domenica 22 novembre 2015

Ultima lettura: "Anna" di Niccolò Ammaniti


Anna

Autore: Ammaniti Niccolò
Dati: 2015, 275 p., brossura
Editore: Einaudi (collana Stile Libero Big)


L’amore sai cos’è solo quando te lo levano.
L’amore è mancanza.

Anna Salemi è una ragazzina di tredici anni che vive vicino a Palermo. Siamo in un futuro non troppo lontano, nel 2020, e la Sicilia è annientata da un virus, la Rossa, che ha falcidiato tutti gli adulti. I sintomi della malattia sviluppata da questo virus sono inequivocabili: si manifesta con l’apparizione di chiazze rosse sulla pelle, difficoltà respiratorie e febbre altissima e ciò che si sa di sicuro è che non colpisce nessuno prima dei quattordici anni e perciò l’isola è ormai abitata solamente da bambini che si muovono in un paesaggio distopico, desolato, carbonizzato a causa dei frequenti incendi, arido, distrutto, sporco, crudele come solo accade quando i bisogni tornano ad essere quelli primordiali, quelli che ti ributtano indietro in una condizione quasi preistorica, dove la lotta è per la sopravvivenza, il cibo e, in questo caso, le medicine.
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Anna è rimasta sola con il fratellino Astor: per un po’ si sono fermati al Podere del gelso, dove vivevano con la mamma Maria Grazia, morta anche lei e conservata sul letto della sua camera dopo precise disposizioni lasciate alla primogenita, poi Anna capisce che deve muoversi da lì e andare verso Messina per passare lo Stretto, raggiungendo la Calabria e quel continente dove la Rossa sicuramente non c’è.
Anna attraverserà pericoli, dovrà prendere decisioni, mangerà (e farà mangiare ad Astor) quello che riuscirà a trovare nei negozi devastati e saccheggiati, nelle case semidistrutte e abbandonate: si tratterà per lo più di cibo scaduto, conservato male, ammuffito a volte, il che dimostrerà la forza di questi ragazzini, non solo psicologica ma anche fisica, visto che la loro resistenza sfiderà qualunque veleno saranno in grado di mettersi nello stomaco (e spesso di rigettare seduta stante). In questo percorso accidentato, Anna farà incontri importanti e cambierà, fino a diventare la donna che già si percepisce dalle prime pagine, da quando è intenta a consultare il quaderno delle Cose Importanti che sua madre, nell’imminenza della morte, ha preparato per aiutarla a affrontare le difficoltà pratiche che i figli avrebbero trovato nella loro vita senza adulti, fino a quando comincerà a cavarsela da sola, in completa autonomia. Per questo forse si può pensare a questo romanzo come a un romanzo di formazione.
“Anna” è un libro duro che all’inizio ho fatto fatica a leggere: le descrizioni dettagliate e crude delle lotte fisiche, della morte, della malattia mi rendevano difficile andare avanti, mi sembrava tutto troppo esasperato. A convincermi che dovevo proseguire sono stati due motivi: il primo è sicuramente l’Autore, di cui ho apprezzato sempre tutto, compresi gli aspetti splatter della sua scrittura; il secondo è la protagonista, Anna appunto, un personaggio fortissimo, indimenticabile, uno dei più belli di Ammaniti.
Ho avuto ragione a non scoraggiarmi, perché man mano che procedevo nella lettura, entrando sempre di più nella storia e partecipando alle vicende di Anna e di suo fratello, ho potuto soffermarmi sugli aspetti più caratteristici della scrittura di Ammaniti, come la sua capacità di rendere i pensieri e le parole dei bambini e degli adolescenti, quel suo regredire a livello del personaggio tanto da renderlo vivo e reale. Era stato così per “Io non ho paura” e “Io e te”: oggi, con questo nuovo romanzo, si aggiunge un altro importante tassello al mosaico della psicologia infantile e adolescenziale a cui Niccolò Ammaniti si dedica da tempo.
Alla fine del libro –cosa che mi è successa raramente e non mi capitava comunque da tanto tempo- ho pianto di commozione e non per come termina la storia, in realtà con un finale aperto, ma per tutto quello che ho trovato nelle pagine, per la forza e la bellezza di questa guerriera, Anna, che mi porterò sempre dentro.
Consiglio fortemente la lettura di questo romanzo: Anna vi entrerà nelle vene.

venerdì 13 novembre 2015

Ultima lettura: "E poi ci sono quei momenti che (Le Polaroid di un padre quasi perfetto)" di Nicola Feo


E poi ci sono quei momenti che (Le Polaroid di un padre quasi perfetto)

Autore: Feo Nicola
Dati: 2015, ebook, 98 p. su dispositivo Kindle
Editore: Zandegù

Io sono stato seduto su un masso a osservare le anatre,
ma a differenza di Holden Caulfield
non mi sono chiesto dove andassero d’inverno.

C'è un ragazzo padre e ci sono due Cuccioli d'uomo, i suoi figli.
C'è il fatto che per diventare padre (e madre) esiste la Natura che fa un certo corso (quella cosa delle api, dell'impollinazione, eccetera eccetera), per fare il padre (e la madre) invece ci vuole l'esperienza che ti fai sul campo, perché non esistono ricette, nessuno può spiegare come si fa.
E così, specie se resti solo come capita a Nicola, devi farti in due e affrontare giorno per giorno quello che la vita e i tuoi bambini ti presentano.

Questo papà, che forse è ancora un po’ figlio, raccoglie ventidue istantanee di vita, una per ogni occasione gli si presenti per conoscere meglio i suoi figli, per aggiustare il tiro, per prendere bene le misure e cercare di non sbagliare, adattandosi alle circostanze e a prezzo di qualche errore di valutazione. Le chiama Polaroid, come la macchina fotografica dalla quale quasi magicamente uscivano le immagini appena scattate, senza passare dalla camera oscura del fotografo. Sono fotografie che a distanza di tempo oggi possono apparire di uno strano colore giallastro, che le distingue dalle altre, che pure presentano i segni del tempo per un virare del colore, accentuato in una certa tonalità. Ciononostante chi le ha conosciute in qualche modo è rimasto affascinato da questo incantesimo che riusciva a consegnare in tempo reale la traduzione di un momento.
Nicola Feo traduce istanti in immagini fatte di parole e, accompagnandosi a quelle dei libri che ha amato -da Simenon a Philip Roth, da Franzen a Salinger, da Jennifer Egan a Manuel Vázquez Montalbán, da Saunders a Tolstoj, a McCarthy, a Baricco e tanti altri-, racconta i suoi momenti con i suoi bambini, “il Grande moro e il Piccolo biondo, il primo occhi scuri e fisico possente, il secondo occhi celesti e fisico dinoccolato”, che per certi versi somigliano a quei momenti di trascurabile felicità di cui qualche anno fa ci ha parlato Francesco Piccolo, quei momenti destinati ad essere ricordati quando sono passati, quei momenti in cui siamo stati felici senza accorgercene. Più che momenti felici (ma ci sono anche quelli), quelli di Nicola Feo sono momenti in cui il padre che è, che sta diventando strada facendo, raggiunge qualche piccola o grande consapevolezza.
Si tratta di un libro veloce, che si legge piacevolmente, una buona prova di opera prima.
E si sa che se la prima è buona, la responsabilità della seconda è enorme.


sabato 7 novembre 2015

#NidiDiRagno: ancora social reading con Italo Calvino e TwLetteratura


#NidiDiRagno: ancora social reading con Italo Calvino e TwLetteratura


Ora Pin è solo tra le tane dei ragni
e la notte è infinita intorno a lui
come il coro delle rane.

Ci sono libri che diventano i tuoi libri, quelli che da un certo momento in avanti ti accompagneranno per tutta l’esistenza, quelli che ti porterai sempre dietro, di trasloco in trasloco, di casa in casa, di vita in vita.
Allo stesso modo ci sono scrittori che diventano i tuoi preferiti, forse anche per caso, perché hai incontrato sul tuo cammino di formazione quelli e non altri, che potevano diventare anche loro i tuoi preferiti e che probabilmente resteranno occasioni perse.
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Diventano i tuoi preferiti magari per combinazione, ma poi per scelta, perché li cerchi, continui a leggerli, alla fine sai quasi tutto di loro e delle loro opere, di quello che dicevano, di quello che pensavano. E non a caso parlo di loro al passato, perché possiamo avere certamente tra i nostri autori preferiti anche scrittori contemporanei viventi, ma quando penso alla mia formazione in particolare, io penso a una certa letteratura, condensata soprattutto tra gli anni Quaranta e Sessanta del secolo scorso, con una specifica concentrazione sul Neorealismo. Per farla breve, ognuno ha le sue fissazioni e io sono un po’ fissata con Vittorini, Pavese, Fenoglio, Moravia, Cassola, Pratolini, Calvino e così via, solo per citare qualche nome tra i tanti possibili.
La scuola ha avuto in questo un ruolo decisivo, almeno nel mio caso: più volte ho avuto modo di dirlo, più volte mi sono dichiarata studentessa fortunata che ha fatto incontri fortunati con insegnanti eccezionali, che hanno rafforzato una naturale passione per la lettura, nata in famiglia prima che altrove, favorendo la conoscenza di autori importanti da inseguire, leggere e fare propri, in solitudine.
Italo Calvino è senza dubbio uno dei miei scrittori preferiti; vorrei dire che è il mio preferito, se non temessi di far torto ad altri che più o meno allo stesso modo mi appartengono. Ma con Calvino è nata subito un’intesa che si è giocata molto sulla possibilità di fantasticare indotta dalla lettura della trilogia de “I nostri antenati”, alle scuole medie: “Il barone rampante” è stato il primo romanzo di Calvino che ho letto a scuola, per l’ora di narrativa (si fa ancora alle medie?), e poi da sola ho completato la trilogia con “Il visconte dimezzato” e “Il cavaliere inesistente” perché ormai la febbre mi era venuta. Ripensavo a quello stralunato di Marcovaldo di cui mi avevano letto qualche racconto alle elementari e ritrovavo i nomi di ispirazione medievale e le situazioni surreali che tanto mi avevano colpito da ragazzina: da adulta le avrei trovate ancora nelle descrizioni che Marco Polo fa delle città invisibili, incontrate nei viaggi attraverso l’immenso impero di Kublai Kan. 
A diciassette anni leggo per la prima volta, e su consiglio della mia insegnante di Italiano, “Il sentiero dei nidi di ragno”, il primo romanzo di Italo Calvino, scritto e pubblicato nel 1947, quasi all’indomani della Liberazione, a bocce ferme ma non troppo rispetto a quella stagione politica e culturale tanto carica di significati. Quella fu un’epoca fervida di scrittori che volevano e sentivano di dover raccontare quello che avevano visto e vissuto: Maria Bellonci, nella Prefazione a "Tempo di uccidere"  di Ennio Flaiano, vincitore del primo Premio Strega proprio nel 1947, dice che quell’anno fu “buono per i libri e anche per gli scrittori; sebbene questi ultimi se ne siano accorti solo più tardi”. In effetti quello fu l’anno in cui sugli scaffali delle librerie si trovava “La romana” di Alberto Moravia accanto a “Il compagno” di Cesare Pavese, a “Malaria di guerra” di Enrico Pea, a “Cronache di poveri amanti” di Vasco Pratolini. E appena due anni prima, a due mesi dal 25 aprile, era uscito “Uomini e no” di Elio Vittorini, mentre due anni dopo Renata Viganò avrebbe pubblicato “L’Agnese va a morire”. Tutti volevano scrivere la guerra, la Resistenza, la vita nelle città e sulle montagne, il mercato nero, le miserie umane, gli atti eroici e le vigliaccherie, il dolore e la speranza. Calvino lo fece in modo diverso dagli altri, con una scelta che poneva il suo romanzo a margine della Storia: per non sentirsi in soggezione avrebbe affrontato il tema “di scorcio”, attraverso gli occhi di un bambino che gioca a fare il grande, in un gioco più grande di lui. E probabilmente questa è stata la cifra caratteristica di un romanzo immortale che può parlare a tutti, ai più piccoli come ai grandi, in una dimensione che Pavese per primo definì ‘fiabesca’, come d’altronde è quasi tutta la produzione di Calvino.
Sono sicura che in quello che ho scritto finora molti lettori si ritroveranno, perché Italo Calvino per molti della mia generazione è stato colonna portante nel processo di costruzione del proprio sapere.
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Oggi, a distanza di oltre trenta anni e dopo averlo sfogliato e risfogliato nel corso del tempo, riprendo la lettura de “Il sentiero dei nidi di ragno” e lo faccio con i miei alunni prima di tutto, con la speranza e la curiosità di vedere che effetto farà su di loro, dopo che abbiamo cominciato un percorso sulla letteratura neorealista che ci ha già visto leggere nelle scorse settimane "L'Agnese va a morire" di Renata Viganò. E lo faccio con la comunità di TwLetteratura, che ha accolto con entusiasmo la mia proposta e mi ha offerto tutto il supporto organizzativo per il lancio della riscrittura di #NidiDiRagno, che spero coinvolgerà molti utenti di Twitter e molte scuole, in una rete grandissima senza obblighi formali né protocolli da seguire, se non il rispetto di un calendario e delle poche e semplici regole del gioco, che trovate qui.
Sarà il rinnovarsi dell’incontro con Pin e Cugino e del Comandante Kim. Un incontro che si rinnova e che mi trova emozionata, in attesa di scoprire cosa troverò ancora tra le righe di questo romanzo, nelle parole dei suoi protagonisti, nel paesaggio che Calvino aveva a sua disposizione, perché era fatto dei suoi luoghi, e che aveva bisogno di popolare con figure epiche tra Storia e storie.
Appuntamento quindi a lunedì 9 novembre con #NidiDiRagno.

sabato 31 ottobre 2015

Sul comodino: letture compulsive (e disordinate)


Letture compulsive

Mai come in questo momento mi divido tra diverse letture in contemporanea. Fino a poco tempo fa mi capitava di rado di dedicarmi a più libri nello stesso tempo e, se accadeva, doveva trattarsi di generi molto diversi. Insomma, leggere più romanzi nello stesso periodo, almeno tanti come adesso, non mi era mai successo. ‘Colpa’ del social reading, ma anche grazie al social reading, una pratica di lettura condivisa attraverso gruppi di lettura più o meno strutturati, che si scambiano commenti, impressioni, incoraggiamenti, attraverso i principali social network: ce ne sono molti organizzati su Goodreads, molti su Facebook, esiste la comunità di TwLetteratura, che del gioco letterario della twitteratura (a proposito, il termine è ormai entrato nel vocabolario Treccani![1]) a partire da una lettura condivisa, fa un manifesto. E poi ci sono i gruppi di lettura che nascono in ambiti precisi, la scuola ad esempio, o i salotti letterari che si riuniscono periodicamente per parlare di un libro. Di tutto questo non mi faccio mancare nulla, da buona lettrice senza troppi pregiudizi rispetto magari a qualche titolo che di primo acchito non mi ispira.
Non è certo il caso dei libri che sto leggendo in questo periodo così intenso, nel senso che per tutti questi non ho avuto alcuna remora, ma anzi ho nutrito curiosità già in passato, ho sentito il bisogno di accostarmici, qualcuno è una scoperta, per un altro si tratta di una rilettura, a distanza di oltre trenta anni.
Photo Elena Tamborrino

Ma andiamo con ordine (non di inizio, ché tanto non me lo ricordo); per i primi due volumi indico qui le ultime edizioni disponibili (dei Fratelli è quella che possiedo, acquistata per l’occasione, mentre del romanzo della Viganò ho l’edizione stampata nel 1972), di Satta e di Dahl le edizioni che possiedo (de “Il giorno del giudizio” Adelphi ha pubblicato l’edizione economica nel 1990, collana Gli adelphi; del libro di Roald Dahl esistono moltissime edizioni, anche in versione pop-up e in ebook, l’ultima del 2014 sempre per Salani, mentre Einaudi l’ha pubblicata nel 1999 nella collana Einaudi Scuola, a c. di Tea Noja).
  
I fratelli Karamazov

Autore: Dostoevskij Fëdor
Traduz.; Villa Agostino
Dati: 2014, 1033 p., brossura
Editore: Einaudi (collana Einaudi tascabili. Biblioteca)

Sforzatevi di amare il vostro prossimo
attivamente e ininterrottamente.
Nella misura in cui avanzerete nell’amore,
acquisterete anche la convinzione dell’esistenza di Dio,
e quella dell’immortalità dell’anima.

Nella vita prima o poi i russi ti toccano. Russi inteso come Grandi Scrittori Russi. Da tempo corteggiavo l’idea di accostarmi a Dostoevskji, o a Tolstoj o a Cechov, del quale comunque avevo letto qualche racconto, probabilmente per una specie di condizionamento determinato dagli studi liceali e sentivo che non aver letto nulla dei grandi romanzi che questi scrittori hanno scritto rappresentava una grave lacuna, considerando anche il mio lavoro di insegnante di materie letterarie. Così mi sono sicuramente fornita negli anni di titoli anche cronologicamente lontani come Anna Karenina di Tolstoj e Il dottor Živago di Pasternak, Le notti bianche e Il giocatore di Dostoevskji, Il Maestro e Margherita di Bulgakov e Le anime morte di Gogol’, tanto per portarmi avanti con il lavoro, ma senza avere il coraggio di cominciare a leggerli (con l’eccezione de Il giocatore, letto lo scorso anno a scuola con i miei alunni, senza particolari entusiasmi, soprattutto da parte loro).
È stato provvidenziale l’incontro con il gruppo di lettura di Maria Di Biase del blog Scratchbook (qui la pagina FB del blog https://www.facebook.com/scratchbookblog/) con il quale ho già affrontato Infinite Jest (ne ho parlato qui) che ha proposto di leggere insieme “I Fratelli Karamazov”. Le prime impressioni, che riporto qui dopo averle già scritte negli spazi di condivisione del gruppo, sono state determinate da sensazioni di profondità e allo stesso tempo, con la sapienza magistrale di chi sa cambiare registro senza compromettere l’omogeneità del testo, di leggerezza. Solo nelle prime cento pagine l’Autore passa a parlare di menzogna ("Chi mente a se stesso e presta ascolto alle proprie menzogne, arriva al punto di non distinguere più la verità, né in se stesso, né intorno a sé.") alla distinzione esilarante tra Spirito Santo e Santo Spirito, che può scendere in forma d'uccello che ha voce umana e che avvisa se verrà un balordo a rivolgere domande insulse. La capacità di Dostoevskij di scandagliare l’animo umano, parlando ad esempio, oltre che del mentire a se stessi fino a convincersi che quella menzogna è invece verità, anche di suscettibilità, dell'immaginarsi un'offesa ("sa che lui stesso ha mentito per comporne un quadro, ha spaccato in quattro ogni parola e d'un fuscello ha fatto una montagna") con la conseguenza di un rancore certo. Altro punto importante, a mio parere, delle prime cento pagine è la descrizione dell'imbarazzo di Alëša il cui sguardo va verso la giovane Lisa, la cui infermità lo attrae e lo respinge insieme: a chi non è capitato di indugiare con lo sguardo dove non si vorrebbe/dovrebbe guardare? Ecco, Dostoevskij lo descrive in modo davvero mirabile. E poi già solo nei primi capitoli il narratore discetta sul rapporto tra Stato e Chiesa, sul concetto di colpa ("Ricorda soprattutto che non puoi essere giudice di nessuno. Perché non vi può essere sulla Terra nessuno che giudichi un criminale se prima non abbia riconosciuto di essere egli stesso un criminale come chi gli sta dinanzi, e di essere forse il maggior colpevole del delitto da questi commesso. [...] Perché se io fossi giusto, forse non vi sarebbe neppure il criminale dinanzi a me.", questo passo nella traduzione di Nadia Cicognini e Paola Cotta, ed. Mondadori 1994), su senso dell’onore e della malvagità ("Se poi la malvagità degli uomini suscitasse in te un'indignazione e una contrarietà irrefrenabili, a segno di farti sorgere un desiderio di vendicarti sui malvagi, abbi timore di questo sentimento più di ogni altra cosa.").
Anche in Dostoevskij c'è tutta l'umanità (e le miserie del mondo) e l’attualità. Come in Manzoni.
Siamo a metà dell’impresa, che si concluderà il prossimo 13 dicembre e, nonostante l’affanno dello star dietro alle tappe, l’esperienza si sta rivelando totalizzante.

L’Agnese va a morire

Autore: Viganò Renata
Dati: 2014, 256 p., brossura
Editore: Einaudi (collana Einaudi tascabili. Scrittori)

Io non so sparare.
Gli ho dato un colpo così.

Questo con il romanzo di Renata Viganò, partigiana e scrittrice, è per me un ritorno. Ho letto “L’Agnese va a morire” quando ero studentessa di liceo e seguivo le suggestioni della narrativa neorealista, a partire da “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola, passando per il Calvino de “Il sentiero dei nidi di ragno” e da “Uomini e no” di Vittorini: furono anni di letture molto importanti e il ricordo si rinnova spesso, quando mi sorprendo a risfogliare queste edizioni tascabili che ormai si stanno spaginando.
Nell’ambito degli argomenti che tratterò a scuola con i miei ragazzi di quinta, ho pensato che non ci sia modo migliore, anche quest’anno, di far parlare i testi letterari invece che i manuali di Letteratura, o meglio che questi ultimi siano indispensabili, ma subordinati alla voce ancora viva degli scrittori che hanno vissuto la Resistenza e hanno sentito l’urgenza di raccontarla. Così il nostro percorso è iniziato da Agnese, la lavandaia delle valli di Comacchio alla quale i nazisti portano via il marito Palita: l’esistenza di questa donna tranquilla e riservata sarà sconvolta dalla perdita, ma troverà riscatto nella partecipazione alla lotta partigiana.
Non ricordo come arrivai a questo romanzo, se dietro indicazione della mia insegnante di Italiano, se da sola frequentando librerie; so che mi colpì molto questa figura di donna affaticata, pesante, goffa eppure coraggiosa e agile all’occorrenza, una che si caricava la bicicletta sulle spalle per attraversare passaggi fangosi dove affondava i suoi grandi piedi, chiusi nelle ciabatte sformate, una che caracollava sulle due ruote, in precario equilibrio su sentieri dissestati e sotto lo sguardo dei soldati che mai avrebbero sospettato di una vecchia così malmessa, che invece nascondeva sotto i cumuli di biancheria da lavare, esplosivi e dispacci per i compagni partigiani nascosti tra le paludi. Il fascino di Agnese mi ha conquistato da ragazzina e vedo che lo fa anche adesso: è impossibile non partecipare al suo sordo dolore, quello che non le fa sentire la fame e il freddo, è impossibile dimenticare il suo sguardo cupo e le sue parole misurate. Non so se anche nei miei ragazzi si riflettono le stesse mie emozioni: avremo modo di parlarne, la fine della lettura condivisa di “L’Agnese va a morire” terminerà entro la prossima settimana, ne discuteremo in classe e poi vedremo insieme il film che nel 1976 ne è stato tratto, per la regia di Giuliano Montaldo (e una grandissima Ingrid Thulin che interpreta Agnese).

Il giorno del giudizio

Autore: Satta Salvatore
Dati: 1979, 292 p., brossura
Editore: Adelphi

Il guaio è che amare è una cosa difficile,
ed è più facile essere grandi scienziate e grandi scrittrici,
 come ce ne sono state.
 Perché l’amore non è volontà, non è studio,
 non è quel che si dice genio,
è intelligenza, la vera sola misura della donna,
e anche dell’uomo.

Di Salvatore Satta non conoscevo nemmeno l’esistenza: è stato un grande giurista, rinomato per le sue pubblicazioni di Diritto e Procedura civile, ma anche un narratore apprezzato. Le sue opere di narrativa sono solo tre, delle quali solo “De profundis” è stata pubblicata la prima volta nel 1948 dall’editore Cedam di Padova (e poi nel 1980 e nel 2003) sotto la cura dell’Autore, mentre le altre due opere sono state pubblicate postume (“Il giorno del giudizio” nel 1977 ancora da Cedam e poi da Adelphi l’anno successivo, e “La veranda” nel 1981 da Adelphi).
Ma è “Il giorno del giudizio” a diventare caso letterario internazionale, tradotto in molte lingue. Più volte ho affermato che l’incontro con la comunità di TwLetteratura mi ha permesso di conoscere e leggere opere alle quali non avevo mai pensato di avvicinarmi: è la forza del gruppo, della condivisione e di un modo di vivere la cultura che riunisce molte persone, anche diversissime tra loro, pronte al confronto continuo. In questo periodo il progetto #TwSatta, in collaborazione con la comunità dei lettori sardi Lìberos, riempie le mie giornate di lettrice disordinata e compulsiva.
La voce narrante ci accompagna in una Nuoro dolente e rassegnata, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, specchio di una società arcaica e rinunciataria come tanti autori sardi ce l’hanno consegnata, quasi che la Sardegna fosse scrigno di identità complessa e imperscrutabile più di qualsiasi altro luogo (“La gente di Nuoro sembra un corpo di guardia di un castello malfamato: cupi, chiusi, uomini e donne, in un costume severo, che cede appena quanto basta alla lusinga del colore, l’occhio vigile per l’offesa e per la difesa, smodati nel bere e nel mangiare, intelligenti e infidi.”). In un palazzotto dall’architettura ardita (sviluppato in altezza, fatto di enormi scalinate e stanze che si inseriscono l’una nell’altra, di mezzanini e studioli nascosti) vive Don Sebastiano Sanna, notaio, con la moglie Donna Vincenza, una donna sfatta dalle gravidanze e dalla mancanza di amore, a parte quello dei numerosi figli. Una famiglia che con la nascita del settimo figlio ha concluso in se stessa il ciclo, allontanando definitivamente i coniugi l’uno dall’altra e relegandoli a custodi di un simulacro svuotato da qualunque manifestazione affettuosa. Attorno a casa Sanna si muove un mondo di anime perse, rievocate nel ricordo dalla voce narrante, che passa in rassegna i personaggi che popolano l’unico loro vero ‘luogo comune’, come recita il risvolto di copertina, la morte.
Anche qui, come per i Karamazov, sono a metà dell’opera: l’8 novembre si concluderà la riscrittura su Twitter di #TwSatta.



La fabbrica di cioccolato

Autore: Dahl Roald
Traduz.:Duranti Riccardo
Illustrazioni: Blake Quentin
Dati: 2005, 200 p., rilegato
Editore: Salani (collana Istrici d’oro)

«La fabbrica di Cioccolato Wonka è davvero la più grande del mondo?»

Nonostante questo libro di Roald Dahl sia molto famoso, tanto da contare molte traduzioni e innumerevole ristampe e tanto da dare origine a due trasposizioni cinematografiche altrettanto popolari (“Willy Wonka and the Chocolate Factory” del 1971 con Gene Wilder, sceneggiato dallo stesso autore e diretto dal regista Mel Stuart, e “Charlie and the Chocolate Factory” del 2005 di Tim Burton) la sua lettura mi mancava totalmente. Mi mancava probabilmente anche per una forma di pigrizia mentale, visto che la letteratura per i ragazzi non mi attira, fatta eccezione per quei libri considerati grandi classici dalla mia generazione; e poi semplicemente non mi è mai capitata.
In realtà mi devo ricredere: questa è senza dubbio una lettura per i più piccoli, ma anche molto per i grandi, per capire che genitori siamo, sempre pronti a soddisfare i desideri dei nostri figli prima ancora di dar loro il tempo di esprimerli. E per capire che insegnanti siamo, quali valori trasmettiamo.
Lo leggo con i miei ragazzi di seconda superiore, che mi hanno chiesto di partecipare a #TwWonka, il progetto in creative commons ideato da Maria Cristina Berti e Erika Pucci e realizzato con il metodo  TwLetteratura
: ritmi blandi, meta ancora lontana, siamo solo al nono capitolo, ma già abbiamo conosciuto il piccolo Charlie Bucket e la sua famiglia. Questa famiglia (papà, mamma, figlio e quattro nonni, tutti in due stanze e un solo letto) è talmente povera da non potersi permettere nulla, ma nonostante ciò non vuole rinunciare a regalare almeno una volta l’anno, nel giorno del suo compleanno, una tavoletta di cioccolato Wonka al piccolo Charlie, che è un bambino molto buono e diligente: cinque biglietti d’oro nascosti nell’incarto di cinque tavolette di cioccolato Wonka rappresentano l’opportunità di visitare la famosa fabbrica di Willy Wonka. I bambini che fino al capitolo 9 hanno trovato il biglietto d’oro sono tutti odiosi e viziati, siamo in attesa di sapere se il piccolo Charlie sarà baciato dalla fortuna in qualche modo, anche se restano ben poche speranze.


s. f. L’opera letteraria narrativa, sia come creazione originale sia come riscrittura di opere celebri, ridotta entro la misura dei centoquaranta caratteri di cui si compone un messaggio (tweet o cinguettio) in Twitter®.
• [tit.] Twitteratura, “a scuola smontiamo Manzoni in 140 battute” (repubblica.it, 12 marzo 2014, ‘Cronaca Firenze’).
• “Twitteratura”, ovvero l’arte trasformata in tweet: mira a sfruttare e stimolare la lettura utilizzando strumenti che ognuno di noi ha a portata di mano, ossia un libro, uno smartphone (tablet o pc), una connessione internet, un account Twitter, con l’obiettivo di riscrivere, e quindi rileggere grandi opere della letteratura come “Le città invisibili” di Italo Calvino (corriere.it, 19 marzo 2014, ‘Cultura’).
Dall’ingl. twitterature o sul suo modello; derivato dal marchionimo Twitter® incrociato con il s. (letter)atura, ingl. liter(ature). Già attestato nel sole24ore.com, 14 novembre 2009, ‘Cultura & Tempo libero’ (Serena Danna).

sabato 24 ottobre 2015

Ultima lettura: "La garçonne" di Victor Margueritte


La garçonne

Autore: Margueritte Victor
Traduttore: Lupieri Giulio
Dati: 2014, 268 p., brossura
Editore: Sonzogno (collana BitterSweet)

«Temo certe idee,
ma non ho paura delle parole»

Con una certa curiosità ho acquistato questo romanzo di Victor Margueritte, dopo averne letto la recensione di Irene Bignardi, che cura la collana BitterSweet di Sonzogno, su Vanity Fair qualche mese fa. Mi incuriosiva soprattutto conoscere la storia di una donna che, in un arco di tempo relativamente breve, in pieni anni ruggenti dello scorso secolo, si trasforma da ragazza “dedita agli sport, franca e sincera, casta com’era bionda: naturalmente”, inserita nella società borghese della Parigi degli anni Venti (quando un buon matrimonio poteva essere anche un buon affare), semplice nei sentimenti e nelle aspettative, a simbolo dell’emancipazione femminile, indipendentemente dai primi movimenti femministi che già avevano cominciato a far sentire la loro voce.
Photo Elena Tamborrino
In seguito a una delusione d’amore (il fidanzato Lucien la tradisce alla vigilia del matrimonio e lei lo lascia senza concedergli nessun’altra possibilità, nonostante le insistenze della famiglia), la giovane Monique si dà al primo sconosciuto che incontra, per il solo gusto di buttare via ciò che di più prezioso pensava di avere, la propria verginità (per la verità già concessa proprio al fidanzato, ma con la certezza dell’imminente matrimonio, il che l’aveva salvaguardata dall’idea dell’aver fatto qualcosa di troppo peccaminoso). Questo episodio, che con aria di sfida confessa sia ai genitori sia all’ormai ex fidanzato, la porterà all’emarginazione dalla famiglia, dalla quale peraltro si allontana senza rimpianti, specie perché non c’è più la zia Sylvestre, presso il cui collegio nella campagna di Hyères Monique è cresciuta, a cui appoggiarsi. Ritroviamo la giovane donna qualche tempo dopo: i suoi capelli sono corti e color mogano e diventeranno l’emblema del suo cambiamento, che non è solo esteriore. Il taglio alla garçonne che, del tutto inconsueto per l’epoca ma destinato a fare tendenza, da lei prenderà il via, diventa il passaporto per la completa emancipazione della giovane donna, che passerà anche attraverso esperienze estreme: sesso, droghe, amicizie trasgressive, un lavoro artistico che le darà ricchezza e fama.
Nella terza parte del romanzo, si completa la parabola degli eccessi di Monique: sembra quasi che si chiuda il cerchio e che la donna recuperi la possibilità di essere felice, senza dimenticare che ciò che alla fine può avere è anche frutto della sua maturazione dolorosa.
Il romanzo, definito scandaloso, costò al suo Autore la restituzione della Legione d’Onore con la quale era stato insignito appena un anno prima della pubblicazione de “La garçonne”, per il suo impegno nella trattare nei suoi scritti la questione femminile. Tuttavia lo scandalo da cui fu investito fu quasi una fortuna: la storia di Monique ispirò quattro film nell’arco di sessantacinque anni (il primo è del 1923, l’ultimo del 1988, il più famoso forse è quello del 1936, cui partecipò una giovanissima Edith Piaf, al suo debutto), il taglio “alla maschietta” diventò di gran moda, le donne assunsero un nuovo modo di vivere, di pensarsi all’interno della società, di ridistribuire ruoli e posizioni anche all’interno della coppia.
Colpiscono in particolare le pagine dedicate alle esperienze sessuali di Monique: il suo iniziale pudore, quello con il quale si presenta al lettore nelle prime pagine del romanzo, si trasforma in totale liberazione, che porta la protagonista a non risparmiarsi nessuna trasgressione, tra rapporti occasionali, amicizie ambigue, sesso di gruppo.
Non sorprende quindi che un romanzo in cui di una fille méchante si dice bene, assumendola a rappresentazione esemplare di un nuovo modo di vivere la femminilità, sia stato condannato dalla morale comune dell’epoca, quindi censurato, e tuttavia abbia riscosso un grande successo, sia pure non duraturo in Francia. Solo lo scorso anno infatti è stato riscoperto e riedito, per poi arrivare in Italia, accolto in questa nuova collana di Sonzogno, BitterSweet, dedicata al recupero di testi del primo Novecento “Dalle donne, sulle donne, per le donne”.
Sarà da tenere d’occhio quindi questa collana, nata per raccontare il cambiamento della società e dei costumi, in rapporto alla condizione femminile all’inizio del Novecento.
Al suo annuncio lo scorso anno, la curatrice Irene Bignardi, così la presentava: «Una collana, Bittersweet, che non ho cercato ma che mi è venuta incontro mentre ero alla ricerca di una lettura “facile” e intelligente, rovistando nella vecchia biblioteca di famiglia, negli scaffali della nonna e della mamma. Una collana di libri che ci parla del passato recente, della nostra storia di persone, con lo charme di una scrittura apparentemente semplice. Letture scelte per il puro piacere di leggere».


venerdì 16 ottobre 2015

Ultima lettura: "Scomparso" di Ferdinando Albertazzi


Scomparso

Autore: Albertazzi Ferdinando
Dati: 2015, 113 p., rilegato
Editore: Mondadori Electa (collana ElectaYoung)

È scomparso, chissà perché e dove.
Fine della storia.
Invece è proprio adesso che la storia comincia.

Con queste parole termina il primo capitolo di questo breve romanzo che racconta della scomparsa del sedicenne Bobo e delle affannose ricerche che coinvolgono sua madre Ivana, il suo migliore amico, nonché compagno di scuola, Diego e il commissario Tarcisio Zanella, “un friulano imponente cresciuto a polenta e grappa”. Il padre di Bobo è assente nel racconto (se non marginalmente ricordato e solo perché si trova in viaggio nell’altra parte del mondo) e anche nella vita di Bobo.
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La tradizionalissima struttura di questa famiglia (papà, mamma e un figlio, come quasi impongono i nostri tempi, in cui fare figli e soprattutto seguirli è diventato un lusso e anche un peso), la tipologia dei genitori (quelli che fanno gli amiconi, che stanno sempre a inseguire la gioventù che sfugge inesorabilmente dalle mani e non si decidono mai a crescere davvero), la scuola e alcuni insegnanti, piccoli detentori di potere (piccolo anche quello, in grado tuttavia di demolire le personalità in formazione degli adolescenti), rendono un’immagine chiara del contesto in cui matura la sparizione del ragazzo.
Dopo le prime ventiquattro ore in cui nessuno si preoccupa del fatto che Bobo non sia rientrato a casa dopo le lezioni, dal momento che ogni tanto –senza avvisare- si allontanava pernottando fuori casa, Ivana denuncia la scomparsa del figlio.
Il racconto si articola in capitoli in cui la voce narrante è l’amico Diego che parla in prima persona, coinvolto fin dal primo momento nelle indagini, e altri in cui un narratore esterno racconta il susseguirsi degli eventi.
Il commissario Zanella si dimostra uomo pratico e capace, riesce a inquadrare subito le persone con cui ha a che fare, la frivola e infantile Ivana e il reticente Diego. La soluzione al giallo sarà più vicina di quanto si pensi, e allo stesso tempo imprevedibile e capace di tenere il lettore in sospeso fino all’ultima pagina.
Ma al di là della storia, misteriosa e quindi particolarmente intrigante, sono altri gli aspetti che di questo romanzo di Ferdinando Albertazzi (autore specializzato in letteratura noir per ragazzi e della serie “Camilla” per i tipi de “Il Battello a Vapore”, curatore di una rubrica su “Tuttolibri, il settimanale de “La Stampa”, dedicata alle letture per i giovani) mi hanno colpito. Forse proprio per la frequentazione dell’immaginario adolescenziale che ha caratterizzato sempre la produzione di Albertazzi, e per il fatto che si è sempre rivolto al mondo dei bambini e dei giovani, la sua capacità di indagare in quella che è la misteriosa (per gli adulti) psiche dei ragazzi offre al lettore la possibilità di riflettere su tanti aspetti della società contemporanea, sul rapporto genitori-figli, tema da sempre indagato ma stavolta con la variante dei genitori che sono più figli dei figli, sulla necessità che a volte i nostri ragazzi hanno di richiedere attenzione. E il racconto si snoda fluido, facendoci scoprire modi di vedere la realtà che ruota intorno agli adolescenti, dal loro punto di vista: è un libro che piacerà ai ragazzi, ma che sarà di stimolo a molti adulti.
Una sola nota stonata: a p. 76, nella descrizione fisica di Luigi Raffaele Carta, collega sardo del commissario Zanella, si parla di “sopracciglia cispose”; voglio sperare che le sopracciglia del buon Carta, siano solo cespugliose.
ElectaYoung è una nuova collana della casa editrice Mondadori Electa che dedica ai lettori adolescenti romanzi che “spaziano dal fantasy al thriller, dall’avventura al paranormal romance, dal diario intimo al racconto d’avventura”: è un marchio che al suo esordio il 22 settembre scorso è uscito con quattro titoli che destano interesse per tematiche e contesti. “Scomparso” in particolare ferma l’attenzione sulle irrequietezze dei ragazzi e allo stesso tempo lancia messaggi di speranza per una gioventù capace di prendere in mano la propria vita.

venerdì 9 ottobre 2015

Una lettura: "Infinite Jest" di David Foster Wallace


Infinite Jest

Autore: Wallace David Foster
Traduttore: Nesi Edoardo, con la collaborazione di Villoresi Annalisa e Giua Grazia
Dati: 2006, 1281 p., brossura
Editore: Einaudi (collana Einaudi Stile libero Big)

[scoprirete] Che le alleanze tra pochi e l'esclusione degli altri
e i pettegolezzi possono essere forme di fuga.
Che la validità logica di un ragionamento
non ne garantisce la verità.
Che le persone cattive non credono mai di essere cattive,
ma piuttosto che lo siano tutti gli altri.

Se non ci fosse stato un gruppo di lettura su Facebook a cui aggregarmi, non avrei mai intrapreso la lettura di “Infinite Jest” e se lo avessi fatto, probabilmente mi sarei arresa prima di finirla. Non certo per la mole del volume, anche se la dimensione del carattere rende ancora più impegnative e faticose le pagine, al di là della quantità (1179 pagine, a cui se ne deve aggiungere un altro centinaio per le note, scritte in corpo ancora più piccolo), ma perché non sarebbero bastate le mie buone intenzioni per fare una lettura del genere in solitaria. E se avessi mollato sarei stata in buona compagnia, visto che sono molti i lettori che hanno abbandonato l’impresa, in momenti diversi, chi all’inizio, chi a metà, chi quasi in fine, stremati tutti. Invece un gruppo di lettura diventa indispensabile strumento di sostegno, ti costringe al confronto, ti stimola e spesso ti conforta. L'adesione al gruppo di lettura Scratchmade (descritto come “gruppo di lettura a massima improvvisazione e a più vasta estensione”) di  Maria Di Biase ha contribuito alla motivazione, altrimenti debole.
Bisognava organizzarsi e quindi: quindici tappe dal 2 marzo al 14 giugno di quest’anno, per una media di ottanta pagine a settimana (dieci pagine al giorno o poco più), tre mesi e mezzo di lettura sistematica e feedback con i compagni di avventura.
Photo HelenTambo on Instagram
In ogni caso alla fine sei solo con questo mattone, anche scomodo da tenere in mano e da portarti appresso e così da una parte c’è il gruppo (prezioso) e dall’altra ci sei tu, che comunque devi leggere, hai scelto di leggere “Infinite Jest” (da ora in avanti #IJ), scritto nel 1996, dodici anni prima della morte per suicidio del suo Autore.
Di Wallace avevo letto in precedenza solo "Una cosa divertente che non farò mai più", che -nonostante l'entusiasmo di molti lettori- mi ha lasciato abbastanza indifferente. Anzi, se proprio devo dirla tutta, la faccenda delle note in fondo mi aveva lasciato un certo senso di fastidio: ritrovarmele anche in #IJ, tutte insieme e quasi illeggibili sia per le dimensioni del carattere utilizzato, che per il contenuto spesso distraente dal fluire della narrazione, non deponeva a favore del romanzo. Una scelta che ho fatto in totale autonomia è stata quindi quella di rinunciare alla lettura delle note in #IJ: mi affaticavano, mi irritavano. So che probabilmente ho perso molto del senso della storia (se Wallace le ha scritte, chiaramente è stato perché fossero lette, ma in questo caso mi sono appellata al solito Pennac, che ha una soluzione per ogni esigenza di lettore), ma è stata una privazione che ha contribuito a non farmi abbandonare il romanzo. Al termine della prima tappa, l’8 marzo, riconoscevo pagine divertenti, alcune illuminanti, molte deliranti. L'impressione sottile è stata da subito che Wallace si sia molto divertito a prenderci un po' in giro, standosene da qualche parte a sganasciarsi dal ridere guardando noi, armati di carta e penna, impegnati a fare su e giù dal testo alle note.
D’altronde quando parliamo di Wallace, parliamo di un mito, o almeno così sembrerebbe. Quindi scegliere di leggere #IJ, uno dei suoi capolavori, se non IL capolavoro, mi è sembrato giusto, un po' come darmi (e dare a Wallace) un'altra possibilità.
All’inizio, a parte qualche brano folgorante, mi sembrava il racconto della supercazzola (per una utile definizione di "supercazzola"), non riuscivo a capirci quasi nulla.
 Ma considerando l'aura dalla quale Wallace buonanima è avvolto, e soprattutto considerando il mito intorno a #IJ, sono andata avanti fiduciosa. E ho avuto ragione, perché bisognava solo attendere di entrare nel loop della narrazione e lasciarsi trascinare senza porsi troppe domande, senza tentare di capire proprio tutto. Man mano che procedevo avevo l’impressione di fare quasi un'esperienza mistica, una di quelle che ti fanno venire le allucinazioni, che ti fanno chiedere ‘che ci sto a fare qua e soprattutto perché?’. Ma si è innescata anche una sorta di dipendenza, tanto che al termine del lungo viaggio dalle parti della “Ennet House, passando per i campi da Tennis dell'E.T.A., con qualche deviazione lungo le strade di Boston” per dirla con Paola C. Sabatini, una delle componenti del gruppo di lettura (o psicanalisi, o di aiuto come gli Alcolisti Anonimi) è facile chiedersi ‘e ora?’.
Se mi chiedono di che parla #IJ non so cosa rispondere di preciso. Dentro c’è di tutto: l’adolescenza, il tennis, varie forme di dipendenza, tra cui quella da sostanze stupefacenti e da intrattenimento che si concretizza nella visione di film in homevideo dette ‘cartucce’, il recupero dei drogati, l’abuso sui minori, la pubblicità, il rapporto genitori-figli, l’autorità, la morte e la continua sensazione di sgradevolezza determinata da immagini particolarmente disgustose: #IJ è il trionfo dei fluidi organici (sudore, sangue, vomito, diarrea) e delle puzze, descritti con tanto realismo che ti sembra di esserci immerso. Cerco tuttavia di fare una specie di analisi degli elementi:
·      QUANDO: in un futuro non meglio identificato, caratterizzato dal nome degli anni, attribuito da grandi gruppi commerciali che fanno da sponsor (ad esempio, ritorna ciclicamente l’Anno del Pannolone per Adulti Depend o l’Anno della Saponetta Dove in Formato Prova).
·      DOVE: in senso più ampio, nella grande nazione O.N.A.N. formata dagli Stati Uniti, dal Canada e da Messico, con il Quebec che promuove forti tendenze separatiste; in senso più ristretto l’azione si svolge in un teatro che spazia tra l’Accademia di tennis fondata da James Incandenza e la comunità di recupero Ennet House, nei pressi di Boston.
·      CHI: il sistema dei personaggi è molto complesso. Al centro di tutto c’è la voce narrante, quella del giovane Hal Incandenza, figlio di Avril Mondragon Incandenza (la Mami) e James Incandenza (detto Lui in Persona, morto suicida –mette la testa in un forno a microonde, non chiedete come, ma lo fa-), regista di molte cartucce, la più importante delle quali è appunto “Infinite Jest” (“Come la maggior parte dei matrimoni, quello di Avril e del defunto James Incandenza fu un prodotto evoluto di accordo e compromesso, e il curriculum scolastico dell'Eta è il prodotto di negoziati e compromessi fra la tostaggine accademica di Avril e l'acuta consapevolezza della prassi atletica di James e Schtitt.”). Hal ha due fratelli più grandi di lui, Orin e Mario, che soffre di un grave handicap. Intorno a loro si muove una pletora di personaggi che animano una vicenda quasi psichedelica. Qualcuno ha provato a organizzare in forma grafica il sistema dei personaggi, che quindi così è stato schematizzato:


Il personaggio che più capisco in #IJ e per il quale provo un sentimento è la drag queen Povero Tony: rappresenta il disfacimento totale, la disperazione e lo squallore di un’esistenza sprecata. Le pagine che a lui Wallace dedica sono tra le più dure, ma anche le più tenere e a volte anche divertenti. Un altro personaggio interessante è Gately, il custode e consigliere della Ennet House, ex tossico quasi completamente riabilitato (a lui si deve uno dei pochi passi romantici del romanzo: “La cosa più sessuale che Gately fece mai con Pamela Hoffmann-Jeep era aprire il suo bozzolo di coperte e intrufolarsi dentro e avvinghiarsi a lei e riempire con la sua massa tutti i suoi morbidi posti concavi, e poi addormentarsi con la faccia sulla sua nuca.”).
·      COSA: molto delle vicende narrate ruota intorno allo smarrimento della cartuccia di “Infinite Jest” il film di James Incandenza che è in grado di provocare reazioni abnormi in chi lo vede, tanto da essere considerato uno strumento di distruzione psichica, chi assiste alla sua proiezione non può più fare a meno di guardarlo e riguardalo fino ad annullarsi totalmente. La protagonista del film di Lui in Persona è Joelle Van Dyne, alias Madame Psychosis, detta anche la Più Bella Ragazza Di Tutti i Tempi, un personaggio misterioso (non meno di altri, in realtà). Il resto dei fatti è qualcosa di molto confuso, in cui districarsi diventa una vera impresa nell’impresa. Tuttavia alcuni passi sono di una lucidità estrema, tanto da consentire il riconoscimento di un intreccio comprensibile, con un significato accessibile: sono le pagine, a mio parere, dedicate alla Cosa (“La Cosa è un livello di dolore psichico completamente incompatibile con la vita umana come la conosciamo. La Cosa è un senso di male radicato e completo, e non è una caratteristica ma piuttosto l’essenza dell’esistenza cosciente”) e al Rifiuto (il parto di una tossicomane che dà alla luce un bambino già drogato che non ha fatto in tempo a formarsi interamente nel suo grembo e lei lo tiene attaccato a sé, una cosa morta che si va disfacendo).
Un tema ricorrente è quello del suicidio, legato alla Cosa. A p. 835 Wallace espone la teoria secondo la quale “La persona che ha una cosiddetta «depressione psicotica» e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette «per sfiducia» o per qualche altra convinzione astratta che il dare e l'avere della vita non sono in pari. E  sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l'invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme.” E la paura del cadere non è più forte della paura delle fiamme: la Cosa, quel malessere radicato e completo, è più spaventosa della Morte.
·      COME: la lingua di Wallace è psichedelica, delirante, preziosa, immaginifica. Al limite del neologismo o dell’hápax legómenon, come nel caso del verbo Xare (nemmeno una nota per il significato! Scopare? Conquistare?). E poi si imparano un sacco di cose. Ad esempio cos'è un 'papoose'. Mi sfugge l'associazione con l'aggettivo 'sessuale' a cui Wallace lo costringe, ma non si può avere tutto nella vita.
Le pagine scorrono tra commedia e tragedia e non saprei dire quali ho preferito. Sicuramente ho riso molto a proposito di tatuaggi e in particolare di quello di Calvin Thrust, ex allievo e operatore volontario della Ennet House, già protagonista di cartucce pornografiche, di cui “si dice abbia tatuato sull'Unità le iniziali maiuscole CT che si possono vedere a Unità moscia e il nome per esteso CALVIN THRUST a Unità, invece, ritta.” E sicuramente sono rimasta colpita dalle drammatiche pagine dedicate a Kate Gompert (da p.81 a 93), la ragazza che soffre di una profonda depressione unipolare e che prende il nome da una famosa tennista americana (e per questo Wallace ha passato qualche guaio, attribuire disturbi psichici così gravi ad un personaggio che ha lo stesso nome di una persona famosa realmente esistente non è sempre una buona idea).
Un discorso a parte merita la traduzione di Edoardo Nesi, a cui ho voluto dedicare un minuto di silenzio per la sua "impresa" da pagina 153 a pagina 161. Ma meglio di me può spiegare cosa è stato tradurre #IJ proprio Nesi, qui.
Come ho detto già, finire la lettura di #IJ è stato provare uno svuotamento totale, una sensazione di mancanza nei giorni immediatamente successivi. La conseguenza oggi, a un paio di mesi di distanza, è il raggiungimento di una consapevolezza credo importante: nulla sarà come prima, si sopravvive a #IJ e si cerca di capire qualcosa in più del suo Autore, possiamo leggere i russi senza spaventarci (con lo stesso gruppo sto leggendo “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij e mi sembra che tutto fili liscio senza avere l’impressione di avere a che fare con un mattone della letteratura mondiale). Solo una domanda: cosa resterà di David Foster Wallace? Tra qualche decina di anni si parlerà ancora di “Infinite Jest”? E se sì, in che termini?
Buon viaggio, attrezzatevi e partite, comunque ne varrà la pena.