domenica 26 ottobre 2014

Ultima lettura: "Lamento di Portnoy" di Philip Roth


Lamento di Portnoy

Autore: Roth P. (traduzione di Roberto C. Sonaglia)
Dati: 2005 (edizione originale Portnoy’s Complaint, 1967), p. 234, brossura
Editore: Einaudi (collana Scrittori)

Dottore, forse gli altri sognano le cose... a me capitano tutte.
Ho una vita senza contenuti latenti.
Le cose da sogno succedono!

Ma veramente penso di poter scrivere la recensione di “Lamento di Portnoy”?
Veramente penso di poter parlare (io!) di uno dei romanzi più belli che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni, un monumento al complesso di Edipo -ma che dico?- un monumento e basta, un dramma terribile intriso di frustrazione e sensi di colpa atavici, di sesso e ossessioni, il tutto impastato di sarcasmo e ironia (e autoironia) graffiante, irresistibile, fantasiosa, dissacrante, al limite della comicità pura (tempi perfetti!), capace nel contempo di ispirare veri sentimenti di pietà e partecipazione verso il povero protagonista, Alex Portnoy?
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Veramente penso (io, io!) di poter parlare di uno scrittore che non si sa per quale motivo non si vede attribuito il Nobel per la Letteratura, dopo aver collezionato molti prestigiosi premi (Pulitzer Prize compreso, per “Pastorale americana”) e la cui opera omnia è stata pubblicata definitivamente dalla Library of America?
Certo che no. Non posso proprio, non saprei da che parte cominciare.
Mi limiterò a dire che il mio incontro con i romanzi di Philip Roth è stato contraddittorio: sulla scorta del film “La macchia umana” (2003) di Robert Benton con Anthony Hopkins e Nicole Kidman, avevo deciso di leggere il romanzo omonimo, senza però riuscire a finirlo. Poiché però le sollecitazioni verso Roth da parte di suoi adoranti estimatori erano continue, ci ho riprovato con “Il teatro di Sabbath”, un’autentica rivelazione, un romanzo che considero un discrimine tra un prima e un dopo della mia vita di lettrice.
A “Lamento di Portnoy” sono arrivata senza fretta, dopo averlo acquistato molti anni fa a seguito di una conversazione telefonica con Massimo Cervelli e Roberto Gentile, ai tempi conduttori della trasmissione radiofonica “Gli spostati” (Radio2, dal 2006 al 2010), che ne decantavano la superiorità rispetto ad altri titoli di Roth, secondo il loro parere, considerandolo lettura irrinunciabile. Tuttavia ero indecisa, combattuta tra il timore di una delusione come mi sembrava fosse stato con “La macchia umana” e il desiderio di entusiasmarmi ancora come con “Il teatro di Sabbath”: alla fine l’occasione è arrivata con #letturecondivise, l’hashtag lanciato su Twitter che ogni tanto mi fa incontrare con Simona ScravaglieriValentina Accardi, oltre che con altri lettori che si accodano volentieri.
A loro e a #letturecondivise sarò grata per avermi fatto recuperare da uno scaffale un po’ nascosto questo romanzo indimenticabile. E ci riproverò con “La macchia umana”.

martedì 21 ottobre 2014

#TwPinocchio e i suoi piccoli (?) lettori


Come andò che Mastro ciliegia, falegname,
trovò un pezzo di legno,
che piangeva e rideva come un bambino.


Photo Elena Tamborrino
Ci siamo, di nuovo sui blocchi di partenza per una nuova rilettura (e riscrittura) promossa da TwLetteratura: Collodi e “Le avventure di Pinocchio” sbarcano su Twitter e ci resteranno per poco più di un paio di mesi, dal 10 novembre 2014 al 20 gennaio 2015 (per tutte le informazioni su calendario e modalità di partecipazione andate qui).
Ancora un progetto per le scuole e non solo, dopo lo straordinario successo di #TwSposi, che lo scorso anno scolastico ha coinvolto una ventina di scuole e 2.391 account Twitter (che significano 38.130 tweet originali e 100.500 fra tweet e retweet): quest’anno la comunità è più forte, più preparata a reggere l’onda d’urto che una simile iniziativa può produrre (se tanto mi dà tanto…) e già dal lancio ufficiale del progetto il 4 ottobre scorso a Firenze nell’ambito del Festival delle Generazioni, davanti al pubblico della sezione “Il Futuro è già ieri”, a cura di Marco Stancati, si è capito che ci sono le premesse per quella che sarà un’esperienza importante, senza dubbio.
I motivi per cui si può già pensare che la rilettura de “Le avventure di Pinocchio” sarà una riscoperta per i più giovani (che ne conoscono la storia quasi esclusivamente dalla riscrittura disneyana), ma forse anche di più per tanti adulti (che ne hanno forse un ricordo sbiadito, meritevole di una rinfrescata) vanno ricercati nella funzione anche simbolica di molti contenuti del romanzo, già evidenziati quasi quaranta anni fa da Edoardo Bennato (“Burattino senza fili”, 1977), che propose una rilettura della storia di Collodi in chiave metaforica. Corruzione, potere, condizione femminile, cultura, educazione e coscienza erano allora temi attuali e lo sono ancora di più oggi. I livelli di lettura sono molti, coinvolgeranno lettori di varie fasce di età, che saranno probabilmente suggestionate da stimoli diversi; il metodo, ormai consolidato in molteplici situazioni (qui le trovate tutte riassunte ), accomunerà tutte le esperienze.
Come mi pongo io rispetto a questa nuova avventura? Frequentatrice assidua dei progetti promossi da Paolo Costa, Edoardo Montenegro e Pierluigi Vaccaneo (per me da #TwSposi ad oggi ci sono stati #Lussu, #2019SI, #CattivaMemoria, #TwiFavola), sono entusiasta di riaccostarmi a Pinocchio da adulta, sia pure alla guida di un gruppo di quindicenni (l’account ufficale con cui parteciperanno al progetto è @1CATCezzi). La twitteratura è ormai prassi sistematica nelle classi in cui insegno, un Istituto Tecnico Economico, quindi sono anche curiosa di sperimentare l’approccio degli adolescenti con il ‘burattino senza fili’. Ma quest’anno per me la twitteratura non è solo #TwPinocchio: confortata dalla partecipazione dei miei alunni più grandi a #TwSposi (che ho raccontato qui) , quest’anno ho deciso di proporre il metodo, adattandolo alle letture che stiamo scegliendo insieme per l’iniziativa che va sotto il nome di #unlibroalmese (gli account ufficiali delle classi che partecipano a questo progetto sono @5AFM_ITES@5ARTCezzi). Per il commento de “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia, attualmente in corso su Twitter come #SciasciaGDC, è stato impossibile procedere ad una calendarizzazione, dal momento che il racconto dello scrittore di Racalmuto non è suddiviso in capitoli ma è di lungo respiro e questo ha reso difficile il coinvolgimento della comunità di TwLetteratura: poichè leggeremo otto libri durante l’intero anno scolastico (in realtà saranno di più, perché le classi con le quali sto realizzando il progetto sono due quinte, classi terminali alle quali mi preme far conoscere i grandi scrittori della letteratura contemporanea), speriamo di riuscire a incuriosire altri utenti che avranno voglia di dare il loro contributo alla nostra iniziativa.
Intanto, viva #TwPinocchio e tutti i portatori sani di twitteratura!

giovedì 25 settembre 2014

Ultima lettura: "I Ciclonauti" di Piero Sansò


I Ciclonauti

Autore: Sansò Piero
Dati: 2014, 135 p., brossura
Editore: I Sognatori Factory Editoriale (collana I castelli invisibili)

La sera mi spaventa, a volte.


Questa storia finisce male, anzi malissimo. Con tre morti secchi, a nemmeno tre pagine dall’inizio. Tre morti secchi che sono anche i protagonisti di questa fiaba surreale, tra fantasy e mistero, che è un viaggio onirico ai confini del tempo e dello spazio, da percorrere rigorosamente in bicicletta. A partire dalla morte del glottologo Prof. Cornelius, del geologo Prof. Paoli, e di Piero Panizza, eccentrico grafico pubblicitario, in un lungo flash back si ricostruisce la vicenda che ha portato alle morti cruente dei tre “Ciclisti di Hofmann”.
Photo Elena Tamborrino
E chi sono i “Ciclisti di Hofmann”, o Ciclonauti? Sono (anzi, erano) una setta segreta di ciclisti, la cui struttura organizzativa e gli scopi erano sconosciuti (altrimenti che setta segreta sarebbe stata?), di cui si sospettava uno stretto legame con la presenza nel Salento di dolmen e menhir, costruzioni megalitiche che si erano autodistrutte misteriosamente e all’improvviso nel giro di una notte, la stessa della morte dei tre Ciclonauti.
Tutta la storia ruota intorno alla scoperta sensazionale fatta dai due studiosi Cornelius e Paoli: i dolmen e i menhir sono centri che assorbono energia e la rilasciano a chi li tocca, non sempre con conseguenze positive, per usare un eufemismo. A Panizza, detto anche e non a caso P. Pan, il compito di indagare sul come e sul perché. Le ricerche del grafico si snoderanno tra passaggi trasfigurati e inspiegabili, lungo le linee della Grande Griglia (una mappa dell’Europa in cui sono evidenziati i luoghi dove si sono verificati fatti soprannaturali) e attraverso gli Accessi (le illuminazioni lisergiche): in questo viaggio le coordinate spazio-temporali sono destinate a saltare, le leggi della natura a essere sovvertite, le esperienze allucinatorie a fare da perno intorno al quale P. Pan, in sella al suo destriero di ferro, ruota incontrando personaggi improbabili che popolano sogni invivibili. Gli spostamenti sono repentini, non solo da uno spazio all’altro, da un’epoca all’altra, ma anche da una dimensione a un’altra, quella onirica da cui si entra e si esce senza soluzione di continuità.
Photo Elena Tamborrino
In questa continua allucinazione, che in parte mi ha ricordato il sogno di Alice nel Paese delle Meraviglie per le situazioni e i dialoghi surreali, il lettore si trova coinvolto suo malgrado: perché anche se oppone resistenza e vuole capire e prende appunti e fa avanti e indietro tra le pagine, l’unico modo per gustare l’esperienza è lasciarsi trascinare dalla prosa di Piero Sansò, dalle sue visioni, dalle sue invenzioni, senza chiedersi nulla. Ciò che più sorprende di questa trovata narrativa (non so definirla diversamente) è che se da una parte è ispirata dalla più sfrenata fantasia, dall’altra è ancorata fortemente alla terra, fisicamente, come solo le due ruote di una bicicletta e i ciclisti appassionati possono essere: trovare la sintesi perfetta tra realtà e sogno è la chiave di volta della scrittura di Sansò.
L’ho appena finito... sto ancora pedalando... ma verso dove? E venendo da dove? Lo spazio (forse) è circolare... E il tempo pure, fatto di cicli, ore, attimini e tocchi. 

NB: per scelta editoriale, questo libro lo trovate alle presentazioni oppure qui.


venerdì 5 settembre 2014

Sul comodino: "Tentativi di botanica degli affetti" di Beatrice Masini


Tentativi di botanica degli affetti

Autore: Masini Beatrice
Dati: 2013, p. 324, brossura; ePub con DRM 2,9 MB
Editore: Bompiani (collana Narratori italiani)

È così che nasce la poesia? vorrebbe chiedergli Bianca, incuriosita.
Una catena di pensieri, e poi improvvise o premeditate
ecco sgorgare le parole perfette,
quelle che li riempiono, i pensieri, come una mano riempie il guanto,
e premono il cuore e le dita per essere scritte così?

Procedo con molta lentezza: rispetto ai miei soliti ritmi di lettura, “Tentativi di botanica degli affetti” di Beatrice Masini, giornalista, traduttrice, editor, autrice di storie, ha stravolto le mie abitudini. Non è solo perché in questo periodo ho meno tempo per leggere, ma è anche che questo romanzo non si beve d'un fiato. Però ti avvolge: questo credo sia il verbo più adatto per indicare il grado e l’intensità del coinvolgimento che la storia narrata da Masini offre al lettore. Inutile poi dire che mi ha attratto molto il titolo: la botanica degli affetti è la scienza inesatta cara alla protagonista, impegnata a classificare sistematicamente le inclinazioni e i sentimenti altrui.
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La vicenda è ambientata ai primi anni dell’Ottocento, nel Regno Lombardo-Veneto, dove la famiglia di don Titta, poeta poco allineato con il regime austriaco, accoglie Bianca, giovane acquarellista, assunta con l’incarico di dipingere il repertorio delle specie botaniche presenti nel parco e nei dintorni della villa di famiglia a Brusuglio. Bianca entra quindi a far parte della famiglia, numerosa e composta non solo da don Titta, sua moglie donna Julie e i loro cinque bambini (o sono sei?), ma anche della madre del poeta, donna Clara, dall’amico Tommaso, anche lui poeta, da Innes, l’istitutore dei bambini e da una miriade di altri personaggi che a vario titolo popolano la grande villa immersa nella brughiera. Tra questi, spiccano Minna e Pia, due servette ancora quasi bambine, dal passato oscuro: delle due, quella che ha una vita densa di segreti è sicuramente la seconda, Pia. Dal poco che Bianca riesce a intuire, il modo in cui Pia viene considerata e trattata in famiglia è ben diverso da quello riservato al resto del personale di servizio: questo è conseguenza del mistero nascosto nelle origini della ragazzina, tolta dal convento di Santa Caterina, dove c’era la ruota a cui si affidavano le sorti dei neonati indesiderati.  Bianca si mette in testa di capire di che si tratta.
Al di là della storia, che andando avanti presumo si farà sempre più interessante, mano a mano che la protagonista procederà con la sua inchiesta e il mistero intorno a Pia si andrà, immagino, sciogliendo (o complicando), è altro che affascina di questo romanzo, già finalista del Premio Campiello 2013. Che Beatrice Masini sia una traduttrice e una editor, forse prima che autrice, si percepisce dalla grande cura che ha per le parole: senza ricorrere a superflui orpelli lessicali, utilizzando una lingua preziosa, ma mai leziosa, e senza andare alla ricerca esasperata di arcaismi inutili, Beatrice Masini scrive in una prosa elegante, contenuta, fortemente evocativa, che non indulge a lirismi. Quando capita un libro così curato, da dove l’amore per la nuda parola si respira pagina dopo pagina, la lettura diventa impegnativa, tendi a vedere le scene, i personaggi, le situazioni e i luoghi con una particolare e intensa attenzione ai dettagli, così come credo voglia l’Autrice per i suoi lettori.
Ho da poco superato la metà del libro, che si divide in due parti più o meno simmetriche e una terza più breve che fa da epilogo, e non credo che lo terminerò molto velocemente; lo sto quasi centellinando, nonostante tratti di un mistero (e quasi per definizione i misteri intrigano e non si fanno mollare facilmente finché non si arriva al finale). Probabilmente avverto un po’ di fatica per la mancanza di suddivisione in capitoli: il racconto si svolge continuo, ogni volta è difficile decidere dove interrompere la lettura, per riprenderla in seguito. Si tratta senza dubbio di una scelta stilistica, mirata a ottenere quale effetto però mi sfugge.
Intanto vi piaccia sapere che questo romanzo merita una lettura, sta a voi decidere il momento giusto: io consiglio di riservare a “Tentativi di botanica degli affetti” qualche domenica uggiosa di quelle che verranno in autunno, più che la stagione estiva che ormai volge al termine. Non è certo, questo, un libro da sotto l’ombrellone.



sabato 23 agosto 2014

Ultima lettura: "La metà di niente" di Catherine Dunne


La metà di niente

Autore: Catherine Dunne
Dati: 2006, 304 p., brossura, 16 ed., ePub con DRM 371,9 KB
Editore: Guanda (collana Narratori della Fenice)

In principio c’è una famiglia.
Non è niente di eccezionale, è una famiglia normalissima,
proprio come la vostra e la mia

Pubblicato in Italia la prima volta da Guanda nel 1998, negli anni questo romanzo è stato più volte proposto all’attenzione del pubblico, anche dalle edizioni TEA, fino alla versione digitale del 2011 e ancora fino al 2014, in edizione economica ancora una volta TEA. Segno che si tratta di un romanzo di successo, che nel tempo ha incontrato i favori di un pubblico, immagino prevalentemente femminile dato il tema, che si è identificato con una storia tanto comune (e per questo sempre attuale) quanto amara. Il dolore della protagonista Rose, casalinga dalla vita metodica e regolare, devota a un marito che da un giorno all’altro la pianta in asso per scappare con un’amica di famiglia, si trasforma in riscatto, in possibilità di affermazione anche sociale.
La fatica di Rose, costretta a reinventarsi e scoprire in sé risorse insospettabili, diventa rivincita ed è inversamente proporzionale alla disfatta di suo marito Ben: quanto lei all’inizio della vicenda è piccola, dimessa, sopraffatta dagli avvenimenti che la colgono del tutto inaspettatamente mentre lei è al colmo della sua vita ordinaria, per poi emergere da quell’esistenza anonima in tutta la sua forza che la fa giganteggiare, tanto lui –all’inizio arrogante e tronfio nella sua nuova esistenza introdotta dal più banale “Rose, dobbiamo parlare”- diventa misero e insignificante nel corso della storia.
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Quello che piace nella storia di Rose e dei suoi tre figli, credo che sia proprio l’idea di speranza e di rivincita: se è vero che dal letame nascono i fior, la vicenda narrata dalla Dunne è esemplare, perché offre la prospettiva del riscatto e del miglioramento, quello che ti fa pensare che se la tua vita è banale e noiosa -ma tutto sommato accettabile soprattutto perché non hai mai pensato che potesse essere diversa- un evento disastroso può essere l’input per il cambiamento.
La storia si svolge a Dublino, il teatro principale è la casa che Rose e Ben hanno diviso con i loro figli Damien, Brian e Lisa, fino a lunedì 3 aprile 1995. Un prologo illustra la vita di questa famiglia anonima, in cui si va avanti per forza di inerzia, come accade a molte altre famiglie sparse nel mondo (per cui l’Irlanda o altrove non fa differenza). Le quattro parti in cui si articola il racconto racchiudono un periodo che va da quella data all’epilogo di sabato 6 aprile 1996, un anno esatto dopo l’abbandono di Ben. Si tratta di una specie di diario, in cui nelle prime due parti si intervallano lunghi flashback, anche questi datati dal giugno 1972 (il primo incontro e l’amore tra i due) al 31 marzo 1995 (la vigilia della catastrofe familiare), che ricostruiscono la quotidianità di Rose, annullata totalmente appresso alle ambizioni del marito e allo stesso tempo impegnata a dimostrare a lui e a se stessa la piena efficienza nell’affrontare le esigenze familiari, casalinghe, e lavorative di lui.
Nel diario, in terza persona, sono scrupolosamente annotati tutti i cambiamenti, gli avvenimenti, i problemi e le soluzioni: trovano spazio i figli, compresi tra i diciassette e i tre anni -il che significa un ventaglio di situazioni disparate-, le amiche di sempre e una suocera solidale. Ma soprattutto trova spazio la consapevolezza che Rose acquista di sé, la coscienza dell’essere stata fino a quel momento non la metà di una coppia, ma la metà di niente, e quindi la determinazione con cui affronta la sua nuova vita, potendo contare su una nuova se stessa.
Una bella iniezione di fiducia nel futuro per tutte le donne che pensano che la vita sia tutta qua e che magari da vent’anni, come è stato per Rose, “hanno un ratto in fondo alla gola”.

sabato 16 agosto 2014

Sul comodino: "Sono l'ultimo a scendere e altre storie credibili" di Giulio Mozzi


Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili)

Autore: Mozzi Giulio
Dati: 2013, ePub con DRM 1,2 MB
Editore: Laurana Editore

«Non posso rispondere», dico.
«Come, prego?», dice Sonia.
«Non posso rispondere», ripeto. «Non mi aspettavo che la domanda fosse questa.»
«La vita pone spesso domande inaspettate», dice Sonia.
«Sono d’accordo», dico. «Potrei ripartire dalla domanda precedente?»
«Nella vita non si torna mai indietro», dice Sonia.
«Ho capito», dico. «Ma questo è un questionario».
«I questionari fanno parte della vita», dice Sonia,
 «e pertanto sono soggetti alle stesse leggi che determinano la vita.»

Mettiamola così: c’è un omino (in realtà non so se è un omino) che vive a Padova, non ha la patente e si muove esclusivamente a piedi o con i mezzi pubblici. Precisamente quasi ogni giorno prende il treno per andare a Milano, dove lavora, o comunque per andare ovunque il suo lavoro lo porti. Nella vita per l’appunto fa un lavoro non facile da spiegare, anzi non facile da capire. Cioè, non è che fa l’autista di tram, che di sicuro guida i tram, o il capotreno, che io non so bene cosa faccia ma è un problema solo mio, perché sicuramente ha delle mansioni ben precise, che però io non conosco (lo dice la parola stessa ‘capotreno’: non può che fare cose precise). Infatti, fa il consulente esterno per una casa editrice, il lettore di professione, e fa anche lo scrittore.
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Sarà forse per questo che gli capitano incontri bizzarri, intendo dire che la sua capacità di osservazione e di narrazione di ciò che quotidianamente gli accade, fa assumere alla sua vita -e a quella delle persone che incrocia- un’aura di stravaganza che fa sembrare surreale anche ciò che è ordinario. Quindi sembra che capitino a lui in particolare degli incontri bizzarri; invece forse ne facciamo tutti, solo che normalmente noi comuni mortali -non dotati di grandi capacità di riflessione e probabilmente con scarsa attitudine a cogliere il comico nell’ordinario- ci arrabbiamo, invece di sorridere stralunati.
Diligentemente l’omino, che risponde al nome di Giulio Mozzi, ha annotato per anni ciò che gli succedeva, prevalentemente in treno o a casa mentre lavorava, gli incontri e i dialoghi, e per un po’ ha fatto viaggiare in rete questi piccoli racconti; continuo a pensarlo così, l’omino, una specie di Marcovaldo dei nostri giorni, anche se non fa il magazziniere, ma del personaggio di Calvino mantiene lo stesso sguardo ingenuo e stupito, anche se qui è quasi una forma di cinismo a essere travestita da ingenuità, come si evince soprattutto dai dialoghi, con il risultato di una comicità apparentemente involontaria.
Anche gli episodi più comuni, trasferiti su carta e riportati nei più banali particolari, nelle parole dei dialoghi scrupolosamente riportate, fanno pensare a te, lettore, che la gente è pazza. Non Giulio Mozzi, la gente. Anzi, laggente.
Seriamente: dopo aver viaggiato per il web in forma di diario tenuto tra il
2003 e il 2008, una selezione di questi racconti è stata successivamente raccolta e pubblicata nel 2009 da Mondadori. Questa che sto leggendo è l'edizione di Laurana Editore del 2013 (nuova edizione con dieci capitoli inediti e con un rendiconto dell'accoglienza critica in appendice), dopo che la giacenza dell’edizione Mondadori del 2009, dal 1° giugno 2012 è stata mandata al macero, una volta tolta dal catalogo. Da qui, l'interessamento di Laurana e la ripubblicazione, solo in edizione digitale. In realtà il libro edito da Mondadori si trova ancora su IBS nella sezione outlet con il 50% di sconto (ma non era andata al macero?). Oggi è acquistabile solo su BookRepublic anche da qui.
Sono brevi scorci di vita, in cui prevalgono le descrizioni minuziose delle persone che li attraversano (volti, abbigliamento, atteggiamenti) e i dialoghi fatti di ostinate reiterazioni di difetti di comunicazione, dovuti a incomprensione: le persone si parlano ma non si comprendono, perché vanno oltre le parole, emettono intenzioni più che enunciati e se dall’altra parte c’è chi, come il nostro omino Giulio Mozzi, si limita a decodificare il messaggio e a rispondere adeguatamente, si generano gli equivoci più assurdi che si concludono sempre con la rinuncia da parte di quello che si sente incompreso, mentre in realtà non si è spiegato. Abbandoni di campo che alla fine fanno riflettere proprio su questo, su quanto sia difficile dirsi le cose più semplici, troppo abituati a complicare anche il pane.
Sul piano dello stile, ho notato un piccolo vezzo morfosintattico, almeno io lo considero una pratica vezzosa: l’accordo del participio passato con l’oggetto in sintagmi ricorrenti del tipo “ho detta una cosa”, “ho cercata la compagnia”. Come sostiene Gerhard Rohlfs[1], in origine, secondo il modello DOMUS CONSTRUCTAM HABEO (ho costruito una casa/ho una casa costruita), il participio si accordava con il relativo oggetto, così anche nell’italiano antico (come attestato nel Novellino «a rifiutata la nobile cittade», in Dante e in Boccaccio) e successivamente in scrittori moderni che si sono mantenuti in parte fedeli a questa regola. La carta 1145 dell’AIS[2] “hai venduto le uova” mostra la prevalenza di venduto nella Toscana meridionale e vendute a Pisa e nella provincia di Firenze.
Con il passare del tempo però il participio si è come fossilizzato e, perdendosi la coscienza del significato originario, l’accordo del participio non fu più strettamente osservato, come rileva anche Luca Serianni[3], che riporta esempi da Pirandello, Deledda, Carlo Levi, Tomasi di Lampedusa e afferma che se anche “l’uso più tradizionale sembra essere stato quello di accordare il participio con il complemento oggetto”, la tendenza attuale è quella di lasciare inalterato il participio, sia pure con attestazioni diffuse di casi di accordo (eccezioni che confermano la norma derivata dall’uso).
Mozzi è un virtuoso del participio. Mi piace, anche se non lo emulerei mai, non adusa a preziosismi sintattici.
Per tornare ai contenuti: leggete “Sono l’ultimo a scendere”, salite sui treni con Giulio Mozzi, sperando di non incontrare l’uomo dal culo enorme, cercate di sedervi ai posti che avrete prenotato e che troverete spesso occupati, ascoltate le sue telefonate e i discorsi che lui fa con laggente. Non sono surreali, sono iperrealistici. Il sorriso non vi abbandonerà un momento.

«Vada in libreria», dico. «Se lei è un poeta emiliano vada a Bologna, a Modena, in una libreria Feltrinelli. Guardi lo scaffale di poesia, veda che case editrici ci sono».
«Lei dice?», sussurra la voce, ora più incerta.
«Dico, dico», dico. «Lei va spesso in libreria?»
«No», sussurra la voce.
«Lei legge molto?», dico.
«No», sussurra la voce. «Io scrivo, non leggo».
«Quindi lei non legge gli altri poeti italiani», dico.
«In che senso?», sussurra la voce.
«Lei ha letto Zanzotto?», dico.
«No», sussurra la voce.
«E Caproni?», dico.
«No», sussurra la voce.
«E Giudici, Luzi, D’Elia, Riccardi, Dal Bianco, Rondoni, Albinati, li ha letti?», dico.
«Mai sentiti nominare», sussurra la voce.
«Bene», dico. E poi sto zitto.
Sta zitto anche lui.
«Lei dice che dovrei leggerli?», sussurra la voce.
«No», dico. «Dico che se lei non si degna di leggere, non vedo perché qualcuno dovrebbe leggere lei».


[1] G. Rohlfs, Grammatica storia dell’italiano e dei suoi dialetti, Einaudi, Torino 1969, vol III, §725
[2] K. Jaberg-J.Jud, Atlante linguistico ed etnografico dell'Italia e della Svizzera meridionale, ediz. italiana a c di G. Sanga, Unicopli, Milano 1987 (ediz originale Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, 1928-1940)
[3] L. Serianni, Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria, UTET, Torino 1989, XI, §367

domenica 10 agosto 2014

Ultima lettura: "Dove comincia la notte" di Alessio Viola


Dove comincia la notte

Autore: Viola Alessio
Dati: 2013, 338 p., rilegato
Editore: Rizzoli (collana La scala noir)

È l’ambiente che fa la malavita

Ho finito questo romanzo nella notte, precisamente dove finiva la mia notte.
Impossibile staccarmene finché non avessi saputo che fine avrebbe fatto il sovrintendente Roberto De Angelis, poliziotto di lungo corso, di esperienza, bravo a tal punto da muoversi al limite della legalità, anzi spesso superando il limite della legalità, pur di portare a casa il risultato e molto somigliando in questo al vicequestore Rocco Schiavone di Antonio Manzini (qui e qui)e al commissario Bordelli di Marco Vichi (qui).
Pochi ingredienti fanno di questo romanzo, che si basa su vicende realmente accadute negli anni Novanta a Bari, opportunamente adattate alla finzione narrativa, un noir indimenticabile: la fotografia di quella realtà malavitosa e abbrutita è realistica, quasi cronachistica. C’è Bari, c’è la lotta per il predominio in città della nuova malavita organizzata, c’è un poliziotto che indaga con mezzi non precisamente ortodossi, c’è una strana amicizia tra persone che non potrebbero essere più lontane e diverse, c’è un amore senza speranza che forse non è nemmeno amore, c’è il degrado di un mondo oscuro.
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Soprattutto c’è la città. A Bari mi lega un affetto speciale, che mi fa riconoscere luoghi e odori e scorci e sguardi e sapori: sensazioni che si rinnovano ogni volta che ci capito, anche solo di passaggio, e che ritrovo quando leggo un romanzo che ne parla, senza volerne fare un ritratto stereotipato e idilliaco da cartolina, come anche in "Prima che tu mi tradisca"di Antonella Lattanzi e in molti pezzi che Rita Lopez pubblica nel suo blog.
In questo romanzo di Alessio Viola, Bari sa essere brutta, sporca e cattiva, ma anche bellissima, struggente, malinconica. La descrizione dei luoghi, dal quartiere Libertà dove vive il protagonista, a Poggiofelice, residence periferico, roccaforte del clan all’interno del quale opera lo spacciatore –poi killer spietato- Giacinto Trentadue, da Barivecchia al quartiere Murat, contribuisce a tracciare una geografia che è soprattutto dell’anima. Oltre il luogo c’è la storia, una di quelle che ti prende in crescendo, ti avvolge nelle sue spire fino a toglierti il fiato, portandoti alle ultimissime pagine e concludendosi in modo del tutto inaspettato: tutto ciò che temi che sia scontato, il limite oltre il quale il poliziotto De Angelis si spinge, si risolve in modo sorprendente. Quello che si chiede a uno scrittore è proprio questo: la capacità di acchiapparti fino all’ultima parola, di accompagnarti in un viaggio, ovunque e altrove, che sia immersivo, dove puoi camminare al fianco dei protagonisti, vederli, sentirli.
La prosa di Viola, editorialista del “Corriere del Mezzogiorno” con un passato di operaio, insegnante e rugbista, è asciutta e veloce. I dialoghi sono serrati, emerge prepotente il dialetto (se lo conosci ne senti l’intonazione, la cadenza, se non lo conosci non ci sono comunque problemi a comprenderlo), i modi di dire, le espressioni idiomatiche che fanno tutt’uno con le espressioni del volto di chi le pronuncia, e tu lettore le vedi, tu vedi tutto.




 Faccio solo un piccolo appunto su quella che immagino sia una mera svista in sede di editing: a p. 284 leggo “Le strade erano come stratificazioni minerali, una dopo l’altra gli ricordavano le cose che aveva studiato al liceo”, mentre due pagine dopo trovo “Ma al momento di scegliere la scuola superiore si era fatto convincere dagli amici a preferire un istituto per ragionieri” (p. 286). Insomma, non si capisce che scuola De Angelis abbia frequentato ai tempi, ma appunto ciò non toglie sostanza e significato alle stesse pagine, disorienta il lettore ma non più di tanto.