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mercoledì 19 ottobre 2016

"Rayuela. Il gioco del mondo" di Julio Cortázar

Non può essere che siamo qui per non poter essere 
[…] 
Sono io, sono lui. 
Siamo, però sono io, 
prima di tutto sono io, 
difenderò il mio essere io fino a che non ne potrò più. 

 «Cortázar è il migliore», ha detto Roberto Bolaño. Così è riportato sulla quarta di copertina dell’edizione Einaudi di “Rayuela. Il gioco del mondo”, definito anche «contro-romanzo», «cronaca di una follia», «il buco nero di un enorme imbuto», «un grido di allerta”, «una specie di bomba atomica», «un appello al disordine necessario», al suo apparire nel 1963. 
Leggere questo romanzo (o contro-romanzo, visto che qualunque distinzione tra un prima e un dopo, una fabula vs un intreccio, qualsiasi connessione logica di causa-effetto saltano, quindi non ha senso una definizione tradizionale che incaselli quest’opera in un genere letterario) è stata una sfida, lanciata dal gruppo degli Scratchreaders di Maria Di Biase. 
In che modo avremmo potuto leggere “Rayuela”? A suggerirlo è lo stesso Cortázar, nella tavola di orientamento in apertura, ed è in parte la strada che abbiamo seguito nel gruppo: potevamo scegliere la lettura tradizionale (gruppo #famolotradizionale) che prevedeva di arrivare al cap. 56 per fermarsi quindi poco oltre la metà, ai tre asterischi che ne delimitano la fine, oppure scegliere l’ordine indicato dall’Autore (gruppo #famolospeciale), a partire dal cap. 73 e poi saltando e seguendo le indicazioni numeriche alla fine di ogni capitolo, come in un gioco dell’oca dove tiri i dadi e non sai di volta in volta a che casella finirai. Infine una terza strada era quella che a Cortázar sarebbe piaciuta moltissimo, la lettura assolutamente anarchica, sotto la sola responsabilità del lettore che poteva ordinare i capitoli secondo l’estro del momento (gruppo #famolocomecepare).
Inutile dire che ho scelto la lettura tradizionale, forse per la paura di andare incontro a qualcosa di troppo grande, in cui facilmente mi sarei persa, e mi è sembrato che optare per la strada apparentemente più semplice fosse in qualche modo rassicurante. Ovviamente mi sbagliavo, nel senso che non so se scegliere qualunque altro percorso avrebbe reso tanto più difficile l’orientarsi in una storia che è indefinibile, impossibile da sintetizzare, complessa e affascinante allo stesso tempo. Ho fatto fatica in certi momenti, per la storia, per la lingua, le parole, lo stile (paradigmatico il cap. 34, che ho capito come leggere solo alla fine della prima pagina, quando ho capito che Cortázar ha giocato continuamente con il lettore): una menzione speciale va a chi ha tradotto il testo, Flaviarosa Nicoletti Rossini, perfettamente entrata nel gioco del mondo, portavoce sensibile e preparata a intercettare i sentimenti dell’autore e a renderli vividi e incisivi per il piacere del lettore, soprattutto in certi brani da brivido, come quello che occupa tutto il cap. 7, quello del bacio,  "Toco tu boca"

Photo Elena Tamborrino
Purtroppo la lettura di “Rayuela” è partita in concomitanza con l’inizio del terzo volume della Recherche di Proust (iniziativa curata da un sottogruppo, nato da una costola dello stesso gruppo Scratchreaders) e questo si è rivelato deleterio per chi ha voluto cimentarsi in entrambe le imprese, almeno si è rivelato tale per me. Come a volte succede, leggere contemporaneamente volumi di peso -non solo fisico, ma anche-, ha come conseguenza che si leggano male tutti. E nello specifico i due volumi in questione non aiutavano, essendo “La parte di Guermantes” forse il libro più noioso della monumentale opera di Proust, e “Rayuela” il libro più strano che possa capitare di leggere, quello che ti fa desiderare di leggere al suo posto una bella storia lineare, dove accadono fatti comprensibili ai comuni mortali, dove il sistema dei personaggi è chiaro, dove la voce narrante si distingue.
Invece sono entrata in una centrifuga, mi sono fatta sballottolare nel cestello della lavatrice, mi sono fatta sbattere dalle fruste elettriche, neanche fossi una maionese impazzita. Ecco. Mi sono fermata al cap.56, secondo l’indicazione di Cortázar che definisce il resto del libro “Da altre parti (capitoli dei quali si più fare a meno)” e non ho neanche letto l’appendice con un’intervista all’Autore che spiega “l’invenzione sfrenata” di “Rayuela”, né la selezioni di frammenti di lettere di Julio Cortázar in cui si parla del libro. Non escludo di risalire sulla giostra più in là, magari sperimentando uno dei metodi alternativi suggeriti dallo stesso Autore, oppure riprendendo dal punto in cui mi sono fermata: questo è consentito al lettore che fa come gli pare. 


Photo HelenTambo on Instagram
Rayuela. Il gioco del mondo 
Autore: Julio Cortázar 
Traduz: Flaviarosa Nicoletti Rossini 
Dati: 2013, 633 p., brossura; 
Editore: Einaudi (collana Super ET); 
Prezzo: € 15,50 
Giudizio su Goodreads: np (aspetto di finirlo, un giorno)

lunedì 6 giugno 2016

Sei fama o cronopio? #TwCronopios e Cortázar


Siccome gli scriba saranno perpetui,
i pochi lettori ancora esistenti cambieranno mestiere
e si faranno pure loro scriba.

“Historias de cronopios y de famas” esce nel 1962, pubblicato la prima volta in Italia nove anni dopo, nella collana “Einaudi Letteratura”. Tra i sostenitori più appassionati della scrittura di Cortázar e in particolare di questo libro, c’è Italo Calvino, autore di una nota introduttiva in cui meglio non si poteva parlare delle due anime che intrinsecamente vivono in ciascuno di noi: "I cronopios e i famas, due genie d'esseri che incarnano con movenze di balletto due opposte e complementari possibilità dell'essere, sono la creazione più felice e assoluta di Cortázar".
Nella visione surreale di Cortázar, che ho già avuto modo di conoscere con "Bestiario" , cronopios e famas si affacciano continuamente nella quotidianità di tutti, dove le due personalità, la prima intuitiva e libera (in alcuni tweet ho scritto che per il cronopio il mondo è sovvertito, le convenzioni e le convinzioni saltano, poiché egli risponde a impulsi
immediati, condizionati da un gusto personale che decide su tutto), la seconda ordinata e razionale (dei famas ho scritto che seguono aridi regolamenti, non derogano nulla in favore della fantasia e, sconfitti, pronunciano discorsi funebri, a proposito del racconto “Affari”), si contendono momenti e soluzioni. Nei modi allegorici e surreali che gli sono propri, l’Autore ci regala un modo di leggerci dentro, di fare i conti con le nostre piccole ipocrisie, i nostri egoismi, i piaceri e i doveri: in mezzo, tra il noi cronopios e il noi fama, in questa danza della vita, ci sono le speranze, l’unica possibilità di mediare tra due modi di essere tanto contrapposti e allo stesso modo stralunati (05.05.2016- @ExLibris2012: nessuno può essere completamente cronopio, nessuno è completamente fama. Siamo l'uno e l'altro, in varia percentuale e speranza).
Facendo nostra l’affermazione di Pablo Neruda, secondo il quale “chiunque non legga Cortázar è condannato”, con Alessandro Pigoni e Erica Pucci, come già per i "Sillabari" di Goffredo Parise e "Biglietti agli amici" di Pier VittorioTondelli, abbiamo proposto la lettura e la riscrittura di #TwCronopios per TwLetteratura, raccogliendo anche stavolta un nutrito gruppo di utenti Twitter che in circa tremila tweet hanno proposto il loro modo di vivere Cortázar.
Intanto qui trovate la raccolta di tweet che racconta la mia lettura delle storie di cronopios e famas.

Photo HelenTambo on Instagram


Storie di cronopios e di famas

Autore: Julio Cortázar
Traduz.: Flaviarosa Nicoletti Rossini (con una nota di Italo Calvino)
Dati: 2014, 144 p., brossura
Editore: Einaudi (collana ET Scrittori)
Prezzo: € 10,50
Giudizio su Goodreads: 4 stelline

venerdì 10 luglio 2015

Ultima lettura: "Bestiario" di Julio Cortázar


Bestiario

Autore: Cortázar Julio
Traduzione: Nicoletti Rossini M e Martinetto V.
Dati: 1974 e 1996, ed. originale 1951
Editore: Einaudi (collana ET)

Stavamo bene,
e a poco a poco cominciavamo a non pensare.
Si può vivere senza pensare.

C’è stato un periodo della mia vita in cui, con molto impegno, mi sono dedicata alla letteratura sudamericana e quindi in maniera intensa ho letto Amado, Garcia Márquez, Allende, come se tutto fosse una rivelazione, i mondi sospesi e un po’ magici, misteriosi, lo stile fantastico, i vivi che convivono con i morti mai davvero morti, i paesaggi allucinati e afosi di umidità appiccicaticcia, zucchero di canna e melassa densa, latte di cocco e polpa soda nella carne delle donne, decise, forti e irremovibili. Questo succedeva molti anni fa e probabilmente anche perché in quel momento quegli autori andavano molto di moda (sarebbero arrivati anche Coelho e Sepúlveda, senza toccarmi però).
Pensavo, nella mia somma ignoranza, che fosse tutto lì, che potesse bastare per avere la padronanza di quel mondo lontano non solo nel tempo e nello spazio. Non conoscevo gli autori che sto leggendo adesso, Cortázar e Borges, e altri che leggerò.
Photo HelenTambo on Instagram
Sono passata ad altro, agli statunitensi, a Minot, Carver, Leavitt… anche lì grande indigestione e poi lo stop fino ai giorni attuali, a Fante, McCarthy e Wallace e a quelli che verranno, magari in un futuro non troppo lontano.
Questo per dire che spesso siamo vittime di infatuazioni che ci fanno fare il pieno di un certo stile, di un certo modo di vedere e raccontare la realtà, tanto da non farci poi vedere altro. Fortuna che il tempo è signore e che offre la possibilità di ritorni di fiamma e nuove scoperte.
Così adesso ho conosciuto Julio Cortázar, su indicazione di un gruppo di lettura attivo su Facebook, che mi sta conducendo verso strade di lettura che non avevo mai sospettato di poter un giorno percorrere.
“Bestiario” è una raccolta di otto racconti, pubblicati per la prima volta nel 1951 (in Italia arriverà solo nel 1974 nella collana Nuovi coralli di Einaudi), di bellezza diseguale: si può affermare, credo, che ciascuno di essi può suggerire sensazioni diverse a ciascun lettore che sarà particolarmente reattivo verso un racconto più che verso un altro, fino a contemplare la possibilità che alcuni possano non piacere per niente. Ciò che accomuna tutte le storie è il particolare intorno al quale si condensa tutto un racconto e sarà quel particolare a fare la differenza, a colpire o a lasciare indifferente il lettore, capace di una sua personale classifica di gradimento.
Personalmente ad esempio ho trovato particolarmente belli i racconti “Casa occupata”, “Lettera a una signorina a Parigi” e “Circe”, tutti accomunati dal sentimento del disagio, della paura di vivere e della precarietà dell’esistenza. Nel primo racconto, un fratello –voce narrante- e una sorella consumano solitudine e comuni consuetudini in una casa che progressivamente, stanza dopo stanza, è invasa da creature misteriose che si appropriano degli spazi vitali, fino a costringerli ad abbandonarli e quindi alla resa. L’ho vista come un’attualissima (lo avrebbe mai potuto immaginare l’Autore quando scriveva, sessanta anni fa?) metafora dell’esistenza umana, sempre più compressa e costretta dalle violazioni e dalle prepotenze esterne che arrivano a impadronirsi di spazi e pensieri, contro le resistenze passive (come dire: non abbiate paura, reagite alle invasioni, altrimenti dovrete abbandonare il campo al nemico).
Di “Lettera a una signorina a Parigi” mi hanno appassionato i coniglietti che l’autore di questa lunga lettera ad Andrée (della quale per un certo periodo occupa l’appartamento finché questa si trova a Parigi) vomita periodicamente e, da un certo momento in poi, più frequentemente. Ma cosa significa che ‘vomita coniglietti’? Significa che improvvisamente, nel bel mezzo di una qualunque attività, di tanto in tanto un coniglietto gli sale su per la gola e, aiutato da due dita che opportunamente egli si infila in bocca, spunta all’esterno e “sembra contento, è un coniglietto normale e perfetto, soltanto molto piccolo”. Non è facile convivere con questo problema, ma l’uomo ritiene che non sia “una buona ragione per vergognarsi e restare isolato e continuare a tacere”; così basta seminare del trifoglio in un vaso sul balcone e lasciare che i coniglietti crescano felici, per quanto nel momento in cui gli episodi si intensificano, per di più in concomitanza con un trasloco, presenti innegabili difficoltà. È evidente che anche qui il senso va oltre, è un’onda surrealista che travalica l’immaginazione, l’allegoria di un disagio complesso che può trovare sollievo solo in modo drastico e definitivo, l’unico dato realistico di questa storia, la morte.
Anche “Circe” mi ha conquistato: vi ho rintracciato alcune atmosfere che già avevo trovato in “La casa degli spiriti” di Isabel Allende (romanzo che ovviamente arriva molto dopo il “Bestiario” di Cortázar, trenta anni dopo per la precisione), nelle pagine iniziali dedicate alla morte per avvelenamento della bellissima Rosa del Valle, fidanzata del protagonista Esteban Trueba. Nulla accomuna le due storie, ma sarà forse l’aria appestata che si respira, nonostante Delia, la protagonista di “Circe”, sia sempre impegnata nella preparazione di profumati pasticcini che a volte hanno il retrogusto salato delle lacrime, a suggerire le medesime sensazioni di oppressione di quelle prime scene descritte dalla Allende.
Adesso dovrei dire se secondo me questo libro va letto, se lo consiglio, ecc ecc. Quelle cose che fanno i bookblogger seri. Ecco sì, credo che sia un libro da leggere. Non mi viene da dirlo meglio. A questo aggiungo che, come già è successo e succederà, il confronto con altri lettori è uno stimolo importante per potersi avvicinare ad autori che magari non avevamo mai preso in considerazione. Per questo personalmente devo ringraziare Maria Di Biase e il gruppo Scratchbook.