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sabato 4 marzo 2017

"Neve, cane, piede" di Claudio Morandini

In quegli anni di guerra Adelmo Farandola 
ha imparato il conforto di parlarsi da solo
e di immaginare le voci delle bestie e delle cose pronte a rispondergli. 
In quegli anni ha imparato a non sentire il freddo e a ignorare la fame,
prendendo l’uno e l’altra a male parole,
sfidandoli in interminabili tenzoni di retorica e insulti. 

Bello entrare in classifica e ancora più bello restarci, dicono. A volte però bisogna riconoscere che alcuni libri devono diventare protagonisti di piccoli miracoli per entrare nelle classifiche settimanali dei libri più venduti e se non ci restano non è certo perché non lo meritino, ma solo perché dette classifiche sono determinate da dinamiche difficili da comprendere, considerando anche il fatto che spesso non coincidono tra le varie, pur autorevoli, testate che le pubblicano. 
Che cosa ha portato in classifica la settimana scorsa “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini, un romanzo breve uscito nel 2015 e mai scomparso dall’attenzione del pubblico che segue la piccola e media editoria a cui si può assimilare Exòrma? C’è voluta la “rivoluzione gentile” promossa dal gruppo Facebook Billy, il vizio di leggere e Modus Legendi, un’iniziativa che mira a sfidare le classifiche di vendita per portare alla ribalta le scelte alternative -rispetto al mercato corrente- di lettori consapevoli che dal basso promuovono, con l’acquisto in una determinata settimana, il libro che risulta vincitore tra una cinquina di titoli, tutti votati sul forum di Ultima Pagina
Una specie di festa dei libri, dei lettori e degli editori indipendenti che coinvolge molti appassionati, sostenuta da Loredana Lipperini su La Repubblica, Sabina Minardi su L‘Espresso, Francesco Musolino sul Fatto Quotidiano e Paolo di Paolo su La Stampa, solo per fare qualche nome, ai quali mi piace aggiungere quello di Mattia Pianezzi che su romaitalialab.it scrive che “Modus Legendi non si accontenta di ‘mandare un libro di una piccola in classifica’, come se fosse uno sgarro alla grande distribuzione editoriale; il progetto è più ambizioso e proiettato nel tempo, ed ha l’obiettivo tosto ma non impossibile di creare un piccolo bug editoriale, di far spostare il focus delle grandi case editrici dai lettori casuali ai lettori forti, che si sentono messi in secondo piano dall’editoria maggiore”. 
Ho quindi aderito con entusiasmo all’iniziativa e ho comprato “Neve, cane, piede” nella “settimana santa”, come sono stati chiamati i giorni in cui si sarebbe monitorata la vendita del libro scelto dai billini; l’ho poi letto in un giorno e mezzo, sentendomi catapultata nel mondo solitario e allucinato di Adelmo Farandola, vecchio eremita che vive tra i monti, dai quali scende solo per fare le provviste per l’inverno all’emporio del paese, a valle. 
Adelmo, abituato a stare da solo, quasi non conosce il suono della propria voce e tuttavia imbastisce dialoghi con oggetti e animali, con la Fame e il Freddo. Dialoga anche con lo strano cane che un bel giorno si presenta nei pressi della spelonca in cui l’uomo vive: il cane, brutto ma come tutti i cani disposto a prendersi anche le bastonate e i calci da chi sente essere la “sua” persona, si fa accettare e divide con Adelmo lo stesso freddo e la stessa fame. 
Adelmo e il cane vivono in un mondo a parte, un mondo al quale incautamente si avvicina un giovane guardacaccia, che cerca di stabilire un contatto con il vecchio scontroso, con il risultato che spetta al lettore scoprire. 
E il piede del titolo? Il piede affiora dal gelido candore che avvolge la vita di Adelmo durante un inverno che più rigido non si può ricordare, appartiene a qualcuno che forse è stato travolto da una valanga più a monte del punto in cui appare nel bianco e il vecchio lo tratta quasi come se invece di essere solo un pezzo di qualcuno, fosse proprio un qualcuno di per sé, in quanto piede: le allucinazioni dell’uomo affondano nella neve, insieme alla solitudine e all'incapacità di comunicare se non tra emarginati, in dialoghi tra immaginario e realismo. 
“Neve, cane, piede” è un romanzo che si legge velocemente, soffuso di una malinconia che scivola nell’ironia di alcune situazioni e nella sensazione di profondo isolamento che è proprio degli spostati, degli incompresi, di chi è emarginato forse per scelta altrui: Adelmo è una specie di orso, che sembra mansueto, ma dal quale puoi aspettarti lo scarto di un gesto inconsulto e violento, un personaggio che non ispira simpatia, per il quale non soffri e che osservi a distanza e con curiosità per capire cosa farà, come se la caverà con quella fame che se lo mangia vivo e le provviste che sono finite, ammesso che le abbia mai fatte davvero, e le croste del suo stesso sudicio che gli fanno da corazza e lo proteggono dal mondo. 
Mentre leggevo mi chiedevo cosa avesse ispirato Morandini a scrivere un racconto del genere e le risposte sono arrivate alla fine, in una nota dell’Autore dal titolo “Storia di questa storia”: Adelmo esiste, anche se il nome è di fantasia, anzi esistono tanti Adelmo nelle vallate alpine, uomini sui quali si tramandano racconti al limite del leggendario, eremiti non sempre selvatici che ogni tanto si concedono un’apparizione in paese, tra le persone “civili” con cui scambiano qualche parola. 
Morandini ha incontrato il suo Adelmo quando, durante una salita in montagna, è stato raggiunto da una pioggia di pigne e sassi lanciate da un vecchio che in questo modo mirava a salvaguardare il suo spazio vitale, nel quale non voleva intrusioni di sorta. Questa nota conclusiva sulla storia vale quanto tutta la storia stessa, perché racconta della genesi di un racconto, dello stimolo che serve per accendere la fantasia e della sensazione di appartenenza che lega una vicenda a chi la racconta.

Photo HelenTambo on Instagram





Neve, cane, piede 
Autore: Claudio Morandini 
Dati: 2015, 138 p., brossura 
Editore: Exòrma (collana quisiscrivemale) 
Prezzo: € 13,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

venerdì 13 febbraio 2015

Ultima lettura: "La strage dei congiuntivi" di Massimo Roscia


La strage dei congiuntivi

Autore: Roscia Massimo
Dati: 2014, 321 p., rilegato
Editore: Exòrma (collana Narrativa)

I libri costano, i libri sono capricci di carta,
i libri sono ammassi di inchiostro e cellulite,
i libri sono spese inutile, i libri non portano voti.

L’assessore all’istruzione e alle politiche culturali di una località non meglio identificata muore per trauma cranico, procuratogli da violenti colpi inferti con un tronco di olivo. Bill Gross Donkey, così si chiamava l’ormai ex assessore, stava tornando a casa dopo aver partecipato a un convegno filosofico, durante il quale aveva sfoggiato un eloquio degno dell’essere “zotico, ignorante, illetterato” quale, buonanima, era.
Photo HelenTambo on Instagram

La sua arrogante e volgare non-lingua, il suo offendere e maltrattare l’italiano (perché, nonostante la località oscura in cui la vicenda si svolge e i nomi dei personaggi non riferibili a nessuna cultura identificabile con precisione, è di lingua italiana che si parla) gli è costata la pelle: un manipolo di vendicatori che hanno preso in prestito i nomi di famosi grammatici dell’antichità[1], ha fatto giustizia. E Gross Donkey è solo la prima vittima di un disegno che è insieme salvifico e criminale: il gruppo di giustizieri si muoverà controcorrente, con il disprezzo dovuto non solo a chi bistratta la lingua, ma anche a chi non la difende, a chi si rassegna, a chi non reagisce se non con qualche espressione di disgusto e poi gira la testa dall’altra parte.
Ogni capitolo è introdotto dal suo numero, a sua volta definito dai grammatici sodali: per ogni numero, dall’Uno al Quattordici, un’affascinante descrizione che ne esalta la perfezione e il significato più o meno recondito.
Il testo è poi corredato da un apparato di note a piè di pagina, il che è insolito in un romanzo (succede con autori come David Foster Wallace, che in “Infinite Jest” di oltre mille pagine, ne ha comprese cento di sole note, in fondo) e deve trovare ben disposto il lettore (ma questo è un parere assai opinabile, lo so bene).
Si è trattato di una lettura promossa nell’ambito delle #letturecondivise su Twitter, sull’onda della curiosità all’indomani della Fiera della piccola e media editoria di Roma “Più Libri Più Liberi” (4-8 dicembre 2014) e che si è svolta anche con momenti di confronto acceso tra i partecipanti al gruppo di lettura. Se un libro fa discutere significa che sta comunicando con i suoi lettori: la mia copia è completamente squadernata, piena di sottolineature e angoli ripiegati, è insomma molto sofferta.
A me ha ispirato sentimenti contraddittori. Mi sono sentita a volte irritata dal continuo ricorso a note esplicative, che spesso mi distraevano e a mio parere avevano un’utilità relativa: è
chiaro che, se si fa una citazione, o il lettore la riconosce oppure non la riconosce e va avanti comunque, aiutato dal contesto. Questo continuo rimarcare da dove viene cosa, secondo me, viola il patto con il lettore, che ha il diritto di seguire il narratore in un modo o in un altro, ed è anche un po' provocatorio perché è come dare per scontato che il lettore non abbia letto quello che ha letto l’Autore, che quindi sente di dover aiutare lo sprovveduto nella decodifica delle citazioni più o meno palesi. Mi sono scoperta a provare alternativamente esaltazione per le trovate narrative e irritazione per alcune precisazioni tanto superflue (a mio parere) quanto pedantesche.
Tra le pagine più belle – ce ne sono tante- ce n’è una dedicata all’elogio della ripetizione, che “non è soltanto una tecnica mnemonica, ma un’operazione basilare della conoscenza”[2].
Ho trovato la lettura di “La strage dei congiuntivi” stimolante ma anche molto impegnativa e, invertendo l’ordine degli aggettivi quasi a cercare una gerarchia, impegnativa ma anche stimolante. Intendo ribadire con questo che si tratta di un libro nella cui lettura si avvicendano curiosità, attenzione parossistica, divertimento, soggezione: ogni volta che lo lasci e riprendi, ci metti un po' a rientrare in sintonia con la scrittura di Massimo Roscia, che è preziosa, ricercata, pignola (e meno male!).
Credo sia un esperimento molto spinto e interessante, capace di mettere alla prova il lettore anche più motivato e competente.
Ma si tratta anche e decisamente di un libro che contiene verità ovvie e tuttavia dimenticate da chi maltratta l'italiano: il problema è che proprio chi non è abituato a porre attenzione a come parla e come scrive, chi non ha cura della propria lingua e non è interessato alla sua difesa dagli oltraggi continui che nell’uso comune le vengono inferti, questo libro probabilmente non lo leggerà mai. E questo è un gran peccato.




[1] I nomi dei grammatici e filosofi della Grecia antica, utilizzati dai componenti del sodalizio di giustizieri della lingua come pseudonimi, sono: Cratete di Mallo, grammatico e filosofo della scuola di Pergamo, Partenio di Nicea, poeta oltre che grammatico anch’esso, Asclepiade di Mirlea, grammatico e primo commentatore dell’Odissea e forse anche dell’Iliade, Eutichio Proclo grammatico e istitutore di Marco Aurelio, Dionisio Trace grammatico e filologo di origine alessandrina.
[2] Al tema della memoria Umberto Eco dedica una lettera al nipote, che si può leggere qui, nonché "Mnemotecniche e rebus", Guaraldi Editore 2013, excursus storico sulle tecniche più industriose adottate fin da tempi più remoti per esercitare la memoria.