giovedì 16 luglio 2015

Ultima lettura: "Uccidi il Padre" di Sandrone Dazieri


Uccidi il Padre

Autore: Dazieri Sandrone
Dati: 2014, 564 p., rilegato
Editore: Mondadori (collana Omnibus)

Dante allungò la mano buona. «Dante.»
Lei la strinse. «Colomba»
«CC.»
«Fottiti.»
Lui rise. «Ti faccio un caffè buono.»

Sandrone Dazieri, ex cuoco, scrittore e sceneggiatore, è noto soprattutto per i romanzi della serie del Gorilla e del suo socio, detto appunto Socio. Non ne so nulla perché non ho mai letto Dazieri prima di questa sua ultima fatica, ma lo conosco di fama e so che prima o poi incontrerò Gorilla e il suo alter ego.
Intanto mi sono lasciata attrarre da questo titolo, “Uccidi il Padre”, da questa copertina e dalla sinossi che ho letto in rete. E così ho conosciuto Colomba Caselli, una poliziotta in congedo dopo un incidente, richiamata dal suo diretto superiore per una consulenza su un omicidio e un rapimento, che richiamano alla memoria fatti oscuri ormai consegnati al passato.
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Da quel passato riemerge Dante Torre, chiamato a collaborare con la giovane poliziotta: Dante è un quarantenne esperto di rapimenti e abusi sui minori, a suo tempo vittima di un lunghissimo sequestro per opera di un uomo misterioso chiamato il Padre. Il caso su cui Colomba e Dante si troveranno ad indagare, fuori dall’inchiesta ufficiale e seguendo itinerari non ortodossi, riguarda la macabra uccisione di una donna e il rapimento di suo figlio Luca: dei due crimini in un primo tempo viene sospettato il marito della donna morta, ma ben presto Colomba e Dante si renderanno conto che il vero colpevole non può essere che il Padre, di nuovo tornato all’azione dopo anni di oblio.
I luoghi in cui l’azione si svolge sono principalmente Roma, sede del commissariato da cui la poliziotta dipende e dove, in un parco periferico, sono avvenuti il rapimento e l’omicidio, e Cremona, dove i due protagonisti verranno portati dalle indagini e dove si trova il luogo in cui per undici lunghi anni Dante è stato prigioniero del Padre.
Veniamo ai personaggi: Colomba è una brava poliziotta, una delle migliori in circolazione, dotata di buon intuito e di grande coraggio, che uniti allo spirito di iniziativa rischiano di metterla più di una volta in serio pericolo. È giovane, energica e bella, e ricorda molto –anche fisicamente- alcune poliziotte che ho già incontrato in passato, ad esempio Grazia di “Almost blue” di Carlo Lucarelli o l’investigatrice Giorgia Cantini di “Quo vadis, baby?” di Grazia Verasani, ma ha anche molto della forza fisica di Lisbeth Salander, l’eccentrica ricercatrice protagonista della trilogia “Millennium”, creata dal mai troppo rimpianto Stieg Larsson. In tutte queste giovani donne ho trovato coraggio, determinazione, sprezzo del pericolo, potenza fisica nonostante il corpo minuto e capacità di resistere in situazioni estreme: tutte doti che appartengono anche a Colomba.
Dante Torre, il bambino creduto morto da tutti e per tanti anni, mentre invece era chiuso in un silos in balia del Padre e ora diventato esperto di persone scomparse, è un cocktail di genialità e fobie: alto, magrissimo, dinoccolato, vegetariano, maniaco del caffè di cui è vero intenditore, tanto da non concepire altro modo per degustarlo se non dopo accurate miscele di chicchi selezionati tra le varietà più pregiate, di ciascuna delle quali conosce perfettamente le proprietà organolettiche e gli effetti. Claustrofobico e gran fumatore, riconosce in Colomba la possibilità di una relazione o, quanto meno, di un’alleanza.
Il Padre, uomo misterioso che per anni ha portato avanti un progetto ‘scientifico’ che prevedeva la detenzione di bambini e lo studio del loro comportamento in situazione di costrizione fisica e di soggezione emotiva e le cui finalità restano oscure fino alla fine del romanzo, è inafferrabile, anche se sembra straordinariamente vicino, visto che per buona parte del romanzo si pensa che sia identificabile.
La grandezza di questo thriller sta proprio nell’indirizzare volutamente il lettore verso ragionamenti che poi sono smentiti sul filo di lana della fine e non un momento prima. E si va in crescendo, con un inizio cruento ma che non dà subito il gas, per cui la vicenda si avvia in sordina, tanto da non appassionare immediatamente. Si va in climax, la tensione diventa sempre più forte, anche se è solo dopo la metà che le peripezie dei protagonisti diventano irrinunciabili e si finisce con il cercare ogni momento libero per andare avanti nella lettura e vedere come si evolvono i fatti, sempre più imprevedibili.
Avevo bisogno di un thriller adrenalinico, che mi desse un po’ di scossa, dopo un lungo periodo di letture tranquille e riflessive: questo è il più consigliabile che mi sia capitato negli ultimi anni.
Intanto recupero la serie di romanzi del Gorilla…

venerdì 10 luglio 2015

Ultima lettura: "Bestiario" di Julio Cortázar


Bestiario

Autore: Cortázar Julio
Traduzione: Nicoletti Rossini M e Martinetto V.
Dati: 1974 e 1996, ed. originale 1951
Editore: Einaudi (collana ET)

Stavamo bene,
e a poco a poco cominciavamo a non pensare.
Si può vivere senza pensare.

C’è stato un periodo della mia vita in cui, con molto impegno, mi sono dedicata alla letteratura sudamericana e quindi in maniera intensa ho letto Amado, Garcia Márquez, Allende, come se tutto fosse una rivelazione, i mondi sospesi e un po’ magici, misteriosi, lo stile fantastico, i vivi che convivono con i morti mai davvero morti, i paesaggi allucinati e afosi di umidità appiccicaticcia, zucchero di canna e melassa densa, latte di cocco e polpa soda nella carne delle donne, decise, forti e irremovibili. Questo succedeva molti anni fa e probabilmente anche perché in quel momento quegli autori andavano molto di moda (sarebbero arrivati anche Coelho e Sepúlveda, senza toccarmi però).
Pensavo, nella mia somma ignoranza, che fosse tutto lì, che potesse bastare per avere la padronanza di quel mondo lontano non solo nel tempo e nello spazio. Non conoscevo gli autori che sto leggendo adesso, Cortázar e Borges, e altri che leggerò.
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Sono passata ad altro, agli statunitensi, a Minot, Carver, Leavitt… anche lì grande indigestione e poi lo stop fino ai giorni attuali, a Fante, McCarthy e Wallace e a quelli che verranno, magari in un futuro non troppo lontano.
Questo per dire che spesso siamo vittime di infatuazioni che ci fanno fare il pieno di un certo stile, di un certo modo di vedere e raccontare la realtà, tanto da non farci poi vedere altro. Fortuna che il tempo è signore e che offre la possibilità di ritorni di fiamma e nuove scoperte.
Così adesso ho conosciuto Julio Cortázar, su indicazione di un gruppo di lettura attivo su Facebook, che mi sta conducendo verso strade di lettura che non avevo mai sospettato di poter un giorno percorrere.
“Bestiario” è una raccolta di otto racconti, pubblicati per la prima volta nel 1951 (in Italia arriverà solo nel 1974 nella collana Nuovi coralli di Einaudi), di bellezza diseguale: si può affermare, credo, che ciascuno di essi può suggerire sensazioni diverse a ciascun lettore che sarà particolarmente reattivo verso un racconto più che verso un altro, fino a contemplare la possibilità che alcuni possano non piacere per niente. Ciò che accomuna tutte le storie è il particolare intorno al quale si condensa tutto un racconto e sarà quel particolare a fare la differenza, a colpire o a lasciare indifferente il lettore, capace di una sua personale classifica di gradimento.
Personalmente ad esempio ho trovato particolarmente belli i racconti “Casa occupata”, “Lettera a una signorina a Parigi” e “Circe”, tutti accomunati dal sentimento del disagio, della paura di vivere e della precarietà dell’esistenza. Nel primo racconto, un fratello –voce narrante- e una sorella consumano solitudine e comuni consuetudini in una casa che progressivamente, stanza dopo stanza, è invasa da creature misteriose che si appropriano degli spazi vitali, fino a costringerli ad abbandonarli e quindi alla resa. L’ho vista come un’attualissima (lo avrebbe mai potuto immaginare l’Autore quando scriveva, sessanta anni fa?) metafora dell’esistenza umana, sempre più compressa e costretta dalle violazioni e dalle prepotenze esterne che arrivano a impadronirsi di spazi e pensieri, contro le resistenze passive (come dire: non abbiate paura, reagite alle invasioni, altrimenti dovrete abbandonare il campo al nemico).
Di “Lettera a una signorina a Parigi” mi hanno appassionato i coniglietti che l’autore di questa lunga lettera ad Andrée (della quale per un certo periodo occupa l’appartamento finché questa si trova a Parigi) vomita periodicamente e, da un certo momento in poi, più frequentemente. Ma cosa significa che ‘vomita coniglietti’? Significa che improvvisamente, nel bel mezzo di una qualunque attività, di tanto in tanto un coniglietto gli sale su per la gola e, aiutato da due dita che opportunamente egli si infila in bocca, spunta all’esterno e “sembra contento, è un coniglietto normale e perfetto, soltanto molto piccolo”. Non è facile convivere con questo problema, ma l’uomo ritiene che non sia “una buona ragione per vergognarsi e restare isolato e continuare a tacere”; così basta seminare del trifoglio in un vaso sul balcone e lasciare che i coniglietti crescano felici, per quanto nel momento in cui gli episodi si intensificano, per di più in concomitanza con un trasloco, presenti innegabili difficoltà. È evidente che anche qui il senso va oltre, è un’onda surrealista che travalica l’immaginazione, l’allegoria di un disagio complesso che può trovare sollievo solo in modo drastico e definitivo, l’unico dato realistico di questa storia, la morte.
Anche “Circe” mi ha conquistato: vi ho rintracciato alcune atmosfere che già avevo trovato in “La casa degli spiriti” di Isabel Allende (romanzo che ovviamente arriva molto dopo il “Bestiario” di Cortázar, trenta anni dopo per la precisione), nelle pagine iniziali dedicate alla morte per avvelenamento della bellissima Rosa del Valle, fidanzata del protagonista Esteban Trueba. Nulla accomuna le due storie, ma sarà forse l’aria appestata che si respira, nonostante Delia, la protagonista di “Circe”, sia sempre impegnata nella preparazione di profumati pasticcini che a volte hanno il retrogusto salato delle lacrime, a suggerire le medesime sensazioni di oppressione di quelle prime scene descritte dalla Allende.
Adesso dovrei dire se secondo me questo libro va letto, se lo consiglio, ecc ecc. Quelle cose che fanno i bookblogger seri. Ecco sì, credo che sia un libro da leggere. Non mi viene da dirlo meglio. A questo aggiungo che, come già è successo e succederà, il confronto con altri lettori è uno stimolo importante per potersi avvicinare ad autori che magari non avevamo mai preso in considerazione. Per questo personalmente devo ringraziare Maria Di Biase e il gruppo Scratchbook.

venerdì 3 luglio 2015

Ultima lettura: (alcune) Scritture animali (Giulio Mozzi, Giuseppe Genna, Vanni Santoni)


Della collana Zoo di :duepunti edizioni ho già detto qui, in occasione della Fiera della piccola e media editoria PiùLibriPiùLiberi2014 di Roma del dicembre scorso. È arrivato il momento di scrivere degli autori che ho incontrato tra le pagine ecologiche di questa giovane e coraggiosa casa editrice palermitana.

La stanza degli animali

Autore: Mozzi Giulio
Dati: 2010, 62 p., brossura
Editore: :duepunti edizioni (collana Zoo)

Non ce ne facciamo niente di tutto questo.
Non era meglio dimenticare?

Banalizzo, se cerco di raccontare cosa c’è in “La stanza degli animali” di Giulio Mozzi.
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Una trama fatta di pochi ingredienti: una casa che si chiude e si mette in vendita, la morte violenta di una madre per mano di un padre ora in carcere, il tutto quando ormai la vita sembra essere accomodata in una tranquilla vecchiaia, fatta di consuetudini. In mezzo, i ricordi di un figlio, che si disfano come gli animali conservati sotto formalina della strana collezione paterna, intrisa di odore di morte e disinfettante. E questo odore mortifero per anni, sempre più intensamente, ha avvolto la vita degli abitanti della casa, divenendo tutt’uno con i muri, la mobilia, i gesti, le parole.
elementi essenziali e un po’ macabri, Giulio Mozzi fa un piccolo gioiello. Un recitativo apre a un prosimetro in cui si alternano sequenze di versi liberi a brevi componimenti strutturati più rigidamente sul piano metrico e retorico, a brani narrativi di puro racconto, con una gestione dello spazio grafico originale, con interruzioni di righe e a capo repentini.
Giulio Mozzi non scrive solo parole: dà immagine alle parole che quindi non si susseguono in serie di grafemi, ma fanno vedere altro, oltre.
Suggestivo, questo libretto.

Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei cammelli polari

Autore: Genna Giuseppe
Dati: 2010, 61 p., brossura
Editore: :duepunti edizioni (collana Zoo)

I Cammelli Polari si direbbero angeli,
se lo fossero.

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I Cammelli Polari: qualcuno li ha visti, ma non lo dice. Sembrano pattinare sul ghiaccio del Polo, eppure ondeggiano come anche i cammelli del deserto, ché tanto è lo stesso, si muore di sete anche al Polo, dove l’acqua è ghiaccio. Però sono più eleganti dei loro simili che si possono osservare tra le steppe dell’Anatolia. Sanno parlare, anzi per la precisione sussurrano, quindi ci vogliono orecchie che possano sentirli e che soprattutto vogliano sentirli. Appaiono e scompaiono, possono anche essere ubiqui, insomma lapalissianamente si potrebbero dire angeli, se fossero angeli. Se nessuno ne ha mai parlato finora è perché non ha voluto farlo e questo è grave, dai Cammelli Polari si possono trarre un po’ di insegnamenti, o almeno la possibilità di soffermarsi su ciò che noi umani siamo, senza saperlo. Perché loro lo sanno bene invece, ci osservano da sempre. E non pensiate che siano fantasie, queste: ne ha parlato prima di tutti Duarte Lopes nel suo trattato “Relazione del regno di Congo”, come puntualmente riporta Giuseppe Genna in una nota esplicativa, a proposito della disposizione con la quale si devono ascoltare le parole non pronunciate ma appena sussurrate dai Cammelli Polari.
E cosa sussurrano i Cammelli Polari agli ‘uomini privi di potere ovvero no’? Da loro sappiamo del ‘petroso rovinare del tempo’, in cui la lingua fa sì che lo spazio si tramuti in cronologia. E quello stesso tempo per loro non ha importanza, loro non ci pensano, soprattutto non pensano a quando finirà, come invece facciamo noi umani. Nessuna tempesta li infastidisce, loro sono fatti dello spazio che c’è tra un’idea e l’altra, non sono materia corruttibile come noi, pur non essendo eterni. Quindi il tempo esiste anche per loro e trascorre anche per loro. Ma l’indifferenza con la quale passano e osservano senza provare moti particolari dell’animo, li rende distaccati dalle miserie che invece caratterizzano la vita nostra, di noi umani imprigionati in un carcere in cui volutamente ci siamo infilati e da cui guardiamo la realtà attraverso lenti affumicate che molto nascondano alla nostra vista.
Ricco di teorie affascinanti, questo libretto.

Tutti i ragni

Autore: Santoni Vanni
Dati: 2012, 62 p., brossura
Editore: :duepunti edizioni (collana Zoo)

La tela nobilita il ragno.

Questa è la storia di un bambino, poi ragazzino, poi giovane uomo, poi adulto alle prese con la sua passione/fobia per i ragni.
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In realtà i ragni, tutti i ragni della vita della voce narrante, sembrano quasi un pretesto per raccontarsi; infatti la narrazione si snoda attraverso il ricordo degli incontri più o meno fortuiti, ovvero più o meno cercati, con le specie più diverse di aracnidi, ma è anche la ricostruzione di ciò che una certa generazione, quella nata più o meno alle soglie degli anni Ottanta dello scorso secolo (fa un po’ effetto dirlo così, eh?), è stata. Quindi sono i ragazzini che ancora giocavano all’aperto, con gli amici che conoscevano sul luogo di vacanza -amicizie destinate a durare lo spazio di una stagione ma non per questo meno importanti di quelle in città, con i compagni di scuola-, sono i ragazzini dei Transformers e dell’Amiga, delle Micromachines e delle Hot Wheels, dei cartoni animati giapponesi, degli Iron Maiden e di Bon Jovi versus Francesco Salvi di "C'è da spostare una macchina"  e il Jovanotti di  "Ciao mamma". Sono gli adolescenti di King of Dragons e di Doom, i videogiochi dove andarsi a cercare i ragni anche virtuali, pur consapevoli della propria aracnofobia (anzi, proprio per quello, spesso infatti cerchiamo ciò che temiamo).
Sono i giovani universitari che scoprono i fumetti giapponesi (dopo i cartoni animati dell’infanzia), sono i giovani che viaggiano dove devono viaggiare.
I ragni in tutto questo ci sono sempre.
Questo libretto mi ha fatto sorridere e mi ha dato tenerezza.

venerdì 26 giugno 2015

Ultima lettura: "La sposa" di Mauro Covacich


La sposa

Autore: Covacich Mauro
Dati: 2014, 185 p., brossura; ePub con DRM 327,6 KB
Editore: Bompiani (collana Narratori italiani)

Il vento soffia sulla sterpaglia,
brevi raffiche crescono e scemano
sollevando riccioli di sabbia.
Il cielo ha le sfumature lavanda
 di un crepuscolo limpido,
 già molto avanzato.

Finalista al Premio Strega che a breve vedrà proclamare il vincitore per il 2015, mi sono affrettata a leggere questo libro, prima che magari vada a vincere, perché immancabilmente ogni volta che un romanzo sale agli onori della cronaca letteraria, ai miei occhi perde di interesse. Il fatto è che il troppo parlare di un libro, la troppa propaganda, il troppo clamore mediatico mi allontanano invece di attrarmi: questo è l’effetto che mi fa il successo massivo di un libro (e spesso anche di un film), e non lo dico per smentire le regole della pubblicità («Nel bene o nel male, purché se ne parli», come ebbe a scrivere Wilde, senza probabilmente immaginare che sarebbe diventato legge nella società della comunicazione di massa, come già ai suoi tempi si avviava ad essere).
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Poiché però conosco Covacich per averne letto in passato “A perdifiato” e “Fiona”, ci tenevo a leggere anche questo “La sposa”, di cui “Anomalie” (2015 per Bompiani, ma già 1998 per Mondadori) sembra proporsi come naturale complemento, nell’indagine sulla varia umanità.
Questi di “La sposa” sono diciassette racconti, alcuni dei quali prendono spunto dalla vita vera che si fa romanzo e che sono collegati l’uno all’altro come grani di rosario, con cui misurare i gradi di separazione dei protagonisti, in una sorta di preghiera laica.
C’è la cronaca, dura e spietata: Covacich racconta il caso di Pippa Bacca, l’artista performer che -senza volerlo- fece del suo “Sposa in viaggio” la fine del suo viaggio terreno. Racconta ancora la storia della ruota degli esposti, una moderna culla termica che al Policlinico Casilino di Roma, grazie al neonatologo Dott. Piermichele Paolillo, salva tante vite di bimbi abbandonati; e poi la storia di Anna Maria Franzoni e dell’assurda morte del piccolo Samuele; e l’episodio di Alessandro Bono, che passa da un’esibizione sanremese sottotono e sbeffeggiata alla morte per AIDS in poco tempo (e quella sua canzone stonata era in qualche modo il suo testamento); infine il racconto delle nascoste emozioni di un prete giovane (e bello) destinato, partendo da Cracovia, a fare tanti viaggi per il mondo.
Ci sono le passioni dell’Autore: la corsa (come in “A perdifiato”, anche perché, quando si parla di sensazioni, ciò che è più facile raccontare è ciò che si conosce bene e la corsa regala tante emozioni difficili da esprimere per chi non le ha mai provate), il nuoto nell’acqua clorata dove i pensieri si diluiscono, la non-paternità, che si risolve nell’essere padre in altre forme.
C’è l’immaginazione, forse quella che ha prodotto i racconti più crudeli e sconvolgenti: in modo particolare mi ha colpito “La casa dei lupi (favole per bambini vecchi 2)”, per la crudezza delle immagini, quel divenire bestia tra le bestie del protagonista, anche nella trasformazione fisica, bestia con una sua dignità e un suo dover essere secondo natura, quella natura a cui si è adattato perché in realtà non è la sua.
Leggere questi racconti è stato un riconoscere Mauro Covacich: il suo stile, i suoi temi.
Un bel ritrovarsi.

martedì 16 giugno 2015

Ultima lettura: "Cassandra al matrimonio" di Dorothy Baker


Cassandra al matrimonio

Autore: Baker Dorothy (trad. Stefano Tummolini; postfazione Peter Cameron) ediz orig. 1962
Dati: 2014, 274 p., brossura
Editore: Fazi (collana Le strade)

[…] e ho pensato a quanto dev’essere difficile
mantenersi ligi al proprio dovere,
quando si è schiacciati tra l’ironia di alcuni
 e lo zelo di altri

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Leggere un libro usato, quindi acquistato e letto da qualcuno prima di te, è spesso un’esperienza alla scoperta delle umane sensibilità altre da noi. Capita così, quando trovi tra le pagine alcuni passi sottolineati, quelli che evidentemente hanno colpito il lettore che ti ha preceduto. Dopodiché sei lì a riconoscerti, oppure a chiederti che cosa in una certa frase, in un certo periodo, abbia potuto dar da pensare a chi ha letto prima di te quella frase, quel periodo. Bello, mi piace, perché il più delle volte si tratta di sentirti in qualche modo unito a qualcuno che non conosci -e non conoscerai mai, probabilmente-, in una corrispondenza che non potrai verificare a fondo ma che c’è stata in un certo momento, a distanza, anche quando i sentimenti non combaciano[1].
Come a volte accade, romanzi scritti in un tempo lontano e mai pubblicati in Italia, vengono scovati da editori assai sensibili e proposti al pubblico con la certezza di offrire una bella storia. Fazi lo ha già fatto con “Stoner” di John Edward Williams, contribuendo a creare un caso letterario, con “Il lungo sguardo” di Elizabeth Jane Howard e con “Cassandra al matrimonio”, con cui rischia di replicare il successo di storie che, nonostante siano ambientate -e soprattutto siano state scritte- in un passato abbastanza lontano, si affermano oggi per la loro attualità. Ciò che accomuna queste opere infatti è da una parte la modernità dei temi trattati, e dall’altra una freschezza di stile e di linguaggio, il cui merito è da ascrivere anche al lavoro dei traduttori (Stefano Tummolini per Williams e Baker e Manuela  Francescon per Howard), che ce le rende vicine.
Questa è la storia di Cassandra che, obtorto collo, torna da Berkeley -dove studia all’università- al ranch di famiglia per partecipare come damigella d’onore al matrimonio della sua gemella Judith. Non che non si fossero già separate fisicamente, l’una appunto a Berkeley e l’altra a New York, ma il matrimonio è un’altra cosa, il matrimonio significa separare ciò che la ragazza considera un tutt’uno, un’entità indivisibile, un connubio che non può essere dissacrato da un estraneo che si insinua e si porta via una metà indispensabile alla sopravvivenza dell’altra. Questo è il sentimento che accompagna Cassandra mentre torna a casa e nei tre giorni di permanenza al ranch, durante i quali cadono tutte le barriere, forzatamente tenute su dalla nonna e dal padre (la madre Jane è morta tempo prima) che conducono la loro esistenza e si preparano all’evento nuziale coerentemente con il loro modo di essere e incuranti del cataclisma che tutto questo comporterà nella vita della più debole delle due gemelle. Sì, perché malgrado l’ostentato cinismo, Cassandra è fragile (anche se Judith dice “c’è sempre stato un che di tigre, in Cassandra” p. 213), ha necessità di sostegno e di riconoscimento da parte di una sorella che ormai, matura, è interamente proiettata nel futuro (ma Cassandra confonde la maturità della sorella con una forma di mancanza di tatto e addirittura spietatezza, arriva anche a definirla ‘molto convenzionale’ e proprio per questo destinata ad essere felice, come se la felicità potesse risiedere nell’ordinarietà e viceversa come se l’originalità fosse l’anticamera dell’infelicità).
Cassandra è irrisolta, non sa immaginarsi fuori dalla coppia che fin dalla nascita ha formato con Judith, da cui la distanziano solo undici minuti, nel momento della nascita, e dalla quale ha viceversa sempre voluto distinguersi, a partire dal rifiuto di vestirsi in modo identico alla sorella, come vezzosamente avrebbe desiderato la loro nonna materna, salvo poi acquistare inconsapevolmente lo stesso abito, della stessa marca e dello stesso colore, già scelto dalla sua gemella per il giorno delle nozze. L’‘incidente’ dell’abito per la cerimonia di Judith sembra quasi minare la profonda e convinta esigenza delle gemelle di essere distinguibili almeno nell’abbigliamento, visto che fisicamente possono essere confuse facilmente: “Essere come noi non è facile, richiede una costante attenzione al dettaglio. Ci ho riflettuto tantissimo, ci abbiamo riflettuto entrambe. Come ho cercato di spiegare alla mia psicologa, si tratta di impegnarsi incessantemente per riuscire a essere il più diverse possibile: perché, affinché ci possa essere un ponte, prima dev’esserci uno spazio da attraversare. E il vero progetto è il ponte.” (p. 124), ovvero la possibilità e la capacità di essere legate, mantenendosi a distanza. Anche questo (si distinguono? Non si distinguono? Da cosa si distinguono?) è uno dei cliché che il ‘mondo esterno’ rovescia addosso ai gemelli. Ed è quel cliché che Cassandra avrebbe voluto da sempre rovesciare, rispedire ai mittenti, mantenendo il legame intimo con quella parte di sé, sua sorella, che invece ora se ne sta andando per la sua strada.
Il racconto di questi tre giorni di preparativi psicologici al grande evento sono raccontati alternativamente dalle due sorelle, in tre parti (parla cassandra, parla judith e di nuovo parla cassandra), dove la voce di Cassandra è quella che prevale. E lo stile che caratterizza le parti in cui le voci delle gemelle si cambiano il turno rispecchia il temperamento delle due ragazze, tanto indistinguibili fisicamente quanto nettamente identificabili caratterialmente.
Ho trovato la sintassi di Dorothy Baker molto moderna (non dimentichiamo che l’Autrice, originaria del Montana, è nata nel 1907), ma non so quanto questo si debba alla traduzione: i periodi sono molto ritmati, c’è una prevalenza di frasi brevi e la paratassi è preponderante, soprattutto nei soliloqui di Cassandra. Anche i dialoghi occupano una parte importante della narrazione, tanto che si potrebbe pensare a una sceneggiatura già quasi costruita.
Molto di Cassandra, del suo carattere e della sua storia viene analizzato da Peter Cameron nella postfazione al romanzo, ma lui lo può fare proprio perché il suo commento si legge alla fine, a carte scoperte. Lo scritto di Cameron rappresenta quindi un motivo in più per leggere questa storia, anche perché offre ulteriori spunti di riflessione rispetto a quelli che si maturano ad una prima lettura del romanzo di Dorothy Baker, con interessanti incursioni nell’unica prosa di Sylvia Plath, il romanzo “La campana di vetro” del 1963 la cui tormentata protagonista tanto ricorda la nostra Cassandra Edward (che nasce un anno prima, nel 1962).


[1] E questo è per dire dei vantaggi degli acquisti di libri su circuiti dell’usato, di cui gli studi di mercato non tengono abbastanza conto quando si parla di quanto si legge/non si legge in Italia (quando poi sono proprio i lettori più forti che si orientano verso il mercato del libro usato, per ovvi motivi di sopravvivenza economica, in prima istanza).

mercoledì 10 giugno 2015

Ultima lettura: "Omicidio al Giro" di Paolo Foschi


Omicidio al Giro

Autore: Foschi Paolo
Dati: 2015, 157 p., brossura
Editore: E/O

Lo scorrere del tempo
è la più grande porcheria del mondo,
pensava Igor Attila.

Siamo alla quinta avventura del commissario Igor Attila della Sezione crimini sportivi della questura di Roma, dopo "Delitto alle Olimpiadi", “Il castigo di Attila”, "Il killer delle maratone", e "Vendetta ai Mondiali". Stavolta la squadra coordinata dal commissario Attila è alle prese con un caso che apparentemente si potrebbe archiviare come incidente, ma che al fiuto investigativo del nostro eroe si palesa subito come sospetto. 
E non ha torto, Igor Attila: aiutato dai suoi uomini e dalla vice Chiara Merlo scoprirà che il ciclista Claudio Fallai, atleta favorito all’imminente Giro d’Italia, è vittima di un omicidio. Le indagini porteranno la squadra del commissario ‘rock’, amante della boxe, della velocità e del Calvados, a scoprire un giro di doping e traffici vari che rischiano di compromettere la reputazione della vittima e del suo entourage.
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Intorno a Attila si muove un gruppo di personaggi ormai familiari: i rapporti che li legano sono sempre più definiti mentre alcuni sono in evoluzione, ad esempio quello tra Igor e Chiara Merlo, sempre detestata per la sua aria da maestrina, ma anche stimata per la sua preparazione. Ed è in evoluzione anche il rapporto con l’eterno Titta: anche in questo ultimo romanzo, il compagno di Igor è più evocato che presente. Non si riesce nemmeno a immaginare fisicamente, non si vede, si sente e basta. Stavolta il motivo del contendere è il desiderio di paternità -e quindi di stabilità- che Igor sembra aver paura di assicurare a Titta ed è questa la causa dell’ennesimo allontanamento tra i due. Ma a questo punto della loro storia è evidente che il più problematico tra i due è proprio il commissario, sempre alle prese con i propri fantasmi, i vecchi rancori e i nuovi problemi, come se non fosse capace di godere del qui e ora.
Foschi continua ad occuparsi di sport in questa che ormai è una serie, con numerosi lettori affezionati. Lo stile è quello di sempre, asciutto e veloce, le storie sono sempre più mature e offrono spunti di riflessione su un mondo, quello dello sport, che per definizione dovrebbe essere pulito, ma –come fin troppo spesso le cronache ci raccontano- lo è sempre di meno.

giovedì 4 giugno 2015

Ultima lettura: "Basta poco per sentirsi soli" di Grazia Cherchi


Basta poco per sentirsi soli

Autore: Cherchi Grazia
Dati: 1986, 84 p., brossura
Editore: Tringale Editore (collana Quaderni di Letteratura) distribuzione Garzanti

«Tutti in Italia credono di saper scrivere un libro.
Ogni vita è un romanzo: mai espressione
è stata presa così alla lettera», dice Lucio guardandolo uscire

Nell’agosto di vent’anni fa, precisamente il 22 agosto 1995, moriva Grazia Cherchi, forse la più importante e influente editor che il mondo della letteratura italiana della seconda metà del Novecento abbia potuto conoscere. Di lei non sapevo nulla, perché sempre troppo poco si sa del lavoro ‘invisibile’ che si fa dietro le quinte di un successo letterario; a rendermela nota e a farmene sentire la mancanza, quando ormai era troppo tardi, è stato l’articolo di Gianni Riotta sul Corriere della Sera del 23 agosto 1995 Addio a Grazia Cherchi, signora ribelle della letteratura e in particolare le ultime frasi, che cito: “Cari lettori, da ora in poi leggerete libri più brutti. Abbiamo perduto la generosità e l'intelligenza della Grazia”.

Photo Elena Tamborrino

Da allora mi è venuta una specie di ossessione, avrei voluto leggere di più su di lei, conoscerla meglio, cercare i suoi libri (sì, perché la Cherchi è stata anche una scrittrice –anche fantasma per alcuni blasonati narratori-, oltre che la fondatrice della rivista di critica letteraria “Quaderni Piacentini”, la curatrice editoriale di Rizzoli, Mondadori e Feltrinelli, e la giornalista per Panorama, dove curava la rubrica di anticipazioni editoriali Vistosistampi) e in particolare questo “Basta poco per sentirsi soli”, che le parole di Riotta mi rendevano irresistibile. Se è stato relativamente facile trovare “Scompartimento per lettori taciturni” edito da Feltrinelli nel 1997, l’impresa di procurarmi il titolo che più desideravo si è rivelata per anni impossibile.
La storia editoriale di questo volumetto è complicata, sembra. Pubblicato la prima volta dall’editore Tringale di Catania, distribuito da Garzanti, è stato poi ripubblicato da E/O nella collana Dal mondo, ma attualmente non è più in catalogo e risulta da anni introvabile. Io l’ho fortunosamente e fortunatamente trovato nella sua prima edizione, ingiallita e usurata, su eBay, piattaforma web di e-commerce. E lo considero una specie di reliquia.
Si tratta di dodici brevi racconti in cui l’Autrice racconta i guasti e i capricci del mondo degli scrittori, soprattutto di quelli che si sentono tali («Hai notato che adesso scrivono soprattutto i non addetti ai lavori?» dico chiedendo un caffè. «Nell’ultimo mese ho letto romanzi di un giudice, un medico, due avvocati, un sociologo…» p. 63) e pone attenzione soprattutto alla distrazione con cui le persone spesso si relazionano tra loro, troppo poco abituate all’ascolto e sempre più autoreferenziali.


Ci sono pagine deliziosamente pungenti, in particolare il racconto “L’intervista” in cui la Cherchi sbeffeggia con garbo i molti giornalisti che “i loro pezzi li fanno soprattutto al telefono” e che si rivolgono al cosiddetto esperto del settore o a personaggi à la page pronti a rispondere a qualsiasi domanda, anche la meno pertinente, per improbabili e spesso inutili interviste. Con graffiante ironia afferma che “capita spesso che i giornalisti siano in possesso solo di vaghe informazioni sull’argomento di cui devono occuparsi. Per il resto si affidano all’estro del momento e alla collaborazione dell’intervistato”. Oggi molti ricorrono al web per documentarsi, quando la Cherchi scriveva queste pagine il villaggio globale era ancora lontano, eppure tutti i suoi racconti sono vividi e raccontano le persone e i loro atteggiamenti, tra ambizioni, tic e paranoie, come se fossero di oggi.
E proprio a questo proposito, mi sono chiesta cosa penserebbe oggi Grazia Cherchi dell’autopubblicazione selvaggia, dell’editoria in rete, di quella a pagamento. E cosa penserebbe dei tanti editori che oggi rinunciano al rigoroso lavoro di revisione dei manoscritti, riducendosi a fare gli stampatori? E cosa dei bookblogger? Per i primi credo proverebbe molta irritazione, ai secondi forse guarderebbe con un mezzo sorriso, ma non se ne farebbe accorgere, almeno non molto.
Insomma, “Basta poco per sentirsi soli” è una rarità che farebbe bene leggere a tanti fanfaroni del mondo dell'editoria, della scrittura e della critica letteraria (che però notoriamente sono allergici ai bagni di umiltà e si prendono troppo sul serio).
Ce ne fossero ancora di Grazia Cherchi a liberarci da sedicenti scrittori, sedicenti editori, sedicenti giornalisti e sedicenti critici letterari! Mi sono fatta un regalo incommensurabile leggendo questo libretto, che purtroppo è ormai introvabile.
Andrebbe ristampato, chissà che l'ultimo editore E/O non ci pensi. Intanto io sono contenta di aver rincorso per anni questo libro, di averlo atteso e cercato senza sosta, parlandone a chiunque con la speranza che altri lo conoscessero e mi potessero fornire qualche notizia sul suo destino editoriale, finché non sono riuscita ad averlo. Lo considero prezioso, da rileggere ogni volta che avrò voglia di distaccarmi dalle umane miserie (cosa che mi succede sempre più spesso, sarà che con l’età aumenta il grado di intolleranza verso la mediocrità, molto spesso coniugata alla supponenza).
Mi piace chiudere con la poesia che uno degli scrittori che Grazia Cherchi ‘curava’, Stefano Benni, le ha dedicato:
Grazia ha telefonato:
"Finalmente mi hai mandato
un vero romanzo
asciutto e stringato".
Grazia, da mesi di dirtelo tento,
era la lettera di accompagnamento