mercoledì 27 novembre 2013

Ultima lettura: "Argento vivo" di Marco Malvaldi


Argento vivo

Autore: Malvaldi Marco
Dati: 2013, 272 p., brossura; ePub con DRM 902,6 KB
Editore: Sellerio Editore Palermo (collana La memoria)

Photo Elena Tamborrino
Malvaldi mi mancava. Nel ricco catalogo Sellerio ogni tanto (spesso, anzi), mi spuntava questo nome ed io bellamente lo ignoravo. Così, senza un motivo. Ogni tanto lo sentivo nominare, ma non ero mossa da alcuna curiosità e veramente non so spiegarmene il motivo. Diciamo che a priori lo sottovalutavo, sbagliando. Allo stesso modo in cui lo avevo sempre ignorato, cioè non so come né perché, dopo qualche mese dalla pubblicazione di “Milioni di milioni” ho deciso che forse non potevo continuare a non sapere come scrive Marco Malvaldi. Da questa considerazione all’acquisto il passo è stato brevissimo, ma ancora più fulminea è stata l’infatuazione per questo chimico prestato (ma davvero prestato?) alla scrittura, per il suo stile ironico e garbato, per quell’uso della lingua toscana nei dialoghi che mi fa risuonare nelle orecchie voci, luoghi e persone che hanno riempito la mia vita, per l’arguzia e la brillantezza delle trovate narrative, per gli intrecci e gli svolgimenti. Nell’arco di quest’anno, a partire da febbraio e fino ad oggi, ho letto tutti i romanzi di Marco Malvaldi: una full immersion in piena regola, culminata con l’ultimo titolo, “Argento vivo”.
La trama è semplice: un famoso scrittore, assillato dalla sua editor in prossimità di una scadenza editoriale, resta vittima di un furto, il cui bottino comprende anche il computer sul quale è salvata l’unica copia del romanzo ormai prossimo alla pubblicazione. Parallelamente alle vicende che riguardano il grande scrittore, scorrono quelle della banda di balordi autori della rapina, quelle di Leonardo, ingegnere informatico blogger letterario per passione che si troverà tra le mani il pc bollente, quelle della bella Corinna, agente scelto di Pubblica Sicurezza, grazie alla quale si arriverà alla soluzione del caso, non senza peripezie, fraintendimenti, dialoghi surreali.



In basso a sinistra Marco Malvaldi al #SalTo13.
Photo Elena Tamborrino WoWCamera

Ferme restando alcune caratteristiche stilistiche, che in particolare nel ciclo dei vecchietti del Bar Lume si reiterano, quest’ultima fatica di Malvaldi si distingue per alcuni aspetti. Intanto formalmente: gli stacchi narrativi, rappresentati graficamente da uno spazio bianco, introducono la ripresa del concetto poco prima espresso. Questo consente il cambio di scena rapido, ma come a seguire un filo logico, una sottile linea che collega tutti i personaggi e tutti gli eventi, fino a portarli alla soluzione finale, quando il ritmo si fa più frenetico e anche le scene sono più brevi. E poi ci sono le lunghe digressioni che riguardano la matematica applicata alla musica, di cui parla durante una conferenza uno dei protagonisti del libro del grande scrittore (e così Malvaldi realizza una specie di ‘teatro nel teatro’) e le interessanti divagazioni di Leonardo sulla lettura, sua grande passione, sullo scrivere bene, sul lavoro dell’editor, sulla punteggiatura: si ha quasi l’impressione che l’autore abbia voluto, in queste ultime pagine, chiarire la sua posizione, far comprendere il suo pensiero sulla necessità di libri scritti bene, magari anche togliersi qualche sassolino dalla scarpa (ma questa è proprio un’impressione fugace), facendo del giovane ingegnere con la fissa dei libri una specie di suo alter ego.
“Argento vivo” è un libro che si legge con la solita scioltezza degli altri, ma con qualcosa in più: la scrittura di Marco Malvaldi si sta facendo sempre più matura e raffinata nel comporre situazioni a incastro, lo stile si caratterizza in modo sempre più inconfondibile, tanto che, alla fine, ti chiedi “a quando il prossimo?”, sentendone già la mancanza.

mercoledì 20 novembre 2013

Ultima lettura: "La donna lumaca" di Rosaria Iodice


La donna lumaca

Autore: Iodice Rosaria
Dati: 2012, 191 p., brossura; ePub 2,1 MB
Editore: Lupo (collana Sput. Libri di via)

Photo HelenTambo on Instagram
Non manca la buona volontà a Rosaria Iodice, al suo esordio con un romanzo, ma già scrittrice di racconti. Sembra animata da un gran desiderio di mettere tutto quello che può in ciò che racconta e la storia di Angela compendia questo tutto.
In poco meno di duecento pagine si racchiude la storia di una donna che, al sicuro in una casa di riposo dopo la vita barbona trascorsa negli ultimi quindici anni, ripercorre tutta la sua esistenza, dalla nascita a Pozzuoli appena prima dell’ultima guerra fino alla deriva, ai margini della società. Ad Angela, cresciuta in una famiglia modesta di specchiata onestà, con principi morali molto severi, determinati da una mentalità gretta e un po’ meschina, accadono eventi ciascuno dei quali, preso da solo, poteva giustificare un romanzo: non particolarmente incline alla ribellione come la sorella Marta e tuttavia covando il desiderio di indipendenza di cui all’inizio sembra inconsapevole, la protagonista accetta la corte del primo ragazzo carino che la lusinga in modo decisamente sbrigativo e al quale cede subito, restando ovviamente incinta. L’esperienza dell’aborto clandestino, l’amore segreto per l’amica Teresa, un matrimonio affrettato con un uomo che da subito rivela disturbi mentali, il desiderio di maternità e il rapporto conflittuale con la figlia Roberta, la fuga da casa per diventare un’accattona che vive di espedienti, sono solo alcuni degli avvenimenti, anche catastrofici, che costellano la vita di questa donna insicura, timorosa, vittima delle circostanze: un po’ troppo per i miei gusti. A fare da sfondo alle vicende personali di Angela ci sono gli eventi di storia e di costume che hanno animato la vita e la cultura dell’Italia dal dopoguerra ad oggi: gli Alleati che liberano l’Italia martoriata dalla guerra, la fine della dittatura e della monarchia, il voto alle donne, la musica che arriva da oltreoceano, il festival di Sanremo, l’uomo sulla luna, le lotte femministe e quelle sindacali, la Chiesa oppressiva e la guerra del Vietnam, la battaglia civile per il divorzio e la legge sull’aborto, i fagioli della Carrà, la caduta del muro di Berlino, Gorbačëv, la perestrojka e la glasnost', “Chi l’ha visto?”. Anche questo davvero troppo per una storia che si esaurisce frettolosamente in un romanzo che vuole affrescare un periodo così ampio in poche pagine.
Ci mette buona volontà, Rosaria Iodice, e lo ripeto. Ma non basta. Alcune sciatterie mi sono intollerabili: a p.69 si confonde la Polizia con l’Arma, cioè i Carabinieri (non è che tutte le forze dell’ordine sono ‘Arma’), a p. 105 “E le stelle stanno a guardare” sceneggiato della Rai, tratto da un romanzo di A.J.Cronin, con la regia di Anton Giulio Majano, datato 1971 aveva come protagonista Orso Maria Guerrini, giammai Alberto Lupo (bastava fare una ricerca in rete), a p. 147 un mito della giovinezza della protagonista, insieme a Fellini e alla Ekberg, è la ‘Masini’ (sic!), a p. 153 il romanzo di Gabriel García Márquez “L’amore ai tempi del colera” (1985) diventa “L’amore al tempo del colera” (anche qui, che ci voleva a fare una piccola verifica?). La voglia di raccontare dell’autrice, che pure ha modi garbati, una scrittura piana e un lessico curato, non è sufficiente: come sempre più spesso mi accade ultimamente di constatare, il lavoro di editing è del tutto assente. Un buon editor avrebbe potuto consigliare una scansione in capitoli più coerente, più spazio per alcuni personaggi che avrebbero meritato maggiore profondità di analisi caratteriale, meno fretta nel liquidare passaggi indispensabili alla storia, una maggiore verosimiglianza per alcune situazioni francamente incredibili. Peccato.

lunedì 18 novembre 2013

"Le città invisibili" diventano e restano #Invisibili


Mi tocca dentro @IoMarcoPolo,
che non parla di Venezia pur parlandone
 e ha paura di perderla parlando di altre città #Invisibili
(dal mio Twitter, 23.10.2013 - @ExLibris2012)
Photo HelenTambo on Instagram

Per parlare di #Invisibili parto dalla sua conclusione e dal bilancio numerico che ne deriva: a partire dal 26 settembre scorso fino a domenica 17 novembre, 55 giorni di rilettura e riscrittura in canonici 140 caratteri su Twitter de “Le città invisibili” di Italo Calvino, oltre 81mila tweet inviati tra post originali e ritweet, oltre 4mila partecipanti. Un fenomeno di Twitteratura cresciuto quasi in modo esponenziale rispetto ai precedenti, che pure hanno riscosso un enorme successo nella comunità virtuale che si raccoglie intorno alla Fondazione Pavese e agli ideatori dei progetti di riscrittura su Twitter, Pierluigi Vaccaneo, Paolo Costa e Hassan Bogdan Pautàs. Basti pensare a #LunaFalò, con i suoi 54 riscrittori, 600 utenti raggiunti, per poco più di 18mila messaggi tra tweet originali e retweet: gli esperimenti, passati da Pavese a Pasolini, a Calvino si incrementano in termini di partecipazione attiva e sembrano registrare un entusiasmo che cresce di pari passo.

Probabilmente stavolta ha giocato un ruolo fondamentale il fascino che da sempre esercita la lettura de “Le città invisibili”, subito trasformate in #Invisibili: ogni giorno la lettura e la riscrittura di una delle città descritte da Marco Polo a Kublai Kan, sono state affidate al coordinamento degli #Architetti divisi per capitoli e regioni, o gruppi di regioni, che hanno animato, guidato e dialogato con tutti i riscrittori. Attraversare #Invisibili e interpretare i luoghi attraverso occhi che di volta in volta si sono posati su colori, volumi e vuoti, voci e sogni, pensieri e azioni, è stato per molti di noi partecipanti quasi un viaggio catartico, accompagnato da una straordinaria capacità di collegare, instaurare somiglianze e parallelismi, oppure contrasti, dissonanze. Ancora di più i personali modi di vivere questo viaggio emergono dai Tweetbook prodotti, grazie alla piattaforma di cui ho già parlato qui.
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In tutto ciò, la mia esperienza personale ha conosciuto un momento particolare: complice un viaggio a Venezia proprio nel periodo in cui rileggevo e riscrivevo #Invisibili, ho ancora di più apprezzato l’esperimento globale, tanto da arrivare a pensare, e poi a scrivere, che “in tutte le città #invisibili rilette finora, trovo un po' di #venezia”, come se davvero Italo Calvino avesse potuto attraversare calli e campi, immedesimandosi in quel Marco Polo destinato a descrivere mondi fantastici, riconoscibili in ogni angolo della sua città. Sarà stata una suggestione determinata dall’attimo e dall’atmosfera, ma il mio sentire se possibile si è amplificato. Ancora di più sarà stato per i partecipanti alla lettura pubblica di #Invisibili che si è tenuta a Venezia il 10 novembre scorso, organizzata da Maristella Tagliaferro @MSTagliaferro sotto l’hashtag #Invisibili/VE.
Non è finita qui l’avventura: le città invisibili continuano grazie a @erykaluna e @coseinvisibili, che hanno lanciato #Invisibili/Me, un prolungamento che vede protagonisti gli stessi riscrittori di #Invisibili, i quali potranno raccontarsi, costruendo ciascuno la propria città che rispecchi caratteristiche, sogni e gusti personali. Insomma, la comunità cresce e le iniziative di twitteratura si moltiplicano. Sul trampolino di lancio, anzi già in volo, c’è addirittura Alessandro Manzoni con #TwSposi… buona riscrittura a tutti!


NB. I miei Tweetbook sono consultabili qui e qui.

giovedì 7 novembre 2013

Ultima lettura: "Prima che tu mi tradisca" di Antonella Lattanzi


Prima che tu mi tradisca

Autore: Lattanzi Antonella
Dati: 2013, 425 p., brossura; ePub con DRM 1,5 MB
Editore: Einaudi (collana Einaudi Stile libero big)
  
Con tutta la buona volontà del mondo, 
non so se mi spiego, come potevamo fare


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Questa recensione la scrivo a caldo, a ebook appena chiuso, solo il tempo di pensarci un po’, di riflettere su nomi, situazioni, tempi, posti, lingua, odori e umori di cui questo romanzo trabocca.
Intanto le persone, con i loro nomi: tre generazioni unite dallo stesso nome, Angela. Della nonna Angela si perdono subito le tracce dalle prime pagine del romanzo, restano sua figlia Angela, poi Senior, per distinguerla da Angela Junior, detta Angela J-Agéi-Angelagéi, l’ultima nata della serie. Intorno ad Angela Junior ruotano le esistenze dei genitori, della sorella, delle sue bambine, di Stè e di Denis, gli uomini che la ameranno. Protagonista assoluta, Agéi, prepotente, bellissima, contamina tutto ciò che tocca, egoista ed altruista insieme, disperata e gioiosa, Agéi ride e piange, si piace e si disprezza, sempre tutto e il contrario di tutto, nemmeno lei sa quello che vuole. O almeno così sembra.
Michela è la vittima predestinata di una sorella maggiore tanto ingombrante: a lei i genitori non chiedono ‘dove stai andando?’. Questo le provoca frustrazione, delude i goffi tentativi studiati per coprire le mancanze: non si saprà mai se davvero siano goffi, non li metterà mai in pratica. Quando le menzogne cresceranno e saranno su faccende ben più gravi, Michela sarà così brava che delle sue omissioni nessuno si accorgerà, faranno parte del tutto. E forse i ruoli si ribalteranno, la personalità di Michela, una volta che le sorelle saranno diventate adulte, emergerà e sovrasterà quella di Angela Junior, se non altro per l’emancipazione e la libertà, illusoria, che la sorella -da sempre minore in tutto- potrà raggiungere, lontana dalla famiglia.
Le figure dei genitori, Angela Senior e Giovanni, rappresentano la rassegnazione: quella di lei al matrimonio, forse all’inizio felice, quella di lui, dentista a domicilio della malavita organizzata, incapace di mettersi uno studio in proprio, sempre in difficoltà economiche, all’esistenza tutta. La rassegnazione ultima è alla fuga di Agéi, figlia prediletta.
Intorno a questa famiglia ruotano come satelliti personaggi un po’ lucidi di sporco e di ambiguità: le tre sorelle Del Sole, zio Pasquale e sua moglie zia Rachele, Silvia, la più bella di Barivecchia. E poi i cozzàli e i topini, giovani delinquenti a cavallo di motori ‘preparati’, padroni della strada, pronti allo scippo come all’intimidazione, che completano la rappresentazione dell’ambiente cittadino più degradato.
Eppure Bari è descritta lucidamente quasi con amore, anche quando sembra brutta, a volte come una specie di blob soffocante (Bari era una sostanza vischiosa e scura che si appiccicava ai nostri corpi e man mano ci inglobava, nell’aria bisognava farsi spazio come nelle sabbie mobili che stanno sul fondo dei laghi), altre volte splendida e accecante, specie nella sua parte antica (la città vecchia una macchia bianca, una specie di sole accecante dentro gli occhi), colta nei suoi momenti drammatici, il bombardamento del 1943 e il rogo del Petruzzelli. Ma soprattutto Bari è i suoi quartieri, Japigia prima di tutto e poi Barivecchia e il quartiere Murat, è N’dèrr’-a-la-lànze, il mercato del pesce, e il Teatro Margherita. Per contro, agli occhi di Angela Junior, via di stereotipi, Torino era la città più bella. Torino era la città per pochi, la città dell’èlite. Torino è avvolta nel mistero […] Torino, Treviso, Trieste sono più o meno la stessa città, un’unica arcana città chiamata Estremo Nord. e Se non Torino, Bologna, per la libertà. O al massimo Milano, la moda, l’apertura, la serietà. Roma fa ridere, ma noi due siamo troppo sensibili per farci una risata e basta, no?.
Le situazioni? C’è un mistero che lega questa famiglia, che lega le figlie, un segreto che non tutti conoscono, non tutti allo stesso modo: un segreto che da un certo momento in poi cattura il lettore e gli fa chiedere e immaginare chissà mai cosa sarà successo nel passato di queste ragazze, di questi genitori, che legami pericolosi ci potranno mai essere, ma capisco bene o sto solo immaginando? Il modo in cui Lattanzi racconta risucchia chi legge, come una spirale centrifuga, con una forza narrativa alla quale è impossibile sottrarsi: la potenza del dialetto, usato con parsimonia rispetto a tanti autori che hanno fatto del dialetto la cifra caratteristica del loro stile, le espressioni gergali e la sintassi convulsa che non ti lascia respiro, contribuiscono a coinvolgere senza scampo, a continuare a leggere finché non sai, finché non arrivi in fondo. La voce narrante cambia continuamente, all’inizio è quella di Michela, la sorella piccola, improvvisamente c’è lo scarto in terza persona, a volte invece è Agèi che racconta e le cose assumono la sua visione mitomane ed enfatica, iperbolica. Il tutto in modo schizofrenico, il tempo della storia va avanti e indietro, cambiano il punto di vista e la collocazione spazio-temporale delle vicende, ma l’abilità dell’autrice sta nel non farti perdere mai, nell’accompagnarti senza perdere di vista le coordinate.
Ho letto questo libro in nemmeno tre giorni, ho sentito la puzza, gli odori, ho respirato l’aria consumata della notte in casa di Angela Junior, ho sentito la pelle appiccicosa di scirocco di Michela, sono stata nelle lenzuola sporche di sesso, ho respirato il sole di Bari e l’aria salmastra del lungomare. Esperienza globale, sensorialmente estenuante. Brava Antonella Lattanzi.


martedì 29 ottobre 2013

Ultima lettura: "Parlo d'amor con me" di Paola Calvetti


Parlo d’amor con me

Autore   : Calvetti Paola
Dati: 2013, 126 p., brossura
Editore: Mondadori (collana Libellule)

E se non ho chi m’oda,
parlo d’amor con me!
(Le nozze di Figaro, Atto I)

Photo HelenTambo on Instagram
Finché ho avuto tra le mani questo libretto, il titolo di questo romanzo, che in realtà non so nemmeno se definire romanzo e vedremo perché, mi ha attirato e respinto allo stesso tempo. Si tratta di un verso –che non conoscevo, confesso- de Le Nozze di Figaro, l’opera buffa di Wofgang Amadeus Mozart in tre atti, musicata su libretto di Lorenzo Da Ponte nel 1786: non conoscendo l’aria dell’opera da cui questo verso è tratto, mi sono chiesta cosa potesse significare parlare d’amore con se stessi e soprattutto cosa significasse questo titolo in relazione alla storia che leggevo. Non so sinceramente se l’ho compreso, al di là del fatto che in una storia ambientata in una casa di riposo per artisti, come quella fatta costruire a Milano da Giuseppe Verdi, era quasi scontato che la scelta del titolo potesse ricadere su una frase tratta da un’opera lirica. Ma forse ci sono motivi altri che lo giustificano, che però mi sfuggono. Se insisto tanto sull’effetto che mi ha fatto il titolo di questo libro è perché in generale mi faccio attirare da quelle che Genette chiama ‘soglie’, cioè i dintorni dei testi, titolo compreso. E questo libro forse non lo avrei letto se non lo avesse scritto Paola Calvetti, che compro a scatola chiusa e leggo a prescindere, sulla fiducia. Mi sono fiduciosamente accostata quindi alla lettura, pur con qualche riserva dovuta ad un titolo che non mi piaceva (e alla fine ho capito che qualche volta rischiamo di perdere l’ occasione di una buona lettura, solo sulla base di prime impressioni, così come altre volte, viceversa, prendiamo qualche granchio).
Una volta chiusa l’ultima pagina mi sono chiesta come incasellare questo libro, quale collocazione di genere dargli, non riuscendo a considerarlo un vero e proprio romanzo, perché è la raccolta di tante storie, tante quanti sono i personaggi incontrati da Ada, cameriera che lavora a Casa Verdi e che coltiva il segreto sogno di divenire una cantante lirica.
Che la musica, l’opera lirica, il mondo del bel canto siano una passione di Paola Calvetti si sa: per anni ha diretto l’ufficio stampa del Teatro alla Scala, quello è un mondo che le è congeniale e che è tornato spesso nei suoi romanzi (L’amore segreto, ad esempio e ancora L’addio), forse mai come questa volta è rappresentato con tanto amore e desiderio di rendergli omaggio. In questo ambiente si inseriscono le personalità degli artisti che vivono nella casa di riposo voluta dal grande Maestro, amorevolmente raccontati da Ada, un personaggio femminile quasi maldestro, con un grande desiderio di svelare il suo talento di soprano che vivrà una sola occasione. Così, attraverso la voce di Ada, si snocciolano le storie personali, i vezzi e i capricci, le vecchiaie vissute con dignità e a volte frivolezza, con desideri ancora vivi e vanità scoperte. Immagino che l’autrice abbia trascorso lunghi pomeriggi in compagnia degli ospiti di Casa Verdi, tutti presenti nei ringraziamenti finali (altra soglia!), disegnandone in breve le biografie: la immagino prendere appunti o semplicemente ascoltare i ricordi, farsi portavoce delle emozioni perdute, sentire l’odore della polvere del palcoscenico insieme a quegli artisti ormai a riposo. Si potrebbe quindi pensare che il libro si è scritto da solo, che era tutto lì, raccolto nei racconti della violinista Agostina Aliprandi, del tenore siciliano Giuseppe Catena, della soprano giapponese Matsumoto Kitose (la Kimiko che aveva il sogno di cantare in italiano e studiava la lingua sul dizionario militare), del violista genovese Marcello Turio, del contralto Stefania Sina e di tutti gli altri. Insomma, poteva sembrare un compito facile, quello di inventare una cornice (Ada, i suoi sogni di gloria, l’andamento della gestione della casa) e di inserirci come cammei le storie di ciascuno dei protagonisti. Invece c’è il tocco di Paola Calvetti, la cui scrittura delicata, preziosa senza preziosismi, curata nel minimo dettaglio, accompagna con garbo il lettore attraverso queste vite un po’ svanite, ma ancora affascinanti. Una lettura che fa riflettere sul valore della memoria, di certa arte, di una vecchiaia che a volte ci sembra un’inutile attesa e che spesso è invece una vitale risorsa.

PS. Alla fine non ho deciso come classificare questo libro, se sotto l’etichetta di romanzo o di raccolta di racconti in un unico atto: lo faccio comunque per i tag…

domenica 20 ottobre 2013

Ultima lettura: "Marina Bellezza" di Silvia Avallone


Marina Bellezza

Autore   : Avallone Silvia.
Dati: 2013, 509 p., rilegato; ePub con DRM 3,1 MB
Editore: Rizzoli (collana Scala italiani)

“È il momento di guarire, si disse Andrea, di diventare adulti”


Photo HelenTambo on Instagram
#MarinaBellezza alla fine della prima parte toglie il fiato. Partito in sordina, diventa travolgente”: questo è ciò che pensavo e scrivevo su Twitter, dopo la lettura delle prime duecento pagine, quelle della sezione “Far West” (cui seguono “Parte seconda: Cowboy vs Cinderella” e “Parte terza: Eldorado”). Fino a quel momento ero andata avanti confidando nella bontà della storia e in personaggi che già mi sembravano ben disegnati, ma solo dopo quelle prime duecento pagine, il romanzo è decollato, trascinandomi come non mi accadeva da tempo.
Marina e Andrea sono giovani e fanno una scommessa con la vita; vanno però in direzioni opposte, lei verso la sperata carriera di cantante, supportata da concorsi e partecipazioni a talent show, lui alla ricerca delle radici e dell’essenziale per poter confidare in un futuro concreto, di duro lavoro sulla montagna. Lei, incapace di vivere senza l’apprezzamento altrui, lui che viceversa quel consenso lo rifugge, sono agli antipodi per carattere e aspirazioni, si attraggono e si respingono continuamente: il loro è un amore inesorabile, a tratti distruttivo eppure capace di energia positiva, a tratti ottimista.
Quando è così, quando puoi pensare che adesso le cose si mettono bene, che la felicità potrebbe essere a portata di mano, tifi per Andrea, che dei due nel rapporto sembra il più dipendente, capace di accettare per amore ciò che più detesta (i centri commerciali affollati dove lei si esibisce, lo showbiz al quale Marina invece aspira con tutte le sue forze, l’imperfezione della vita alla quale lei lo costringe, la precarietà che accompagna i loro incontri), anche se poi, nel momento in cui ciclicamente accade il diluvio tra loro, speri solo che Andrea guarisca da lei o che lei guarisca da se stessa. Allo stesso modo non riesci a tenere per lei, perché Marina è irritante ed egoista, è una che gioca a nascondino, è una di quelle persone che “non cambiano perché non possono cambiare. Le persone come Marina non appartengono a nessuno, perché non riescono ad appartenere nemmeno a loro stesse”. E a lei Andrea dice «Tu fai le cose così: perché ti va di farle. Non t’interessano le conseguenze, non t’interessano gli altri…». Intanto però ti fa tenerezza, nella sua ostinazione.
Insomma, in questa storia è facile parteggiare, è facile lasciarsi trasportare, patire e compatire. Un pregio non di poco, in un momento in cui leggere storie che veramente raccontino qualcosa è sempre più difficile. A questo si aggiunge una scrittura fluida e coinvolgente, una sintassi piana e incisiva: le parole si strutturano in costruzioni pulite, non c’è un momento in cui ti chiedi cosa vogliano dire, quale sia il significato nascosto tra le righe. Tutto è lì, facile, quindi puoi concentrarti su Andrea e Marina, sulle loro famiglie diversamente stortignaccole, ma disastrate allo stesso modo, sulle frustrazioni di Elsa, la ex compagna di liceo di Andrea, dottoranda di ricerca senza un futuro possibile. Puoi concentrarti sugli amici di Andrea, quelli che assisteranno alla sua rovina e alla rinascita, su Donatello, improbabile agente di spettacolo, sulle vacche grigie sulle quali si concentrano le speranze di un giovane che, in un momento così critico per l’economia, decide di puntare sul passato di suo nonno, sulle montagne.
La fine del romanzo ti lascia interdetto a chiederti quale sia la direzione giusta per questi personaggi, quale sia la scelta che Marina sembra fare, fino a quando durerà, se durerà. Marina Bellezza ha tiranneggiato per oltre cinquecento pagine e lo fa fino in fondo, quando ormai pensi che non può succedere null’altro. E invece…
“@Exlibris2012: Saluto a malincuore #MarinaBellezza di Silvia #Avallone, bravissima a disegnare un personaggio grandioso, una specie di bisbetica domata”

sabato 12 ottobre 2013

Come quando


Come quando ti tagli le unghie cortissime. Perché si è spezzata quella del pollice e allora devi per forza accorciarla e poi, non si capisce come, si spezza anche quella dell’indice e neanche fosse un’epidemia, ti sembra che tutte siano lunghe in modo irregolare, antiestetico. Provi a togliere lo smalto con il solvente, pensi che magari te le puoi limare, portarle tutte alla stessa lunghezza, non troppo né poco, una cosa giusta, sobria. E magari provare a mettere lo smalto color avorio, quello per la french, che poi sembra che hai su quello trasparente, fa molto fine. Poi, mentre sei lì a passare la lima di cartone, quella con la carta vetro, sottile da un lato e sottilissima dall’altro, decidi di ricominciare da zero, prendi il tronchesino e tagli le unghie dritte, come se le tue fossero mani di uomo. Perché pensi che così puoi cominciare dal nuovo, da zero appunto, come se non fossero mai state rosse ad adornare, in perfetti ovali, le punte delle tue dita.

Come quando decidi che vuoi cambiare tutto e cominci col fare ordine in quel cassetto dove per anni hai ficcato tutto quello che non trovava posto altrove, tutto quello che non aveva proprio per niente un posto: non avevi previsto che per le pile, i lacci per le scarpe, gli elastici, le ricevute, i santini che hai preso in chiesa, i pacchetti di chewingum cominciati, le matite spuntate, le biro consumate, che non vuoi buttare perché ti piacciono e poi non sai dove differenziarle perché sono fatte di plastica ma anche di metallo, ci dovesse essere un posto preciso. E così hai buttato tutto lì, in quel cassetto, che ora pretendi di svuotare per fare pulizia e per scoprire che il tempo non ti basta e così rimetti tutto dentro e chi s’è visto, s’è visto, sarà per un’altra volta.

Come quando scorri la rubrica dei contatti sul tuo cellulare e sai che molti di quei nomi ormai è inutile tenerli in memoria, ché è solo una memoria virtuale, mentre la tua, quella vera, non conserva altro che immagini sbiadite, discorsi lisi, risate consumate e soprattutto ormai inutili. E allora pensi che puoi cominciare da lì, che forse devi cancellare qualcuno di quei nomi, che forse tra quelli c’è chi lo ha già fatto con il tuo e cancellandoti il nome ti ha eliminato dalla sua vita e tu non lo sai. Quindi è una prova di forza, pensi che non sia necessario portarsi sempre dietro un fardello di passato, che i tuoi ricordi non servono più, non sono nemmeno tanto vividi ormai, a che ti servono?

Insomma, è come quando decidi che, arrivata a un certo punto, devi riprenderti la vita, devi cambiare registro e voltare pagina, tirare un’altra volta il dado e vedere cosa esce. Ma poi, come quando è Capodanno e vuoi buttare le cose vecchie e ti metti le mutande rosse ché porta bene e indossi qualcosa di nuovo, ti accorgi che, passato appena un po’ di tempo, quello che serve per abituarsi, il nuovo è già vecchio e di quello che hai cominciato, è già ora di sbarazzarsi.

NB. Questo racconto è apparso già nel blog di Saverio Simonelli Inoltre: grazie a Saverio per la squisita ospitalità.