giovedì 16 febbraio 2017

"Il nido" di Tim Winton

Ti amo, mormorò lui. 
Smettila! 
Scusa. 
Dio, sei proprio un tipo strano. 
Immagino di sì. 
E l’amore non aiuta. Credimi. 
Ma Keely non poteva crederle. Anche se i fatti le davano ragione, non poteva rinunciare a quell’ultimo brandello di fiducia. L’amore, da qualche parte, doveva servire a qualcosa, altrimenti davvero si sarebbe buttato dalla finestra. 

Un incontro casuale cambia la vita a Tom Keely, attivista ambientalista che, perso il lavoro e divorziato dalla moglie, trascina un'esistenza senza scopi. Gemma e suo nipote Kai lo costringeranno a diventare di nuovo protagonista, nel tentativo di risolvere la vita sbagliata della donna e di salvare il futuro del bambino. 
Eppure all’inizio non sono altro che “una donna sola. Un bambino senza amici. E un uomo allo sbando”, le cui esistenze però finiranno con l’intrecciarsi fino a farli diventare necessari gli uni agli altri, nonostante le intenzioni vadano altrove. Soprattutto Tom da subito è contrariato (“Pensò a quanto si era impegnato, negli ultimi mesi, per garantire la sua privacy, in modo che nessuno, amico o nemico che fosse, potesse venire a commiserarlo, a sfotterlo, ad accusarlo, a fargli la predica, a provocarlo o a metterlo sotto interrogatorio. Era l’unica cosa, tra tutte, che non lo deprimeva fino alla nausea. E adesso si ritrovava in cucina quella donna, quella persona quasi sconosciuta, che si mangiava la sua cena e gli dava pure dello snob. Era arrabbiato con se stesso, furioso per aver commesso un errore così gigantesco, consentendole di entrare nel suo appartamento, nella sua testa, nella sua vita del cazzo.”), lui così chiuso, nascosto dietro l’odio verso se stesso, in attesa di assolversi, considerando un errore, un grande errore, la sua stessa vita. 
Abituato alla logica della sconfitta, a rischio di una deriva di autocompatimento, mantiene pochi contatti con la sorella e la madre, nel ricordo di un padre la cui personalità ingombrante ha in qualche modo condizionato il suo esserne diverso, discosto da quel modello a suo modo irraggiungibile (“Malgrado tutti i trionfi di Keely come attivista, le foreste che era riuscito a salvare, gli scarichi abusivi che aveva denunciato e le specie che aveva protetto, di lì a trent’anni nessuno avrebbe più parlato di lui. Mentre suo padre aveva varcato i confini della propria classe di appartenenza, rifiutando di adeguarsi allo stampo della sua generazione”). 
A smuovere Tom dall’apatia e dalla rassegnazione arrivano quindi Kai, bambino con il quale la comunicazione è difficoltosa, a meno che non gli si parli di pennuti, e sua nonna Gemma, bellezza sfiorita di poco più di quarant’anni che ha in custodia il nipotino, mentre la sua giovanissima figlia si trova in carcere. Il pericolo di perdere il bambino costringe Gemma a una serie di iniziative che coinvolgeranno Tom, a cui lo legano i ricordi di un’infanzia infelice che nella famiglia di lui aveva trovato conforto e un’attrazione ondivaga, fatta di desiderio che si accende repentinamente, per trasformarsi altrettanto rapidamente in avversione. 
Diviso in tre parti, la prima più lunga delle altre, il romanzo va in crescendo: ha un inizio lento, in linea con il ritmo delle giornate del protagonista principale, e una buona metà si concentra sulla descrizione del tempo che quest’uomo trascorre, in mezzo ai piatti sporchi che accumula nel lavandino, indolente al punto da vivere in una specie di limbo sudicio e soffocante, uscendo lo stretto necessario, per arrivare al massimo al caffè di Bub vicino casa; il ritmo si fa incalzante nelle due parti successive, quando il ruolo di Gemma e delle vicende in cui trascina Tom si fa preminente e fino alla fine coinvolge il lettore in una girandola di disavventure che si fanno sempre più inquietanti. 
Lo stile dello scrittore australiano è serrato, il linguaggio essenziale, i caratteri dei personaggi, delineati precisamente, si stagliano in un paesaggio squallido come solo certi complessi residenziali di scarso valore urbanistico possono essere e la voce di chi è ai margini si erge prepotente, chiedendo attenzione. 
La capacità mimetica dell’Autore consente al lettore di immergersi totalmente nelle vicende narrate, tanto che restare indifferente alla potenza di personaggi diventa impossibile, nonostante nulla abbiano di eroico e nulla solletichino dell’immaginario. 
Non stupisce che The Times abbia definito “Il nido” un grande romanzo e Tim Winton un grande romanziere. 
Photo HelenTambo on Instagram




Il nido 
Autore: Tim Winton 
Traduttore: Stefano Tummolini 
Dati: 2017, 442 p., brossura 
Editore: Fazi (collana Le strade) 
Prezzo: € 19,50 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

giovedì 9 febbraio 2017

"Occhio di capra" di Leonardo Sciascia

SAPIDDRU (ma dai più pronunciato «sopiddru»). 
Sapi iddru: sa lui. 
Tra il «non lo so» e il «lo sa Iddio». 
E «iddru» è forse Lui, che tutto sa. 
Noi nulla sappiamo. 

Il mio primo libro di Sciascia, letto da ragazzina, è stato “A ciascuno il suo”, in un’edizione Einaudi, collana Letture per la scuola media, che non so nemmeno se esista ancora. A seguire lessi “Il giorno della civetta”, sempre Einaudi, per la stessa collana che negli anni Settanta ha avuto il merito di far leggere opere fondamentali a tanti adolescenti, in virtù anche di quella “ora di narrativa” che, alle scuole medie, regalava uno spazio settimanale importante: per molti della mia generazione, che aveva molti meno stimoli rispetto a quelli che hanno oggi i ragazzi, è stata un trampolino considerevole verso la conoscenza di tanti autori della nostra letteratura contemporanea e quella collana di Einaudi ha svolto un ruolo importante, con proposte editoriali efficaci, molte delle quali rappresentano i primi esemplari di quella che nel tempo sarebbe diventata la mia ricca biblioteca personale. 
Oggi le occasioni per leggere a scuola autori contemporanei si riducono alle scelte antologiche operate dagli insegnanti e dall’editoria scolastica (un racconto che si incontra spesso nelle antologie di primo biennio è “Il lungo viaggio”, tratto dalla raccolta “Il mare colore del vino”, che narra del viaggio pieno di speranza di un gruppo di contadini che sperano di poter emigrare in America, a Nuovaiorche, ai primi del Novecento, e pagano un individuo equivoco per un trasporto che durerà undici notti e che li vedrà sbarcare a Gela, dopo aver praticamente girato a vuoto nel mare), oppure a progetti particolari: scomparsa in pratica l’ora di narrativa, per una contrazione del tempo che si concentra quindi su attività di analisi testuale gradatamente sempre più complesse, piuttosto che alla lettura per il piacere della lettura, le opportunità di incontrare romanzi importanti del secondo Novecento si riducono al nulla, quasi, con l’aggravante che, anche negli anni successivi, lo studio della storia letteraria esclude gli autori più vicini alla nostra epoca, relegandoli a letture episodiche. Posso dunque affermare, con buona pace dei legislatori e dei pedagogisti che nel corso dei decenni hanno lavorato affinché il tempo dedicato allo studio dell’Italiano fosse sempre più ridotto, di aver avuto la buona fortuna di aver frequentato “le medie” nel pieno degli anni Settanta, prima che iniziasse l’opera di smantellamento della scuola pubblica. 
I miei primi approcci con Leonardo Sciascia sono quindi da attribuire alle sue opere più importanti, o almeno alle più note, e prendono origine dall’esperienza scolastica. Nel frattempo le storie e lo stile dello scrittore di Racalmuto mi avevano conquistato e negli anni mi sono trovata spesso ad acquistarne i libri, che sono andati a incrementare il mio “palchetto Sciascia”. Pensavo di averne letti tanti, di essere una buona conoscitrice della narrativa di Sciascia, ma mi sono resa conto che la sua produzione in realtà conta molti titoli che mi erano del tutto sconosciuti, non avendoli mai sentiti nemmeno citare. Così mi sono data il compito, per questo 2017, di acquistare i libri che non possiedo ancora e di leggerne uno al mese, proprio come dovere civile, considerando i temi che Sciascia ha trattato nei suoi romanzi, la mafia in primis, le sue collusioni con la politica, la corruzione, spesso scegliendo la struttura narrativa tipica del romanzo giallo, e senza dimenticare la sua produzione saggistica. 
Il primo dei libri che ho scelto di leggere nel mese di gennaio, scelto assolutamente a caso senza avere la minima idea di cosa trattasse, non è un romanzo e anche come saggio diventa difficile etichettarlo. Direi che “Occhio di capra” è un omaggio, un atto d’amore che Leonardo Sciascia ha fatto alla sua terra e più precisamente al luogo in cui è nato, quella Racalmuto dell’entroterra agrigentino, tanto vicina ai luoghi di Pirandello e di Rosso di San Secondo, della quale esplora la lingua nei suoi detti popolari. 
“Isola nell’isola” è Racalmuto (l’antico villaggio arabo Rahal-maut), al pari di altre “isole” dentro l’isola Sicilia, lontana dal mare, desolata e allo stesso tempo sorgente di notizie, coacervo di esperienze umane, centro di varia umanità che rappresenta, agli occhi del suo forse più illustre figlio, la fonte delle storie che egli racconta nello spiegare l’origine di alcune parole dialettali o di certi modi di dire popolari. 
Sciascia afferma, nella “notizia” che apre il volumetto, di conoscere il suo paese da prima di sempre, un po’ come dice di se stesso -e di Buenos Aires- lo scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges: “Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”. E alla “storia minima” di Racalmuto, Sciascia dedica la sua attenzione (“Forse è a questa storia minima che io debbo l’attenzione che ho sempre avuto per la grande”, scriveva a proposito di “Occhio di capra”).
In ordine alfabetico, l’Autore riporta la traduzione e l’origine -a volte anche strettamente etimologica più spesso da ravvisare in un episodio, un personaggio, un’arguzia- di parole e unità fraseologiche dialettali: tra lessico e etnografia, Sciascia delinea ipotesi strettamente linguistiche, ricostruisce e attribuisce alla cultura popolare il radicarsi di espressioni tipiche in epoche diverse, e lontane nel tempo tanto da perdersi forse nella memoria collettiva, così da esigere che qualcuno le restituisca al patrimonio di ricordi che identificano una comunità di parlanti. 
Divertente e acuto, “Occhio di capra” è un viaggio nella lingua, anzi in una delle lingue della Sicilia. Di particolare interesse per i linguisti, a titolo di mera curiosità, è la nota finale sulla grafia, spesso insufficiente a rappresentare certi suoni come la cacuminalizzazione della laterale intensa in nessi come –ll- > -dd-, ma dice Sciascia solo perché manca il segno a rappresentare una “remora della glottide”. 
Una buona idea è acquistare adesso questo libro, approfittando dello sconto del 25% che Adelphi applica in questo periodo per i tascabili: in questo caso il prezzo scende a soli 9 euro, davvero ben spesi. 

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Occhio di capra 
Autore: Leonardo Sciascia 
Dati: 1990, 150 p., brossura 
Editore: Adelphi (collana Piccola Biblioteca) 
Prezzo: € 12,00 
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

venerdì 3 febbraio 2017

"Ore 10, lezione di Fedez (e Rovazzi)" di Elvio Calderoni

 
Photo Vanity Fair

Parlare ai ragazzi, risultare credibili. 
Accoglienti per poi entrare, con loro, nei fenomeni della contemporaneità, al centro. 
Entrare, quindi, nelle loro stanze, accomodarsi sui loro sogni, migliorarli, migliorarli, migliorarli. 
Inserire nel programma, accanto a Dante, Leopardi e all'analisi logica, l'analisi del testo di VORREI MA NON POSTO è una necessità complessa, un imperativo di antipurismo, atto non a consacrare nessuno o ad abbassare ogni livello, ma una sorta di captatio benevolentiae più eversiva del contenuto stesso dei brani di Fedez (e Rovazzi ) che sono assai più eversivi di quanto un orecchio superficiale potrebbe credere. 
E tra le orecchie superficiali potremmo inserire, a buon diritto, quelle dei ragazzi non opportunamente guidati. 
Fedez non è un nemico da abbattere, ma un idolo con cui fare i conti. 
Se analizzassimo in classe (seconda media ) Caparezza non sortiremmo lo stesso effetto. Dobbiamo invece analizzare chi popola i sogni dei ragazzi, non chi parla a un pubblico già coltivato, smontare, pezzo per pezzo, frase per frase, contenuto e forma (ricca, dichiariamolo subito, ricca ) del pezzo. Trattarlo come nell'ora precedente abbiamo trattato Dante: struttura, rime, metro, lessico, area semantica, figure retoriche, contenuto, extratesto. Fedez (ok, non solo lui, tutto il mondo rap ma il primo interesse è arrivare velocemente al risultato!) gioca con le figure retoriche di suono mostrando una vena compositiva non sciocca: calembour, paronomasie, allitterazioni, figure etimologiche, nuove locuzioni ( potremmo azzardare gli hapax!), e fin qui nulla di particolarmente riflessivo in senso eversivo. La vera partita si giocherà con il contenuto! “Ogni ricordo è più importante condividerlo che viverlo” è la frase chiave che fotografa, sintetizzandolo, il vuoto filtrato dallo schermo che dimora questi tempi, li velocizza, li consuma, provocando mostri e nevrosi, vizi e incapacità relazionali. Forse l'hanno detto in molti, anzi certamente, ma nessuno così e nessuno così “dentro” questo sistema, tanto da rischiare la scarsa credibilità. Ma l'ambiguità di Fedez (e di Rovazzi) è la sua forza, molta autoironia e una buona dose di incoerenza tali da non allontanare le contraddizioni adolescenziali. Il linguaggio è il loro: selfie, porno, i phone, blog, post, e passaggi portatori di una qualche densità: 
“E se lei t'attacca un virus 

Basta prendersi il Norton 

Tutto questo navigare senza trovare un porto 

Tutto questo sbattimento per far foto al tramonto 

Che poi sullo schermo piatto non vedi quanto è profondo"
Dunque? Demonizzare questi contenuti ? Ignorarli? Parliamone, invece. Smontiamoli se è il caso, approfondiamoli, sfondiamo cover e schermi piatti, dimostrando ai ragazzi che sotto il tatuaggio può esserci un mondo. Non sempre. 
Ma la possibilità concediamogliela. 
E concediamocela, senza perdere il treno della contemporaneità. 
La cattedra ha l'obbligo morale della puntualità e chi fosse preoccupato di Fedez che invade la scuola, ebbene, è l'esatto contrario: è la scuola che, armi e bagagli, invade Fedez. 
Una rivoluzione copernicana? 

©Elvio Calderoni

Soundtrack: "Vorrei ma non posto" di J-AX & Fedez

venerdì 27 gennaio 2017

#LaTregua: Primo Levi, una lettura con TwLetteratura

Di seicentocinquanta, quanti eravamo partiti, tornavamo in tre. 
E quanto avevamo perduto in quei venti mesi? 
Che cosa avremmo ritrovato a casa? 
Quanto di noi stessi era stato eroso, spento? 
Ritornavamo più ricchi o più poveri, più forti o più vuoti? 

Conservavo da anni l’edizione del 2003 di “La tregua” di Primo Levi, inserita nella collana I grandi romanzi italiani, di RCS Libri per il Corriere della Sera. L’edizione originale risale al 1963 presso l’editore Einaudi -che continua a proporla-, e i dati che inserisco qui sono relativi all’ultima edizione, quella che hanno acquistato i miei alunni per leggerla con TwLetteratura.
L’occasione di conoscere questo importante libro di Primo Levi, considerato il suo capolavoro anche se probabilmente è più famoso “Se questo è un uomo”, per l’appunto è arrivata con il progetto che la comunità di TwLetteratura ha proposto, con un fine che va molto al di là della semplice lettura di questo doloroso racconto autobiografico e che risiede in una riflessione più ampia sul dramma dei migranti di ieri e di oggi. 
Il risultato dell’esperienza appena conclusa sono 127 classi distribuite in 51 scuole, sparse in 31 città, un bel numero di ragazzi, a cui si aggiungono i loro insegnanti e tutto il resto dei lettori svincolati dalla scuola, che hanno animato profondi momenti di condivisione, racchiusi in una serie di raccolte di tweet consultabili qui
‘Romanzo picaresco’ è stato definito e probabilmente così si può considerare davvero: il racconto di un ritorno, il diario del viaggio che, dopo l’internamento ad Auschwitz, Primo Levi affronta verso Torino, verso casa. Non solo biografia, ma racconto corale, dove varie umanità si incontrano in uno scenario che è distruzione e desolazione, fame e freddo, noia e incertezza, trovate ingegnose e arte di arrangiarsi, avventura e timori in un’Europa in rovina, attraverso un percorso tortuoso che tocca la Russia, la Romania, l'Ungheria, e infine l'Austria. 
Più volte, leggendo e provando a immaginare spazi e tempi, il freddo e l’umidità, ci siamo chiesti, io e i miei alunni, che sapore avrà avuto, una volta a casa, il cibo di nuovo disponibile sulla mensa, diverso da quello razionato dei campi profughi. Che sensazione sarà stata quella di riposare di nuovo tra candide lenzuola, su confortevoli materassi, finalmente al caldo. Come è possibile che sia tanto difficile riconoscere il privilegio di godere di piccole cose, quasi scontate, che anche oggi, molti non possono avere? Queste e molte altre sono le domande che si affacciano alla mente, a distanza di oltre settanta anni dagli avvenimenti narrati da chi dall’inferno è uscito ancora vivo, nel tentativo inutile di capire ciò che difficilmente si può anche solo immaginare: se da tanto tempo le domande sono sempre le stesse e se forte è il dovere di ricordare anche ciò che non si riesce a comprendere nelle sue ragioni più profonde, ancora di più oggi è importante riflettere sulle condizioni che opprimono molte popolazioni, in diverse parti del mondo dove si combattono guerre e si consumano massacri di innocenti. 
Non è quindi difficile capire perché leggere oggi “La tregua” assuma un valore particolarmente importante. La risposta la danno gli stessi amici di TwLetteratura, ed è la risposta contenuta nella domanda che hanno posto ai lettori e ai “riscrittori” di Twitter e Betwyll: “Che cosa accomuna il viaggio che Primo Levi dovette compiere nel 1945, di ritorno da Auschwitz verso Torino, attraversando in nove mesi una decina di paesi europei, con il viaggio dei rifugiati che oggi scappano dalla guerra in Eritrea, in Siria o in Afghanistan, o con il viaggio dei migranti che abbandonano l’Africa o il Medio Oriente alla ricerca di un luogo in Europa in cui costruire il futuro? Non certo le ragioni del viaggio, poiché quello di Levi fu un viaggio di ritorno dalla deportazione e dall’internamento, mentre quello dei rifugiati e dei migranti di oggi è un viaggio di andata; bensì, la speranza di giustizia.” 
C’è una comunità di intenti che unisce l’esperienza passata a quella attuale: la speranza e la sete di giustizia, la fuga definitiva dall’orrore, che si chiami ritorno o andata. 

Photo Elena Tamborrino




La tregua 
Autore: Primo Levi 
Dati: 2014, 278 p., brossura (prima ediz.originale 1963) 
Editore: Einaudi (collana Super ET) 
Prezzo: € 12,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelle

mercoledì 18 gennaio 2017

"Vie d'uscita" di Rita Lopez

Ho odiato a morte il Libertà ma, 
mi colpisca un fulmine se non è vero, 
l’ho anche amato pazzamente 

Sono condensati in queste poche parole i sentimenti che legano Rita Lopez alla sua Bari, o meglio, al quartiere Libertà, ai margini del centro elegante della città, tra il mare e la stazione ferroviaria: un quartiere difficile, coacervo di umori che si annidano nella micro e macro criminalità, snodo di vicende che vedono convivere anime diverse, con destini variegati, con memorie, aspirazioni e sogni disperati.
Non solo: il Libertà, quel Libertà tanto odiato almeno quanto amato, nei racconti della Lopez è culla di una generazione divisa tra il passato, prepotente negli sguardi e nelle parole di nonni e genitori, e il presente, fatto di un'affermazione personale, lontana fisicamente dal luogo di origine, ma forte nei legami di sangue che superano le distanze e si completano con gli amici di oggi. 
Le memorie di bambina e di adolescente fanno da comune denominatore a tutte le sette storie che Rita racconta e nei ricordi c’è sempre un elemento che rappresenta la via di fuga, il modo per salvarsi l’esistenza e questo è la musica: di diverso genere, di diverse epoche, tutta la musica che Rita Lopez racconta, segna momenti e persone, consola, accompagna nella vita, aiuta a crescere. 
Forte è l’elemento autobiografico che riecheggia nella pianola elettrica del nonno, e prima ancora nella chitarra e nella tromba e nella fisarmonica che gli aveva sentito suonare, in quel “Selling England by the pound” dei Genesis mandato al massimo volume mentre si puliva il teatro parrocchiale dove “un esercito di adolescenti” avrebbe tenuto uno spettacolo tutto suo, nell’opera lirica al Petruzzelli con la zia Teresa che, in quelle serate al palco si svestiva della sua vita per indossare quella delle eroine del melodramma, trasfigurandosi in esse. E ancora in quel rock che, insieme al pane duro, era l’ingrediente principale delle giornate nella casa dello studente, a Roma. 
Ma non è solo ricordo della propria vita, dei momenti fatti di oggetti, persone, odori, sapori, rumori del quartiere, è anche il risuonare di altre storie, magari sentite da ragazzina, raccontate dai grandi: e allora conosciamo “Marianna della radio”, la vedova che lavora come operaia alla manifattura tabacchi e lì canta, anche se è proibito perché distrae; e ancora Davide, il figlio di Filippo che per colpa degli altiforni di Taranto ci stava rimettendo la vita e per fortuna suo figlio no, ché quello si era salvato con la musica, con lo studio. E infine Elettra e Sara, due compagne di scuola diverse per estrazione e vita, accomunate dal piacere della musica, Springsteen vs Bach, in uno scambio che è paura del confronto e gioia nel riconoscersi, in fondo, molto simili. 
Tutti i racconti di Rita Lopez, per quanto disuguali in alcune scelte tecniche –il racconto in prima persona o in terza persona; le epoche e le ambientazioni, non solo Bari ma anche Roma e Taranto- sono accomunati da uno stile ritmato, fatto di frasi brevi, anche brevissime e dal ricorso ad espedienti retorici, ad esempio la ripresa anaforica, che danno un andamento quasi sincopato ad alcuni passaggi e che fanno della prosa quasi poesia, oltre che l'uso del dialetto, da cui non si può prescindere. 
Un esordio che personalmente attendevo, conoscendo da tempo Rita e la sua scrittura, finora relegata nelle belle pagine del suo blog, Rita Lopez, Storie e altro (gli Dei. Gli eroi. Le donne egli uomini.) aperto forse un po’ per caso e sicuramente dietro insistenza di chi le diceva “sei pazza a scrivere le tue cose su Facebook e lasciarle a disposizione così, apri uno spazio tuo, solo tuo” e aspettava che qualcun altro si accorgesse di quanto è brava, ché certo sarebbe successo. Ed è successo. 
NB. Ho scritto questa recensione ascoltando questo
 
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Vie d’uscita 
Autore: Rita Lopez 
Dati: 2016, 88 p., brossura 
Editore: Florestano Edizioni 
Prezzo: € 10,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline

giovedì 12 gennaio 2017

"Mary Lavelle" di Kate O'Brien

Fu uno sguardo fuggevole e decoroso, 
un ricordo, irreale quasi, 
nel suo battito unico e reciproco, 
e diede a entrambi un’illusione di tenerezza e d’irruenza. 
Si sarebbero conosciuti in seguito, 
non senza riluttanza, tormenti e proteste.

Tra i tanti modi in cui è possibile descrivere l’attimo in cui avviene un colpo di fulmine, questo mi sembra tra i più delicati, nella scelta delle parole, in particolare degli aggettivi fuggevole e decoroso che quasi suggeriscono la pudica inevitabilità di quanto sta per accadere a Mary Lavelle, giovane miss irlandese che presta il suo servizio di istitutrice presso la facoltosa famiglia degli Areavaga nella Spagna del 1922, e Juanito, aitante e romantico rampollo della famiglia. 
Il loro è un amore impossibile: a dividerli c’è prima di tutto l’ostacolo del matrimonio di lui, contratto appena due anni prima con la bella Luisa, e poi la diversità di condizione sociale, che a quei tempi e in una società conservatrice come quella spagnola, non poteva che essere determinante. 
A Cabantes, il piccolo villaggio di pescatori dove sorge Casa Pilár, in una zona residenziale che presto diventa di moda per gli abitanti della vicina Altorno, ritenuta più chiassosa e caotica, Mary trascorre quello che considera un periodo transitorio della sua vita, in attesa di rientrare in Irlanda e sposarsi: non sa ancora quanto il suo soggiorno in Spagna segnerà il suo destino. 
Nell’ultracattolica Spagna e nella famiglia dove la giovane e bellissima istitutrice si occupa delle ragazze Pilár, Nieves e Milagros, una relazione come quella che infiammerà Mary e Juanito non può che destare scandalo e sono queste le resistenze che soprattutto la ragazza avverte nella sua coscienza, dove ha già risolto in realtà il conflitto che riguarda il suo fidanzamento con John, che la attende a Dublino e che lei sente di non amare più, già dai primi tempi della sua permanenza nella villa degli Areavaga, nei Pirenei.
Oltre ad occuparsi dell’educazione delle giovani Areavaga, alle quali in particolare insegna la lingua inglese, Mary nel tempo libero frequenta un gruppo di miss irlandesi, anche loro, come lei, in servizio presso famiglie della zona: donne diverse, di varie età e temperamenti, che si riuniscono abitualmente nello stesso locale per spettegolare tra di loro, fumare una sigaretta in compagnia e bere insieme una tazza di tè. 
Gran parte del romanzo parla della Spagna: i paesaggi sono descritti con molta accuratezza, e così le usanze e i riti particolari, come lo spettacolo della corrida, al quale Mary assiste non senza turbamento, ma anche subendone il fascino. 
Non è solo la costa atlantica dei Pirenei a entrare nel racconto, ma anche Madrid, dove Mary accompagnerà le ragazze in visita alla Tia Cristina, e i luoghi della terra basca dove si incontra di nascosto con Juanito, dal momento in cui la passione tra i due irrompe in maniera incontrollabile.
Alcuni personaggi sono definiti in modo da entrare nell’immaginario del lettore senza poterne più uscire, pur non rivestendo ruoli da protagonista: così Don Pablo, il padrone di casa, dolente figura, vittima delle convenzioni cui ha dovuto cedere sposando Consuelo -che poi in realtà si rivelerà donna sensibile e devota-, che sente verso Mary un trasporto inconfessabile e che intuisce per primo il legame che si è instaurato tra suo figlio e la giovane istitutrice. E poi Agatha, la collega di Mary che le rivelerà, senza falsi imbarazzi, di provare un’attrazione particolare nei suoi confronti e di provare sentimenti certamente non semplici da confessare e da vivere alla luce del sole per quei tempi. 
Il romanzo tocca argomenti decisamente anticonvenzionali per l’epoca in cui venne scritto e pubblicato, tanto da essere immediatamente censurato con l’accusa di immoralità: l’indipendenza della donna, l’amore adulterino, l’attrazione omosessuale, i vizi sconci di un anziano religioso sono temi scottanti che nel 1936, anno della prima pubblicazione di “Mary Lavelle” non potevano che destare scalpore. 
Ha reso giustizia a questo romanzo coraggioso -e anche ingenuo nel racconto della passione che scoppia impetuosa tra la protagonista e Juanito-, la Virago Press, casa editrice britannica specializzata in scritture al femminile, che l’ha pubblicato nel 1984. In Italia arriva nel 2016, grazie a Fazi, da qualche anno impegnata alla riproposta di grandi romanzi del passato nella collana “Le strade”. 
“Mary Lavelle” è una storia d'amore e di vita appassionante in una Spagna assolata e densa di umori, bellezza, convenzioni e trasgressioni: non può che conquistare i lettori, trasportandoli nelle arene infuocate, nei boschi dei Pirenei, nei porticcioli della costa, nei caffè rumorosi e densi di chiacchiere e risate. 
 
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Mary Lavelle 
Autore: Kate O’Brien 
Traduttore: Antonella Sarti 
Dati: 2016, 334 p., brossura 
Editore: Fazi (collana Le strade) 
Prezzo: € 18,50 
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

venerdì 6 gennaio 2017

"Amore" di Inoue Yasushi

Il sole autunnale spargeva lungo quella strada tranquilla, 
dove non passava nessuno, la sua luce fredda e limpida. 
Il vento faceva ondeggiare i boschetti di bambù sul ciglio della strada. 
Uomi e Mitsuko camminavano fianco a fianco in quel vento e in quella luce, 
che brillavano come a Tōkyō sarebbe stato impensabile. 

In quest’ultimo giorno di festa parlo di un libro che mi è arrivato in regalo poco prima di Natale, quasi a chiudere una parentesi. 
A volte i libri ci si presentano nei modi più imprevedibili: capita che un amico parli di una lettura fatta e di uno scritture di cui dice di voler leggere tutta la produzione per quanto gli è piaciuto il libro letto, capita di fidarsi molto di quell’amico e, pur non conoscendo minimamente lo scrittore di cui parla in termini così entusiasti, di scegliere di metterlo nella propria whislist, capita che quella wishlist si trovi pronta per un bellissimo gioco inventato da Maria Di Biase per i suoi Scratchreaders (uno scambio di libri sotto Natale), capita che una persona praticamente sconosciuta selezioni proprio questo titolo, “Amore” di Inoue Yasushi, nella lista dei dieci proposti, per farmelo recapitare in dono. 
Insomma, una serie di circostanze fortunate e casuali hanno fatto in modo che conoscessi solo un frammento della vasta produzione di questo autore giapponese, giornalista, poeta e critico d’arte (Inoue Yasushi, 1907 –1991), sufficiente però a farmi immergere in un’atmosfera incantata, tra paesaggi tipici di un Giappone simile a quello che ricorre in tutti i romanzi ambientati in questa regione orientale, come già ho avuto modo di dire a proposito di Yasunari Kawabata e di altri autori giapponesi. 
Si tratta di tre brevi racconti che dimostrano come programmare nei minimi dettagli la propria esistenza sia suscettibile delle incognite del destino e come l'amore trovi la sua manifestazione nei modi più imprevedibili. 
Ciascun racconto ha uno scarto sul finale, del tutto sorprendente: che si tratti dell’incontro tra due aspiranti suicidi in un piccolo albergo incastonato su una scogliera, dove due solitudini disperate e determinate a concludere la propria esistenza in fondo al mare sono destinate a riconoscersi l’una nell’altra, oppure del racconto di una luna di miele in cui le memorie del passato del marito si intrecciano ad un presente rassicurante, salvo le titubanze della giovane moglie, che si svelano alla sua coscienza tra la “fredda bellezza” delle rocce di un giardino d’inverno, oppure ancora della storia di una vincita eccezionale capitata a due sposi assai tirchi, tanto da non saper riconoscere il piacere di un tempo inutilmente speso in un viaggio, ai loro occhi troppo costoso, finché sarà troppo tardi per pentirsene, la narrazione scorre fluida fino alla rivelazione finale, racchiusa in una sola frase risolutiva. 
Sembra essere questa la cifra dell’Autore: una paziente costruzione di descrizioni, dialoghi, sequenze introspettive che sembrano condurre a una conclusione facilmente consequenziale, se non fosse invece per il finale spiazzante. 
È stata una lettura sorprendente, capace di trasportare in ambienti e situazioni lontane anche per il modo di pensare e di porsi rispetto alla vita, straniante per la mentalità realista e disincantata tipica del nostro Occidente. 

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Amore 
Autore: Inoue Yasushi 
Traduttore: G. Amitrano 
Dati: 2006, 118 p., brossura 
Editore: Adelphi (collana Piccola Biblioteca) 
Prezzo: € 10,00 
Giudizio su Goodreads: 5 stelline