evocativa per i lettori americani, era invece intraducibile in italiano. Un tentativo era stato fatto con la prima traduzione di Jacopo Darca del romanzo, intitolato per l'appunto “Vita da uomo” (Casini, 1952), ma passando successivamente a Einaudi è diventato “Il giovane Holden”, tradotto da Adriana Motti. E con questo titolo si è conservato nella traduzione di Matteo Colombo, nell’edizione del 2014.
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Tanta attenzione per il susseguirsi delle traduzioni di Holden è determinata dal ‘fastidio’ provato mentre leggevo l’edizione del 1961, causato da un senso di estraneità ad un linguaggio giovanile che è cristallizzato in una forma coerente con il modo di esprimersi dei giovani di quasi sessanta anni fa e che quindi mi risultava oggi ostico e artificiale, tanto da farmi decidere, arrivata a metà, di acquistare la nuova edizione e ripartire a leggerlo da lì. Ma non potevo fermarmi alla mia personale irritazione verso un gergo che sentivo tanto lontano, anzi bisognava che diventasse opportunità di riflessione su traduzione, variabilità linguistica e gerghi più o meno transitori.
Ho programmato a scuola di leggere con i miei alunni alcuni romanzi ‘indispensabili’, lanciando l’hashtag #unlibroalmese, per condividere poi con le comunità di lettori su Twitter le scelte volta per volta compiute con i miei ragazzi. Spesso ho guidato la preferenza verso quei libri che desideravo da tempo di leggere, con lo scopo precipuo di colmare mie lacune.
È stato così per “Il giovane Holden”, acquistato molti anni fa per 25000 lire e da allora conservato intonso nella mia libreria, in attesa che mi decidessi a scoprire Holden Caulfield “un personaggio ormai famoso e proverbiale negli Stati Uniti, l'eroe eponimo di tutta una generazione”, come si legge nella nota dell’Editore. Sapevo insomma che dovevo sapere qualcosa di più di questo adolescente americano che
si chiede dove vadano le anitre, d'inverno, quando gela l'acqua nel laghetto di Central Park South a NYC.
Con tutto ciò, cioè pur con la consapevolezza della necessità di conoscere questo romanzo, per quasi tutto il libro mi sono chiesta perché certi libri diventano libri di culto, cosa fa di un personaggio come Holden un personaggio mitico, come si può
segnare generazioni di lettori e fino a quando questo succede. E ancora, di conseguenza, quando Holden è diventato obsoleto, se è mai diventato obsoleto? Oppure la sua eventuale e non provata obsolescenza dipende dalle sue traduzione (motivo per il quale in Italia Einaudi ha pensato che fosse necessario farne fare un’altra, nuova)? E infine oggi, anni Dieci del 2000, quale romanzo può sostituirlo? E poi, si deve sostituire?
A tutte queste domande non ho trovato risposta, soprattutto perché avviandomi alla conclusione, dopo aver deciso di leggere la traduzione di Colombo che scorre veloce (pur non discostandosi troppo da quella di Motti, tranne che per alcune scelte decisamente opportune, come quella di cambiare la voce 'spicinio', familiare e toscana, per 'sbriciolamento' con ‘massacro’ o frasi come "Io sono di un'ignoranza crassa, ma leggo a tutto spiano" del cap.3 con “Io sono abbastanza analfabeta, però leggo un sacco”, solo per citare un paio di esempi) mi sono sentita coinvolta e presa e solidale e comprensiva nei confronti di questo ragazzo singolare che parla per iperboli e anacoluti, tanto da pensare alla fine che Holden ti manca nel momento in cui lo devi lasciare, pur sapendo che non ti lascerà più davvero. Per cui, senza se e senza ma, “Il giovane Holden” è ovviamente un romanzo ‘obbligatorio’.
La lingua di Holden è senza peli; fa riflettere la scelta del politically uncorrected nella traduzione di Colombo (e non poteva essere diversamente, lontano da qualunque ipocrisia lessicale): i ‘pederasti’ della traduzione del 1961 diventano ‘finocchi’, nella nuova traduzione, per esempio.  Questo colpisce perché abbiamo forti tabù rispetto alle parole, a certe parole. Ecco perché sobbalziamo davanti a 'finocchi' del cap.24, ci sembra forte, offensivo e nessuno si sognerebbe di usare questo vocabolo, oggi.
Invece sono solo parole, sono modi di dire, una volta non cambiava la sostanza, adesso sì. Come per ‘negri’, che prima si diceva senza rischi per la suscettibilità di nessuno: il rispetto passa dalle parole, ma a volte no, è decisamente altro. E si dissimula il timore delle discriminazioni dietro perifrasi e parole altre.




martedì 20 gennaio 2015

Ultima lettura: "Le regole degli amori imperfetti" di Mara Roberti


Le regole degli amori imperfetti

Autore: Roberti Mara
Dati: 2014, ePub con DRM 756,0 KB
Editore: Emma Books (collana Love)

Se la vita è come una tazza di tè,
significa che qualcuno di noi sarà l’acqua
 e qualcun altro il tè

Una premessa urge: non amo la letteratura rosa e chi mi conosce personalmente, o ha dato una sbirciata al mio blog, questo lo sa bene. Il fatto che io mi definisca una lettrice avida e ‘onnivora’ non significa che sia ‘bulimica’, tanto per continuare con le metafore alimentari. Sicuramente non ho pregiudizi e assaggio tutto prima di dire che non mi piace, dopodiché è giusto specificare che scelgo le mie letture sulla base di gusti affinati nel tempo, mi lascio incuriosire da molti argomenti, ma il più delle volte i miei percorsi di lettrice, per quanto disordinata, si svolgono su direttrici costruite per affinità. Sono stata una lettrice di romanzi rosa in età adolescenziale, e non rinnego questa predilezione, per quanto sia stata completamente inutile per la mia educazione sentimentale, forse perché la vita vera insegna molto di più di quella inventata.
Photo Elena Tamborrino

Probabilmente questo è il motivo per cui oggi, se mi lascio sedurre da una storia d’amore, è perché vi ho scorto delle possibilità inconsuete, eppure verosimili. È assai facile innamorarsi di un tizio bello, ricco, giovane, intrigante, affascinante e magari pure un po’ bastardo (ché chissà perché tante si innamorano di questo genere di uomo, aveva ragione Marco Ferradini), invece che di uno bruttarello e tracagnotto, disoccupato e nullatenente. Eppure quando capita la storia d’amore comune, quella che può succedere a chiunque, quella in cui ti chiedi ‘com’è possibile farsi attrarre da uno/a così?’ (ben sapendo che quelli che attraggono spesso sono ‘uno/a così’), se è ben scritta, se c’è sugo, se c’è trama, allora riesco a cedere ancora alla tentazione del rosa, che però vira al violetto. È quello che mi è successo in tempi recenti con "Fare l'amore" di Rossana Campo, o qualche anno fa con “Non ti muovere” di Margaret Mazzantini.
Dopo questo preambolo obbligato vengo al dunque: ogni tanto mi capita ancora di leggere un romanzo rosa, di quelli classici della serie "io ti amo, tu mi ami, non c'importa della gente" che normalmente scanso. Ma si sa, la vita è bella perché è varia.
E così sulla mia strada è capitato questo ebook, che mi ha attratto perché presenta una strada alternativa e parallela alla storia d’amore nuda e cruda, la strada del tè.
La storia si svolge in un posto immaginario, ma così ben descritto che potrebbe esistere realmente ed esiste sicuramente nella testa dell’Autrice, che di tanti posti amati (Pitigliano? Scanno?) ha raccolto scorci che tutti insieme fanno il borgo romantico di Roccamori.
A Roccamori si reca Elisa, grazie a un soggiorno omaggio arrivato inaspettatamente, insieme a una specie di fidanzato che in pochissime battute si rivelerà quello che è, cioè un mediocre che si fa presto a dimenticare. Ma in quel luogo, dove si chiuderà il cerchio della sua vita sentimentale e dove è stata attratta con un piccolo inganno, la ragazza scoprirà il mistero della sua giovane esistenza, ancora breve ma già densa di sofferenze. E soprattutto Roccamori sarà il luogo dove Elisa capirà da dove parte la sua passione per il tè, ereditata dalla madre che l’ha iniziata alla cura di questa bevanda, nelle sue varietà più rare e pregiate, e alle cui regole di preparazione sta dedicando un libro. Sono proprio le pagine dedicate al tè quelle che hanno attirato maggiormente la mia attenzione; scopro, solo alla fine della lettura del romanzo, che Mara Roberti ha veramente pubblicato un libro parallelo a questo, che ha intitolato "Le regole del tè e degli amori imperfetti" e che contiene gli appunti di Elisa. In questo volume, “un po’ manuale, un po’ dizionario, un po’ libro di ricette”, si troveranno le spiegazioni sugli otto tipi di tè citati dalla protagonista del romanzo, di cui diventa naturale appendice. Ma anche senza leggere il manuale di Elisa sul tè, la bevanda è egualmente il filo rosso che lega la vicenda e la rende originale rispetto a una comune romantica storia d’amore.
Di una cosa sono convinta: non deve essere facile scrivere un libro rosa, come non è facile scrivere nessun libro. Ma forse per il genere romance è ancora più difficile, il rischio di affondare nella melassa è concreto e se si ambisce ad attirare un pubblico un po’ esigente, che non si fa facilmente conquistare, o si ha una buona idea e la si rende bene per scritto, oppure la partita è persa in partenza. A me sembra che Mara Roberti ci sia riuscita: lo stile è scorrevole e la trama ben congegnata, per quanto un po’ inverosimile. Ma a un romanzo rosa che per definizione nasce per dare sostanza ai sogni, la dimensione dell’improbabile si può perdonare.

lunedì 12 gennaio 2015

Ultima lettura: "L'appuntamento" di Piergiorgio Pulixi


L’appuntamento

Autore: Pulixi Piergiorgio
Dati: 2014, 129 p., brossura
Editore: Edizioni e/o (collana Originals)

Perché, devi sapere, io non sarei quello che sono senza Cassandra…

È molto bravo Piergiorgio Pulixi, giovane scrittore che esce dal collettivo Sabot di Massimo Carlotto, già inventore del poliziotto (scorretto) Biagio Mazzeo, protagonista di due romanzi che precedono questo, in cui però non entra.
Pulixi ha scritto un racconto lungo 129 pagine, che si fanno leggere in un paio di ore: questo è il tempo che ho impiegato per farmi prendere da questo serrato scambio di battute, durante il quale si srotola una storia ad alta tensione.
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A raccontare l’incontro al buio tra Laura e –diciamo- Domenico, è l’uomo, in prima persona. Un uomo che è un grande osservatore e che studia a distanza la sua vittima, prima di avvicinarla. Che Laura sia una vittima, lo si capisce dalle prime battute, dal suo atteggiamento di attesa solitaria al tavolo di un elegante ristorante dove è stata convocata per un ‘gioco’ molto particolare. Queste le premesse, che porteranno a uno sviluppo della situazione tutt’altro che scontato.
La storia si svela al lettore attraverso rapide sequenze dialogiche, in cui volta per volta si inseriscono i vari personaggi di contorno, ciascuno dei quali svolge un ruolo determinante per lo sviluppo dell’intreccio. E si tratta di un intreccio in cui sembra di scendere in un gorgo di perversione sempre più profondo, fino all’inimmaginabile conclusione un po’ splatter. 
Il culmine di un’escalation di violenza psicologica è lo svelamento di un piano diabolico e scellerato, determinato dalla noia e dalla ricchezza.
Pulixi si fa leggere fluidamente, coinvolge il lettore in una spirale di attese ansiogene, nulla di meglio per gli amanti del genere noir. Unica nota stonata, in una scrittura gradevole e curata, è il cedimento a un’espressione modaiola che a me risulta odiosa, un quant’altro a p. 121 che si poteva sostituire con un sintagma dallo stesso significato (ma questa è una questione di gusti). Nulla toglie all’efficacia del racconto, che merita uno dei vostri pomeriggi da fine settimana di maltempo, in poltrona e al caldo confortevole delle vostre case.
E se non lo leggerete quest’inverno, portatelo al mare la prossima estate, ma non leggetelo sotto il sole, rischiereste di dimenticarvi del tempo che passa e di prendervi un’insolazione. Meglio sotto l’ombrellone.
E state attenti a tutte le vostre interazioni tramite social… Molto attenti.

PS. La citazione in apertura della recensione non si può capire se non si legge il libro. Quindi buona lettura.

mercoledì 7 gennaio 2015

Ultima lettura: "L'amore che ti meriti" di Daria Bignardi


L’amore che ti meriti

Autore: Bignardi Daria
Dati: 2014, 247 p., brossura
Editore: Mondadori (collana Scrittori italiani e stranieri)

A Ferrara tutto è circoscritto, nascosto.
Il Castello è circondato dal fossato,
il centro è circondato dalle Mura,
i giardini sono interni, circondati dalle case,
persino le tende delle finestre, color cotto,
sembrano pensate per confondersi coi muri e nascondere segreti-

In questo libro si racconta di un mistero.
Che è quello che dovrebbe prenderti da subito e non mollarti finché non arrivi al suo scioglimento.
Invece la storia parte in sordina e ti avvolge piano piano, accompagnandoti in una Ferrara sonnacchiosa, che è il teatro degli avvenimenti che hanno visto protagonisti Alma e Maio ieri e Antonia, detta Toni, oggi.
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Alma e Marco, detto Maio, sono fratelli, cresciuti in una famiglia molto riservata e dal passato oscuro che si va svelando man mano che Antonia, figlia di Alma, si mette in testa di tornare a Ferrara, città di origine della famiglia materna, per indagare sulla improvvisa e oscura sparizione dello zio tossicomane, trent’anni prima.
Antonia, giovane scrittrice di gialli, prossima a diventare mamma, vorrebbe ispirarsi al commissario di polizia da lei stessa ha inventato, ma i suoi metodi investigativi sono goffi, i suoi tentativi di ricerca confusi e frammentari, per di più ostacolati dall’atteggiamento della madre, da sempre reticente sul passato della sua famiglia, e dalle persone che Toni incontra per fare chiarezza sul mistero della scomparsa di Maio. La soluzione dell’enigma arriverà alla fine, in modo del tutto inaspettato, come in ogni giallo che si rispetti.
Ma questo di Daria Bignardi non è propriamente un giallo, o meglio il giallo è solo un pretesto per analizzare i meandri oscuri in cui si annidano risentimenti, dolori e segreti familiari, in uno sfondo provinciale che è anche un omaggio alla sua città natale, Ferrara, così ricca di storia e cultura continuamente evocate (il nome di Giorgio Bassani è spesso richiamato, insieme al pasticcio di maccheroni alla ferrarese, quasi con la stessa frequenza).
Chi conosce la città, individuerà i luoghi in cui Toni si muove; per chi non è mai stato a Ferrara è un modo per farsi venire la voglia di fare un giro da quelle parti.
Il sistema dei personaggi che si muovono nella vicenda è complesso e si muove su due piani, tra passato e presente, con punti di intersezione (Alma tra ieri e oggi, la sua amica Michela, la signorina Lia, vicina di casa della famiglia di Alma ai tempi della scomparsa di Maio). Tutti sono ben tracciati e descritti sia fisicamente che caratterialmente: Leo (il compagno di Toni), il commissario D’Avalos (collega di Leo e guida per Toni a Ferrara), la signoria Lia e la sua cagnetta Mina, Isabella (la bella barista, figlia di quella Michela amica di Alma e Maio fino alla scomparsa di quest’ultimo, a cui era legata sentimentalmente -Ci siamo divertiti moltissimo noi tre. Tre è un bel numero, quando sei ragazzo. Un’utopia di società ideale-).
Lo stesso Maio si definisce sempre più precisamente, fino all’epilogo della vicenda. Le uniche che sfuggono a una descrizione fisica precisa sono Antonia e Alma, le due voci narranti che si alternano nella ricostruzione dei fatti, in una continua altalena tra quel che è stato e quel che forse è: non si riesce a visualizzarle, di loro si sa quel che fanno, cosa pensano, come vivono, ma poco si intuisce delle loro fattezze fisiche (solo di Antonia si sa che ha una pancia prominente, essendo prossima al parto), sono soprattutto entità emozionali.
Lo stile della Bignardi è pacato, misurato e tuttavia capace di prendere il lettore in modo sempre più appassionato; il racconto procede senza scossoni, senza evidenti colpi di scena, eppure da un certo momento in avanti e fino alla fine, non riesci a staccartene.
Mi sembra anche questa una bella prova narrativa, la quarta dopo il libro di memorie “Non vi lascerò orfani”, una specie di lessico famigliare alla Ginzburg, “Un karma pesante” e "L'acustica perfetta", in corso di traduzione in nove Paesi, tutti editi da Mondadori.
Insomma, leggetelo.
Non va bene come conclusione? Io dico di sì: leggetelo.